Al progredire della notte
di Davide Montecchi
Ho sempre avuto un approccio abbastanza aperto nei confronti del cinema horror italiano, soprattutto quando si tratta di nuovi autori che cercano di ritagliarsi uno spazio in un territorio che da noi, dopo una stagione gloriosa, sembra essersi progressivamente inaridito. A dire la verità, negli ultimi anni qualche segnale di rinascita c’è stato, magari non ancora così incisivo da parlare davvero di nuovo corso, ma qualcosa si è mosso. È in questo contesto che si inserisce Davide Montecchi, regista riminese classe 1981, che dopo l'ottimo esordio di In a Lonely Place torna all'horror nel 2025 con la sua opera seconda, Al progredire della notte.
La storia ruota attorno a Claudia (Lilly Englert), una giovane donna insicura, aspirante attrice, segnata da un rapporto problematico con una madre possessiva e incombente. Per partecipare a un corso di sopravvivenza, organizzato da uno pseudo-guru che promette rinascite psicologiche ad anime fragili, Claudia arriva di notte in un piccolo paese e trova alloggio in una casa isolata, ai margini del bosco. Ad accoglierla c’è Letizia (Lucia Vasini), la proprietaria, una donna apparentemente gentile, materna e premurosa, ma fin da subito attraversata da qualcosa di ambiguo. Sarà lei a introdurre Claudia alla metafonia, ovvero la presunta possibilità di comunicare con i morti attraverso frequenze radio e voci che sembrano emergere dal nulla. Quello che inizia come un gioco curioso si trasforma presto in qualcosa di molto più minaccioso, trascinando Claudia in una spirale dove realtà, suggestione e incubo finiscono per confondersi.
La cosa che mi è piaciuta di Al progredire della notte è proprio la sua forte impronta da horror italiano dei tempi migliori. Montecchi sembra prendere il Dario Argento più fiabesco e onirico, quello di Suspiria, e mescolarlo al gotico padano di Pupi Avati, fatto di case isolate, superstizioni e inquietudini di provincia. Allo stesso tempo, però, il film non si limita alla citazione nostalgica. Dentro ci sono anche suggestioni più contemporanee, dall’horror psicologico al found footage analogico, fino a certe atmosfere liminali che sembrano arrivare direttamente dall'immaginario delle Backrooms.
La prima parte è sicuramente la più riuscita. Il film lavora sull'atmosfera, sulla suggestione e sull'inquietudine più che sulla paura immediata, sostenuto dall'ottima fotografia di Fabrizio Pasqualetto, fatta di giochi di luce, ombre e colori saturi. Si vede una ricerca estetica precisa, un'attenzione alla composizione che va oltre il semplice horror da consumo veloce.
Centrato anche il tema dell’insicurezza femminile, della ricerca ossessiva di una guida, della manipolazione emotiva mascherata da crescita personale. Claudia diventa il ritratto di una fragilità molto contemporanea, amplificata attraverso la lente deformante del genere. Le sequenze oniriche in cui sembra trasformarsi in una sorta di Alice precipitata in un paese delle meraviglie distorto e oppressivo sono tra i momenti migliori del film, quelli in cui la pellicola si libera dalla narrazione e diventa quasi pura esperienza visiva.
Sul fronte recitativo, Lilly Englert, superati alcuni dialoghi iniziali un po’ rigidi, regge bene la prova, soprattutto quando la storia la trascina nei territori più perturbanti. Lucia Vasini, nel ruolo di Letizia, risulta invece particolarmente inquietante proprio quando si mostra cortese e accogliente.
Peccato che nella seconda parte la sceneggiatura si faccia più confusionaria, perdendo parte dell’atmosfera costruita nella prima metà. La setta, la vittima sacrificale, il bambino che dovrebbe aprire un portale verso l’aldilà. Non so, magari ci sta pure, ma io avrei quasi preferito che fosse tutto una macchinazione del guru, un’esperienza estrema costruita per mettere Claudia alla prova, invece di spingere il racconto verso il paranormale con tanto di freak in soffitta. Certo, capisco anche che come soluzione sarebbe stata fin troppo vicina ad A Classic Horror Story.
Al progredire della notte è un horror italiano sicuramente interessante, visivamente curato, atmosferico, con buone idee e un sincero amore per il genere. Non tutto funziona allo stesso modo, alcune ingenuità di scrittura si sentono e la seconda parte avrebbe forse avuto bisogno di maggiore pulizia narrativa. Però resta un film da vedere, soprattutto per chi ha voglia di ritrovare, dentro il cinema horror italiano contemporaneo, un legame con una tradizione che sembrava quasi perduta.
E poi, diciamolo, con tutti i suoi limiti, è comunque molto più interessante di tanti horror americani di cassetta, magari più ricchi e confezionati, ma anche tremendamente più anonimi.
Film
Lady Vendetta
di Park Chan-wook
Terzo e ultimo capitolo della cosiddetta trilogia della vendetta, Lady Vendetta arriva nel 2005, dopo che Park Chan-wook aver già esplorato il territorio oscuro della vendetta con Mr. Vendetta e soprattutto con Old Boy, il film che lo aveva consacrato a livello internazionale e che, volenti o nolenti, resta il termine di paragone più ingombrante.
La storia è quella di Lee Geum-ja (Lee Young-ae), una giovane donna che esce di prigione dopo aver scontato tredici anni di reclusione per il rapimento e l'omicidio di un bambino di sei anni. All'epoca l'opinione pubblica rimase sconvolta dalla sua bellezza e dalla spietatezza del crimine. In carcere, Geum-ja si è costruita una reputazione quasi angelica, diventando agli occhi delle altre detenute una figura gentile, devota, caritatevole. Una santa, almeno in apparenza. Una volta varcati i cancelli della prigione, il candore si dissolve, e scopriamo che la "buona Geum-ja" ha passato ogni singolo giorno a tessere una tela millimetrica per distruggere il vero colpevole del crimine, il viscido maestro Baek (Choi Min-sik), e per riprendersi l'unica cosa che le è rimasta al mondo, sua figlia.
Questa volta la vendetta non è solo al femminile ma, come scopriremo nel finale, addirittura corale. Rispetto ai due film precedenti, Lady Vendetta è il capitolo visivamente più elegante. Park Chan-wook costruisce immagini raffinate, dall'estetica quasi barocca e teatrale, attraversate da improvvisi innesti di fantasia surreale, parentesi grottesche e deviazioni quasi fiabesche. Il tutto sostenuto da una colonna sonora orchestrale che culla lo spettatore nel bel mezzo dell'orrore. È un film pieno di simboli, colori, contrasti. Il bianco della purezza, della neve, della torta. Il rosso del trucco, del sangue, della colpa. Tutto sembra pensato per trasformare la vendetta in un rito estetico, quasi religioso.
Il problema, almeno per me, è che soprattutto nella prima parte il racconto procede per accumulo di flashback, digressioni, salti temporali e inserti che si aprono dentro altri inserti. A lungo andare, questa frammentazione, invece di creare tensione, finisce per disperderla. Si avverte la sensazione di un regista più innamorato della forma che della sostanza, più concentrato sul virtuosismo che sull'emozione. Dove Old Boy era compatto, spietato, costruito come un meccanismo narrativo che non concedeva respiro, Lady Vendetta sembra a tratti guardarsi un po' troppo allo specchio, rischiando di accartocciarsi dentro la propria eleganza.
La seconda parte è senza dubbio la più riuscita. A quel punto non si tratta più soltanto di vedere Geum-ja punire l’uomo che le ha rovinato la vita. La vendetta diventa un processo collettivo, una cerimonia privata, un tribunale emotivo in cui il dolore delle vittime reclama una forma di giustizia che la legge non sembra più in grado di offrire.
In questo film, la vendetta mostrata da Park Chan-wook non è una liberazione. Vendicarsi può sembrare necessario, persino giusto, soprattutto davanti a un male così assoluto da rendere quasi impossibile qualsiasi pietà. Ma la vendetta non purifica. Non restituisce ciò che è stato perduto. Non cancella la colpa, non riporta indietro i morti e nemmeno l’innocenza.
Geum-ja non vuole solo il sangue. Vuole tornare madre, tornare umana e, se possibile, ritrovare un’innocenza perduta. Ma certe macchie non si lavano via. Nemmeno con la neve o con una torta di panna.
In conclusione, Lady Vendetta è un film visivamente magnifico e moralmente più complesso di quanto potrebbe sembrare. Il capitolo più elegante della trilogia, forse il più maturo, ma anche quello che mi ha coinvolto meno, soprattutto per una narrazione che ho trovato troppo frammentata e dispersiva. Una vendetta che arriva, sì, ma non salva nessuno.
Film
Divorzio all'italiana
di Pietro Germi
Continuando il mio recupero dei grandi classici del cinema italiano, quelli che per un motivo o per l'altro mi sono perso lungo la strada, mi sono visto Divorzio all’italiana di Pietro Germi. Uscito nel 1961, in pieno boom economico, il film è uno dei titoli fondamentali della commedia all’italiana, quel genere che negli anni sessanta avrebbe saputo raccontare il paese meglio di qualsiasi altra forma espressiva.
Visto oggi, il film ci porta dentro un’Italia che sembra lontanissima. Un'Italia in cui il divorzio non esisteva ancora, sarebbe arrivato solo nel 1970, ma in compenso il codice penale prevedeva ancora il "delitto d'onore". In pratica, separarsi legalmente dal proprio coniuge era impossibile, mentre ucciderlo in caso di adulterio poteva garantire una pena attenuata. Una meraviglia di civiltà giuridica, insomma. Proprio su questo assurdo paradosso Germi costruisce tutto il film, trasformando una stortura legislativa e morale in una delle commedie nere più feroci del nostro cinema.
La storia si svolge ad Agromonte, immaginaria e soffocante cittadina della Sicilia, dove il barone Ferdinando Cefalù, detto Fefè (Marcello Mastroianni), trascina i suoi giorni annoiato, tra lo sfarzo decadente del suo palazzo e i fumi del suo bocchino. Fefè è intrappolato in un matrimonio asfissiante con Rosalia (Daniela Rocca), una donna petulante e appicciccosa, e ha una sbandata colossale per la cugina sedicenne Angela (Stefania Sandrelli). Poiché il divorzio non è previsto dalla legge, Fefè inizia a fantasticare sulla soluzione più comoda, almeno secondo la logica malata del Codice Penale dell'epoca. Spingere la moglie tra le braccia di un vecchio spasimante, sorprenderla in flagrante adulterio, ucciderla e poi presentarsi davanti alla giustizia come un povero marito tradito, vittima dell’offesa al proprio onore. Insomma, quando l’ordinamento giuridico ti impedisce di rifarti una vita, basta organizzarsi con un omicidio ben motivato. Che sarà mai.
La forza di Divorzio all’italiana non sta solo nella storia, ma nel modo in cui decide di raccontarla. Germi prende un dramma sociale tra patriarcato, ipocrisia cattolica, e arretratezza legislativa, trasformandolo in una commedia nerissima. Si ride, certo, ma si ride sempre con un certo disagio, perché dietro ogni gag, ogni tic, ogni fantasia omicida di Fefè, c’è un pezzo di Italia vera. Un’Italia in cui il desiderio maschile viene giustificato, l’onore diventa una scusa, la donna è proprietà, la legge si piega alla morale dominante e la rispettabilità conta più della vita stessa.
Al centro di tutto, ovviamente, c'è Marcello Mastroianni. Il suo Fefè è uno dei personaggi più memorabili della commedia italiana. Con quei baffetti, i capelli impomatati, lo sguardo languido, il tic facciale e quella voce interiore sempre pronta ad autoassolversi, riesce a rendere irresistibile un uomo meschino, vanitoso e prigioniero dei propri desideri. Germi non lo accusa apertamente. Gli basta lasciarlo parlare, desiderare, sognare. Memorabili, in questo senso, le sequenze in cui Fefè immagina di liberarsi della moglie mandandola nello spazio o sciogliendola nel sapone. Il personaggio funziona perché non è un cattivo da melodramma, ma una caricatura spietata del maschio italiano. Uno che non vuole mettere in discussione il sistema, ma sfruttarlo a proprio vantaggio.
Accanto a lui, una giovanissima Stefania Sandrelli incarna la freschezza del desiderio, mentre Daniela Rocca si trasforma letteralmente per dare vita alla logorroica Rosalia. Bravo anche Leopoldo Trieste nel ruolo del timido amante, destinato a diventare l’ingranaggio perfetto nel piano criminale di Fefè.
Intorno ai personaggi, Germi ritrae una Sicilia grottesca, neanche troppo lontana dalla realtà di quel periodo. Una Sicilia calda, polverosa, immobile, dove tutto è pubblico, dove non esiste intimità e ogni gesto viene trasformato in chiacchiera, giudizio, reputazione. Un paese in cui il tempo sembra essersi fermato a un codice morale arcaico e dove la chiesa, durante il sermone domenicale, invita apertamente a votare Democrazia Cristiana.
Tra le trovate più intelligenti c’è anche la scena della proiezione de La dolce vita. Vedere Mastroianni nei panni di Fefè mentre sullo schermo appare il film che lo ha trasformato in un divo internazionale crea un cortocircuito ironico notevole
Divorzio all’italiana è un film nerissimo, lucidissimo, feroce, costruito su un paradosso talmente assurdo da essere stato reale. Un film che appartiene profondamente al suo tempo, non solo per il divorzio impossibile e il delitto d’onore, ma anche per la naturalezza con cui racconta l’infatuazione di un uomo adulto per una quindicenne. Un elemento che oggi stride, ma che restituisce bene il clima culturale di un'Italia lontanissima, in cui certe dinamiche venivano percepite con una leggerezza oggi quasi impensabile.
Geniale e cinica anche l’ultima sequenza, che riapre il cerchio lasciando intendere che, cambiata la moglie, il povero barone potrebbe ritrovarsi presto nuovamente "cornuto".
Film
Cul-de-sac
di Roman Polanski
Nel 1966, un giovane Roman Polanski reduce dal successo di Repulsion decide di trasferirsi armi e bagagli su un isolotto sperduto della costa orientale dell'Inghilterra per girare Cul-de-sac, un film in bianco e nero a metà tra thriller, commedia nera e teatro dell'assurdo, che divide la critica, non convince il pubblico, ma finisce per aggiudicarsi l'Orso d'Oro al Festival di Berlino. Un’opera grottesca, quasi farsesca, dove si ritrovano già tutte le ossessioni di un autore che ha sempre avuto un certo talento nel tirare fuori il lato più storto, meschino e bizzarro dell'essere umano.
La storia ruota attorno a una coppia che ha scelto di ritirarsi in un antico castello su un'isola della costa inglese, Lindisfarne. George (Donald Pleasence) è un uomo di mezza età nevrotico e palesemente insicuro, mentre Teresa (Francoise Dorleac) è la sua giovane, annoiata e provocante moglie francese. Il loro fragile equilibrio viene spezzato dall'arrivo di Dickey (Lionel Stander), gangster americano grosso, brutale, sudato e invadente, che si presenta al castello dopo una rapina andata storta. Con lui c’è Albie (Jack MacGowran), il suo complice, ferito e moribondo. In attesa che il loro capo, tale Katelbach, venga a recuperarli, Dickey occupa la casa, si comporta come fosse sua e trasforma la dimora dei coniugi nel palcoscenico di un sequestro di persona, dove i ruoli di vittima e carnefice iniziano rapidamente a sfumare.
Cul-de-sac è un film spiazzante. Grottesco, drammaticamente teatrale e sopra le righe, percorso da una sottile angoscia che non viene mai davvero a galla, ma che si avverte in ogni scena. È una farsa crudele travestita da commedia nera, dove la risata, quando arriva, sa sempre un po' di amaro. A Polanski non interessa costruire una suspense classica. Preferisce spostare tutto su un terreno più ambiguo, trasformando il film in una riflessione feroce sull’impotenza, sul potere e sull'umiliazione.
George è il centro nevrotico del racconto. Un uomo vuoto, remissivo, costantemente umiliato dalla moglie, che lo tratta quasi come un giocattolo castrato, e dall'intruso Dickey, che ne evidenzia la totale mancanza di spina dorsale. Donald Pleasence è bravissimo a interpretare un uomo patetico, fastidioso e fragile, la cui debolezza viene esposta senza pietà. Lionel Stander è l'opposto esatto, massiccio, rumoroso, volgare nel senso più teatrale del termine. Un gangster vecchio stampo di quelli che si vedevano nei noir degli anni quaranta.
Teresa, invece, è un personaggio più sfuggente. Non è la classica vittima della situazione e non è nemmeno una vera femme fatale. È una presenza sensuale e crudele, una giovane donna che sembra guardare il marito con un misto di noia, disprezzo e divertimento. Francoise Dorleac, sorella di Catherine Deneuve, morta tragicamente in un incidente stradale appena un anno dopo l'uscita del film, ha una vitalità nervosa, quasi animale, che contrasta perfettamente con l'inerzia di George. Il rapporto tra i due è già un piccolo disastro prima ancora che arrivino i gangster. Dickey non fa altro che portare alla luce ciò che era già compromesso.
In questo contesto, la scelta di Lindisfarne come location si rivela perfetta. La strada sommersa dalla marea non è solo un espediente narrativo, ma la perfetta metafora visiva di un isolamento opprimente, che amplifica il senso di trappola esistenziale dei protagonisti. La fotografia in bianco e nero di Gilbert Taylor sfrutta ogni possibilità di quel paesaggio spoglio e ventoso, restituendo immagini di una bellezza malinconica che stride perfettamente con il grottesco di ciò che accade dentro il castello.
Certo, visto oggi, Cul-de-sac può sembrare a tratti inconcludente o eccessivamente dilatato nei suoi tempi teatrali. Eppure, è proprio questa sua natura bizzarra a renderlo affascinante. È il Polanski dei primi anni di carriera, quello meno accessibile, che non aveva alcuna intenzione di rassicurare lo spettatore, ma solo di metterlo squisitamente a disagio.
Film
Chi l'ha vista morire?
di Aldo Lado
Siamo nel pieno della stagione d'oro del giallo all'italiana. Aldo Lado, dopo l'ottimo esordio con La corta notte delle bambole di vetro, realizza nel 1972 Chi l'ha vista morire?, un thriller elegante e cupo ambientato a Venezia.
Il film si apre in una località innevata francese, dove una bambina dai capelli rossi viene uccisa da una figura misteriosa vestita di nero. Alcuni anni dopo, a Venezia, lo scultore Franco Serpieri (George Lazenby), separato dalla moglie Elizabeth (Anita Strindberg), accoglie in casa la figlia Roberta, anche lei dai capelli rossi, che vive con la madre ad Amsterdam. Pochi giorni dopo, la bambina viene trovata morta in un canale. Sconvolto dal lutto e poco fiducioso nelle indagini ufficiali, Franco comincia a muoversi da solo tra ambienti artistici, preti e personaggi ambigui, tra cui il misterioso mercante d'arte Serafian (Adolfo Celi) e l'avvocato Bonaiuti (José Quaglio), scoprendo che l'assassinio della figlia potrebbe essere legato ad altri delitti e a una rete di segreti sepolti nell'alta borghesia veneziana.
Aldo Lado, coadiuvato dalla fotografia plumbea di Franco Di Giacomo, trasforma Venezia nella vera protagonista del film. Lontana anni luce dalle cartoline romantiche per turisti, la città lagunare diventa cupa, pericolosa, decadente, fatta di canali grigi, piazze vuote, interni borghesi e luoghi marginali. La regia è elegante e valorizza le architetture veneziane, sfruttando gli spazi vuoti per amplificare il senso di solitudine e minaccia. Le soggettive dell'assassino, filtrate dal velo nero, sono tra le soluzioni più efficaci del film. Anche la celebre cantilena infantile firmata da Ennio Morricone contribuisce a rendere l'atmosfera inquietante, entrandoti in testa prepotentemente. Se devo dire la verità, forse è persino troppo ripetuta. Il brano entra, sfuma, rientra, sfuma di nuovo, a volte nella stessa scena, con un'insistenza che alla lunga trasforma il disturbante in estenuante. La prima metà è sicuramente la più riuscita. Nella seconda parte la trama diventa più confusionaria, con troppi personaggi, troppi sospettati e risvolti narrativi che non sempre si riconnettono in modo pulito.
Chi l'ha vista morire? resta comunque un film imprescindibile per gli amanti del giallo all'italiana, uno dei titoli più suggestivi e malinconici di quella stagione, capace di usare il meccanismo del thriller per raccontare il marcio di una borghesia elegante e complice, fatta di silenzi, perversioni, segreti e rispettabilità di facciata. Un film che anticipa alcune intuizioni di Non si sevizia un paperino e che, secondo alcuni critici, avrebbe influenzato non poco il successivo A Venezia... un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg, uscito l'anno dopo e ambientato sempre nella città dei canali.
Film
Azreal - L'angelo della morte
di EL Katz
Azrael, film del 2024 diretto da E.L. Katz e distribuito su Shudder, è un horror indipendente praticamente muto. Non un esperimento d’avanguardia da cineforum, ma un action horror post-apocalittico girato tra i boschi dell’Estonia, che prova a fondere misticismo biblico, folk horror e brutalità da survival movie.
Il film è ambientato in un futuro imprecisato, in mezzo a una foresta dove una setta di fanatici religiosi vive accampata dopo aver rinunciato alla parola, considerata peccaminosa. In questo scenario, Azrael (Samara Weaving) fugge dalla comunità insieme al compagno Kenan (Nathan Stewart-Jarrett). Braccati e catturati, i due vengono scelti come vittime sacrificali da offrire alle creature che infestano i boschi, entità umanoidi bruciacchiate e assetate di sangue. Lei scappa. La riacchiappano. Scappa ancora. Nel mezzo, qualcosa di oscuro legato a una profezia e a una gravidanza che sembrerebbe alludere alla nascita dell'Anticristo.
L'idea di partenza, volendo, potrebbe anche essere interessante. Un mondo sopravvissuto a una non meglio precisata apocalisse, una comunità che ha scelto, non si sa bene perché, di rinunciare alla parola, rituali religiosi, sacrifici umani e mostri ustionati che si aggirano tra gli alberi. L'atmosfera funziona, la foresta è minacciosa, il silenzio crea una certa tensione e l'assenza di dialoghi costringe il film a lavorare sui corpi, sugli sguardi e sulla paura fisica. Samara Weaving, già vista in Finché morte non ci separi, regge bene il ruolo di scream girl senza voce, trasformando Azrael in una final girl ferina, sporca, dolorante e determinata a sopravvivere. Buoni anche gli effetti splatter, con alcune uccisioni abbastanza brutali e creature dal design disgustoso al punto giusto.
Il problema è che, superato il fascino iniziale, la ripetitività si fa sentire. Il film finisce per reggersi soprattutto sulla continua fuga della protagonista, che viene catturata, riesce a liberarsi, viene inseguita, poi di nuovo catturata, poi di nuovo inseguita. Per il resto Azrael resta volutamente criptico, sospeso, nebuloso. Il che non sarebbe neanche un difetto in sé. A me i film ambigui, strani e poco spiegati di solito piacciono. Il problema è che qui il mistero non genera vero fascino, ma dà piuttosto la sensazione di una certa mancanza di sostanza.
Azrael è un horror folk visivamente affascinante, brutale quanto basta e sostenuto da una buona prova fisica della Weaving. Però, alla lunga, l’assenza di una vera storia e il continuo gioco di fuga e acchiappo finiscono per stancare. Il finale alla Rosemary's Baby non aiuta a risollevare un film che avrebbe potuto essere qualcosa di più di un semplice survival movie ambientato nei boschi.
Film
La materia del cosmo
Cixin Liu
A distanza di un paio d'anni dal primo volume, l'avvincente Il problema dei tre corpi, mi sono letto il secondo capitolo della trilogia Memoria del passato della Terra dello scrittore cinese Liu Cixin. Pubblicato in Italia con il titolo La materia del cosmo, il libro, un bel mattone di oltre cinquecento pagine, è ambizioso, enorme, pieno di idee, ma anche una lettura che, almeno per quanto mi riguarda, ha richiesto una certa dose di pazienza.
Il titolo originale del romanzo è The Dark Forest, La foresta oscura, e francamente faccio fatica a capire perché l’editore italiano abbia deciso di cambiarlo. Non solo La materia del cosmo è un titolo poco significativo e generico, ma cancella completamente la metafora scientifico-filosofica su cui si regge l’intero romanzo, ovvero la risposta cupissima che Liu Cixin offre al paradosso di Fermi. Misteri dell'editoria.
La storia riprende il filo laddove l'avevamo lasciato, ma dilata la linea temporale in modo vertiginoso. L'umanità sa che la flotta aliena dei Trisolariani è in viaggio e arriverà tra quattro secoli. Il vero problema attuale, però, non sono gli anni di viaggio, ma i "Sofoni", particelle subatomiche senzienti, che oltre a bloccare il progresso scientifico terrestre, sono in grado di monitorare qualsiasi comunicazione umana rendendo ogni piano di difesa leggibile al nemico. In questo scenario di paranoia globale, l'ONU partorisce il progetto degli "Impenetrabili". Vengono selezionate quattro menti a cui sono concessi poteri e risorse immensi per orchestrare strategie di difesa planetaria nell'assoluto segreto. Perché? Perché i Sofoni possono vedere e sentire tutto, ma non possono ancora leggere il pensiero umano. L'unico luogo sicuro in tutto l'universo è la mente dei quattro prescelti. Tra scienziati illustri e leader politici, spicca Luo Ji, un astronomo e sociologo cinese pigro, cinico e senza alcuna ambizione, catapultato in questo gioco divino suo malgrado. Mentre l'umanità scivola in secoli di crisi politica, ibernazioni e rinascite tecnologiche, la scacchiera per la sopravvivenza viene mossa nel silenzio più assoluto, in attesa di un impatto inevitabile.
Non è stata una lettura particolarmente agevole, e non perché La materia del cosmo sia un romanzo complicato in senso tecnico, almeno non più del primo volume. Il problema è che ho trovato per lunghi tratti il romanzo prevalentemente noioso. Tutta la parte dedicata agli Impenetrabili, che occupa circa i due terzi del romanzo, è interessante sul piano concettuale, ma eccessivamente dilatata. Si parla di strategie militari, psicologia collettiva, crisi politica globale, piani segreti, destino della civiltà umana. Tutto importante, tutto coerente con l’ambizione del romanzo, ma per centinaia di pagine la sensazione è che, al netto delle teorie, dei piani e delle manovre, accada davvero poco.
Poi, nel terzo atto, il romanzo cambia passo. La sezione intitolata La foresta oscura è senza dubbio la parte più riuscita, quella in cui tutto ciò che prima sembrava dispersivo comincia finalmente a trovare una forma.
Attenzione, da qui in avanti entro inevitabilmente nel territorio degli spoiler.
La sequenza della sonda aliena, la cosiddetta "goccia", è uno dei momenti più impressionanti del libro. Fredda, perfetta, devastante. Una dimostrazione di superiorità tecnologica così assoluta da rendere ridicola ogni illusione umana di poter competere ad armi pari. Ma il vero colpo di genio del romanzo arriva quando Liu Cixin risponde al paradosso di Fermi - se l'universo è pieno di civiltà avanzate, perché non ne vediamo alcuna traccia? - formalizzando l'ipotesi della foresta oscura. L'universo, nella visione di Liu Cixin, non è silenzioso perché vuoto. È silenzioso perché ogni civiltà intelligente ha capito che la regola fondamentale della sopravvivenza cosmica è nascondersi. Rivelarsi significa diventare bersaglio. In una foresta buia piena di predatori silenziosi, rivelare la propria posizione significa esporsi al rischio di essere distrutti. Nascondersi significa sopravvivere. Secondo questa teoria, viene quasi da pensare che lanciare nello spazio la Voyager 1 con una bella mappa cosmica della nostra posizione non sia stata una grande idea.
Nel romanzo, l'intuizione della foresta oscura diventa l’arma decisiva di Luo Ji. A differenza degli altri Impenetrabili, che progettano gigantesche strategie militari, flotte spaziali e manovre difensive, Luo Ji capisce che la vera arma contro i Trisolariani non è la tecnologia. È l’informazione. Ovvero la possibilità di trasmettere nello spazio la posizione esatta del sistema di Trisolaris. Se altre civiltà avanzate ricevessero quel segnale, potrebbero considerare Trisolaris una minaccia e distruggerlo.
È una forma estrema di deterrenza cosmica. Non posso batterti, ma posso indicarti ai predatori più grandi.
Il punto di forza del romanzo sta proprio qui, nella sua capacità di lavorare sulla scala. La materia del cosmo riesce a trasmettere il senso di sproporzione tra l’individuo e l’universo, quella vertigine davanti a tempi millenari, distanze cosmiche, forze impossibili da controllare. L’essere umano appare minuscolo, quasi irrilevante, eppure costretto a pensare in grande, a ragionare non più come individuo, ma come specie. Non è un caso che il romanzo inizi e finisca con una formica. Una creatura minuscola, apparentemente insignificante, ma parte di un sistema più vasto che continua a muoversi, sopravvivere, adattarsi.
Il problema, almeno per me, è che questa grandezza concettuale non trova sempre un equivalente sul piano umano. I personaggi del libro sono tanti, i nomi cinesi non aiutano, e spesso ho fatto fatica a distinguerli davvero l'uno dall’altro. A parte Luo Ji, che resta il personaggio più riconoscibile, molti sembrano più funzioni narrative che esseri umani. Incarnano idee, strategie, posizioni politiche, reazioni collettive, ma raramente riescono a diventare figure emotivamente memorabili.
È forse il limite principale del romanzo. La mancanza di emotività individuale. Liu Cixin è bravissimo a farci percepire la fragilità dell’umanità di fronte all’universo, ma molto meno a farci sentire la fragilità dei singoli esseri umani. Paradossalmente, funziona meglio quando racconta la specie che quando racconta le persone.
Nonostante questo, La materia del cosmo (che chiamerei senza esitazione con il suo vero nome, La foresta oscura) resta un’opera notevole. Un libro che parla della natura della nostra società, della paura, della sopravvivenza, dell’intelligenza come benedizione e condanna, e soprattutto della fragilità dell’uomo davanti all’universo. Forse meno affascinante del primo volume, almeno per me, soprattutto nella sua lunga fase preparatoria, ma capace di contenere una delle idee più forti della fantascienza contemporanea. Insieme a Il problema dei tre corpi forma già un progetto narrativo visionario, potente e ambizioso, avvicinabile, per portata e immaginazione, alla Fondazione di Asimov. Non tanto per lo stile o per la struttura, quanto per la volontà di raccontare il destino dell’umanità su una scala talmente ampia da superare l’individuo, la politica, la storia e persino il tempo di una singola civiltà.
Un'opera che, a meno di cocenti delusioni nell’ultimo volume, Nella quarta dimensione, che leggerò in un prossimo futuro, ma non ora, potrebbe tranquillamente essere ricordata come la fantascienza più significativa di questo secolo.
The Empty Man
di David Prior
Ci sono dei film che nascono decisamente sotto una cattiva stella. The Empty Man - L'uomo vuoto, esordio alla regia di David Prior, appartiene a questa sfortunata categoria. Girato nel 2017 e rimasto prigioniero nei magazzini della Fox durante la colossale acquisizione da parte della Disney, il film è stato letteralmente "buttato" nelle sale nel 2020, nel bel mezzo della pandemia, anticipato da un trailer che lo spacciava per il solito horror adolescenziale. Lo videro in pochi, lo stroncarono in tanti, e nel giro di poche settimane era già stato dimenticato.
La storia inizia con un lungo prologo ambientato nel 1995, tra le vette innevate del Bhutan. Quattro escursionisti trovano un antico e innaturale scheletro in una caverna. Uno di loro viene posseduto, gli altri muoiono. Da lì il racconto si sposta ai giorni nostri, in una grigia cittadina del Missouri, dove James Lasombra (James Badge Dale), ex poliziotto segnato da un tragico lutto, accetta di indagare sulla misteriosa scomparsa di Amanda, la figlia della sua amica Nora (Marin Ireland). Le tracce della ragazza sembrano ruotare attorno a una leggenda metropolitana, quella dell'Uomo Vuoto. In pratica, se cammini su un ponte deserto, trovi una bottiglia vuota, ci soffi dentro e pensi all'Uomo Vuoto, la prima notte lo senti, la seconda lo vedi e la terza ti trova. Quella che sembra la classica bravata tra teenager si trasforma rapidamente in una discesa nei meandri di una setta filosofico-religiosa che venera il vuoto cosmico, trascinando l'investigatore in un labirinto dove la realtà non è mai davvero quella che sembra.
Il problema principale, ma volendo anche il fascino del film, è la sua natura schizofrenica. Si parte con un prologo himalayano di quasi mezz’ora, che la Disney avrebbe volentieri amputato, secondo quanto dichiarato dallo stesso Prior. Un’apertura claustrofobica, gelida, costruita su un senso di isolamento e minaccia crescente, che potrebbe tranquillamente funzionare come un cortometraggio horror autonomo.
Poi si arriva ai giorni nostri e The Empty Man diventa sostanzialmente tre film cuciti insieme. All'inizio sembra di assistere al classico horror da leggenda urbana, quello dei teenager che evocano l'entità sbagliata e ne pagano le conseguenze. Poi la pellicola sterza bruscamente e si trasforma in un thriller investigativo cupo e ossesivo, vicino alle atmosfere di Zodiac o Seven, per intenderci. Si respira un'ottima regia, la fotografia è plumbea ed elegante, e la ricerca degli indizi riesce a catturare l’attenzione.
Infine arriva il terzo atto, con le sue derive metafisiche, e il film abbandona qualsiasi pretesa di spiegazione razionale per tuffarsi in un horror concettuale che attinge all'orrore cosmico lovecraftiano, alla filosofia del tulpa tibetano e a certi incubi bergmaniani sull'identità e sul vuoto.
Complessivamente, The Empty Man è un film dalle evidenti potenzialità, ma vittima di una post-produzione travagliata e di un'ambizione eccessiva, risulta parecchio discontinuo e troppo lungo. Prior costruisce immagini fredde, pulite, inquietanti, con soluzioni stilistiche interessanti e un gusto visivo che richiama i thriller alla David Fincher, contaminandoli con suggestioni horror cosmiche e j-horror. Il problema è che, alla fine, il tutto sembra assemblato a scompartimenti più che in modo davvero omogeneo.
Il finale è volutamente aperto, criptico, più enigmatico che risolutivo. Non offre risposte né spiegazioni, lasciando lo spettatore con la strana sensazione di aver assistito a un'opera irrisolta ma allo stesso tempo coraggiosa, puntando sul fatto che il male non arrivi da fuori, ma dal vuoto che abbiamo dentro.
Un film che vale la pena di vedere, ma con la giusta predisposizione.
Event Horizon - Punto di non ritorno
di Paul W. S. Anderson
Per quanto mi riguarda, subito dopo Alien, Punto di non ritorno (Event Horizon) resta uno dei fanta-horror a cui sono più affezionato. Non il più perfetto, non il più elegante, non quello scritto meglio. Però uno di quei film che, a distanza di anni, continuano a restare lì, incastrati in qualche angolo buio della memoria.
Diretto da Paul W. S. Anderson nel 1997, Event Horizon alla sua uscita venne accolto malissimo, o quasi. Critica fredda, pubblico non proprio entusiasta, incassi deludenti, produzione complicata e una mitologia cresciuta negli anni intorno alla famosa versione tagliata, più lunga, più estrema e probabilmente perduta per sempre. Insomma, tutto il necessario per trasformare un flop in uno dei cult più amati e discussi degli anni novanta.
Anno 2047. La nave di soccorso Lewis and Clark, guidata dal capitano Miller (Laurence Fishburne), viene inviata nei pressi di Nettuno per indagare sulla ricomparsa improvvisa della Event Horizon, un’astronave sperimentale scomparsa sette anni prima durante il suo viaggio inaugurale. A bordo della missione c’è anche il dottor Weir (Sam Neill), il fisico che ha progettato il motore sperimentale dell'Event Horizon, un sistema capace di piegare lo spazio-tempo generando un buco nero artificiale per trasportare istantaneamente la nave da un punto all'altro dell'universo.
Una volta raggiunta la nave fantasma, l'equipaggio scopre che l'Event Horizon non era semplicemente sparita. Non è andata dall'altra parte dell'universo, ma ha varcato la soglia di un altra dimensione, malvagia e infernale, portandosi dietro qualcosa di terrificante che si nutre del dolore e trasforma i sensi di colpa in visioni e follia.
L'idea di partenza non è il massimo dell’originalità, ma all'epoca il film mi scosse parecchio. Sarà che mi aspettavo qualcosa di più vicino a Star Trek che a un incrocio malsano tra Alien, Hellraiser e una casa infestata dispersa nello spazio profondo. Invece Event Horizon si rivelò da subito qualcosa di più cupo e disturbante, una discesa nella follia travestita da missione di salvataggio, dove la tecnologia non spalanca le porte del futuro, ma quelle dell’inferno.
Addirittura, alcuni hanno ipotizzato che la dimensione in cui finisce la Event Horizon potrebbe essere proprio quella di Hellraiser, un luogo di carne, tortura e dannazione che intravediamo solo in pochi frammenti. Ed è davvero un peccato non poter vedere la famosa director’s cut, con le sequenze più truculenti e audaci eliminate in fase di montaggio. Da quello che si legge, alcune scene comprendevano personaggi con arti amputati reali e attori porno reclutati per rendere più disturbanti e realistiche le sequenze di violenza di massa. Materiale che, probabilmente, avrebbe reso il film ancora più estremo, ma anche più coerente con il suo immaginario infernale.
Oltre all’opera di Clive Barker, tra i riferimenti più evidenti ritroviamo ovviamente Alien, nella struttura della missione spaziale che si trasforma in incubo claustrofobico. Ma c’è anche Solaris, almeno nell’idea dei fantasmi interiori che tornano a perseguitare i personaggi, così come Shining, con quel luogo infestato che manipola chi lo abita, si nutre delle sue fragilità e lo spinge lentamente verso il collasso. Insomma, un film assolutamente derivativo, ma dotato di un'atmosfera opprimente, di un’estetica quasi gotica e di una cattiveria per l’epoca sorprendente, che ancora oggi conserva un fascino notevole.
Certo, rivisto oggi i difetti sono evidenti. Non solo per quel senso di incompletezza derivante da una produzione frettolosa, che ha compresso, tagliato e probabilmente mutilato il film, ma anche per una scrittura piuttosto debole, con personaggi poco caratterizzati e un finale non del tutto all’altezza delle premesse. Il passaggio dalla suggestione cosmica all’horror più fisico e diretto finisce infatti per togliere al film parte del suo mistero. La prima metà promette qualcosa di enorme e quasi metafisico, mentre la seconda tende a chiudere tutto dentro coordinate più convenzionali.
Event Horizon è un film non del tutto riuscito, forse anche rovinato dalla sua stessa produzione, ma nella sua imperfezione rimane affascinante. All'epoca mi impressionò parecchio. Rivisto oggi, è chiaro che non siamo davanti a un capolavoro della fantascienza, ma per me resta un piccolo cult che, con il suo immaginario disturbante, quell'orrore cosmico alla Lovecraft di cui sono sempre stato appassionato, ha lasciato un segno, più di tanti altri blockbuster spaziali dell'epoca.
Film
Host - Chiamata mortale
di Rob Savage
Ai tempi del lockdown del 2020 sarà capitato a molti di fare quei finti aperitivi in videochiamata, magari brindando contro la webcam con un calice di vino, convinti che fosse un’ottima idea per sconfiggere la noia. Ecco, Rob Savage, giovane regista britannico immerso nella stessa identica situazione, decise di trasformare proprio la videochiamata in uno strumento creativo e produttivo. Unendo il terrore dell’isolamento al soprannaturale demoniaco, realizza così Host (da noi con l'originale sottotitolo Chiamata mortale). Girato in sole dodici settimane, con gli attori costretti a improvvisarsi cameraman, macchinisti e rumoristi sotto la direzione del regista via chat, il film (a tutti gli effetti un mediometraggio visto la breve durata) è, detta in soldoni, una seduta spiritica su Zoom ai tempi del lockdown finita malissimo.
Sei amici, per lo più ragazze, distanti fisicamente ma unite dallo schermo di un computer, decidono di spezzare la routine della quarantena ingaggiando Seylan, una medium che conduce sedute spiritiche a distanza. L’atmosfera è quella classica dell’aperitivo serale. C’è chi è curiosa, chi scettica, chi è già alla seconda birra e non prende la faccenda troppo sul serio. Quando una delle ragazze commette l’imperdonabile errore di deridere il rituale, inventando una storia di sana pianta, finisce per aprire una porta che sarebbe stato molto meglio lasciare chiusa. Da quel momento, le sei ragazze iniziano a notare presenze nelle proprie case, oggetti che si muovono da soli, rumori inesplicabili. E la serata tra amici prende decisamente una brutta piega.
La cosa interessante di Host è che prende una limitazione produttiva e la trasforma nel suo linguaggio. Gli attori recitano dalle proprie abitazioni, usando spazi, computer e oggetti reali, e questo dà al film una credibilità immediata. Non sembra un set travestito da casa, ma una vera videochiamata tra persone chiuse nei propri appartamenti, con tutto il disagio, l’imbarazzo e la familiarità del caso. Le finestre di Zoom diventano stanze, cornici, piccole trappole domestiche. Il riferimento a Paranormal Activity e ai suoi epigoni è evidente, ma qui la videocamera fissa viene sostituita dalla griglia delle webcam. Ogni riquadro è un ambiente chiuso, ogni sfondo una possibile minaccia. Lo spettatore è costretto a scrutare l’immagine, a cercare un'ombra, una porta che si apre, un dettaglio fuori posto.
Dentro i limiti che si è dato, il film funziona. L’orrore non nasce solo dalla presenza demoniaca evocata durante la seduta, ma soprattutto dall’impotenza. I personaggi si vedono, si sentono, urlano, ma non possono davvero aiutarsi. Sono insieme e allo stesso tempo soli, ognuno intrappolato nella propria casa. Ognuno nel proprio riquadro.
Il punto debole è che, sul piano narrativo, Host non inventa quasi nulla. La seduta spiritica finita male, il demone evocato per leggerezza, gli oggetti che si muovono, le presenze alle spalle, i rumori improvvisi. Siamo in un territorio molto riconoscibile, e i personaggi restano appena abbozzati.
Eppure il film ha il grande pregio di non annoiare mai. È piccolo, rapido, essenziale, costruito con pochi mezzi e una serie di jumpscare dosati con intelligenza. Non rivoluziona il genere e non ha grandi profondità psicologiche, ma fa esattamente quello che deve fare. In meno di un’ora trasforma la videochiamata di gruppo, con le sue connessioni instabili e la sua triste familiarità da pandemia, in qualcosa di davvero inquietante.
Nulla di nuovo, certo, ma efficace.
Brazil
di Terry Gilliam
Un vero capolavoro. Uno dei miei film preferiti in assoluto.
Brazil, diretto da Terry Gilliam nel 1985, è uno di quei film che sembrano contenere un intero immaginario, un mondo chiuso, soffocante, assurdo eppure terribilmente familiare. Fin dalla prima volta che l'ho visto ci ho trovato condensato tutto ciò che amavo: la fantascienza distopica alla 1984 di Orwell, gli incubi kafkiani della burocrazia e dei regimi totalitari, la fantasia e il sogno come ultima forma di evasione. Il tutto attraversato da un'ironia nerissima e da un gusto per il grottesco a tratti esasperato.
La cosa buffa è che solo oggi mi sono visto la director’s cut, quella di quasi due ore e mezza. La prima volta che ho visto il film, e anche le volte successive, tra vecchie VHS e DVD, avevo probabilmente tra le mani la versione americana ridotta, ma comunque quella con il finale tragico. Non la versione buonista, la cosiddetta "Love Conquers All", realizzata dal boss della Universal Sid Sheinberg senza il consenso di Gilliam, eliminando molte sequenze oniriche e lasciando un lieto fine con il protagonista che fugge felice con la sua amata.
In un futuro senza data, o meglio, in un futuro immaginato dal passato, Sam Lowry (Jonathan Pryce) è un piccolo funzionario del Ministero dell’Informazione, un uomo grigio, mite, abbastanza insignificante, immerso in un mondo dominato da moduli, timbri, tubi, uffici claustrofobici, pratiche da compilare e responsabilità scaricate da un reparto all'altro. La sua vita scorre dentro una routine burocratica senza senso, trovando rifugio nei sogni, dove diventa un guerriero alato pronto a salvare una donna misteriosa.
Tutto precipita quando un errore amministrativo, causato letteralmente da un insetto finito nel meccanismo di una stampante, porta all'arresto e alla morte di un innocente al posto di un terrorista. Sam, nel tentativo di correggere l'errore e di rintracciare la donna dei suoi sogni, che esiste davvero e si chiama Jill Layton (Kim Greist), scivola fuori dai margini rassicuranti della sua mediocrità e finisce per essere risucchiato nella stessa macchina burocratica che ha sempre servito.
La forza del film è che ancora oggi risulta visivamente affascinante perché la sua scenografia retrofuturista, volutamente artigianale, posticcia e analogica, lo rende impossibile da collocare temporalmente. Nel mondo di Sam Lowry non esistono schermi digitali piatti o sofisticate intelligenze artificiali. Tutto si muove attraverso enormi tubi di aerazione che spuntano dai muri, lenti d’ingrandimento montate davanti a minuscoli monitor a tubo catodico, montagne di carta, documenti, faldoni e moduli.
È un futuro anacronistico che non assomiglia davvero a nessuna epoca precisa e proprio per questo non invecchia. O almeno invecchia molto meno di tanta fantascienza legata all'idea di futuro tecnologico del proprio tempo.
Brazil è un film su Orwell, su Kafka, sulla burocrazia come strumento di oppressione, ma filtrato attraverso l’umorismo surreale dei Monty Python. Pensiamo ad Archibald "Harry" Tuttle, interpretato da Robert De Niro, tecnico clandestino che entra nelle case per riparare condizionatori guasti senza rispettare le norme burocratiche imposte dal sistema. Lo fa gratis, per il puro gusto di trasgredire le regole e scontrarsi con i tecnici governativi ottusi e minacciosi interpretati da Bob Hoskins e Derrick O'Connor. Oppure pensiamo alla madre di Sam, ossessionata dalla chirurgia estetica e dal desiderio di sembrare sempre più giovane, mentre la sua amica, affidatasi a un altro chirurgo, appare progressivamente fasciata, claudicante e deformata, minimizzando tutto con disinvoltura. C’è una comicità pungente e irresistibile che convive con una violenza improvvisa e agghiacciante, come le bombe che esplodono nei ristoranti di lusso mentre si continua a discutere di menu e ritocchi al viso. Il film vive proprio su questo cortocircuito tra tragico e ridicolo, tra orrore autentico e commedia nera portata quasi al'assurdo. È quel tipo di satira che ti mette a disagio, perché mostra un’umanità totalmente assuefatta, incapace persino di riconoscere i propri aguzzini.
Gilliam firma uno spettacolo visionario titanico, sospeso tra il rigore geometrico di Metropolis di Fritz Lang, le atmosfere oppressive del cinema espressionista, il cinismo distopico di Orwell e la sfilata di maschere grottesche tipica del cinema di Federico Fellini. Non a caso avrebbe voluto chiamare il film 1984 ½, prima che il titolo diventasse Brazil, richiamando il celebre tema musicale di Ary Barroso, fischiettato e ripreso più volte nel corso della pellicola.
Rivisto oggi nella sua versione definitiva, Brazil mostra forse qualche eccesso. La parte finale può risultare un po' confusa e alcune situazioni vengono tirate per le lunghe. È un film enorme, barocco, debordante, a tratti quasi divorato dalla propria immaginazione. Ma la sua strabiliante potenza visiva e la sua capacità di trasformare la burocrazia in incubo lo rendono comunque un vero capolavoro, sicuramente il miglior film di Terry Gilliam.
Un'opera caotica, ingombrante, imperfetta nei suoi eccessi, ma talmente ricca, folle e personale da sembrare ancora oggi irripetibile.
Film
Beyond the Black Rainbow
di Panos Cosmatos
Se dovessi stilare una classifica dei film più strani degli ultimi decenni, Beyond the Black Rainbow occuperebbe senza dubbio un posto di rilievo. Diretto nel 2010 da Panos Cosmatos, qui al suo debutto dietro la macchina da presa, il film è una sorta di esperimento estetico, una scheggia visionaria nel panorama della fantascienza indipendente, sospesa tra cinema di genere e videoarte.
Ci troviamo nel 1983, in un futuro immaginato dagli anni settanta che non è mai esistito. All’interno dell'Arboria Institute, una struttura di ricerca all’avanguardia nata per guidare l’umanità verso una nuova era di serenità spirituale ed espansione della coscienza, viene tenuta prigioniera Elena (Eva Allan), una giovane donna dotata di poteri psichici e sottoposta a esperimenti di controllo mentale dal dottor Barry Nyle (Michael Rogers). In questo limbo asettico fatto di corridoi geometrici, luci soffuse e ronzii elettronici, Nyle ha ormai preso il controllo della struttura, fondata anni prima dal dottor Mercurio Arboria (Scott Hylands), trasformando un’utopia new age in una prigione mentale. Quando Elena cercherà di fuggire, Nyle finirà per rivelare la sua vera natura.
Più che un film da seguire attraverso la logica degli eventi, Beyond the Black Rainbow è un’esperienza quasi puramente sensoriale. Dal punto di vista visivo e sonoro, la pellicola è semplicemente ineccepibile. Cosmatos mette in scena un’estetica densa, allucinata, vicina al grindhouse psichedelico ma filtrata attraverso lo sguardo di Alejandro Jodorowsky, il cinema d’avanguardia e le illustrazioni fantascientifiche di Moebius, senza dimenticare i poster lisergici e fluorescenti degli anni settanta. Un vero e proprio trip visivo, un’opera che sembrerebbe perfetta per essere proiettata come installazione in qualche museo di arte contemporanea, o come sfondo ipnotico durante un concerto di musica sperimentale.
L’aspetto sonoro non è da meno ed è un altro elemento fondamentale per l'immersione. Non solo per l’ottima colonna sonora affidata a Sinoia Caves, progetto solista di Jeremy Schmidt dei Black Mountain, che con i suoi sintetizzatori analogici costruisce paesaggi sonori riconducibili ai Tangerine Dream e John Carpenter, ma per l'intero ambiente acustico del film, fatto di ronzii opprimenti, disturbi elettronici e rumori di fondo che contribuiscono a creare un'atmosfera ipnotica, cerebrale e inquietante.
Un atmosfera che richiama da vicino il misticismo spaziale di Solaris o, ancor di più, l'algida grandezza di 2001: Odissea nello Spazio, il tutto però riletto attraverso una lente rétro, asettica e decisamente inquietante.
Tuttavia, c’è un prezzo da pagare per tanta bellezza formale. Tutto, all’interno del film, è estremamente dilatato. La lentezza è così esasperata che la narrazione viene quasi privata di ritmo, al punto che molti potrebbero trovare l’esperienza sospesa tra il contemplativo e il terribilmente noioso, a seconda delle proprie inclinazioni personali. Insomma, se siete stanchi, avete avuto una giornata pesante e decidete di guardarlo sdraiati sul divano, il rischio di addormentarvi è decisamente dietro l’angolo.
Beyond the Black Rainbow potrebbe tranquillamente essere catalogato come videoarte, se non fosse per la presenza di una trama che però rimane davvero flebile. È il classico film che, per essere digerito e compreso meglio, richiede probabilmente una seconda visione, magari supportata da una lettura della sinossi su Wikipedia, così come ho fatto io, giusto per essere sicuri che non sia sfuggito qualche passaggio cruciale. La verità è che, dietro la magnificenza della forma e dello stile, c’è poca sostanza narrativa. Il tema del controllo del corpo, della manipolazione emotiva e dell'abuso di potere è presente, ma resta più suggerito che approfondito. Il film prende l'idea affascinante della ricerca spirituale e della cura attraverso la tecnologia per trasformarla in qualcosa di freddo, autoritario e violento, ma si fa una fatica immensa a empatizzare con i personaggi o a seguire un canovaccio così rarefatto per quasi due ore.
La storia, in sostanza, sembra quasi un pretesto per mettere in scena immagini e suoni. E forse è proprio questo il punto. Se si sceglie di guardare il film come esperienza sensoriale, come visione, appunto, allora Beyond the Black Rainbow appaga l’occhio e stimola i sensi in modo autentico e raro. La sequenza del flashback al 1966, in bianco e nero e ad altissimo contrasto, è da sola un piccolo capolavoro.
In conclusione, ci troviamo di fronte a un lavoro affascinante, magnetico e visivamente potentissimo, ma al tempo stesso esasperante, narrativamente esile e non sempre capace di trasformare le sue potentissime suggestioni in una vera tensione emotiva. È un film in cui la forma diventa essa stessa il contenuto. Una visione estrema, che mi sento di consigliare solo a chi apprezza i film dal forte impianto estetico, la fantascienza indipendente e sperimentale, e l'arte visiva in senso lato. A tutti gli altri, fatevi una bella dormita preventiva. O almeno un caffè.
Film
Harry Potter e la pietra filosofale
di Chris Columbus
Ho iniziato a leggere Harry Potter a mio figlio di nove anni. Un capitolo a sera, come un piccolo rito. Io i libri non li avevo mai letti e la saga cinematografica probabilmente non l'ho neanche terminata. Sicuramente mi mancano gli ultimi due film, forse anche qualcos’altro, ma non ci metterei la mano sul fuoco. Mio figlio non ama particolarmente il genere fantastico, è affascinato dai "mostri" ma ne ha paura. Di solito preferisce le sitcom e le commedie. Eppure, sera dopo sera, è rimasto rapito dal mondo di Hogwarts, e quella lettura è diventata una bellissima esperienza di condivisione. Vedremo come si comporterà quando le atmosfere si faranno più cupe. Appena chiusa l’ultima pagina di Harry Potter e la pietra filosofale, il passaggio all'omonimo film del 2001 diretto da Chris Columbus è stato quasi inevitabile.
La storia, per quei pochissimi che hanno passato gli ultimi venticinque anni chiusi nel sottoscala, segue le traversie di Harry Potter (Daniel Radcliffe), un orfano che nel giorno del suo undicesimo compleanno, dopo aver sempre vissuto con gli zii "babbani", i Dursley, una famiglia ordinaria e crudele, scopre di essere un mago. Ma non un mago qualunque. I suoi genitori sono stati uccisi dal più oscuro dei maghi, Lord Voldemort, e lui, senza sapere come, è sopravvissuto, conservando sulla fronte soltanto una cicatrice a forma di saetta. Da quel momento Harry entra nel mondo di Hogwarts, scuola di magia e stregoneria, dove tra lezioni di incantesimi, partite di Quidditch e corridoi proibiti, si ritrova insieme a Ron Weasley (Rupert Grint) ed Hermione Granger (Emma Watson) coinvolto in un mistero che riguarda una pietra capace di donare l’immortalità.
Letto il libro e visto il film, devo dire che l’adattamento cinematografico del primo capitolo di Harry Potter è assolutamente fedele. Ovviamente più compresso, con qualche taglio qua e là per ovvie ragioni di minutaggio, ma luoghi, dialoghi, personaggi e sequenze restano praticamente invariati. In pratica Chris Columbus ha dato immagine e forma al testo, rimanendo il più possibile aderente al romanzo. Forse solo il nome di alcuni personaggi è cambiato, per esempio Quirrell è diventato Raptor nel film, ma è una sottigliezza.
Il risultato è un film che ricrea visivamente il mondo di Hogwarts grazie all’eccellente lavoro scenografico di Stuart Craig, capace di dare vita a un universo fiabesco, affascinante e pieno di dettagli. Ottima anche la colonna sonora di John Williams, diventata nel tempo uno degli elementi più riconoscibili dell’intera saga.
Ma è il casting la vera forza del film, e forse della saga intera. I professori e i comprimari adulti rasentano la perfezione assoluta. Richard Harris è un Silente saggio ed empatico, anche se mio figlio se lo immaginava più giovane. Maggie Smith, nel ruolo della McGranitt, è la perfetta insegnante giusta ma severa. E poi c’è Alan Rickman. Il suo Piton è già, fin da questo primo capitolo, una delle presenze più memorabili dell'intera saga.
Per quanto riguarda i tre giovani protagonisti, qui alla loro prima esperienza, si vede che sono acerbi e comprensibilmente ancora inesperti. Daniel Radcliffe, nell’immaginario comune, è Harry Potter, ma in questo primo film risulta più iconico che espressivo. La giovane Emma Watson, con quei capelli alla Meg Ryan fine anni ottanta, tende a caricare molto ogni battuta in modo un po' teatrale, ma la sua "leviosa" è diventato uno dei meme più iconici. Rupert Grint, al contrario, mi sembra già più sciolto, perfetto nell’impaccio e nell’ironia involontaria. Tutti e tre li vedremo crescere, non solo nell'età, ma anche come veri e propri attori nei film successivi.
Rivisto oggi, Harry Potter e la pietra filosofale funziona magnificamente come classico racconto di formazione. C’è l'orfano maltrattato che viene proiettato in un mondo dove scopre di avere un’identità, un’eredità, degli amici e un nemico. È una struttura classica, quasi archetipica, ma proprio per questo molto efficace e capace di parlare a un pubblico vastissimo.
Nonostante alcuni effetti speciali oggi un po' datati, ma all’epoca sicuramente spettacolari, Harry Potter e la pietra filosofale resta un film che ti accoglie, ti prende per mano e ti mostra né più né meno il mondo immaginato da Joanne "J.K." Rowling. Non l’avevo ancora nominata, ma è lei la creatrice del maghetto con gli occhiali e del suo fantastico universo. Prima del successo viveva grazie ai sussidi statali. Oggi i libri di Harry Potter sono la saga più venduta al mondo. Altro che svolta.
Ora non ci resta che continuare con La camera dei segreti. L’atmosfera dovrebbe essere ancora abbastanza leggera e fiabesca da non fare troppa paura al nostro cuor di leone. Possiamo quindi metterci comodi per il prossimo capitolo.
Film
Nocturne
di Zu Quirke
Nocturne è un dramma horror psicologico ambientato nel mondo della musica classica, scritto e diretto dall’esordiente Zu Quirke, prodotto da Blumhouse e distribuito nel 2020 su Prime Video. Un film sull’ossessione per il successo, la competitività, la rivalità femminile, e il classico patto con il diavolo nascosto tra le righe.
Juliet (Sydney Sweeney) e Vivian (Madison Iseman) sono due sorelle diciotenni che frequentano una prestigiosa accademia musicale. Entrambe pianiste, ma separate dal talento, o almeno, dalla percezione di esso. Vivian è quella brava, sicura, luminosa, già destinata a qualcosa di importante. Juliet invece è quella rimasta indietro, la sorella meno talentuosa, meno desiderata, meno vista. Vive nella sua ombra, schiacciata da un confronto continuo che negli anni si è trasformato in frustrazione, rancore e senso di inadeguatezza.
Dopo il suicidio di una studentessa particolarmente dotata, Juliet entra in possesso del suo quaderno, pieno di simboli inquietanti, disegni e annotazioni misteriose. Da quel momento qualcosa inizia a cambiare. La sua tecnica migliora, la sua ambizione si fa più aggressiva, il rapporto con la sorella si incrina definitivamente e il confine tra suggestione, allucinazione e intervento soprannaturale diventa sempre più ambiguo.
Tralasciando la parte soprannaturale, secondo me l’aspetto meno riuscito del film, Nocturne (ma perché un titolo del genere?) diventa interessante quando si concentra sull’invidia che logora il rapporto tra le due sorelle, sulla paura di restare ai margini e di sprecare la propria vita nell’anonimato. Nulla che non si sia già visto, sia chiaro. Di film sulla voglia di rivalsa e sul raggiungimento del successo a ogni costo ce ne sono parecchi, ma Quirke riesce comunque a girare con innegabile gusto estetico, costruendo un’atmosfera fredda, controllata e abbastanza opprimente.
Sydney Sweeney, nella parte della giovane fanciulla imbronciata, alla fine se la cava bene, facendo emergere quella miscela di insicurezza, rabbia repressa e ossessione di chi ha passato la vita a guardare la sorella occupare il posto che desiderava. Il suo personaggio non è semplicemente fragile o ambizioso, ma divorato dal bisogno di essere finalmente riconosciuto.
Nocturne è sicuramente un film derivativo. A essere cattivi, potremmo definirlo una brutta copia de Il cigno nero di Aronofsky, ma resta un thriller psicologico dignitoso, curato e capace di lasciarsi guardare senza particolari sussulti. Più che il classico horror con jumpscare e scene terrificanti, è un dramma a tinte soprannaturali, o forse più semplicemente da stress, ansia da prestazione ed eccesso di ansiolitici, dove il vero demone non è il diavolo, ma l’invidia.
Una sufficienza stiracchiata, alla fine, gliela do.
Black Bear
di Lawrence Michael Levine
Black Bear è film indipendente americano del 2020 scritto e diretto da Lawrence Michael Levine. Si tratta di un dramma psicologico metacinematografico, un rompicapo narrativo in due parti, sul desiderio, la gelosia e il processo creativo, girato in una casa sul lago delle Adirondack. Un'operazione indubbiamente coraggiosa che, fin dai primi minuti, mette in chiaro le proprie intenzioni: spiazzare, confondere e, forse, persino indispettire.
Allison, interpretata da Aubrey Plaza, è una regista che arriva in una casa sul lago per lavorare a un nuovo progetto e ritrovare l'ispirazione perduta. Ad accoglierla ci sono Gabe (Christopher Abbott) e Blair (Sarah Gadon), la sua compagna incinta, con la quale il rapporto sembra tutt'altro che idilliaco. Quella che dovrebbe essere una tranquilla convivenza rurale si trasforma rapidamente in un gioco al massacro psicologico fatto di attrazione, gelosia e provocazione. Improvvisamene, quando la tensione raggiunge un punto di non ritorno, il film riparte da capo. Gli stessi protagonisti si ritrovano su un set a interpretare una variazione del triangolo iniziale, ma con ruoli invertiti. Questa volta Gabe è il regista del film, Allison è sua moglie e l'attrice protagonista, mentre Blair diventa una collega sul set. Gabe manipola deliberatamente Allison, alimentando la sua gelosia verso Blair, per spingerla oltre il limite e strapparle la migliore performance possibile.
La domanda che si pone lo spettatore è inevitabile: la seconda parte è la realtà, una sceneggiatura, un ricordo deformato, l’ispirazione per la storia raccontata nella prima metà, oppure tutte queste cose insieme? Visto l’epilogo, con Allison sola sul molo davanti al lago, nella stessa immagine che apre entrambe le parti, forse tutto ciò che abbiamo visto non è altro che il suo processo creativo interiore. Probabilmente la forza dell'opera di Levine sta proprio nel non offrire una risposta definitiva. E proprio lì si trovano sia il fascino sia il limite del film.
Fondamentalmente Black Bear affronta il tema della coppia tossica, della manipolazione, del dolore trasformato in materiale narrativo. Solo che tutti questi strati di significato, insieme all’audacia della sceneggiatura e alla decostruzione del processo creativo, mi restituiscono anche la sensazione di un esercizio di stile un po’ troppo intellettuale e autoreferenziale.
Il vero punto di forza è senza dubbio Aubrey Plaza. Nella seconda parte, in particolare, l’attrice si abbandona a una performance fisicamente ed emotivamente totalizzante, in cui il suo stato alterato dall’alcol porta a chiedersi se stia davvero recitando o se sia ubriaca sul serio. Una performance metacinematografica dentro un film in cui realtà e finzione si confondono in perfetto equilibrio.
Black Bear resta un esperimento originale e indubbiamente sopra la media per coraggio formale. Un film drammatico, ma attraversato da un umorismo nero che emerge soprattutto nella seconda parte. Un’opera che vuole provocare lo spettatore, in cui la violenza emotiva, le dinamiche di coppia tossiche, la gelosia e il tradimento vengono affrontati attraverso una messa in scena che gioca molto sull’ambiguità e sul ribaltamento dei ruoli femminili. Mi viene da chiedermi se l'orso nero non rappresenti l'uomo: il maschilista dichiarato, il manipolatore egocentrico, il traditore, la parte più istintiva e feroce dell’essere umano. Vabbè, il periodo storico è questo, noi maschietti dobbiamo farcene una ragione.
Affascinante, ma con riserva.
Film
Pecore sotto copertura
di Kyle Balda
Ogni tanto una piccola pausa dagli horror disturbanti e dai thriller dalle atmosfere inquietanti ci vuole. Giusto per riprendere fiato.
Pecore sotto copertura, titolo italiano scelto per The Sheep Detectives, a prima vista sembrerebbe la solita commediola innocua per famiglie. Invece, finito il film, sono uscito dalla sala con qualcosa in più di una sana e terapeutica leggerezza.
Diretto da Kyle Balda, regista dei Minions e di Cattivissimo me 3, il film è tratto da Glennkill, bestseller del 2005 della scrittrice tedesca Leonie Swann, pubblicato in Italia da La nave di Teseo. La sceneggiatura è firmata da Craig Mazin, già autore della serie The Last of Us, uno capace di passare dall'apocalisse zombie a un film su un gruppo di pecore investigatrici con estrema disinvoltura.
George Hardy, interpretato da Hugh Jackman, è un pastore burbero e schivo che vive isolato tra le dolci colline della campagna inglese, nei pressi della fittizia cittadina di Denbrook. La sua unica compagnia è il gregge, che cura con amore e a cui ha dato un nome a ciascuna pecora. Ogni sera George legge ad alta voce romanzi gialli, convinto che le sue pecore non capiscano una sola parola. Si sbaglia di grosso.
Le pecore non solo capiscono tutto, ma ogni notte, quando il pastore va a dormire, discutono di indizi, moventi e sospetti con un’acume degno di un circolo letterario specializzato in crime fiction. Quando George viene trovato morto in circostanze sospette, il gregge decide di mettere in pratica tutto quello che ha imparato dai gialli e prova a risolvere il caso, anche perché il poliziotto locale sembra tutt’altro che preparato a gestire un omicidio.
L'idea di partenza è assurda e fa ridere già così, ma il film non si limita alla trovata comica delle pecore detective. La usa invece per parlare di lutto, memoria, perdita, comunità e accettazione. È un film che intrattiene, capace di divertire i bambini, ma allo stesso tempo riesce a toccare corde emotive più adulte.
La sua vera forza sta proprio nell’equilibrio. Da una parte c’è il classico giallo alla Agatha Christie, con sospetti, moventi nascosti, tracce disseminate e un mistero più elaborato di quanto ci si potrebbe aspettare da un film con pecore parlanti. Dall'altra c’è la commedia familiare alla Babe, maialino coraggioso, con gli animali che osservano il mondo umano con un misto di affetto, ingenuità e sconcerto. Le pecore, però, non sono semplici macchiette messe lì per accumulare gag demenziali alla Shaun vita da pecora. Ognuna ha un carattere preciso, una funzione narrativa diversa e una propria emotività. Poi c’è il racconto di formazione, perché il percorso del gregge non è soltanto un’indagine, ma una presa di coscienza collettiva. È il momento in cui queste creature abituate al quieto vivere scoprono che il mondo fuori dal pascolo è più complesso, doloroso e pericoloso di quanto immaginassero. E che certe ferite, prima o poi, vanno guardate in faccia.
Hugh Jackman, nel ruolo del pastore George, si porta dietro qualcosa del suo Wolverine. È solitario, ferito, burbero per autodifesa, e questo si adatta perfettamente a un uomo che ha scelto le pecore perché con gli esseri umani, forse, non sa più bene come stare. Emma Thompson fa una comparsa breve ma impeccabile, come ci si aspetta da lei, mentre la CGI funziona molto bene, evitando l’effetto dell’animale digitale troppo simpatico, troppo finto e troppo costruito per piacere a tutti i costi.
Pecore sotto copertura si rivela così una commedia molto carina, un giallo pastorale divertente ma anche dolce e malinconico, in cui le pecore non risolvono soltanto un omicidio, ma imparano a fare i conti con l’assenza di chi le ha amate. Una piccola favola sulla perdita, sulla memoria e su quel bisogno ostinato di andare avanti anche quando il nostro piccolo mondo sicuro si è spezzato.
Film
The Descent - Discesa nelle tenebre
di Neil Marshall
Il buio pesto, l’aria che si fa improvvisamente rarefatta, le pareti di roccia che sembrano stringersi attorno al petto fino a togliere il respiro. Per chi soffre anche solo un minimo di claustrofobia, assistere alla messa in scena di un’esperienza del genere provoca già un senso di disagio e oppressione difficili da scrollarsi di dosso. È la sensazione che ho provato quando ho visto per la prima volta The Descent - Discesa nelle tenebre, il film diretto dall'inglese Neil Marshall nel 2005.
Il film segue un gruppo di sei donne, dinamiche e avventurose, che un anno dopo un trauma personale vissuto da Sarah (Shauna Macdonald), si ritrovano per una spedizione speleologica negli Appalachi. La discesa nelle viscere della terra, che doveva essere un’iniezione di adrenalina e solidarietà femminile, si trasforma in un incubo quando un crollo improvviso sigilla l’unica via d’uscita nota e il gruppo scopre di trovarsi in una grotta non mappata. Disorientate, intrappolate nel silenzio millenario della pietra e con le torce che iniziano inesorabilmente a scaricarsi, le protagoniste scoprono di non essere sole. In quell’oscurità perenne si aggirano creature sotterranee cieche e feroci.
Il film di Neil Marshall si inserisce perfettamente nel clima cinematografico dei primi anni duemila, dominato dal torture porn, dalla violenza esplicita e dalla lunga sfilza di remake americani dei J-horror. Eppure, pur non risparmiando sangue, ossa fratturate che bucano la pelle e corpi martoriati, The Descent si distacca dalla massa perché, prima ancora che arrivino i mostri, funziona già come film di paura.
La struttura è costruita in due tempi ben distinti. La prima metà parte quasi dalle atmosfere di Un tranquillo weekend di paura, sostituendo però il machismo degli anni settanta con un gruppo di donne forti, atletiche e intraprendenti. Quando l’azione si sposta sottoterra e l'eccitazione dell'avventura si degrada progressivamente in angoscia pura, il film lavora sulla claustrofobia, sulla perdita di orientamento e sullo sfaldamento del gruppo. Poi la storia cambia pelle e, con l’entrata in scena delle creature talpoidi, i crawlers, diventa una sorta di Alien sotterraneo, dove i cunicoli non sono più solo un labirinto, ma una trappola mortale. Gli esseri che li abitano sono ciechi, ma dotati di udito e olfatto affinatissimi, perfettamente adattati a cacciare nell’oscurità assoluta.
Ma non sono i mostri il vero centro del film. The Descent non è solo un racconto di sopravvivenza, perché la discesa, più che fisica, è anche psicologica. Il film parla di trauma. Sarah entra nella grotta già spezzata dalla morte del marito e della figlia, e quella discesa nelle viscere della terra diventa una sorta di regressione in un luogo mentale, un ventre roccioso e infernale in cui il dolore prende forma. Poi c’è il tema dell’amicizia femminile incrinata. Il gruppo non è unito come sembra. Juno (Natalie Mendoza) trascina le altre in una grotta non dichiarata, più per ego, senso di colpa o bisogno di controllo che per puro spirito d’avventura. Il segreto della relazione con il marito di Sarah aggiunge una frattura melodrammatica che nel finale esplode in vendetta, tradimento e abbandono. Alla fine Sarah, da donna ferita e vulnerabile, si trasforma in una creatura primitiva e selvaggia quasi quanto gli esseri che la inseguono.
Da notare che il finale distribuito in Europa è diverso da quello americano. Quello europeo è più amaro, più coraggioso, e trasforma l’intero film in qualcosa di più complesso di un semplice survival horror.
The Descent non sarà un film originalissimo. La grotta, il trauma psicologico, i mostri, la classica final girl immersa in un bagno di sangue sono archetipi ben noti. Tuttavia, grazie anche all’ottimo sound design e alla bellissima fotografia di Sam McCurdy, il film riesce davvero a trasmettere un disagio fisico, una tensione claustrofobica difficile da scrollarsi di dosso. A distanza di quasi vent'anni, resta senza troppi dubbi uno dei migliori horror degli anni duemila.
Film
Backrooms
di Kane Parsons
Sono sempre stato attratto dagli spazi liminali, quei luoghi di confine e di transito pensati per essere attraversati, non vissuti. Corridoi d’albergo, aeroporti semivuoti, sale d’attesa spoglie, parcheggi sotterranei, uffici deserti. Da ragazzino, quando mi dilettavo a fare fotografie, andavo spesso alla ricerca di ambienti del genere. Spazi che, una volta svuotati della normale presenza umana, trasmettevano un misto di malinconia, disagio e inquietudine.
Le Backrooms nascono proprio da quella sensazione lì. Tutto ha avuto inizio con una fotografia comparsa su internet nel 2019 che ritraeva una stanza gialla, anonima, con moquette, carta da parati e luci fluorescenti, accompagnata da poche righe: "se scivoli fuori dalla realtà nei posti sbagliati, finisci nelle Backrooms". Il post divenne virale quasi subito, dando vita a una vera e propria leggenda metropolitana su questi luoghi di transizione svuotati di umanità fatta di racconti, immagini, teorie e deviazioni più o meno riuscite.
La vera svolta, però, arriva grazie al talento visivo del giovanissimo Kane Parsons, quando su YouTube nel 2022, con lo pseudonimo di Kane Pixels, pubblicò un cortometraggio intitolato The Backrooms (Found Footage). Parsons, all'epoca sedicenne, con pochi strumenti (Blender e Adobe After Effects) e una padronanza visiva sorprendente per la sua età, trasformò la creepypasta in una serie di corti fatti di corridoi infiniti, stanze vuote ed entità indefinibili, capaci di accumulare decine di milioni di visualizzazioni.
Un successo talmente dirompente da attirare l’attenzione di A24 e di produttori come James Wan, che nel 2026 hanno deciso di scommettere su quel ragazzo ormai poco più che ventenne, portando sul grande schermo l’angosciante labirinto infinito delle Backrooms.
La storia è ambientata nel 1990 e ruota attorno a Clark (Chiwetel Ejiofor), un ex architetto che gestisce un mobilificio ormai sull’orlo del fallimento e che trascorre le sue giornate tra alcol, rimpianti e frustrazione. In terapia dalla psicologa Mary (Renate Reinsve), anche lei segnata da un passato traumatico, Clark scopre nel seminterrato del suo negozio un passaggio impossibile, una soglia che conduce a un labirinto infinito di stanze giallastre, corridoi identici, luci fluorescenti e ambienti apparentemente privi di logica. Ossessionato dalla scoperta, l’uomo decide di esplorare sempre più a fondo quello spazio, fino a sparire misteriosamente. Mary si mette sulle sue tracce e, quando capisce che ciò che Clark raccontava era reale, finisce a sua volta intrappolata insieme a lui in un labirinto senza tempo, abitato da presenze indefinibili e da imitazioni grottesche dell’essere umano.
Portare al cinema un’idea nata su internet, che vive soprattutto di atmosfera e suggestione e non ha bisogno di troppe spiegazioni, non è affatto una sfida semplice. Costruirci sopra una struttura narrativa da novantacinque minuti, con coordinate precise, una storia e dei personaggi, significa esporsi quasi inevitabilmente al rischio di disattendere le aspettative.
Il risultato è un film che, quando funziona, è davvero notevole. E quando non funziona, sai esattamente perché. Un’opera che si muove continuamente tra due spinte opposte: da una parte la libertà perturbante dell’immaginario originale, dall’altra la necessità di diventare un racconto cinematografico compiuto.
Backrooms è un fantahorror concettuale che si muove tra il found footage più sporco e la geometrica, glaciale inquietudine del J-horror (guardatevi, in questo senso, anche Exit 8). Visivamente, quando il film si immerge in quei corridoi infiniti e silenziosi - realizzati non in 3d ma con delle scenografie reali - diventa un’esperienza quasi ipnotica. Per certi versi mi ha ricordato il romanzo Casa di foglie di Danielewski, ma se lì era una casa a moltiplicarsi all’infinito, qui troviamo uffici, negozi, corridoi commerciali, sale riunioni, magazzini. Spazi vuoti, apparentemente familiari, ma attraversati da qualcosa di storto. Una porta dove non dovrebbe esserci, un mobile nel posto sbagliato, una stanza che replica un’altra stanza secondo una logica difettosa. È un incubo architettonico fatto di superfici anonime, geometrie ripetute e silenzi che sembrano osservarti. Poi ci sono le entità che popolano questo vuoto, creature che sembrano partorite da memorie di una realtà distorta. Imitazioni malriuscite dell’essere umano, copie di copie di copie, sempre più distorte man mano che ci si addentra nel labirinto.
Ed è qui che il film suggerisce la sua lettura più interessante, quella che, a mio avviso, è anche la chiave più affascinante con cui ho interpretato le Backrooms. Non sono uno specchio della mente umana, né una semplice metafora dei traumi psicologici dei protagonisti, come in parte sembrerebbe suggerire il film. Sono piuttosto la rappresentazione cinematografica più spaventosa di un’Intelligenza Artificiale fuori controllo. Un sistema che cerca di copiare la realtà, ma lo fa partendo da copie di copie, finendo per distorcerla fino al collasso. Un po’ come nel gioco del telefono senza fili, dove una frase, passando di bocca in bocca, perde senso, si deforma, diventa qualcos’altro. Se un’intelligenza artificiale continuasse ad addestrarsi sui propri stessi output, generazione dopo generazione, finirebbe per produrre errori sempre più profondi, immagini sempre più deformi, testi sempre più privi di coerenza.
Le Backrooms sembrano esattamente questo: il collasso del modello. "Il disegno di un cane fatto da qualcuno che non ha mai visto davvero un cane", ma solo altri disegni di cani venuti male. Un mondo che tenta disperatamente di replicare l’architettura umana, fallendo in modo grottesco.
Se questo concetto, almeno per come la vedo io, funziona a meraviglia, il problema è che il film sembra non fidarsi abbastanza della propria intuizione e sente il bisogno di appesantirla con i disagi psicologici dei protagonisti. Una scelta che non solo risulta ridondante, ma alla lunga anche controproducente. Il passato traumatico di Mary, interpretata da una Renate Reinsve che ce la mette tutta ed è encomiabile al suo debutto nell’horror, aggiunge poco o nulla al cuore del racconto. Allo stesso modo, la parabola evolutiva di Clark, con un Chiwetel Ejiofor un po' sacrificato, soffre di un’accelerazione troppo brusca per risultare davvero credibile. Si capisce perfettamente che l'intenzione è quella di dare spessore emotivo ai protagonisti, renderli più vicini al pubblico, trasformare il labirinto in uno specchio delle loro ferite. Ma è proprio qui che il film diventa meno interessante. Quando prova a legare tutto a una spiegazione emotiva e psicologica più convenzionale.
Nonostante queste debolezze, Backrooms resta un’opera interessante, capace di intercettare il disorientamento digitale, la perdita di senso, la copia infinita, la realtà che si svuota e viene ricostruita male. È un film che probabilmente funziona soprattutto come esperienza, sicuramente imperfetto, a tratti acerbo, forse anche troppo ambizioso per la sua struttura narrativa, ma attraversato da una forma di inquietudine davvero contemporanea.
È il cinema dell’incubo generato, della realtà copiata male, del corridoio che continua anche quando dovrebbe finire.
Uscendo dalla sala, subito dopo i titoli di coda, devo aver imboccato per sbaglio un’uscita di sicurezza. Nel giro di pochi secondi mi sono ritrovato proprio in uno di quegli spazi di confine, un corridoio vuoto, luci fredde, porte anonime. Per un attimo mi stava venendo un accidente.
Film
Il figlio di Frankenstein
di Rowland V. Lee
Nel 1939 la Universal Pictures decide di risvegliare il suo mostro più famoso portando sugli schermi Il figlio di Frankenstein. Diretto dal giovane Rowland V. Lee, il film è il terzo capitolo della serie dedicata alla creatura, dopo Frankenstein del 1931 e La moglie di Frankenstein del 1935.
Wolf von Frankenstein (Basil Rathbone), figlio del celebre Henry, torna con moglie e figlio nel castello di famiglia, dove viene accolto da un villaggio ostile e terrorizzato dal nome Frankenstein. Nel tentativo di riabilitare la memoria del padre, Wolf finisce per ritrovare il Mostro (Boris Karloff), ormai in stato comatoso, custodito e manipolato da Ygor (Bela Lugosi), un fabbro deforme sopravvissuto all’impiccagione. Convinto di poter correggere gli errori paterni, Wolf riporta in vita la creatura, ma scopre presto che il Mostro obbedisce solo a Ygor.
Se Frankenstein era il mito della creazione e La moglie di Frankenstein una ballata romantica e grottesca, Il figlio di Frankenstein è un superbo esercizio di stile e atmosfera. Il merito va soprattutto alla scenografia di Jack Otterson, che con pareti oblique, scale deformate, ombre nette e ambienti costruiti come se appartenessero a una scala sbagliata, riprende l’estetica dell’espressionismo tedesco puntando su un gotico cupo, teatrale e geometrico.
Più che il figlio o la creatura stessa, il personaggio più riuscito è proprio Ygor, un pastore gobbo con il collo spezzato e i denti marci, che da semplice servitore deforme si trasforma in un manipolatore tragico e vendicativo. Il merito è di un grande Bela Lugosi, che in quel periodo non se la passava molto bene economicamente, capace di costruire Ygor con una fisicità straordinaria. La postura ricurva, gli occhi sempre un po’ troppo mobili, quel modo di appoggiarsi al bastone come se stesse per fare una confidenza sgradevole. Non è un caso che molti considerano questa la sua seconda performance più iconica dopo Dracula.
Boris Karloff, nei panni del Mostro, non parla più. La voce era stata una delle intuizioni più coraggiose di Whale in La moglie di Frankenstein. Qui invece la creatura si muove poco e la sua funzione narrativa è essenzialmente quella di un’arma nelle mani di Ygor. Sarà l’ultima volta in cui Karloff indosserà i panni del Mostro di Frankenstein, convinto che il personaggio non avesse più molto da offrire e che ormai fosse soprattutto il trucco a fare il lavoro.
Nel film troviamo anche l’ispettore Krogh, interpretato da Lionel Atwill, con il suo braccio artificiale di legno, rigido e scattante. Trentacinque anni dopo, Mel Brooks riprenderà il personaggio trasformando proprio quel dettaglio in una delle gag più celebri del suo Frankenstein Junior.
Il figlio di Frankenstein è probabilmente l’ultimo grande Frankenstein della Universal prima del declino qualitativo degli anni successivi. Dopo di lui, la creatura diventerà sempre più una macchietta senza anima, sospesa tra horror, commedia e sfruttamento del marchio, fino ai crossover con Abbott e Costello che segneranno definitivamente la fine dell’epoca d'oro.
Film
Resurrection
di Bi Gan
Il cinema che preferisco è quello dei sognatori. Quello che smette di essere un semplice specchio della realtà e diventa un varco aperto verso la memoria, la mente, le immagini che ci abitano anche quando non sappiamo da dove arrivano. Un cinema che non si limita a raccontare il mondo, ma prova a ricrearlo come fosse un sogno, con le sue regole misteriose, le sue deviazioni e le sue apparizioni.
Resurrection è il terzo lungometraggio del regista cinese Bi Gan, arrivato recentemente nelle sale italiane dopo aver fatto parlare di sé al Festival di Cannes 2025. Pur non conoscendo i suoi lavori precedenti, quando ho visto il trailer e letto qualche commento entusiasta in giro, ho avuto la sensazione che il film mi avesse chiamato. Anzi, che mi avesse scelto.
Il risultato è un’esperienza totalizzante, un’opera complessa e impegnativa che non cerca la complicità immediata dello spettatore, ma pretende il suo abbandono emotivo.
In un futuro distopico, l’umanità ha rinunciato alla capacità di sognare in cambio dell’immortalità. In questo mondo di esistenze eterne ma piatte, una donna, il Grande Altro (Shu Qi), incontra un uomo ancora capace di sognare. Un Delirante (Jackson Yee), una creatura anomala, quasi un relitto di un’umanità scomparsa, attraversata da immagini, ricordi e visioni che sembrano appartenere a epoche diverse. Attraverso di lui, il film si apre in un viaggio dentro la memoria, il desiderio e la storia stessa del cinema, passando da un’immagine all’altra come se ogni sogno fosse una possibile reincarnazione.
Resurrection non segue una trama tradizionale, ma costruisce un percorso frammentato e visionario in cui il sogno diventa l’ultima forma di resistenza in un mondo che, pur avendo sconfitto la morte, ha dimenticato cosa significhi vivere.
Il film si compone di sei episodi, ognuno legato a uno dei sei sensi riconosciuti dalla tradizione buddhista Chan: vista, udito, olfatto, gusto, tatto e mente. Sullo sfondo scorre la storia della Cina del secolo scorso, con le sue rivoluzioni, le sue cicatrici e le sue trasformazioni. Ogni capitolo adotta uno stile cinematografico preciso, diventando un omaggio al cinema del novecento.
Il primo episodio, che fa da cornice narrativa all'intero film, è muto ed è dedicato alla vista. Rappresenta il cinema delle origini ed è, senza ombra di dubbio, la parte che visivamente mi ha colpito di più. Il personaggio interpretato da Shu Qi attraversa scenografie e trucchi visivi che rimandano a Méliès, ma anche corridoi obliqui, ombre marcate e deformazioni prospettiche vicine all’espressionismo tedesco. È lì che trova il Delirante, una creatura a metà tra il Nosferatu di Murnau e il gobbo di Notre-Dame, consumata dai sogni e dall’oppio. Nel suo corpo scopre un proiettore e lo carica con una pellicola, permettendogli di rivivere le sue vite precedenti prima della morte.
Da qui in avanti, ogni episodio diventa un sogno, una memoria, un modo diverso di intendere il cinema.
Il secondo segmento è un noir anni quaranta legato all’udito. Il Delirante assume i tratti di un musicista spia che pugnala le sue vittime alle orecchie e che porta con sé una valigetta con dentro un theremin che nasconde un codice segreto. È l’episodio più criptico e, almeno per me, quello di più difficile comprensione.
Il terzo episodio, dedicato al gusto, ha la forma di una favola buddhista. Il Delirante è un ex monaco intrappolato in un monastero innevato e fatiscente. Liberandosi di un dente dolorante, evoca lo Spirito dell'Amarezza, che assume le sembianze di suo padre. Lo stile sembra richiamare certi film shaolin popolari in Cina negli anni settanta, ma privati dell’azione più spettacolare e spostati verso una dimensione più introspettiva e spirituale.
Il quarto episodio, associato all'olfatto, è probabilmente il più accessibile e narrativamente emotivo. Qui il Delirante è un truffatore che addestra una bambina a fingere poteri paranormali, sfruttando deduzione, memoria e piccoli trucchi da prestigiatore. La fotografia ha i colori caldi e lo stile è quello di una commedia drammatica alla Paper Moon, dove dietro l’inganno e il gioco di prestigio affiora il bisogno disperato di credere ancora a una traccia del passato.
L’ultimo sogno principale è legato al tatto ed è ambientato in una città portuale la notte di Capodanno del 1999. Il Delirante è un giovane sbandato che incontra una ragazza libera e misteriosa, vagando con lei tra vicoli, edifici abbandonati e locali notturni. È un romance vampiresco di fine millennio, tutto costruito attraverso un lungo piano sequenza e con una fotografia, virata in rosso e poi in blu, alla Nicolas Winding Refn. Qui il film ritrova finalmente la fisicità della pelle, il sangue, e il desiderio.
Infine, nell’ultimo episodio, quello della mente, la donna depone il Delirante in una sorta di camera o sepolcro pieno di liquido, comprendendo che il sogno non è una fuga superflua, ma l’unica forma possibile di sopravvivenza dell’immaginazione. Il film si chiude in un cinema, o forse in un teatro di cera, dove sagome luminose occupano le poltrone per poi sparire mentre lo spazio si scioglie. Puro meta-cinema. Un’elegia sulla morte e sulla resurrezione delle immagini.
Una menzione particolare anche per la musica degli M83, rarefatta e avvolgente, capace di amplificare quella sensazione di sogno continuo che attraversa tutta la pellicola.
Resurrection non è un film per tutti. Non lo dico con l'aria di chi vuole ostentare un gusto cinematografico superiore, ma perché è semplicemente vero, e farlo passare per altro sarebbe un torto al film stesso prima ancora che allo spettatore. È un’opera che richiede disponibilità, tempo e una certa familiarità con la storia e la cultura cinese. Non avendo questa conoscenza, è molto probabile che mi siano sfuggiti alcuni rimandi, alcune risonanze, forse anche interi livelli di lettura.
Una cosa però è certa, Resurrection è un atto d’amore puro e assoluto nei confronti del cinema. Un'opera in cui il cinema non è solo metafora del sogno. È il sogno stesso. Un film complesso, monumentale, a tratti enigmatico, disorientante, ma capace di ricordarci una cosa semplice e bellissima: finché ci sarà qualcuno pronto a proiettare i propri sogni su uno schermo, l'umanità sarà salva.
Solo Dio perdona
di Nicolas Winding Refn
Nicolas Winding Refn è sempre stato un regista molto divisivo. Chi lo considera un autore visionario, capace di trasformare la violenza in pura esperienza estetica, e chi invece lo accusa di essere un abilissimo fabbricante di immagini vuote, più interessato alla superficie che alla sostanza.
Solo Dio perdona, arrivato nel 2013 dopo il successo quasi inatteso di Drive, da questo punto di vista, è probabilmente il suo film perfetto. Non perché metta tutti d’accordo, anzi. Perché sembra costruito apposta per dividere, irritare, affascinare e respingere nello stesso momento.
A Bangkok, Julian (Ryan Gosling) gestisce insieme al fratello Billy una palestra di Muay Thai che in realtà serve da copertura per un traffico di droga. Una notte Billy uccide una prostituta minorenne. La polizia locale lo rintraccia, ma invece di arrestarlo Chang (Vithaya Pansringarm), il detective che coordina le indagini, decide di consegnarlo al padre della ragazza, che lo uccide brutalmente. A complicare la situazione arriva Crystal (Kristin Scott Thomas), la madre di Julian, donna spietata e volgare nel suo cinismo, giunta dagli Stati Uniti per reclamare vendetta per la morte del primogenito. Julian però non è il classico eroe vendicatore. È un uomo bloccato, schiacciato tra una madre castrante che gli ha sempre preferito il fratello e ora è costretto ad affrontare un poliziotto armato di spada, che amministra la giustizia quasi fosse una divinità punitiva.
A Cannes il pubblico lo fischiò. La critica si divise. In molti lo liquidarono come esercizio di stile fine a sé stesso, lamentando la sceneggiatura ridotta all'osso, i dialoghi imbarazzanti, il ritmo catatonico. Tutte osservazioni legittime, a patto di non dimenticare che Refn queste cose le sa. Potrà piacere o meno ma il suo linguaggio cinematografico è questo. Per realizzare questo film ha chiesto un budget ridottissimo proprio per avere una maggiore libertà creativa e deludere le aspettative del grande pubblico che voleva il nuovo Drive.
Refn realizza un revenge movie in salsa orientale, intriso di sangue e cadaveri, e lo svuota di ogni appiglio emotivo. Il protagonista interpretato da Gosling, al secondo film consecutivo con il regista danese, è praticamente assente, monocorde, inespressivo. Non è un eroe d’azione, non è un vendicatore romantico, non è nemmeno davvero un antieroe. Schiacciato da una madre tossica e aggressiva, incapace di agire se non sotto la sua pressione, ossessionato da una prostituta che guarda senza toccare, è un uomo impotente che alla fine si consegna al suo nemico venendo umiliato da un punitore implacabile che canta canzonette tra un omicidio e l'altro.
Dal punto di vista estetico il film è visivamente potentissimo, con fotografia, luci e composizioni molto riconoscibili. La Bangkok di Refn non è realistica. È una città reinventata interamente attraverso la luce artificiale, dove i neon non illuminano ma colorano, dove il rosso e il blu si scontrano come pulsioni di vita e di morte.
Supportato dalle musiche sintetiche e ossessive di Cliff Martinez, il film funziona meglio se non lo si guarda come un seguito ideale di Drive, né come un revenge movie classico. È più vicino a un oggetto estetico violento e narcotico, dove la trama è solo lo scheletro su cui Refn appende ossessioni, madri castranti e divinità vendicative. Il vero "problema" di questo cinema così controllato e rarefatto è che finisce per risultare affascinante o irritante quasi per gli stessi, identici motivi. Sta allo spettatore decidere da che parte stare.
House of Flesh Mannequins - La casa dei manichini di carne
di Domiziano Cristopharo
Esistono film horror che non troverete mai nelle sale, che non compaiono sulle piattaforme streaming e che difficilmente qualcuno vi consiglierà sui social. House of Flesh Mannequins è uno di questi. Un horror esplicito, estremo e trasgressivo, sconosciuto a gran parte del pubblico, uscito nei circuiti underground nel 2009 e presentato in diversi festival di settore, dove ha ottenuto anche parecchi premi internazionali. Il film è l’opera d’esordio di Domiziano Cristopharo, figura di confine nel panorama indipendente italiano, capace di far parlare di sé più all’estero che in patria. In un’intervista viene descritto come un autore prolifico, attento alla cura estetica e attratto da temi come diversità, emarginazione, orrore reale e sofferenza, mescolati a surrealismo e teatralità. Io mi sono visto la "Director's cut" di questo film, la versione più vicina alle idee e all'estetica dell'autore.
La storia ruota attorno a Sebastian (Domiziano Arcangeli), un fotografo che vive isolato in un mondo tutto suo, usando l’obiettivo per catturare corpi esposti, immagini disturbanti e ossessioni morbose. Uomo schivo e profondamente traumatizzato da un'infanzia di abusi paterni, la sua grigia e metodica routine del dolore viene spezzata dall'incontro con Sarah (Irena Violette), sua vicina di casa e aspirante scrittrice che accudisce il padre non vedente (Giovanni Lombardo Radice). Tra i due nasce un rapporto ambiguo, sospeso tra fascinazione, desiderio e inquietudine. Un rapporto che apre una frattura in cui si insinuano sentimenti che lui non sa come gestire e che la narrazione trasforma progressivamente in qualcosa di sempre più destabilizzante.
Sarebbe comodo liquidare House of Flesh Mannequins come un film di nicchia che usa il sesso esplicito, la provocazione, la body art estrema e l’iconografia disturbante come scorciatoie per fare scalpore. Sarebbe comodo, ma sarebbe anche sbagliato. Cristopharo costruisce, nel suo esordio alla regia e con pochi mezzi a disposizione, qualcosa di molto personale, ostentatamente autoriale, ma anche straordinariamente affascinante, affrontando temi come il trauma infantile, il voyeurismo e la violenza estrema. Un film sul dolore, sull’identità e sul bisogno malato di trasformare la sofferenza in immagine.
Il riferimento dichiarato è Peeping Tom di Michael Powell, film del 1960 conosciuto in Italia come L’occhio che uccide, citato esplicitamente quando Sarah si trova davanti al manifesto della pellicola. Anche qui il protagonista è insieme carnefice e vittima, deformato da una figura paterna disumana e da un rapporto patologico con cineprese, obiettivi e immagini violente. Esteticamente il film sorprende, quasi un oggetto di art house, con momenti che oscillano tra gore, teatralità e dimensione quasi soprannaturale.
La sequenza in cui il protagonista varca la soglia del peep show, entrando letteralmente nella "casa dei manichini di carne", è un sogno disturbante da cui è difficile distogliere lo sguardo. Mi ha ricordato uno di quei cortometraggi storti firmati da David Lynch, ma virato verso la pornografia più cupa. Complice forse quel pavimento a scacchi e le tende rosse che evocano inevitabilmente Twin Peaks, la scena diventa un incubo visionario che dimostra come Cristopharo sappia maneggiare l’immaginario surreale senza limitarsi alla semplice provocazione da cinema estremo.
Non è un film per tutti, non vuole proprio esserlo. I difetti produttivi sono evidenti, così come una certa verbosità che a tratti appesantisce il racconto, però resta senza dubbio un film coraggioso, da guardare con la consapevolezza di trovarsi davanti a qualcosa di poco convenzionale, lontano dall’horror tradizionale. Qualcuno potrebbe trovarlo troppo compiaciuto, una sterile masturbazione autoriale travestita da cinema disturbante. Chi invece è stanco del mainstream e ama il cinema indipendente, scorretto e scomodo, potrebbe trovarci dentro una critica sociale alla chiesa e alla televisione, una riflessione sul declino morale, sulla pornografia del reale e sul consumo quotidiano della violenza. Forse persino qualcosa di poetico, anche se immerso fino al collo nel marcio.
Film
Vampire Circus - La regina dei vampiri
di Robert Young
C'è un momento, nella storia del cinema horror britannico, in cui la Hammer si accorge che il mondo sta cambiando. Siamo ai primi anni settanta, e il gotico vittoriano che aveva reso lo studio leggendario - con i suoi castelli avvolti nella nebbia, i suoi Dracula in smoking, e le sue fanciulle candide - comincia a sembrare, agli occhi di un pubblico sempre più smaliziato, un elegante vestito di velluto fuori moda. Oltreoceano, Rosemary's Baby e La notte dei morti viventi hanno già ridisegnato le coordinate dell'orrore moderno, e L'Esorcista è dietro l'angolo.
La risposta della Hammer è, almeno in parte, Vampire Circus (in italia intitolato La regina dei vampiri perchè il Circo dei Vampiri evidentemente sembrava troppo pertinente), film diretto da Robert Young, regista al suo primo lungometraggio, che prova a rivalitizzare il genere fondendo il vampirismo e la fiaba gotica con l'immaginario del circo, e il mondo dei freaks. Il risultato è un film imperfetto, anche a causa di una produzione caotica, ma talmente bizzarro, morboso e visivamente suggestivo da essere diventato, col tempo, più un piccolo cult per appassionati che un semplice horror d’epoca.
Nel villaggio serbo di Stetl, il conte Mitterhaus è un vampiro che seduce le donne del paese e si nutre del sangue dei bambini. Stanchi di fare da dispensa al nobile locale, gli abitanti decidono di sistemare la questione a modo loro, giustiziando il conte e dando fuoco al castello. Prima di morire, però, Mitterhaus lancia una maledizione sul villaggio: i figli dei suoi assassini moriranno, e il loro sangue servirà a riportarlo in vita.
Passano quindici anni. A causa di una devastante epidemia di peste, Stetl è isolata dal resto del mondo, chiusa in quarantena e sorvegliata dai villaggi vicini, che impediscono a chiunque di uscire. Proprio in questo clima di paura e sospetto arriva un misterioso circo ambulante, il Circus of Night, capace inspiegabilmente di superare il blocco sanitario. Tra acrobati, bestie feroci e illusionisti, gli abitanti intravedono finalmente una distrazione dalla morte che li circonda. Non sanno, però, che sotto quei costumi sgargianti si nasconde una compagnia di creature della notte assetate di sangue, giunte sul posto per compiere una spietata e sistematica vendetta.
Tralasciando l’erotismo senza pudori e la violenza esplicita, sopratutto nel primo quarto d’ora, l'idea di base del film - fondere l’immaginario circense con il mito del vampirismo e del soprannaturale - è indubbiamente riuscita. Il circo arriva in un villaggio chiuso, malato, impaurito, e offre distrazione. Ma quella distrazione è già una trappola. Il male non si nasconde più nel castello, sale sul palco. Visivamente, il film è affascinante. Le scene sotto il tendone, le trasformazioni, la sala degli specchi, fino all’ipnotica e sensuale danza della donna tigre che sintetizza bene la transizione della Hammer verso un horror più carnale e viscerale.
Certo, visto oggi, Vampire Circus mostra inevitabilmente i segni del tempo. Gli effetti speciali sono quelli che sono, la sceneggiatura non brilla per originalità, i personaggi sono troppi e spesso poco approfonditi, mentre l’andamento non è sempre coinvolgente. Eppure, nonostante questi limiti evidenti, il film conserva un fascino tutto suo, una stranezza genuina, che spiega perché ancora oggi venga ricordato con affetto dagli amanti del genere.
Beast
di Michael Pearce
Beast è un thriller psicologico britannico del 2017 ambientato sull'isola di Jersey, nel canale della Manica, a metà strada tra Francia e Inghilterra. Esordio alla regia di Michael Pearce, neozelandese cresciuto proprio a Jersey, il film si ispira liberamente ai crimini di Edward Paisnel, il cosiddetto Beast of Jersey, e segna anche il debutto cinematografico di Jessie Buckley in un lungometraggio. Ammetto di averlo recuperato soprattutto per lei, dopo essermi cinematograficamente "innamorato" della Buckley.
La storia ruota attorno a Moll (Jessie Buckley), una giovane donna intrappolata in una famiglia borghese e soffocante, dominata da una madre autoritaria (Geraldine James), che continua a trattarla come un’adolescente fragile e problematica da sorvegliare a vista. Durante la festa del suo compleanno, dopo l’ennesima umiliazione familiare, Moll scappa e incontra Pascal (Johnny Flynn), un giovane cacciatore solitario, ruvido e misterioso, lontanissimo dal mondo ordinato e rispettabile in cui lei è cresciuta.
Tra i due nasce subito un’attrazione istintiva, irrazionale, quasi animale. Per Moll, Pascal rappresenta la libertà, la ribellione, forse persino la possibilità di diventare qualcun’altra. Ma intanto sull’isola continuano a verificarsi omicidi di giovani donne che stanno sconvolgendo la comunità. Quando Pascal finisce tra i sospettati, Moll si ritrova a dover scegliere se credere all’uomo che ama o alle ombre che lo circondano.
Beast è una fiaba nera, ambigua e sensuale, una fiaba in cui non è mai davvero chiaro chi sia il lupo cattivo. Il film, in fondo, non sembra interessato soltanto a raccontarci chi sia l'assassino, ma a suggerire che la bestialità abita dentro ognuno di noi, repressa o liberata dalle circostanze. La "bestia" può essere Pascal, può essere la comunità, può essere la famiglia, può essere il desiderio represso di Moll, oppure tutte queste cose insieme.
L'isola di Jersey non è un semplice sfondo, ma diventa una gabbia naturale, una terra bella e ostile, luminosa e allo stesso tempo cupa e minacciosa. Beast lavora molto sulla confusione tra attrazione e pericolo. La relazione tra Moll e Pascal è erotica, liberatoria, ma anche tossica e inquietante. Per lei, Pascal rappresenta una fuga dalla famiglia, dalla classe sociale, dalle aspettative degli altri. È sporco, istintivo, libero, pericoloso. Tutto ciò che il suo mondo ordinato e rispettabile rifiuta.
Beast è anche un film molto fisico, quasi tattile, in cui la terra, il vento, il mare e la pioggia definiscono l’atmosfera quanto i personaggi. La fotografia cattura la bellezza selvaggia della costa e la contrappone agli interni borghesi, rigidi e soffocanti, della famiglia della protagonista. Da una parte c’è il paesaggio aperto, ruvido, animale. Dall’altra una casa elegante che sembra costruita apposta per trattenere, controllare, reprimere.
E poi c'è lei. Jessie Buckley, alla sua prima prova cinematografica in un lungometraggio, è monumentale. La sua interpretazione tiene insieme fragilità, rabbia, sensualità, paura, ribellione e ambiguità. Moll è una creatura ferita, compressa, osservata da tutti come un problema da contenere, e Buckley riesce a renderla imprevedibile in ogni sguardo. È una di quelle performance che vale gran parte del film.
Beast non è un thriller convenzionale, ma il racconto di una donna, della sua rabbia repressa e del suo desiderio di fuga. La cosa davvero interessante non è capire se Pascal sia colpevole, anche perché il finale resta volutamente ambiguo, ma osservare Moll mentre si sottrae all’immagine di figlia fragile, sbagliata e controllabile che gli altri hanno costruito per lei. Fino a scoprire che il mostro sull’isola, forse, non le fa solo paura. Forse le somiglia.
Film
The Cell
di Tarsem Singh
The Cell è un thriller psicologico a metà tra film visionario e fantascienza. Uscito nel 2000, segna l’esordio alla regia di Tarsem Singh, regista indiano che si era già fatto conoscere nel mondo della pubblicità e dei videoclip musicali. È suo, tra gli altri, il leggendario video di Losing My Religion dei REM. All’epoca il film mi era piaciuto, non tanto per l’aspetto investigativo, che ricalca senza la stessa efficacia i grandi thriller con serial killer degli anni novanta, da Il silenzio degli innocenti a Seven, quanto per la sua parte visiva, onirica, psichedelica e surreale. Rivisto oggi, si porta inevitabilmente dietro i segni di un periodo in cui andavano di moda i videoclip sporchi, disturbati e visionari, ma conserva ancora una forza visiva capace di rapire lo sguardo.
Catherine Deane (Jennifer Lopez) è una psicologa infantile coinvolta in un progetto sperimentale che permette di entrare nella mente di un paziente in coma, nel tentativo di raggiungerlo dentro il suo mondo interiore. Quando l'FBI cattura Carl Stargher (Vincent D'Onofrio), un serial killer che rapisce giovani donne e le uccide lentamente rinchiudendole in una cella di vetro, l'uomo finisce in coma prima di rivelare dove si trovi la sua ultima vittima, ancora viva ma destinata a morire nel giro di poche ore.
Per salvarla, Catherine accetta di entrare nella mente dell'assassino, immergendosi in un universo deformato, simbolico e disturbante, dove i traumi dell’infanzia, le ossessioni e la violenza di Stargher prendono forma in immagini barocche e terrificanti. Mentre l’agente Peter Novak (Vince Vaughn) cerca di ricostruire gli indizi nel mondo reale, Catherine deve attraversare l’incubo privato del killer, cercando di trovare il bambino sepolto dentro il mostro prima che sia troppo tardi.
All’epoca il film venne accolto con parecchia freddezza dalla critica, soprattutto per la debolezza della sceneggiatura. In molti lo liquidarono come una storia investigativa abbastanza convenzionale, usata soltanto come pretesto per mettere in scena immagini visionarie e barocche. Un vuoto esercizio di stile, un lungo videoclip modaiolo privo di vera anima. Secondo me è un’analisi un po’ superficiale. Singh arrivava dal videoclip, questo non lo nasconde, anzi lo rivendica. Utilizza quel linguaggio, saccheggia la cultura visiva pop, l’arte contemporanea, il surrealismo, l’immaginario religioso e quello gotico-industriale, affidandosi anche ai costumi scultorei della leggendaria Eiko Ishioka per raccontare attraverso le immagini la mente distrutta di uno schizofrenico.
Il mondo mentale di Carl Stargher non è un semplice sfondo da ammirare. È un testo visivo costruito attraverso citazioni, rimandi e contaminazioni. C’è il cavallo sezionato e conservato in formaldeide di Damien Hirst, ci sono le fusioni organico-meccaniche di H.R. Giger, le figure deformate dal dolore di Francis Bacon, il surrealismo perturbante di Man Ray, le visioni liquide e impossibili di Salvador Dalí. E poi c’è Sergej Paradžanov, il regista armeno de Il colore del melograno, la cui influenza sulle composizioni pittoriche di Singh è visibile in molte inquadrature. Non è estetica per il gusto del superfluo, ma estetica applicata alla messa in scena della psicologia di un uomo devastato, una mente in cui violenza infantile, malattia neurologica e fragile umanità convivono in un equilibrio instabile.
Senza ombra di dubbio, The Cell è un film molto più interessante da guardare che da raccontare. Probabilmente convince meno come thriller, perché la parte investigativa resta la componente più convenzionale e prevedibile, ma come esperienza visiva e atmosferica conserva ancora una potenza notevole. Rivisto oggi fa quasi sorridere per certe velleità tipiche dei primi anni duemila, quella fotografia saturata, quei filtri metallici, quel gusto per il grottesco industriale che ormai profuma di nostalgico modernariato. Un’estetica che, lo ammetto, all’epoca frequentavo anch’io nelle mie piccole composizioni artistiche. Eppure l’impatto resta notevole. The Cell non è un grande thriller, ma è ancora un grande incubo visivo, disturbante e magnificamente malato.
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