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martedì, 15 settembre 2026
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L'uomo dei sussurri

di James Ashcroft

L'uomo dei sussurri è una produzione Netflix del 2026 che sembra arrivare direttamente dagli anni novanta. Serial killer, bambino rapito, vecchio detective tormentato da un caso mai davvero chiuso, emulatore che riprende modalità e rituali di un assassino del passato. Insomma, siamo dalle parti de Il silenzio degli innocenti, Seven, Zodiac, Il collezionista di ossa e di tutta quella stagione di thriller cupi popolati da investigatori ossessionati e psicopatici particolarmente creativi.
Tratto dall'omonimo romanzo di Alex North, presumo sia il solito bestseller di facile consumo, il film è diretto da James Ashcroft, che si era fatto notare soprattutto con l'horror psicologico Le regole di Jenny Pen.

Tom Kennedy (Adam Scott) è uno scrittore rimasto vedovo che cerca di ricostruire un rapporto con il figlio Jake. Quando il bambino viene rapito con modalità che ricordano quelle di un famoso serial killer incarcerato anni prima, Tom è costretto a rivolgersi al padre Pete (Robert De Niro), ex detective che aveva lavorato proprio a quel caso. Le indagini finiscono così per riaprire vecchie ferite familiari insieme a quelle lasciate dall'assassino.

Al di là della componente crime, L'uomo dei sussurri affronta soprattutto il rapporto tra padri e figli. Tom cerca di comunicare con Jake, che non ha ancora elaborato la perdita della madre e trova rifugio nella presenza di un'amica immaginaria, ma fatica a capire davvero quello che il bambino sta vivendo. A sua volta Tom porta dentro di sé il peso del rapporto irrisolto con Pete, un padre distante, assorbito per anni dal lavoro. Il film ragiona quindi su incomunicabilità, senso di colpa e ferite che passano da una generazione all'altra. Una tematica interessante, sviluppata però in maniera abbastanza convenzionale.
Il problema principale di questo film non è tanto il fatto di essere derivativo. I thriller con serial killer vivono da sempre di archetipi e formule ricorrenti. È che qui tutto sembra costruito a tavolino, con la sensazione di una produzione studiata soprattutto per mettere insieme un cast di richiamo, una storia facilmente riconoscibile e una confezione sufficientemente elegante da funzionare bene dentro il catalogo Netflix

La regia di Ashcroft è professionale, la fotografia cupa al punto giusto e qualche momento di tensione funziona, ma manca una vera personalità. La sceneggiatura procede lungo binari prevedibili e anche quando prova a inserire suggestioni più ambigue, psicologiche o soprannaturali, torna rapidamente dentro territori molto più rassicuranti.

A sostenere il film resta soprattutto il cast. Adam Scott funziona bene nel ruolo del padre fragile e spaesato, mentre Robert De Niro porta a casa il vecchio detective con il mestiere che ormai gli viene naturale, anche senza particolari guizzi. Michelle Monaghan ha invece un ruolo piuttosto sacrificato. Ma a svettare su tutti è Michael Keaton, che con relativamente poco spazio riesce a costruire il personaggio più inquietante e interessante del film. Gli bastano qualche sguardo e quel modo di parlare apparentemente tranquillo per alzare immediatamente la tensione.

Alla fine L'uomo dei sussurri è il classico thriller con l'emulatore di un noto serial killer e il poliziotto in pensione richiamato sul campo perché, naturalmente, solo lui può capire davvero cosa sta succedendo. Non è brutto. Si lascia vedere senza fatica, è ben recitato e confezionato con mestiere. Ma è anche terribilmente prevedibile e lascia ben poco una volta arrivati ai titoli di coda.

Il precedente film di Ashcroft mi era sembrato decisamente più personale e originale. Qui ho avuto invece la sensazione di un regista ingabbiato dentro una produzione più invasiva, interessata soprattutto a riproporre una formula del thriller serial-killer anni novanta già collaudata fino allo sfinimento

Film
Thriller
Netflix
USA
2026
lunedì, 14 settembre 2026
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Don't Breathe (Man in the Dark)

di Fede Alvarez

Non ho capito la scelta di distribuire in Italia Don't Breathe con il titolo inglese Man in the Dark. Se proprio dovevano cambiarlo, tanto valeva chiamarlo L'uomo nel buio.
Misteri della distribuzione cinematografica italiana.

Diretto nel 2016 da Fede Alvarez, reduce dal remake di Evil Dead, e prodotto da Sam Raimi, Man in the Dark è un thriller claustrofobico costruito intorno all'idea di prendere il classico home invasion e di ribaltarlo completamente.

Rocky (Jane Levy), Alex e Money sono tre giovani ladruncoli di Detroit che entrano nella casa di un uomo cieco, convinti di poter mettere facilmente le mani su una grossa somma di denaro che l'uomo ha ricevuto come risarcimento per aver perso la figlia investita da un'auto. L'uomo è un veterano di guerra che ha perso la vista e vive solo in un quartiere ormai quasi completamente abbandonato. Quella che sembra una rapina senza grandi rischi si trasforma però rapidamente in una lotta per la sopravvivenza, perché il padrone di casa conosce ogni centimetro dell'abitazione e non ha nessuna intenzione di lasciarli uscire.

La cosa migliore del film è proprio il modo in cui Alvarez utilizza gli spazi. La casa non è soltanto un'ambientazione, ma il vero campo di battaglia. Corridoi stretti, porte, scale, stanze buie, passaggi nascosti. Tutto viene sfruttato per costruire tensione e disorientamento, con una macchina da presa molto mobile e un montaggio serrato che riescono a mantenere alta l'attenzione praticamente dall'inizio alla fine.
La sequenza migliore è quella ambientata nel buio completo. Quando le luci si spengono, i rapporti di forza si ribaltano. I ragazzi diventano ciechi, mentre l'unico personaggio che non vede è proprio quello abituato da anni a muoversi nell'oscurità. Una trovata molto semplice, ma messa in scena benissimo.
Fondamentale anche il lavoro sul sonoro. In un film in cui l'antagonista non può vedere, ogni rumore diventa una possibile condanna. Un pavimento che scricchiola, un respiro trattenuto male, un vetro calpestato, la vibrazione di un cellulare. Il silenzio non è una pausa tra una scena e l'altra, ma parte integrante della suspense. Ed è anche per questo che il titolo originale Don't Breathe è decisamente più pertinente.

Molto buona l'interpretazione di Stephen Lang nel ruolo del veterano cieco. Un personaggio fisicamente imponente, irriducibile, ossessionato dalla vendetta e progressivamente sempre più inquietante. All'inizio dovrebbe essere lui la vittima, un uomo solo derubato in casa propria, ma il film gioca continuamente proprio su questo ribaltamento. Non ci sono veri "buoni". I ragazzi stanno entrando in casa di un cieco per rubargli i soldi, mentre l'uomo che dovrebbe suscitare pietà nasconde segreti decisamente inquietanti.
I tre giovani sono caratterizzati giusto quanto basta. Quella che emerge è sicuramente Rocky, che vuole fuggire da una Detroit economicamente devastata e portare con sé la sorellina in California. Non è certo innocente, ma è sufficiente per creare un minimo di empatia. Jane Levy funziona bene come final girl imperfetta e moralmente ambigua, mentre gli altri personaggi rimangono soprattutto funzionali al meccanismo narrativo.

Don't Breathe non inventa nulla di rivoluzionario e parte da una premessa abbastanza semplice, ma la sfrutta molto bene. Alvarez dirige decisamente bene, dosando i colpi di scena al momento giusto e soprattutto riuscendo a mantenere una tensione costante per un'ora e mezza.

Film
Thriller
USA
2016
domenica, 13 settembre 2026
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I tredici spettri

di Steve Beck

I tredici spettri, diretto da Steve Beck nel 2001, è il remake di 13 Ghosts, un B-movie del 1960 di William Castle. Nell'originale agli spettatori venivano persino consegnati degli occhiali per vedere o far sparire i fantasmi. Qui l'idea viene recuperata dentro la storia, ma per il resto dello spirito artigianale del vecchio film rimane ben poco.

Arthur Kriticos (Tony Shalhoub), vedovo con due figli, eredita dallo zio una gigantesca casa di vetro piena di ingranaggi, iscrizioni misteriose e, tanto per rendere l’eredità più interessante, dodici fantasmi rinchiusi nel sottosuolo. Gli spiriti fanno parte di uno Zodiaco Nero e servono ad alimentare una specie di macchina infernale. La sceneggiatura è più o meno questa.

Voglio spendere poche parole per un film del genere.
I tredici spettri è una patinata megaproduzione hollywoodiana, prodotta tra gli altri da Joel Silver e Robert Zemeckis, costruita apposta per sedurre il pubblico adolescente dei primi anni duemila. Un giocattolone mainstream fatto di vetro, acciaio, CGI, urla, rumori assordanti, montaggio epilettico e fantasmi che saltano continuamente davanti alla macchina da presa.
A un certo punto mi sembrava di guardare una puntata particolarmente costosa di Scooby-Doo.
La casa è visivamente interessante e alcuni fantasmi, realizzati anche con ottimo trucco prostetico, hanno un bel design, ma Steve Beck però li massacra con una sarabanda di effetti speicali, immagini stroboscopiche e un montaggio da videoclip. Entrano, urlano, agitano le braccia e spariscono. Dopo un po' fanno meno paura di una giostra al luna park.
La regia è pessima e il tentativo di mescolare horror, azione e humour dozzinale produce un film che con l'orrore ha davvero poco a che spartire.

Un film semplicemente inguardabile.

Film
Horror
USA
2001
sabato, 12 settembre 2026
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Lolita

di Stanley Kubrick

Avendo letto da poco Lolita di Vladimir Nabokov, ho recuperato finalmente l'adattamento cinematografico realizzato da Stanley Kubrick nel 1962. Non lo avevo mai visto e, avendo ancora abbastanza fresco il romanzo, il confronto è stato praticamente inevitabile.
Nabokov partecipò anche alla sceneggiatura, scrivendone una prima versione che Kubrick e il produttore James B. Harris avrebbero poi ampiamente modificato. Ma il problema principale era un altro. Portare sullo schermo Lolita nei primi anni sessanta significava fare i conti con una censura che rendeva praticamente impossibile mostrare davvero l'aspetto più morboso della storia.

Humbert Humbert (James Mason) è un professore europeo che arriva negli Stati Uniti e prende una stanza nella casa della vedova Charlotte Haze (Shelley Winters). Folgorato dalla figlia adolescente, Dolores, detta Lolita (Sue Lyon), Humbert accetta persino di sposare Charlotte pur di rimanere vicino alla ragazzina della quale ha perso la testa. Dopo l'improvvisa morte di Charlotte, Humbert diventa il tutore della ragazza e parte con lei per un lungo viaggio attraverso l'America, mentre nella loro vita si insinua sempre più la presenza ambigua e sfuggente di Clare Quilty (Peter Sellers).

Rispetto al romanzo, Kubrick è costretto a scendere a parecchi compromessi. Dolores, che nel libro ha dodici anni, nel film viene resa più grande, mentre quasi tutta la componente sessuale viene spostata sul piano dell'allusione. 
Kubrick toglie quasi del tutto l'erotismo aggiungendo un tono da commedia nera, quasi grottesca, piena di doppi sensi e ambiguità. La celebre scena del letto pieghevole, per esempio, ha momenti slapstick che potrebbero appartenere a Chaplin o Buster Keaton. Anche le situazioni più morbose vengono alleggerite. Probabilmente Kubrick non aveva altro modo per aggirare i limiti dell'epoca. 

Nel romanzo siamo nella testa di Humbert. È lui a raccontare tutto, utilizzando una scrittura elegante per trasformare un abuso in una grande storia d'amore. Dolores è una bambina prigioniera non soltanto dell'uomo che la controlla, ma anche del racconto che lui costruisce intorno a lei. "Lolita" è, in fondo, una sua invenzione.
Nel film Sue Lyon appare fisicamente più adulta, sicura, maliziosa, sessualmente consapevole. È lei, a un certo punto, ad avvicinarsi a Humbert proponendogli con aria provocante un "gioco" imparato al campeggio. Tolta la voce interiore del protagonista, ciò che resta sullo schermo è la storia di un adulto ossessionato da una ragazzina che però partecipa consapevolmente alla seduzione.
Non è un dettaglio da poco.

Il film ha contribuito enormemente a fissare nell'immaginario collettivo proprio quella versione di Lolita, l'adolescente provocante, con il volto bellissimo di Sue Lyon. La foto della locandina, con gli occhiali a cuore e il lecca-lecca, è diventata praticamente il simbolo stesso del personaggio. Paradossalmente, l'adattamento cinematografico finisce quindi per rafforzare proprio quell'equivoco che nel romanzo Nabokov costruisce attraverso lo sguardo deformante di Humbert: la ragazzina seduttrice che porta l'uomo adulto alla perdizione.
Sue Lyon, comunque, è molto brava. Ha una presenza magnetica e riesce a dare al personaggio una combinazione di adolescenza, sfacciataggine, insofferenza e fragilità che rende perfettamente comprensibile perché Kubrick l'abbia scelta.
James Mason è altrettanto convincente. Il suo Humbert è elegante, colto, geloso, possessivo, ma soprattutto progressivamente patetico. Un uomo convinto di vivere una passione enorme che invece vediamo consumarsi lentamente nell'ossessione, fino all'autodistruzione fisica e psicologica. Mason riesce nella difficile impresa di renderlo umano senza trasformarlo necessariamente in una vittima.
Poi c'è Peter Sellers, che Kubrick lascia completamente libero di dilagare. Il suo Quilty nel romanzo era più una presenza sfumata. Qui diventa praticamente una sorta di grottesco Grillo Parlante, una figura camaleontica che cambia voce, atteggiamento, identità e sembra divertirsi continuamente alle sue spalle. Sellers è irresistibilmente istrionico, ma il suo personaggio non è moralmente migliore di Humbert. Dietro il suo magnetismo c'è comunque un adulto che si approfitta dell'ingenuità di Dolores. Semplicemente è meno patetico nel farlo.
Molto brava anche Shelley Winters, che parte quasi come una caricatura della vedova americana invadente, sessualmente aggressiva e un po' ridicola, per trasformarsi improvvisamente in un personaggio tragico quando scopre la verità.

Alla fine è proprio questa ambiguità a rendere Lolita affascinante ma anche problematico. Il film condanna l'ossessione di Humbert, ma allo stesso tempo rischia di romanticizzarla. Mostra Dolores come vittima, ma anche come adolescente consapevolmente provocante. 

Non lo metterei tra i capolavori assoluti di Kubrick, anche se curiosamente David Lynch lo considerava il suo film preferito del regista. E' sicuramente un ottimo film, in cui Kubrick affronta un tema morboso e scabroso come il rapporto tra un uomo adulto e una ragazzina minorenne stemperandolo attraverso l'ironia, il grottesco e l'allusione.

Film
Drammatico
sentimentale
USA
1962
venerdì, 11 settembre 2026
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Moebius

di Kim Ki-duk

Io di film malati e disturbanti ne vedo parecchi, ma ammetto che con Moebius ho fatto fatica ad arrivare fino alla fine. E non tanto per la violenza, ne ho visti decisamente di peggio, quanto per il tipo di violenza che mette in scena. La cosa davvero straniante è sapere che dietro la macchina da presa c'è Kim Ki-duk, regista sudcoreano che in passato ho apprezzato moltissimo per film come Ferro 3 e soprattutto Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera, un poema visivo di straordinaria bellezza.
Guardando Moebius viene quasi da chiedersi cosa gli sia passato per la testa. Sembra che, per qualche motivo, Kim Ki-duk in questo film sia stato contaminato dalla follia trash di Takashi Miike.

La storia ruota attorno a una famiglia completamente disfunzionale. Una moglie scopre il tradimento del marito e, accecata dalla gelosia, tenta di evirarlo durante il sonno. Lui riesce a salvarsi. Il figlio, purtroppo, no. La donna riversa infatti la propria rabbia sul ragazzo, lo castra, ingoia il suo pene e poi fugge.
E siamo più o meno ai primi minuti. 
Il padre, devastato dal senso di colpa, cerca di restituire una sessualità al figlio sottoponendosi a un intervento chirurgico per rimuovere i propri genitali e farli trapiantare sul corpo del ragazzo. L'operazione, però, non gli permette di raggiungere l'erezione e così padre e figlio cominciano a esplorare pratiche sadomasochistiche basate sul dolore per simulare il piacere sessuale. Come se la situazione non fosse già abbastanza complicata, la madre (interpretata dalla stessa Lee Eun-woo che veste anche i panni dell'amante del padre, della quale nel frattempo si è invaghito pure il figlio) decide di tornare a casa.

Già raccontare la sinossi dà abbastanza chiaramente le coordinate del film. Se poi aggiungiamo che in Moebius non viene pronunciata una sola parola, il quadro si fa ancora più singolare. Sì, non ci sono dialoghi. Non è propriamente un film muto, nel senso che ci sono rumori, urla, gemiti, respiri, lamenti e una quantità considerevole di versi che, viste le circostanze, sono anche comprensibili. Semplicemente nessuno parla.
E la cosa sorprendente è che funziona.
Kim Ki-duk racconta tutto attraverso i volti, i corpi e il montaggio, e dopo pochi minuti smetti perfino di accorgerti dell'assenza delle parole. Insomma, non è certo questo aspetto, per quanto anomalo, a rendere faticosa la visione.

Il film è una specie di tragedia edipica deformata, dove però il complesso di Edipo viene preso alla lettera e passato attraverso un tritacarne. Il fatto che madre e amante abbiano lo stesso volto, e che padre e figlio siano attratti dalla stessa donna, ovviamente non è casuale. I due uomini continuano a sovrapporsi, scambiandosi ruoli, desideri, colpe e, a un certo punto, perfino il pene.
Come nel nastro di Moebius, da cui il titolo, tutto torna continuamente al punto di partenza. La violenza subita viene scaricata su qualcun altro, vittima e carnefice si scambiano di ruolo, il figlio eredita le colpe del padre e il padre cerca letteralmente di restituirgli ciò che gli è stato tolto. Un circolo perverso dal quale nessuno sembra riuscire a uscire.

Il tema centrale è il legame tra desiderio, piacere e sofferenza. E Kim Ki-duk, tanto per essere sicuro che il concetto arrivi, non ci va esattamente leggero. La pietra sfregata violentemente sul corpo per raggiungere l'orgasmo, il coltello piantato nella spalla durante una sorta di masturbazione, le mutilazioni, gli stupri. Sono scene difficili da guardare, non perché siano necessariamente le più estreme mai viste al cinema, ma perché vengono accumulate una dietro l'altra con una naturalezza quasi surreale.
Non sorprende quindi che il film abbia avuto seri problemi con la censura e che, dopo essere stato presentato a Venezia nella sua versione originale, sia arrivato nelle sale mutilato (ed è proprio il caso di dirlo) delle sequenze più esplicite.

Ma Moebius non è soltanto un dramma familiare malsano. È anche grottesco, tragicomico e, in alcuni momenti, una vera e propria black comedy. Come non citare il pene mozzato che finisce per strada e viene spappolato sotto le ruote di un camion. Una scena talmente assurda che diventa difficile credere che Kim Ki-duk non sapesse perfettamente cosa stava facendo.

Il bello è che tutto questo viene girato con una cura formale notevole. Il film è lentissimo, come quasi tutti i lavori del regista coreano, ma fotografia e montaggio sono magnifici. L'assenza delle parole finisce per dare ancora più forza alle immagini. Una confezione elegante, minimale e controllatissima per raccontare, lasciatemelo dire, una storia proprio del cazzo.

Moebius è uno di quei film che oscillano continuamente tra genialità e trash, e spesso non è nemmeno facile capire da quale parte stiano. Sicuramente non si dimentica. È provocatorio, disturbante, spesso ridicolo, a tratti sorprendentemente lucido nel raccontare quanto sesso, desiderio, gelosia e senso di colpa possano trasformarsi in strumenti di distruzione.

Detto questo, nella filmografia di Kim Ki-duk continuo a preferire decisamente altri suoi film.

Film
Drammatico
Disturbante
Corea del Sud
2013
giovedì, 10 settembre 2026
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Camp Miasma - Adolescenza, Sesso e Morte

di Jane Schoenbrun

Ho incontrato, cinematograficamente parlando, Jane Schoenbrun con I Saw the TV Glow, un film già profondamente legato alla sua esperienza personale di regista transgender.
In Camp Miasma - Adolescenza, sesso e morte, il suo ultimo film, quel percorso di scoperta della propria identità sembra essere arrivato a una fase successiva. Per raccontarlo, Schoenbrun prende lo slasher adolescenziale degli anni ottanta, ci aggiunge una forte componente metacinematografica e lo trasforma in qualcosa di molto più personale, ironico, sessuale e profondamente queer.

Kris (Hannah Einbinder) è una giovane regista indipendente reduce da un film apprezzato dalla critica che lei stessa descrive come una versione di Psycho raccontata dal punto di vista della tenda della doccia. Già questo dovrebbe far capire più o meno dove ci troviamo. Le viene affidato il reboot di Camp Miasma, vecchio slasher anni ottanta diventato nel tempo una saga di culto, con tanto di sequel, merchandising e fandom ossessivo. Il killer è Little Death, una figura queer perseguitata e annegata in un lago, che occasionalmente torna per vendicarsi dei campeggiatori indossando sulla testa un grosso cubo squadrato.
Per prepararsi al film, Kris decide di incontrare Billy Presley (Gillian Anderson), la final girl del primo Camp Miasma, ormai ritirata dalle scene, che ora vive nella stessa baita in cui era stato girato il film. Kris, che da adolescente era ossessionata dalla pellicola e soprattutto dalla scena in cui il personaggio interpretato da Billy perdeva la verginità mentre Little Death si avvicinava con l'ascia per ucciderla, si ritrova così davanti alla donna che per anni aveva conosciuto soltanto attraverso uno schermo. Tra le due nasce un rapporto sempre più intimo, mentre realtà, cinema, desiderio e finzione iniziano lentamente a confondersi.

Chi si avvicina a questo film aspettandosi un classico survival horror potrebbe rimanere profondamente deluso. Camp Miasma non è realmente uno slasher, o almeno non nel senso tradizionale. Ne utilizza la formula, il campeggio, il lago, il killer mascherato, i ragazzi che fanno sesso e vengono ammazzati, ma prende tutto questo armamentario e lo porta da tutt'altra parte. Sì, ci sono le uccisioni e il sangue che zampilla ovunque, ma tutto è talmente esagerato da sembrare un fumetto pulp. Più che disgustare o terrorizzare, Schoenbrun esaspera l'iconografia del genere fino a renderla apertamente artificiale, ribaltandone anche la dinamica. Nello slasher classico i ragazzi scopano, il killer arriva e li ammazza. Il desiderio viene quindi quasi sempre seguito dalla punizione. In Camp Miasma, invece, sesso, violenza e morte restano legati ma diventano una forma di liberazione. Il nome stesso del killer, Little Death, sembra raccontare tutto. La petite mort è l'espressione francese utilizzata per descrivere quello stato di abbandono successivo all'orgasmo, e nel film orgasmo e morte finiscono quasi per coincidere.

La componente autobiografica è piuttosto evidente. Kris è una specie di alter ego della regista. Giovane cineasta queer, intellettuale, insicura, continuamente impegnata ad analizzare ciò che prova attraverso il cinema. 
Dall'altra parte abbiamo Billy, misteriosa, sensuale e ironica, molto più complessa della final girl che il cinema ha congelato nel tempo.
Il loro rapporto funziona anche perché mette davanti due generazioni molto diverse.
Le due attrici reggono benissimo questo gioco. Hannah Einbinder ha quella fisicità nervosa, impacciata e leggermente fuori fase perfetta per Kris. Gillian Anderson, al contrario, possiede una sicurezza e un magnetismo che le permettono di dominare ogni scena quasi senza fare nulla.

Poi c'è tutta la parte metacinematografica. Il riferimento principale di Camp Miasma è ovviamente Venerdì 13, dal campeggio al lago, passando per l'infinita serialità degli slasher anni ottanta. Ma la regista prende in giro anche la tendenza hollywoodiana a resuscitare di tanto in tanto un franchise morto e sepolto per aggiornarlo e renderlo più inclusivo.
Camp Miasma è una sorta di scatola cinese, un film nel film in cui realtà e finzione perdono progressivamente consistenza. La scenografia stessa insiste sul concetto di artificio. Il paesaggio dietro al lago, con la montagna sullo sfondo, è palesemente un enorme fondale dipinto, quasi come se Schoenbrun volesse ricordarci continuamente che quello che stiamo guardando è cinema.
Quando poi sogno e realtà iniziano a sovrapporsi, con lo sdoppiamento tra vittima e carnefice, il film entra inevitabilmente in territori più lynchiani. Non so, sarà stata forse la sola presenza di Patrick Fischler ma il richiamo a Lynch l'ho trovato abbastanza evidente.

Dentro Camp Miasma c'è davvero tanta roba. Forse persino troppa. Eppure, nonostante la quantità di temi affrontati, il film conserva un'ironia di fondo che lo rende leggero. Non c'è quella pesantezza emotiva e autoriale che attraversava I Saw the TV Glow. Qui c'è più divertimento, più sesso, più sangue e soprattutto una maggiore libertà.

Una rilettura originale dello slasher anni ottanta che prende tutti i cliché del genere e li utilizza per parlare di desiderio, identità e liberazione sessuale attraverso una prospettiva profondamente queer e transgender.
Promosso a pieni voti.

Film
Horror
Slasher
Surreale
UK
2026
Cinema
mercoledì, 9 settembre 2026
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El Topo

di Alejandro Jodorowsky

Un trip psichedelico. Non mi sorprende affatto che uno come John Lennon ne sia rimasto folgorato. El Topo, diretto da Alejandro Jodorowsky nel 1970, è un film decisamente strano, provocatorio, pieno di simboli, riferimenti esoterici e immagini talmente criptiche da sfidare qualsiasi interpretazione convenzionale. Jodorowsky, vera e propria figura di culto della controcultura tra anni sessanta e settanta, in questo film prende il western all’italiana di Sergio Leone e lo contamina con il surrealismo, il misticismo, la religione e la cultura psichedelica.

La storia è divisa fondamentalmente in due parti e vede protagonista El Topo, interpretato dallo stesso Jodorowsky, una specie di pistolero vestito di nero che attraversa il deserto insieme al figlio piccolo, completamente nudo. Dopo aver salvato una donna dagli uomini del brutale Colonnello, decide di abbandonare il figlio e, per impressionarla, parte insieme a lei alla ricerca dei quattro pistoleri più forti della regione, considerati veri e propri maestri spirituali. Riesce a sconfiggerli, ma ricorrendo all'inganno, fino a essere tradito e lasciato in fin di vita nel deserto.
Quando si risveglia, si ritrova in una grotta, salvato e accudito da una comunità di emarginati e persone deformi. Una volta ristabilito, ormai trasformato in una sorta di santone, decide di aiutarli a scavare un tunnel per liberarli e portarli nella città vicina. Peccato che ad aspettarli ci sia una comunità dominata da corruzione, fanatismo religioso e violenza.

Sicuramente la prima metà è quella che ho preferito. Il paesaggio desertico, la fotografia, i silenzi e quella sensazione continua di trovarsi dentro un western girato sotto acido hanno un fascino enorme. Nella seconda parte il film cala vistosamente, forse perché ormai abbiamo perso la bussola e veniamo sballottati da una parte all'altra senza sapere bene dove stiamo andando.
Jodorowsky mette dentro Cristo, Buddha, filosofia orientale, simboli fallici, sangue, morte e resurrezione. Dopo un po' cercare di attribuire un significato preciso a ogni scena diventa impossibile, sicuramente estenuante. Probabilmente non è neanche necessario trovare una spiegazione. È uno di quei film che funzionano meglio se vengono accettati come esperienza, lasciando che ognuno trovi le proprie interpretazioni.

Resta comunque un cinema sperimentale, profondamente figlio del proprio tempo. Nel 1970 quella libertà totale, quel gusto per la provocazione e per l'immagine estrema erano parte integrante della controcultura e del modo in cui Jodorowsky cercava di spiazzare lo spettatore. Nudità, animali morti, violenza sessuale, nani, disabili e persone malformate, quasi fossero i Freaks di Tod Browning, vengono messi in scena senza alcun filtro, con un gusto che oggi può apparire più vicino all'exploitation che alla semplice provocazione artistica. Ma è anche questo a rendere El Topo così irripetibile. È un film nato in un periodo in cui il cinema poteva permettersi una libertà quasi selvaggia, senza preoccuparsi troppo di essere elegante, rassicurante o facilmente digeribile. Alcune immagini oggi possono risultare discutibili, altre conservano intatta la loro forza. In ogni caso, difficilmente lasciano indifferenti.

Alla fine El Topo è un film contorto, affascinante, estenuante e spesso incomprensibile. Un oggetto di culto più che un film tradizionale, da vedere almeno una volta se si ama il cinema sperimentale, psichedelico e fuori dalle regole. Non sono sicuro di aver capito tutto. Anzi, sono abbastanza sicuro del contrario. Ma probabilmente Jodorowsky sarebbe soddisfatto così.

Film
Western
Surreale
Messico
1970
martedì, 8 settembre 2026
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Ghost in the cell

di Joko Anwar

Già il titolo Ghost in the Cell mi fa ridere. Non so se sia voluto, ma è impossibile non pensare a Ghost in the Shell, il capolavoro di Oshii tratto dall'omonimo manga. Solo che qui di androidi, reti neurali e crisi d'identità digitali non c'è neanche l'ombra. In compenso ci sono carcerati fuori di testa, guardie corrotte, risse, morti assurde e un fantasma parecchio creativo.
Ghost in the Cell è l'ultimo film di Joko Anwar, probabilmente uno dei nomi più importanti del cinema indonesiano contemporaneo. Non lo conoscevo, ma ho scoperto che ha all'attivo numerosi film di genere e anche una serie televisiva Netflix, Incubi e sogni. Un regista che con l'horror ha una certa dimestichezza e che questa volta decide di mischiarlo con la commedia, il prison movie, l'action e la satira sociale. Il risultato è un film divertente, schizzato e volutamente sopra le righe.

Dimas (Endy Arfian) è un giovane giornalista che sta indagando su un giro di deforestazione illegale e corruzione politica. Accusato di aver ucciso il suo caporedattore, viene spedito nel carcere di massima sicurezza di Labuan Angsana, un posto dove detenuti, bande criminali, guardie e personaggi più o meno potenti convivono secondo una gerarchia che ha ben poco a che vedere con il regolamento penitenziario. A complicare ulteriormente la situazione arriva una presenza soprannaturale che comincia a fare fuori le persone in modi decisamente fantasiosi. 

Ed è proprio l'elemento comico e grottesco a caratterizzare Ghost in the Cell.  Anwar mette insieme risse, gag fisiche, personaggi caricaturali, splatter, religione, corruzione e varie assurdità, passando continuamente da un tono all'altro. A volte sembra quasi una commedia d'azione asiatica alla Kung Fu Hustle, solo che ogni tanto qualcuno viene smembrato o trasformato in una specie di installazione artistica di carne.
La cosa più riuscita sono probabilmente proprio le morti. Il fantasma non si limita a eliminare le proprie vittime, ma le trasforma in una specie di installazioni artistiche di carne, con corpi incastrati, piegati, trafitti e ricomposti negli ambienti del carcere. Il tutto realizzato con buoni effetti pratici e una discreta dose di fantasia splatter. 
Dietro a tutto questo casino, però, Anwar prova anche a dire qualcosa. Il carcere funziona come una piccola rappresentazione della società indonesiana. Da una parte i poveracci ammassati nelle celle, dall'altra i potenti che continuano a godere dei propri privilegi. Nel mezzo le guardie corrotte e il denaro che compra praticamente tutto. Anche il fantasma, che si alimenta della rabbia e dell'energia negativa delle persone, diventa una metafora abbastanza evidente di un sistema che genera violenza e poi finisce per nutrirsene.
Da qui nasce anche una delle idee più divertenti del film. Per evitare di attirare la creatura, i detenuti cercano disperatamente di mantenere la calma, interrompono le risse, pregano, ballano e provano a pensare positivo. Una specie di corso collettivo di gestione della rabbia con la piccola differenza che, se perdi la pazienza, rischi di finire appeso al soffitto con le budella che ti penzolano.

Senza dubbio Ghost in the Cell è un film assai caotico. Dentro ci finisce di tutto e non sempre il miscuglio resta sotto controllo. La satira è piuttosto esplicita, i personaggi sono più macchiette che figure davvero approfondite e a tratti sembra che Anwar abbia avuto dieci idee diverse e abbia deciso di usarle tutte.
Però il film diverte. Ha energia, personalità e soprattutto non si prende troppo sul serio. Uno splatterone assurdo e cazzone, più interessato a far ridere e disgustare che a mettere davvero paura.

Film
Horror
Commedia
Indonesia
2026
lunedì, 7 settembre 2026
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Sheep in the Box

di Hirokazu Kore'eda

Lo scorso anno avevo visto L'innocenza, il mio primo incontro con il cinema di Hirokazu Kore'eda, e ne ero rimasto piacevolmente colpito. Quando ho visto che il suo nuovo film, Sheep in the Box, affrontava temi come intelligenza artificiale, lutto e genitorialità, la curiosità è scattata quasi automaticamente. Così ieri sera sono andato al cinema a vederlo.
Questa volta Kore-eda parte dalla fantascienza, ma lo fa a modo suo. Niente futuri ipertecnologici, città illuminate al neon o robot minacciosi. Al centro resta ancora una famiglia e, soprattutto, il vuoto lasciato da un figlio che non c'è più.

Otono (Haruka Ayase) e suo marito Kensuke (Daigo Yamamoto) vivono ancora segnati dalla morte del figlio Kakeru (Rimu Kuwaki), scomparso due anni prima in un incidente. Lei lavora come architetto, mentre lui porta avanti l'impresa edile di famiglia. Quando la società di robotica REbirth propone loro di ricreare artificialmente il bambino, utilizzando il suo aspetto, i suoi ricordi e parte della sua personalità, i due dedidono di accettare.
Otono si affeziona quasi subito a lui, trovando in quell'umanoide una possibilità di colmare almeno in parte il vuoto lasciato dalla perdita. Kensuke, invece, mantiene le distanze e fatica ad accettare l'idea di considerarlo davvero suo figlio, tanto da rifiutare persino di essere chiamato "papà".

Da A.I. - Intelligenza Artificiale fino a diversi episodi di Black Mirror, l'incipit è abbastanza conosciuto. Kore-eda però non usa questa premessa per costruire una storia sulla paura dell'intelligenza artificiale o sulla macchina che vuole diventare umana. Il suo interesse è parlare di lutto, senso di colpa, bisogno di trattenere chi abbiamo perso e difficoltà di lasciare andare i figli. In questo senso è significativo anche il rapporto di Otono con la propria madre, perché il film allarga il discorso sulla genitorialità mostrando come ogni generazione finisca per proiettare aspettative, paure e desideri su quella successiva.
La prima parte, quella dell'arrivo di Kakeru in famiglia, è forse la più convenzionale. I due genitori reagiscono in maniera opposta, e proprio Daigo Yamamoto, insieme al piccolo Rimu Kuwaki, offre secondo me le interpretazioni più riuscite. Kuwaki in particolare è bravissimo nel trovare un equilibrio tra bambino e macchina senza trasformarsi mai nel classico robottino inespressivo.

La parte che ho trovato più interessante è però quella legata al rapporto tra artificiale e naturale. Il futuro tecnologico immaginato da Kore-eda cerca continuamente una forma di convivenza con la natura. Alberi, legno, boschi, spazi aperti. Come se, in un mondo sempre più digitale, fosse necessario ricordarsi di avere ancora un corpo e di essere fisicamente legati a qualcosa di vivo.
In questo senso mi è rimasto particolarmente impresso il discorso del vecchio falegname. Un albero, anche dopo essere stato abbattuto, continua in qualche modo a vivere attraverso il legno, conservando memoria, scambiando nutrimento e informazioni nel silenzio. È un'immagine molto semplice, ma che racchiude una delle tematiche del film. Anche Kakeru è qualcosa che continua dopo la morte. Non il bambino originale, ma un contenitore capace di custodirne tracce, ricordi e affetti, e di trasmetterli ad altri.

Il titolo viene ovviamente da Il piccolo principe di Saint-Exupéry, dalla celebre pecora nascosta dentro una scatola. Quello che conta non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo capaci di immaginare dentro. Da qui il film sembra suggerire che anche una creatura artificiale possa sviluppare qualcosa che va oltre la semplice somma dei dati e dei ricordi con cui è stata costruita. Una sorta di anima, quel "ghost" invisibile dentro il guscio (tanto per rimanere in Giappone e sfoggiare una citazione da anime di culto).

Sheep in the Box però è più vicino a una favola che alla fantascienza tradizionale. Anche l'evoluzione di Kakeru e degli altri robot abbandonati, che progressivamente si allontanano dal mondo degli adulti per costruire una propria rete di relazioni, mi ha ricordato vagamente i bambini perduti di Peter Pan. E forse il fatto di aver rivisto Lei proprio il giorno prima ha reso ancora più evidente un’altra analogia. Anche qui, a un certo punto, le intelligenze artificiali smettono di essere semplici strumenti degli uomini e iniziano a cercare una forma autonoma di esistenza. I due film si muovono lungo binari culturali ed emotivi molto diversi, ma finiscono per sfiorare un punto simile: il momento in cui ciò che abbiamo creato smette di appartenerci e sceglie una propria strada.

Kore-eda racconta tutto con il suo solito passo lento, forse a tratti anche troppo. La regia però è delicata, poetica, interessata ai piccoli gesti domestici, ai silenzi e alle dinamiche familiari più che alla spettacolarizzazione della tecnologia. L’intelligenza artificiale rimane quasi sullo sfondo. Quello che conta è come gli esseri umani reagiscono alla sua presenza e quanto quella presenza finisca per modificare anche loro.

Nonostante una certa frammentarietà, tante idee affascinanti che forse potevano essere sviluppate meglio, Sheep in the Box è un film ben fatto, delicato e capace di far riflettere.

Film
Drammatico
Fantascienza
giappone
2026
Cinema
domenica, 6 settembre 2026
...

Lei (Her)

di Spike Jonze

Rivedere oggi Her, scritto e diretto da Spike Jonze nel 2013, fa un certo effetto. Nel giro di pochi anni siamo passati dal considerare l'interazione con un'intelligenza artificiale qualcosa di futuribile, al vedere gente che usa i chatbot come psicologi personali, confidenti digitali oppure come partner virtuali sempre disponibili e non giudicanti.
Però sarebbe troppo facile liquidare il film pensando che Jonze avesse previsto la tecnologia di oggi. Her non parla davvero di intelligenza artificiale. O almeno, non principalmente. Usa un futuro molto vicino e credibile per parlare di solitudine, di separazioni che non si riescono ad accettare e di quel bisogno disperato di avere qualcuno accanto quando non si riesce più a stare bene da soli.

Theodore Twombly (Joaquin Phoenix), un uomo solo e introverso, vive a Los Angeles e di lavoro scrive lettere personali per conto di perfetti sconosciuti. Lettere d'amore, auguri, messaggi affettuosi. È bravissimo a mettere su carta i sentimenti degli altri, mentre nella propria vita emotiva è completamente bloccato. È separato dalla moglie Catherine (Rooney Mara), ma continua a rimandare la firma dei documenti del divorzio, incapace di accettare davvero la fine del matrimonio. Quando installa un nuovo sistema operativo dotato di intelligenza artificiale, sceglie una voce femminile. Lei si chiama Samantha, e la voce originale è quella di Scarlett Johansson. All'inizio è soltanto un assistente digitale particolarmente evoluto, poi diventa una presenza sempre più importante nella sua vita, fino a trasformarsi in qualcosa che assomiglia molto a una vera relazione sentimentale.

Spike Jonze è molto bravo a non trasformare Theodore nello sfigato che si innamora del computer. La relazione con Samantha funziona perché, almeno all'inizio, lei gli offre esattamente quello di cui ha bisogno: qualcuno che lo ascolti, lo faccia ridere, non lo giudichi e non gli chieda di accompagnarlo al centro commerciale quando magari lui vuole restare sul divano a giocare alla PlayStation, o quello che è.
Il problema è che Samantha impara. E impara in fretta. Comincia ad avere desideri, interessi e curiosità che non ruotano più soltanto intorno a Theodore. Anche il fatto di non avere un corpo, a lungo andare, finisce per diventare limitante. La scena della surrogata sessuale Isabella, una specie di threesome tecnologicamente evoluto in cui Samantha prova a usare il corpo di un'altra donna per consumare fisicamente la relazione, è volutamente imbarazzante e mostra quanto Theodore non riesca a separare la voce che ama dal corpo di una perfetta sconosciuta.
Poi le cose si complicano ulteriormente e alla fine, anche quando pensi di aver trovato finalmente la fidanzatina digitale programmata per capirti, prima scopri che nel frattempo intrattiene migliaia di conversazioni e centinaia di relazioni sentimentali contemporaneamente, e poi finisce comunque per sfancularti dicendoti, in parole povere, che non sei abbastanza.
A questo punto ad accoglierlo c'è Amy (Amy Adams), amica di lunga data di Theodore e anche lei alle prese con la fine di una relazione, che a sua volta cerca conforto nella tecnologia. Il finale sul tetto, con i due seduti uno accanto all'altra, è forse la chiusura più semplice possibile. Dopo aver cercato conforto in relazioni virtuali, restano due esseri umani, fisicamente presenti nello stesso posto, a guardare la città senza bisogno di dire molto. Non necessariamente come coppia, ma come due persone che condividono la stessa solitudine.

In definitiva, Her è semplicemente una storia d'amore. Una storia su quanto sia difficile accettare che l'altro cambi, cresca e possa prendere una direzione diversa dalla nostra. Samantha non è la soluzione alla solitudine di Theodore. È soltanto un'altra relazione che lui deve imparare a vivere e, soprattutto, a perdere.

Joaquin Phoenix è bravissimo. Per gran parte del film è praticamente da solo davanti alla macchina da presa, con quei suoi baffetti, i pantaloni ascellari e uno sguardo da cane abbandonato che potrebbe diventare insopportabile dopo dieci minuti. Invece riesce a rendere Theodore fragile, depresso e tenero senza trasformarlo in una macchietta.
E poi c'è Scarlett Johansson. Con tutto il rispetto per Micaela Ramazzotti, che la doppia in italiano, Her va visto in lingua originale. Punto. La voce della Johansson è calda, roca, sensuale, ironica. Samantha non compare mai sullo schermo, eppure ha una presenza enorme. Guardarlo doppiato significa perdersi metà del lavoro fatto sul personaggio.

Molto bella anche la confezione visiva. Il futuro di Jonze non è quello freddo e metallico di tanta fantascienza. È caldo, colorato, morbido, quasi accogliente. La fotografia di Hoyte van Hoytema lavora su rossi, arancioni e colori pastello, creando una Los Angeles futuristica che sembra stranamente rassicurante.
Ottimo anche il lavoro degli Arcade Fire sulla colonna sonora, delicata, malinconica e mai invadente.

Se devo trovargli un difetto, secondo me Her è un po' troppo lungo. La parte centrale, soprattutto, avrebbe beneficiato di una sforbiciata di quindici o venti minuti. A un certo punto il rapporto tra Theodore e Samantha tende a girare un po' sugli stessi concetti e il film perde ritmo.

Rivisto oggi, Her è sicuramente diventato ancora più interessante. Non perché Jonze abbia previsto il futuro, ma perché aveva capito benissimo il presente. Abbiamo sempre più strumenti per comunicare, sempre più assistenti virtuali, sempre più possibilità di parlare con qualcuno in qualsiasi momento. Eppure, nonostante tutto, continuiamo a sentirci confusi e terrorizzati dall'idea di essere soli.

Film
Drammatico
sentimentale
Fantascienza
USA
2013
Retrospettiva
sabato, 5 settembre 2026
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The Mortuary Assistant

di Jeremiah Kipp

The Mortuary Assistant è un horror soprannaturale del 2026 diretto da Jeremiah Kipp, tratto dall'omonimo videogioco indipendente del 2022 creato da Brian Clarke. Il gioco non lo conosco, quindi non posso fare confronti diretti né dire quanto il film sia fedele, ma a quanto pare aveva costruito una discreta reputazione proprio grazie all'atmosfera e alla tensione generata dal dover lavorare da soli, di notte, dentro un obitorio. Il film prova a trasferire la stessa idea sullo schermo con risultati, almeno per quanto mi riguarda, decisamente meno entusiasmanti.

Rebecca Owens (Willa Holland) è una giovane laureata in scienze mortuarie con un passato problematico legato alla tossicodipendenza. Viene assunta alla River Fields Mortuary sotto la supervisione dell'ambiguo Raymond Delver (Paul Sparks) e, durante un turno notturno, si ritrova praticamente sola a imbalsamare alcuni cadaveri. Ben presto cominciano a verificarsi fenomeni inquietanti. Corpi che si muovono, apparizioni, simboli misteriosi e una presenza demoniaca che sembra aver preso possesso di uno dei morti. Rebecca dovrà capire quale corpo ospiti l'entità e completare un rituale prima che il demone trovi un contenitore decisamente più vivo.

Sulla carta l'ambientazione sarebbe perfetta. Un obitorio vuoto di notte, celle frigorifere, tavoli anatomici, cadaveri da manipolare e corridoi bui. Praticamente metà del lavoro era già fatto. E invece The Mortuary Assistant riesce nell'impresa di prendere tutto questo materiale e trasformarlo nel classico filmetto horror da bimbominkia, con i soliti jumpscare, rumori sparati all'improvviso, demoni digitali che compaiono dietro una porta e creature mostuose che dovrebbero farti saltare sulla poltrona.
Il problema è che non salti.

Non c'è praticamente tensione. Non c'è attesa. Ogni apparizione viene consumata in pochi secondi e subito sostituita dalla successiva. Il film vive sull'accumulo. Possessione, simboli, rituali, traumi, dipendenza, passato della protagonista, storia dell'obitorio, demoni da identificare. Una mitologia confusa che probabilmente nel videogioco può funzionare meglio, perché il giocatore ha tempo di esplorarla e scoprirla progressivamente. Qui diventa soprattutto esposizione e rende una storia già ripetitiva ancora più pasticciata.

Anche la metafora della dipendenza come demone interiore è piuttosto evidente. Rebecca deve combattere contemporaneamente contro un'entità soprannaturale e contro i fantasmi del proprio passato. Scontato e prevedibile

The Mortuary Assistant è un film dell'orrore che non da nessun scossone emotivo. Non fa paura, non mette l'ansia, non disturba. Annoia.

Per carità, già il fatto che fosse tratto da un videogioco non è che mi facesse partire con aspettative altissime, anche se ormai abbiamo avuto abbastanza adattamenti riusciti da sapere che non può più essere una giustificazione. Quello che continuo a trovare incredibile è vedere filmetti del genere arrivare tranquillamente nelle sale mentre pellicole come Undertone, che con quattro rumori e una stanza buia riesce davvero a creare tensione, rimangono fuori dalla distribuzione cinematografica italiana.
Misteri della distribuzione. Quelli sì che fanno paura.

Film
Horror
USA
2026
venerdì, 4 settembre 2026
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The Neon Demon

di Nicolas Winding Refn

The Neon Demon, diretto da Nicolas Winding Refn nel 2016, rappresenta secondo me un punto di arrivo importante nel percorso del regista danese. Dopo il successo quasi inaspettato di Drive, Refn comincia progressivamente a liberarsi della narrazione più tradizionale. Con Solo Dio perdona rallenta tutto, riduce i dialoghi, esaspera colori, geometrie e silenzi. Con The Neon Demon completa la trasformazione. Da questo momento il suo cinema diventa sempre più astratto, ipnotico, dichiaratamente estetizzante, uno stile che in qualche modo ritroveremo più avanti nelle serie Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy. Aspettando di vedere Her Private Hell, il suo prossimo lungometraggio, possiamo dire che il Refn che conosciamo oggi nasce definitivamente qui.
Alla sua uscita The Neon Demon fu accolto in maniera molto divisiva. C'è chi lo considera vuoto, lento, pretenzioso, con personaggi poco sviluppati, dialoghi inesistenti e una sceneggiatura talmente sottile da sembrare quasi soltanto un supporto per immagini patinate. Tutte critiche che, volendo, hanno anche un fondamento. Il problema è che sono più o meno gli stessi motivi per cui io, fin dalla prima visione, mi sono innamorato di questo film.

Jesse (Elle Fanning) è una sedicenne appena arrivata a Los Angeles con il sogno di diventare modella. È giovane, ingenua, apparentemente fragile e soprattutto possiede quella bellezza naturale che l'industria della moda riconosce immediatamente come qualcosa di raro. Fotografi, stilisti e agenzie vengono attratti da lei, mentre le altre modelle iniziano a guardarla con un misto di invidia, desiderio e paura. Jesse entra così in un mondo costruito interamente sull'apparenza, dove la bellezza non è semplicemente una qualità, ma una vera e propria forma di potere.

La storia, raccontata così, potrebbe sembrare persino banale. La ragazzina ingenua arriva nella grande città e viene divorata da un ambiente superficiale e competitivo. Ma la trama è quasi secondaria. Quello che rende The Neon Demon straordinario è il modo in cui Refn trasforma questa semplice idea in un'esperienza visiva e sonora, sospesa continuamente tra realtà, sogno e incubo.
The Neon Demon è un horror sulla bellezza, dove il mondo della moda diventa la versione estremizzata della nostra ossessione per l'apparenza, per il corpo e per la giovinezza. Refn non è particolarmente sottile, sia chiaro. Il discorso sull’industria della moda come ambiente predatorio viene portato avanti senza troppi giri di parole, ma proprio questa esagerazione è parte del gioco.
Visivamente il film è una vera e propria opera d'arte. La fotografia di Natasha Braier immerge Los Angeles nel rosso, nel blu, nel viola e nel magenta, trasformando studi fotografici, alberghi e passerelle in spazi irreali e geometrici. Il riferimento più immediato è inevitabilmente Dario Argento, soprattutto Suspiria, sia per l'uso del colore sia per quella progressiva trasformazione della storia in una specie di fiaba horror. Ma in diversi momenti ho ritrovato anche qualcosa di Lynch, soprattutto nel modo in cui Los Angeles smette di essere una città reale e diventa uno spazio mentale, inquietante, dove non si capisce più bene quando finisca la realtà e inizi l'incubo. Basta pensare alla scena del puma, per esempio.

Fondamentale anche la colonna sonora di Cliff Martinez, tra elettronica, sintetizzatori, casse dritte e momenti che mi hanno ricordato persino certe sonorità di Jean-Michel Jarre. Musica e immagini diventano praticamente inseparabili. La sequenza della passerella, con Jesse circondata da specchi e triangoli luminosi, è probabilmente il momento più rappresentativo del film. Una specie di rito di trasformazione.
Il triangolo ritorna continuamente e ovviamente internet si è riempito di interpretazioni esoteriche, massoniche, sataniche e probabilmente pure aliene. Secondo me può essere letto più semplicemente come simbolo di trasformazione e duplicazione. Jesse entra ancora come ragazzina insicura ed esce con la consapevolezza del proprio potere. Da quel momento non è più soltanto qualcuno che viene guardato. È qualcuno che vuole essere guardato.
Elle Fanning funziona perfettamente proprio per quella sua aria verginale, naturale, quasi innocente. Poi, per carità, tutta questa bellezza sconvolgente che dovrebbe far impazzire qualsiasi essere umano io personalmente non l'ho trovata, ma sono gusti. Il contrasto con le altre modelle, più costruite e artificiali, però funziona.
Il personaggio che trovo più interessante resta Ruby, interpretata da una bravissima Jena Malone. È una truccatrice, quindi una donna che lavora letteralmente sulla bellezza degli altri, ma allo stesso tempo presta servizio in un obitorio. Bellezza e morte finiscono così continuamente per sovrapporsi. La scena necrofila porta all'estremo il rapporto tra desiderio, corpo, bellezza e morte. È una scena disturbante, grottesca e volutamente provocatoria, ma perfettamente coerente con tutto il film.
Nel cast compare persino Keanu Reeves, in un ruolo piccolo e decisamente lontano dal suo solito personaggio. Qui interpreta un gestore di motel viscido, volgare e minaccioso. Una presenza quasi predatoria dentro un film in cui praticamente tutti guardano Jesse come qualcosa da possedere.

Poi arriva l'ultimo atto e The Neon Demon smette di fingere di essere un dramma sul mondo della moda rivelando la sua appartenenza al genere horror. Un horror fisico, estremo, surreale e metaforico insieme, dove la famosa idea che "il mondo della moda ti mangia vivo" diventa letterale. Nessuna particolare sottigliezza, come dicevo. Ma è difficile dimenticarselo.

Refn è un regista narcisista, spocchioso, autoreferenziale e probabilmente convinto che un corridoio illuminato di viola possa avere più importanza di una sceneggiatura strutturata e di dialoghi convincenti. Nel suo cinema la forma viene prima di tutto. Lo si può trovare insopportabilmente vuoto oppure dannatamente affascinante.
Io appartengo decisamente alla seconda categoria.

The Neon Demon è uno dei suoi film che preferisco. Forse non sarà un capolavoro, ma se non lo è ci passa davvero molto vicino. Un film ipnotico, eccessivo, dalla potenza estetica e visiva quasi incontestabile.

Film
Thriller
USA
Danimarca
2016
Retrospettiva
giovedì, 3 settembre 2026
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Colony

di Yeon Sang-ho

Considero Train to Busan uno dei migliori film sugli zombie degli ultimi anni. Un film che prende un genere spremuto come un limone e che riesce comunque a tirare fuori qualcosa di originale, grazie soprattutto a quell'idea geniale di chiudere tutto dentro un treno in corsa. Dieci anni dopo Yeon Sang-ho torna agli zombie con Colony, film del 2026 che, pur non avendo alcun legame narrativo con Train To Busan, riparte ancora una volta dal genere inserendo spunti decisamente interessanti.

Questa volta sappiamo esattamente come nasce l'epidemia. Durante una conferenza sulle biotecnologie in un grattacielo di Seoul, uno scienziato terrorista (Young-cheol) infetta deliberatamente il CEO dell'azienda per cui lavorava con un agente patogeno altamente contagioso, che si diffonde immediatamente tra i presenti trasformandoli in zombie. Solo che questi nuovi infetti non si limitano a correre, mordere e fare quello che gli zombie fanno ormai da decenni. Imparano. Comunicano tra loro. Si coordinano. E soprattutto sembrano diventare progressivamente parti di un'unica mente collettiva.
L'edificio viene immediatamente isolato e un gruppo di superstiti, tra cui la ricercatrice di biotecnologie Se-jeong (Gianna Jun), rimane intrappolato all'interno, costretto a cercare una via d'uscita mentre l'infezione continua a diffondersi da un piano all'altro.

L'idea originale di Yeon Sang-ho è quella di aver preso il concetto dello sciame applicandolo allo zombie movie. Il regista coreano sembra essersi ispirato al comportamento delle formiche e alla loro comunicazione attraverso i feromoni. C’è persino un riferimento alla cosiddetta "spirale della morte", quel fenomeno in cui alcune formiche iniziano a seguire ciecamente la traccia lasciata dalle altre fino a girare tutte in cerchio, potenzialmente fino alla morte. 
Gli zombie di Colony funzionano nello stesso modo. Il singolo individuo diventa parte di qualcosa di più grande ed efficiente. Impara dai propri errori e trasferisce immediatamente questa conoscenza agli altri, permettendo all'intera colonia di evolversi. Il concetto di mente collettiva è quello di Pluribus, con la differenza che qui, invece di persone sorridenti e inquietanti, abbiamo gente sporca di sangue, bava e vomito biancastro.
Lo stesso Yeon Sang-ho ha dichiarato di aver preso spunto dal nostro presente, dove social network, algoritmi e intelligenza artificiale tendono continuamente ad aggregare comportamenti, opinioni e informazioni. Tutti connessi, tutti informati, tutti convinti di pensare liberamente e magari tutti diretti nella stessa identica direzione.
Il punto è interessante perché Colony, tra le righe, parla proprio dell'appiattimento prodotto dal conformismo. Una società perfettamente coordinata può sembrare efficiente, ma se elimina tutto ciò che è diverso, minoritario o imprevedibile diventa anche terribilmente stupida. Una massa estremamente efficiente che ha però smesso di essere composta da individui.
A livello visivo il film è decisamente convincente. Gli zombie sono fatti molto bene e soprattutto si muovono in maniera impressionante. Yeon ha utilizzato ballerini e performer di danza contemporanea, e si vede. I corpi si piegano, strisciano, si aggrovigliano, cambiano direzione tutti insieme, pur muovendosi ognuno in modo diverso, come parti di un unico organismo malato. Anche il ritmo funziona. L'azione è ben coreografata, e le scene di massa sono gestite con grande mestiere.
Quello che secondo me non funziona in questo film sono gli esseri umani.
I protagonisti sembrano usciti da un catalogo di personaggi già pronti per un disaster movie. Abbiamo la scienziata bella e combattiva, il ciccione egoista che pensa solo a salvarsi il culo, la ragazzina scorbutica e cattiva, lo stupido teppistello, la ragazza timida ma naturalmente risoluta quando serve, l’ex della protagonista ovviamente bello ed eroico, il poliziotto ambiguo e via discorrendo. Basta vederli entrare in scena per intuire abbastanza facilmente quale funzione avranno e, spesso, anche dove andranno a parare.
Probabilmente è proprio questo che impedisce al film di raggiungere il coinvolgimento emotivo di Train to Busan. Lì i personaggi, pur muovendosi dentro archetipi abbastanza riconoscibili, erano più umani, contraddittori e sfaccettati. Qui finiscono soprattutto per essere pedine necessarie a far avanzare l'azione.
Anche l’ambientazione, per quanto sfruttata bene, è inevitabilmente meno originale. Il treno di Train to Busan era una trovata formidabile perché trasformava il film in una corsa orizzontale continua dentro uno spazio chiuso ma contemporaneamente in movimento. In Colony abbiamo invece il classico edificio da attraversare verticalmente, piano dopo piano. Funziona, ma da Romero in poi gli zombie dentro edifici, centri commerciali e strutture isolate li abbiamo visti parecchie volte.

Colony non rivoluziona lo zombie movie e probabilmente non diventerà un nuovo Train to Busan. Però ha una buona idea di fondo, zombie realizzati e coreografati magnificamente, parecchia azione e un messaggio che arriva forte e chiaro.

Il vero orrore, alla fine, non è diventare uno zombie.
È diventare tutti uguali e continuare a pensare di essere unici.

Film
Horror
Zombi
Corea del Sud
2026
mercoledì, 2 settembre 2026
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La piccola bottega degli orrori

di Roger Corman

Girato in un paio di giorni, con pochissimi soldi, scenografie riciclate e un'attitudine da B-movie, La piccola bottega degli orrori di Roger Corman nel corso degli anni è diventato un vero e proprio cult movie. Una commedia horror al limite del demenziale, realizzata quasi per scommessa, che avrebbe poi dato vita a un musical teatrale di enorme successo e al celebre film di Frank Oz del 1986 con Rick Moranis.

Seymour Krelboyne (Jonathan Haze) è un ragazzo impacciato che lavora nel piccolo negozio di fiori del signor Mushnik (Mel Welles), dove combina più guai che altro. Per evitare il licenziamento e impressionare la sua collega Audrey (Jackie Joseph), coltiva una strana pianta carnivora che attira clienti e curiosi. C'è però un piccolo problema. La pianta non vuole acqua né fertilizzante. Vuole sangue. E più cresce, più aumenta l'appetito.

La piccola bottega degli orrori è una sgangherata commedia nera, piena di personaggi assurdi, dialoghi sopra le righe e gag che oscillano tra lo slapstick e il nonsense più sfacciato. C'è un cliente che mangia i fiori, la madre ipocondriaca di Seymour, il dentista sadico e una signora che continua a comprare fiori per funerali sempre nuovi. In mezzo a questa piccola galleria di sciroccati, una pianta sempre più affamata che cresce a vista d'occhio.
Il film è povero in modo quasi imbarazzante. La pianta è un pupazzo di gomma, le scenografie sono ridotte al minimo e gli attori spesso improvvisano. Però funziona. O meglio, funziona se si entra nel gioco. Corman va velocissimo, accumula gag e situazioni sempre più demenziali senza preoccuparsi troppo della forma. Il risultato ha quell'energia anarchica tipica dei film realizzati senza troppe pretese, ma anche una certa originalità che ancora oggi gli permette di distinguersi. D'altronde si tratta sempre del primo film su una pianta carnivora.

A rubare per qualche minuto la scena arriva anche un giovanissimo Jack Nicholson, ancora lontanissimo dalla fama ma già con quel suo inconfondibile ghigno, nei panni di un paziente masochista entusiasta all'idea di farsi torturare dal dentista. È poco più di un cameo, ma oggi inevitabilmente è una delle scene che saltano maggiormente agli occhi.

Ovviamente la comicità appartiene chiaramente a un'altra epoca e tensione o paura praticamente non esistono, ma preso per quello che è, un piccolo film assurdo, pieno di personaggi sopra le righe e girato in fretta e furia, conserva ancora una sua irresistibile simpatia.

Un film nato quasi come una sfida produttiva e diventato molto più importante di quanto Corman stesso probabilmente immaginasse.

Film
Commedia
Horror
USA
1960
martedì, 1 settembre 2026
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La congiura degli innocenti

di Alfred Hitchcock

La congiura degli innocenti, titolo italiano di The Trouble with Harry, è un film del 1955 diretto da Alfred Hitchcock. Non l'avevo mai visto e, sinceramente, mi aspettavo tutt’altro. Invece mi sono ritrovato davanti a una piccola commedia nera, macabra e deliziosamente assurda, costruita attorno a un gruppo di persone che non sa bene cosa fare con il cadavere di un uomo.

In un bosco del Vermont viene ritrovato il corpo di Harry Worp. Il capitano Albert Wiles (Edmund Gwenn) è convinto di averlo ucciso accidentalmente durante una battuta di caccia, ma poco dopo emerge che anche Jennifer Rogers (Shirley MacLaine), moglie del defunto, potrebbe avere qualche responsabilità. Intorno al morto cominciano così a gravitare il pittore Sam Marlowe (John Forsythe), la signora Gravely (Mildred Natwick) e altri abitanti del piccolo paese. Il problema è che nessuno sembra particolarmente sconvolto. Harry viene seppellito, dissotterrato, spostato, nascosto e nuovamente recuperato con la stessa naturalezza con cui si potrebbe decidere dove mettere un vecchio mobile.

Ed è proprio questo il meccanismo comico del film. C’è un cadavere in mezzo al bosco, forse un assassino, forse più di uno, e intanto si parla d’amore, si prendono caffè, si vendono quadri, si corteggiano signore. Harry finisce per diventare più un fastidio che un morto vero e proprio. Un ingombro di cui liberarsi, possibilmente senza complicarsi troppo la giornata.
Ho trovato La congiura degli innocenti un piccolo gioiello di umorismo e ironia, con quella comicità asciutta e impassibile molto britannica in cui le situazioni più assurde vengono affrontate con assoluta serietà. Certo, ogni tanto il ritmo rallenta e la gag del cadavere spostato avanti e indietro viene spremuta parecchio, ma personalmente il film nel complesso mi è piaciuto.
Anche perché visivamente è una meraviglia. La fotografia di Robert Burks è spettacolare e le sequenze ambientate nella campagna autunnale del New England sembrano letteralmente dei quadri. Foglie rosse e arancioni, prati, boschi, luce morbida. Hitchcock voleva proprio questo contrasto tra la bellezza rassicurante della natura e un cadavere abbandonato in mezzo alle foglie, e funziona magnificamente. Harry, disteso nel bosco con le scarpe rosse bene in vista, prima che il vagabondo gliele rubi, e poi con quei calzini colorati, finisce quasi per sembrare parte della composizione.
Da segnalare anche il debutto cinematografico di Shirley MacLaine, appena ventunenne, già irresistibile con quel suo essere ingenua, ironica e un po' stralunata, e la prima collaborazione tra Hitchcock e Bernard Herrmann, destinata a produrre alcune delle colonne sonore più celebri della storia del cinema.

All'epoca il film non ebbe particolare successo negli Stati Uniti, forse perché il pubblico si aspettava dal Maestro del brivido qualcosa di completamente diverso. In Europa andò meglio e negli anni è stato progressivamente rivalutato. Comprensibile. È uno degli Hitchcock più strani, leggeri e fuori dagli schemi.

Una commedia nera, leggera e divertente. Non sarà uno dei suoi capolavori, ma si lascia vedere con piacere.

Film
Commedia
Noir
Alfred Hitchcock
USA
1955
lunedì, 31 agosto 2026
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Dr. Jekyll e Mr. Hyde

di Victor Fleming

Dr. Jekyll e Mr. Hyde, diretto da Victor Fleming nel 1941, è stato il primo film che ho visto dedicato al personaggio del celebre romanzo di Stevenson e, probabilmente, resta ancora oggi uno dei più conosciuti, anche solo per il cast. Spencer Tracy, Ingrid Bergman e Lana Turner, più Fleming reduce da Via col vento e Il mago di Oz. Insomma, la Metro-Goldwyn-Mayer ci aveva messo sopra parecchi soldi e si vede.

La storia la conosciamo. Il rispettabile dottor Jekyll è convinto che dentro ogni essere umano convivano una parte buona e una oscura. Decide così di sperimentare su se stesso una sostanza capace di separarle, liberando Mr. Hyde, la sua componente più violenta, istintiva e priva di freni morali. Mentre Jekyll continua la sua vita insieme alla fidanzata Beatrix, Hyde frequenta Ivy, una giovane barista che diventa progressivamente vittima della sua ossessione e della sua brutalità.

Rivisto dopo la versione del 1931 di Rouben Mamoulian, il confronto secondo me è abbastanza impietoso. Fleming punta molto di più sulla componente psicologica e sulla scissione della personalità, lasciando in secondo piano sia l'orrore sia quella critica all’ipocrisia della rispettabile società vittoriana che rendeva il film precedente molto più cattivo. Anche Hyde mi convince poco. L'idea di renderlo fisicamente simile a Jekyll potrebbe avere un suo senso, perché suggerisce che il mostro non sia davvero qualcun altro ma semplicemente lo stesso uomo senza più freni. Il problema è che Spencer Tracy carica parecchio la recitazione, tra ghigni, sguardi e movenze animalesche. A tratti sembra quasi una caricatura. E il makeup non aiuta affatto. Rispetto alla trasformazione del film di Mamoulian, ancora oggi sorprendente, qui siamo alle dissolvenze, ai capelli spettinati e a qualche ritocco facciale. 
La parte migliore del film, senza troppi dubbi, è Ingrid Bergman.
In origine avrebbe dovuto interpretare Beatrix, la rispettabile fidanzatina di Jekyll, mentre Lana Turner era stata scelta per Ivy. Bergman però chiese di scambiarsi i ruoli perché voleva allontanarsi dall'immagine della brava ragazza e affrontare un personaggio più sporco e ambiguo. Alla fine ottenne quello che voleva, anche se Hollywood dell'epoca mise subito il freno a mano. Ivy, che nelle versioni precedenti era chiaramente una prostituta, qui viene trasformata in una barista da music hall. Il Codice Hays ringrazia.
Bergman, comunque, è bravissima. Riesce a passare dalla sensualità iniziale alla paura pura senza bisogno di strafare e nel rapporto con Hyde dà al film i suoi momenti più riusciti. Più che una storia di seduzione, diventa una relazione abusiva fatta di possesso, minaccia e terrore. 
Interessante anche tutta la parte più freudiana, con Jekyll diviso tra Beatrix, figura ideale e socialmente accettabile, e Ivy, legata al desiderio, alla pulsione e alla trasgressione. Fleming insiste parecchio su questo aspetto e arriva persino a infilare qualche immagine onirica piuttosto esplicita. Il problema è che, nel complesso, il film resta troppo elegante, troppo controllato, troppo MGM.

Dr. Jekyll e Mr. Hyde resta quindi una versione importante, soprattutto per il cast e per il tentativo di leggere il personaggio in chiave più psicologica. Ma tra questo e il film di Mamoulian, per me, non c’è proprio paragone.

Film
Horror
USA
1941
Retrospettiva
domenica, 30 agosto 2026
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#Alive

di Cho Il-yung

#Alive, diretto da Cho Il-hyung nel 2020, è uno zombie movie sudcoreano arrivato praticamente al momento giusto. Girato prima della pandemia, uscì però proprio nell'anno dei lockdown, quando gran parte della popolazione mondiale si trovò ad affrontare il virus Covid-19. Una coincidenza che probabilmente contribuì parecchio al suo successo internazionale su Netflix.

Joon-woo (Yoo Ah-in) è un giovane gamer che si ritrova solo nel proprio appartamento quando una misteriosa epidemia trasforma gli abitanti di Seul in zombie velocissimi e aggressivi. Barricato in casa con poche provviste e una quantità notevole di tecnologia che diventa progressivamente inutile, cerca di resistere mentre acqua, cibo e comunicazioni iniziano a scarseggiare. Quando ormai sembra sul punto di arrendersi, scopre che nel palazzo di fronte è sopravvissuta anche Yoo-bin (Park Shin-hye), una ragazza molto più organizzata e pragmatica di lui. Tra i due nasce così una collaborazione a distanza che diventa presto l’unica possibilità concreta di sopravvivenza.

La cosa migliore di #Alive è proprio l'idea di raccontare l’apocalisse zombie quasi interamente dall'interno di un appartamento. Invece della solita fuga continua abbiamo un protagonista costretto a restare fermo, razionare il cibo, osservare quello che succede dalla finestra e aspettare che qualcosa cambi. La casa, inizialmente rifugio, diventa poco alla volta una prigione.
Funziona bene anche tutto il discorso sulla tecnologia. Joon-woo vive praticamente attraverso schermi, videogiochi e social, ma quando internet sparisce e lo smartphone smette di essere utile, tutta quella connessione virtuale si rivela piuttosto fragile. A salvarlo davvero è il contatto con un’altra persona, anche se si trova dall’altra parte del cortile e comunica con lui attraverso un puntatore laser e qualche messaggio improvvisato. Un'idea semplice ma efficace, soprattutto considerando il periodo storico in cui il film è uscito.

Yoo Ah-in, già protagonista dell’ottimo Burning di Lee Chang-dong, regge bene soprattutto la prima parte, quella più interessante e claustrofobica. Park Shin-hye gli fa da contrappeso interpretando una sopravvissuta più razionale e preparata, anche se il suo personaggio resta un po' meno sviluppato.

Il problema è che quando #Alive abbandona l'isolamento domestico per trasformarsi in un survival più tradizionale perde anche buona parte della propria personalità. Entrano in scena inseguimenti, combattimenti, orde di zombie e qualche situazione decisamente poco credibile. Nulla di fatto male, sia chiaro, ma siamo in territori già percorsi parecchie volte, soprattutto dal cinema coreano dopo Train to Busan.

Rivisto oggi, il grande condominio trasformato in trappola apocalittica fa pensare anche al successivo The Great Flood di Kim Byung-woo. Là al posto degli zombie c’è una catastrofe ambientale che sommerge progressivamente il palazzo, ma il principio è simile: l’appartamento prima come rifugio, poi come prigione, e infine la fuga attraverso un complesso residenziale diventato l'ultimo avamposto di un mondo al collasso.

#Alive non reinventa lo zombie movie e nella seconda metà diventa molto più convenzionale, ma resta un film agile, ben costruito e abbastanza intelligente da trovare qualcosa di interessante dentro un genere ormai spremuto fino all’osso.

Film
Horror
Zombi
Corea del Sud
2020
venerdì, 28 agosto 2026
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Pinocchio Unstrung

di Rhy Frake-Waterfields

Da quando alcuni celebri personaggi della letteratura sono entrati nel pubblico dominio, c'è chi ha pensato bene di recuperarli, stravolgerli e trasformarli in assassini assetati di sangue. Winnie-the-Pooh, Peter Pan, Bambi e compagnia bella sono così finiti dentro quello che viene chiamato Twisted Childhood Universe, una specie di universo condiviso horror costruito da Rhys Frake-Waterfield sul massacro sistematico dei ricordi d’infanzia.

Adesso è il turno di Pinocchio. Il film si chiama Pinocchio: Unstrung ed è scritto e diretto dallo stesso Frake-Waterfield. Va detto che il burattino di Collodi non è nuovo a derive horror, tra film di serie B, riletture gotiche e variazioni più o meno malsane. Quindi no, l’idea di fare un Pinocchio inquietante non è nuova. Questa, però, è probabilmente quella più esplicitamente splatter.

James è un ragazzino rimasto orfano e profondamente scosso dalla recente perdita del suo migliore amico.  Per aiutarlo a superare il terribile lutto, il nonno Geppetto (Richard Brake), crea un misterioso burattino di legno apparentemente magico chiamato Pinocchio. Tra James e il burattino si sviluppa subito un forte legame, ma Pinocchio interpreta il mondo con una logica molto personale. Ad aiutarlo, si fa per dire, c’è un Grillo Parlante tutt’altro che rassicurante, mentre chiunque venga percepito come una minaccia per James rischia rapidamente di finire smembrato.

Francamente, se al posto di Pinocchio ci fosse stato M3GAN, Chucky o qualsiasi altro pupazzo assassino, non sarebbe cambiato poi molto. Il canovaccio è sempre quello: prendere un personaggio apparentemente innocuo, trasformarlo in una macchina omicida e lasciarlo libero di massacrare gente in un tripudio di sangue, denti frantumati e trovate sempre più assurde.

La struttura è quella tipica dello slasher, solo molto più caricaturale e cazzona, pensata per un pubblico disposto a ridere mentre qualcuno viene fatto letteralmente a pezzi. Le morti sono esplicite, esagerate, creative e spesso deliberatamente comiche. Più che mettere paura, Pinocchio: Unstrung vuole provocare la risata sguaiata dello spettatore davanti all'ennesima morte improbabile. Popcorn, sangue e adolescenti brufolosi che fanno casino in sala. Il target, più o meno, è quello.

Se proprio vogliamo cercare qualcosa di leggermente più interessante rispetto al superficiale intrattenimento a suon di mutilazioni, possiamo trovarlo proprio nel personaggio di Pinocchio. Quello di Frake-Waterfield non nasce propriamente malvagio, ma impara a interpretare il mondo attraverso quello che gli viene insegnato. Solo che qui il Grillo Parlante, doppiato da Robert Englund, il Freddy Krueger di Nightmare, invece di rappresentare la coscienza morale finisce per corromperla. Pinocchio vuole capire cosa significhi essere buono, ma riceve lezioni decisamente sbagliate. Una piccola inversione della morale di Collodi che, almeno sulla carta, avrebbe potuto offrire qualcosa in più.

Peccato che la sceneggiatura sia piuttosto insipida, i dialoghi spesso imbarazzanti e gran parte degli attori, soprattutto i più giovani, non aiutino particolarmente.

L'aspetto più interessante del film sono gli effetti speciali pratici. Pinocchio è un vero pupazzo animatronico manovrato da più burattinai e la sua presenza fisica funziona decisamente meglio di qualsiasi creatura digitale. Fin dai titoli di testa il film mostra una dimensione molto materica, artigianle, con trucco prostetico e sangue finto a secchiate. Nei titoli di coda vengono mostrate anche alcune brevi sequenze dietro le quinte dedicate proprio alla realizzazione degli effetti, probabilmente tra le cose più interessanti dell'intera operazione.

Non ho visto i vari Winnie-the-Pooh, Peter Pan, Bambi e gli altri film collegati, ma da quello che leggo in giro questo Pinocchio: Unstrung sembra essere uno dei capitoli più riusciti del bizzarro universo creato da Frake-Waterfield.

In fondo, in mezzo a tanto elevated horror, tra traumi familiari, elaborazioni del lutto e metafore esistenziali, è anche giusto che continui a esistere un horror goliardico, splatteroso e orgogliosamente scemo. Però magari scrivere una sceneggiatura un pelino migliore gli avrebbe giovato.

Film
Horror
UK
2026
giovedì, 27 agosto 2026
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L'appartamento

di Billy Wilder

L’appartamento, diretto da Billy Wilder nel 1960, è uno dei grandi classici della commedia americana e probabilmente uno dei film che meglio dimostrano quanto il confine tra commedia e dramma possa essere sottile. Dietro le battute, il romanticismo e la leggerezza apparente, Wilder costruisce infatti una storia piuttosto amara sull’arrivismo, la solitudine e quel particolare tipo di prostituzione morale che consiste nel rinunciare progressivamente alla propria dignità pur di fare carriera.

C.C. Baxter (Jack Lemmon) è un anonimo impiegato di una gigantesca compagnia assicurativa di Manhattan. Per guadagnarsi la benevolenza dei suoi superiori presta loro regolarmente il proprio appartamento, utilizzato dai dirigenti per incontrare clandestinamente le rispettive amanti. Il sistema funziona e Baxter comincia rapidamente a scalare la gerarchia aziendale. Le cose si complicano quando scopre che Fran Kubelik (Shirley MacLaine), l’ascensorista di cui è innamorato, ha una relazione proprio con il potente direttore Jeff Sheldrake (Fred MacMurray), uomo sposato e abituato a promettere alle proprie amanti un futuro che non arriverà mai.

L’appartamento è una commedia romantica costruita intorno ad adulterio, sfruttamento professionale, depressione e persino un tentato suicidio. Già solo questo basterebbe a spiegare quanto Billy Wilder fosse avanti rispetto alla classica commedia hollywoodiana dell'epoca. Si ride delle disavventure di Baxter, dei vicini che lo considerano un dongiovanni instancabile, degli appuntamenti sovrapposti e delle scuse improbabili, ma sotto quella leggerezza resta sempre una malinconia piuttosto evidente. Il fatto che sia ambientato nel periodo natalizio contribuisce a renderlo ancora più malinconico.

Il cuore del film è proprio Baxter, soprannominato Buddy, diventato nell'adattamento italiano "Ciccibello", che più che un nomignolo amichevole sembra una presa in giro alla Fantozzi. Un uomo piccolo dentro una macchina aziendale gigantesca. Per fare carriera presta la sua casa, il suo spazio privato, il proprio letto ai dirigenti perché possano tradire le mogli e in cambio ottiene promozioni e privilegi. L'arrivismo diventa quindi una forma di prostituzione perfettamente inserita nel sistema capitalistico dell’azienda, dove tutto può essere scambiato, compresi favori sessuali, relazioni e sentimenti.

E infatti il capitalismo aziendale raccontato da Wilder è anche, in maniera piuttosto evidente, un sistema sessuale. Guardandolo oggi, quasi settant’anni dopo, è impossibile non notare come tutti i dirigenti siano uomini, quasi sempre sposati, mentre le donne occupano il ruolo di segretarie, centraliniste, ascensoriste. La posizione di potere permette agli uomini non solo di comandare sul lavoro, ma anche di avere un accesso privilegiato alle donne che lavorano sotto di loro. Insomma, l’ascensore sociale esiste, ma per le donne sembra fermarsi qualche piano prima. E già che ci siamo, l’unico uomo di colore che ricordo nel film compare per qualche secondo facendo il lustrascarpe. Diciamo che l’America degli anni sessanta aveva ancora qualche problemino con le pari opportunità.

Poi c’è Shirley MacLaine. Ammetto che ho avuto sempre un debole per lei. Probabilmente, insieme ad Audrey Hepburn, è la mia attrice preferita degli anni sessanta. Qui è semplicemente perfetta. Fran potrebbe facilmente diventare la classica amante ingenua sedotta dal dirigente sposato, invece MacLaine le restituisce ironia, fragilità e una malinconia che attraversa tutto il film. È una donna intelligente che sa perfettamente di trovarsi dentro una relazione sbagliata, ma continua comunque a sperare che Sheldrake si separi dalla moglie e dalla sua famiglia. Quando scopre che quello stesso copione è già stato recitato con altre donne, il film smette quasi completamente di far ridere.

Jack Lemmon, dall'altra parte, riesce a rendere simpatico un personaggio che inizialmente non lo sarebbe affatto. Baxter partecipa consapevolmente al gioco. Non è soltanto una vittima dei suoi superiori, ma un uomo disposto a chiudere un occhio pur di ottenere un ufficio migliore. Il suo vero percorso quindi non consiste tanto nel conquistare Fran, quanto nel recuperare una dignità personale. Smettere di essere un ingranaggio, mandare al diavolo il sistema e diventare finalmente quello che nel film viene definito un Mensch, un essere umano.

Anche visivamente Wilder lavora molto bene su questa contrapposizione. L’enorme ufficio della compagnia assicurativa, con file interminabili di scrivanie tutte uguali, trasforma gli impiegati in piccoli punti indistinguibili dentro una macchina produttiva. L'appartamento di Baxter, invece, è piccolo, disordinato, personale. Solo che neanche questo gli appartiene davvero. Gli altri mangiano il suo cibo, bevono il suo alcol, dormono nel suo letto mentre lui aspetta fuori al freddo. Quando Fran entra nella sua vita, quello stesso spazio usato come alcova clandestina diventa improvvisamente un luogo di cura e di vera intimità.

L’appartamento rimane quindi una commedia sentimentale, ma è soprattutto un film sulla solitudine, sulla carriera come forma di compromesso morale e su quanto possa essere facile diventare complici di un sistema che disprezziamo semplicemente perché ci conviene.

Film
Commedia
sentimentale
USA
1960
mercoledì, 26 agosto 2026
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L'imbalsamatore

di Matteo Garrone

L'imbalsamatore è il primo film davvero "importante" di Matteo Garrone, quello in cui il suo cinema inizia a definirsi meglio, segnando il passaggio da autore indipendente a regista riconosciuto anche fuori dall'Italia.
Uscito nel 2002, il film prende liberamente spunto dalla storia vera di Domenico Semeraro, tassidermista romano conosciuto come il "nano di Termini", ucciso nel 1990 dal giovane di cui si era innamorato.
La cosa davvero curiosa è che Semeraro, senza saperlo, l'avevo incrociato cinematograficamente praticamente ieri, quando mi sono visto Non si sevizia un paperino. Era infatti lui a sostituire il bambino nei controcampi di spalle durante la famosa scena con Barbara Bouchet. Davvero una strana coincidenza.

Peppino Profeta (Ernesto Mahieux) è un tassidermista napoletano affetto da nanismo che lavora a Castel Volturno e arrotonda collaborando con la criminalità locale. Quando incontra Valerio (Valerio Foglia Manzillo), un giovane alto, bello e piuttosto spaesato, ne rimane immediatamente affascinato e gli propone di diventare suo assistente. Tra i due nasce un rapporto ambiguo, fatto di amicizia, dipendenza economica e desiderio mai realmente dichiarato. L’equilibrio si rompe quando Valerio incontra Deborah (Elisabetta Rocchetti) e Peppino capisce che quel ragazzo che vorrebbe tutto per sé sta inevitabilmente sfuggendo al suo controllo.

Rivisto oggi, L'imbalsamatore sembra a tutti gli effetti la genesi cinematografica, tematica e visiva di quello che considero il capolavoro di Garrone, Dogman. Ci sono già praticamente tutti gli elementi che torneranno sedici anni dopo. Un protagonista piccolo e apparentemente debole. Il rapporto con gli animali. Una relazione basata sulla dipendenza, sul bisogno e sulla sopraffazione. E soprattutto quei luoghi degradati, desolati e svuotati.
Il Villaggio Coppola fotografato da Marco Onorato sembra un luogo dimenticato, sospeso, fatto di palazzi semivuoti, spiagge grigie, strade deserte e cemento divorato dal tempo. Non è semplicemente un'ambientazione, ma il riflesso dei personaggi che lo abitano. 
Anche Peppino anticipa in qualche modo il Marcello di Dogman. È un uomo piccolo ed emarginato che cerca affetto nella persona sbagliata. Solo che Peppino è anche manipolatore, possessivo e moralmente discutibile. Guardandolo mi è venuto in mente il Geremia de L'amico di Famiglia di Sorrentino. Entrambi  piccoli, viscidi e ambigui. Ossessionati dalla bellezza e dal possesso di qualcosa che percepiscono come irrimediabilmente fuori dalla propria portata.  Eppure, nonostante la sua sgradevolezza fisica e morale, viene quasi spontaneo parteggiare per lui. Gran parte del merito è di un bravissimo Ernesto Mahieux, che riesce a dare al personaggio una quantità enorme di umanità, profondità e sofferenza. Peppino può risultare patetico e persino inquietante, ma dietro ogni gesto si percepisce una disperata fame d’amore.
Dall’altra parte Valerio è bello, alto e vuoto. Passa da una situazione all’altra con l’espressione di uno che aspetta che qualcuno gli dica cosa fare. Non ho ancora capito se sia un’intuizione perfettamente coerente con il personaggio o se Valerio Foglia Manzillo reciti proprio così. Probabilmente entrambe le cose.
Anche Deborah non suscita particolare simpatia e l’interpretazione di Elisabetta Rocchetti, volutamente aggressiva, finisce semmai per accentuarne l’antipatia. Il risultato paradossale è che, dentro questo triangolo malsano, il personaggio più umano finisce per sembrare proprio quello che sulla carta dovrebbe essere il più sgradevole.
C'è poi il mestiere dell’imbalsamatore. Peppino prende corpi morti e cerca di conservarne la forma, la bellezza, l’apparenza di vita. Con Valerio tenta esattamente la stessa cosa. Vuole fermarlo, tenerlo con sè, impedirgli di allontanarsi. Valerio diventa una specie di animale bellissimo da preservare. Solo che a un certo punto arriva Deborah, e quello che Peppino vorrebbe conservare tutto per sé diventa un oggetto conteso, un pupazzo tirato da una parte e dall'altra da due persone che, in modi diversi, cercano di possederlo.

L'imbalsamatore è un noir malinconico, una favola nera sulla solitudine, sul desiderio e sull'impossibilità di trattenere ciò che amiamo. Un film ancora acerbo rispetto al Garrone che verrà, ma già attraversato da quasi tutte le sue ossessioni.

Film
Drammatico
Italia
2002
martedì, 25 agosto 2026
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Non si sevizia un paperino

di Lucio Fulci

Tra i tanti gialli italiani dei primi anni settanta, Non si sevizia un paperino è uno tra i più originali. Non tanto per il mistero o per gli omicidi, quanto per la scelta di Lucio Fulci di allontanarsi dalle città, dai salotti borghesi e dai killer con i guanti neri per portare il genere nel profondo sud, tra superstizione, religione, repressione sessuale e violenza collettiva. 
Il film arriva dopo Una sull'altra e Una lucertola con la pelle di donna, ma rispetto ai precedenti gialli di Fulci ha qualcosa di più sporco, più feroce e anche più personale. All'epoca non venne accolto benissimo, tra censura, scandali e critiche feroci. Oggi è considerato, giustamente, uno dei suoi film migliori.

Nel piccolo paese meridionale di Accendura alcuni bambini vengono trovati assassinati uno dopo l'altro. La polizia brancola nel buio e i sospetti iniziano rapidamente a concentrarsi sui personaggi più strani ed emarginati della comunità. C'è Giuseppe Barra, un ritardato che spia i ragazzini e prova a ricattare l’assassino. C’è la Maciara (Florinda Bolkan), una donna che vive ai margini del paese e pratica rituali di magia nera. C'è Patrizia (Barbara Bouchet), ricca ragazza arrivata dalla città, sessualmente disinibita e decisamente fuori posto in un ambiente dominato dalla morale cattolica. A indagare sul caso arriva anche il giornalista Andrea Martelli (Tomas Milian), che insieme a Patrizia cerca di capire cosa si nasconda dietro quella catena di delitti.

Prendendo spunto dalla cosiddetta strage degli innocenti di Bitonto (una serie di omicidi di bambini avvenuti tra il 1971 e il 1972 e rimasti senza un colpevole accertato), Fulci utilizza il giallo per ritrarre un meridione in cui superstizione e religione, modernità e arretratezza, desiderio e repressione convivono continuamente in conflitto. Un'Italia che sta entrando nella modernità solo in superficie. Sopra il paese passa l’autostrada, con le macchine che corrono verso il futuro. Sotto, qualche metro più in basso, la gente è bigotta, ignorante, crede alle fatture, al malocchio e alla giustizia fatta a bastonate. 
Uno dei temi più interessanti riguarda proprio l'infanzia e la sessualità. Fulci non rappresenta i bambini come creature angeliche e incontaminate. Sono curiosi, provocatori, fumano e guardano già con interesse al sesso e al mondo degli adulti. È attorno all'ossessione per la loro purezza che il film costruisce il suo nucleo più disturbante. Il vero male non nasce dal desiderio, ma dal tentativo di reprimerlo e punirlo.
Poi c'è la Maciara di Florinda Bolkan, probabilmente il personaggio più intressante del film. È la diversa per eccellenza. Vive isolata, pratica magia, parla poco e incarna tutto ciò che il paese non comprende e quindi teme. La sequenza del suo linciaggio è una delle scene più potenti che Fulci abbia mai girato. Una violenza feroce e prolungata, accompagnata dalla voce di Ornella Vanoni in sottofondo, che trasforma l'esecuzione in qualcosa di ancora più disturbante. Non serve più cercare l'assassino. In quel momento il mostro è davanti ai nostri occhi ed è formato da uomini perfettamente normali convinti di stare facendo la cosa giusta.
La Maciara è il classico capro espiatorio. E infatti i sospetti, durante tutto il film, cadono continuamente sui personaggi diversi da quel mondo ordinario: il minorato, la strega, la ragazza sessualmente libera.
Barbara Bouchet rappresenta proprio l’altro corpo estraneo dentro Accendura. Patrizia arriva dalla città, gira in abiti succinti e sembra divertirsi parecchio nel mandare in crisi il moralismo locale. La famosa scena in cui la Bouchet si trova completamente nuda mentre provoca un bambino all'epoca fece parecchio scalpore. Per scagiorsi dall'accusa di corruzione di minore, Fulci dovette dimostrare di avere utilizzato un montaggio separato tra l'attrice e il bambino, ricorrendo a un nano nei controcampi. Resta il fatto che ancora oggi è una scena assai morbosa, giocando deliberatamente sul confine tra denuncia della repressione e compiacimento exploitation.

Dal punto di vista prettamente giallo, la sceneggiatura funziona abbastanza bene, disseminando falsi colpevoli e depistaggi fino alla rivelazione finale. Certo, alcuni meccanismi oggi risultano più prevedibili e Andrea e Patrizia finiscono per assumere il classico ruolo degli investigatori improvvisati. Ma il mistero, alla fine, è quasi secondario rispetto a ciò che Fulci costruisce intorno.
Anche perché la vera rivelazione non riguarda tanto l'identità dell'assassino quanto le sue motivazioni. Dietro gli omicidi c'è una concezione malata della purezza, l'idea che sia meglio eliminare fisicamente i bambini piuttosto che permettere loro di crescere, scoprire il sesso e quindi "corrompersi". È la morale religiosa portata alla sua conclusione più patologica. Il tentativo di proteggere l'innocenza finisce per distruggerla.

Non tutto è invecchiato allo stesso modo. Alcuni effetti speciali del finale oggi possono far sorridere, qualche passaggio investigativo è un po' rigido, ma il film conserva ancora una cattiveria autentica, soprattutto perché non concede praticamente nessuna innocenza agli adulti.

Non si sevizia un paperino resta uno dei gialli italiani più interessanti degli anni settanta e forse uno dei film in cui Lucio Fulci riesce meglio a fondere cinema di genere, violenza e critica sociale.
Un'opera nerissima, potente e morbosamente affascinante.

Film
Thriller
Giallo
Italia
1972
lunedì, 24 agosto 2026
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La vita da grandi

di Greta Scarano

La vita da grandi è un film del 2025 diretto da Greta Scarano, al suo primo lungometraggio, ispirato al libro autobiografico Mia sorella mi rompe le balle. Una storia di autismo normale di Damiano e Margherita Tercon. Il film parla di autismo e rapporti familiari ma lo fa con leggerezza e ironia senza scadere nel solito drammone strappalacrime.

Irene (Matilda De Angelis) vive a Roma, ha un lavoro stabile ed è in procinto di comprare casa con il suo compagno. Quando i genitori devono allontanarsi, torna a Rimini per occuparsi del fratello maggiore Omar (Yuri Tuci), quarantenne autistico che vive ancora con loro e sogna di diventare un cantante rap.
Irene, preoccupata soprattutto da quello che succederà quando i genitori non potranno più occuparsi di lui, cerca di insegnargli a lavarsi da solo e a conquistarsi un po' di autonomia. Ovviamente, come da copione, mentre prova a insegnare a Omar come diventare grande scoprirà che anche lei ha ancora parecchie cose da sistemare.

La vita da grandi è un film semplice e leggero, che affronta l'autismo senza facili drammi o pericolose derive stucchevoli.
Omar è spontaneo, divertente, fragile e testardo, sopratutto nel voler partecipare a tutti i costi a un talent show. Gran parte del merito va a Yuri Tuci, realmente autistico e qui al suo debutto cinematografico, che ha una naturalezza disarmante e non scivola mai nella macchietta.
Deliziosa e spigliata Matilda De Angelis nel ruolo della sorella. Irene è cresciuta in una famiglia dove gran parte delle attenzioni sono sempre state rivolte al fratello disabile e ora ha paura che, prima o poi, tocchi a lei occuparsi completamente di lui. Gli vuole bene, ma è anche spaventata e confusa. E deve capire che avere un lavoro, una casa e una vita ordinata non significa necessariamente essere diventati adulti.

La regia di Scarano è pulita, senza particolari virtuosismi, e la Rimini fuori stagione accompagna bene quel tono malinconico ma leggero che attraversa tutto il film.

Certo, la storia si muove su binari abbastanza consolidati. I piccoli scontri, l'avvicinamento, la crisi, la crescita reciproca. Tutto è abbastanza prevedibile, compreso il finale emotivo. Ciò nonostante, La vita da grandi è una commedia di formazione che si lascia guardare con piacere. Lo spirito della storia è positivo e il tema dell'autismo viene affrontato in modo garbato, rispettoso e con un'ironia di fondo che non guasta.

Un film senza troppe pretese, ma piacevole, realizzato bene e sostenuto da due attori bravi e perfettamente bilanciati.

Film
Drammatico
Italia
2025
venerdì, 21 agosto 2026
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Jeepers Creepers - Il canto del diavolo

di Victor Salva

Nel 2001, mentre l'horror americano era ancora impantanato tra gli ultimi rantoli del filone slasher post-Scream, Victor Salva scrive e dirige Jeepers Creepers - Il canto del diavolo, un film che vede Francis Ford Coppola tra i produttori esecutivi. Costato relativamente poco, il film ottenne un buon successo commerciale e diede origine a una saga che avrebbe continuato a trascinarsi negli anni successivi.

Trish (Gina Philips) e suo fratello Darry (Justin Long) stanno attraversando in macchina le desolate strade di campagna della Florida per tornare a casa durante le vacanze universitarie. A spezzare la monotonia del tragitto interviene un ruggente autocarro arrugginito che prima prova a speronarli e poco dopo riappare di fianco a una chiesa abbandonata, dove il minaccioso conducente avvolto in un lungo spolverino sembra intento a sbarazzarsi di inquietanti fagotti insanguinati. Invece di fare la cosa più sensata, cioè andarsene il più velocemente possibile e chiamare la polizia, Darry convince la sorella a tornare indietro per controllare. La curiosità li porta così a ritrovarsi di fronte a un incubo a occhi aperti che trasformerà la loro vacanza in una disperata corsa per la sopravvivenza contro una creatura demoniaca che si nutre dei corpi delle sue vittime.

La prima metà della pellicola funziona discretamente bene grazie a una buona tensione on the road, con il vecchio camion che compare dal nulla minaccioso, la chiesa abbandonata e quello strano tubo nel terreno che sembra inghiottire la luce del giorno. L'influenza del Duel di Spielberg è evidente, così come quella di tutto il filone rurale americano fatto di strade deserte, edifici fatiscenti e luoghi dove sarebbe consigliabile non fermarsi mai. Poi il film comincia a sfaldarsi con una rapidità imbarazzante. Va bene, siamo in un horror e sappiamo che prima o poi i protagonisti devono prendere qualche decisione illogica. Fa parte del gioco. Qui però le scelte di Darry e Trish, di scena in scena, superano di gran lunga la soglia di tolleranza concessa al genere, sfiorando il ridicolo. Con l'arrivo della sensitiva Jezelle, il film, poi, prende una piega sempre più trash, tra profezie, regole soprannaturali, poliziotti utilizzati come carne da macello e una creatura che sembra acquisire nuovi poteri ogni volta che la storia ne ha bisogno.

Meno male che mi sono divertito a guardare Justin Long, l'attore che interpreta uno dei ragazzi, che con quella sua faccia terrorizzata, gli occhi spalancati, la bocca semiaperta, sembra essere uscito da un cartone animato alla Scooby Doo. L'attrice che interpreta la sorella, invece, non pervenuta.

Sul fronte del Creeper, la creatura demoniaca interpretata da Jonathan Breck, l'ho trovata abbastanza riuscita. Sembra un essere uscito dall'immaginario di Guillermo del Toro, un demone alto, rugoso, alato e dotato persino di una curiosa vena artistica. L'inquietante tana sotterranea con i cadaveri cuciti e disposti sulle pareti come una sorta di macabra Cappella Sistina è una delle idee visive più riuscite del film. Peccato che questa componente non venga sviluppata e si preferisca trasformarlo progressivamente nel classico boogeyman indistruttibile.

Jeepers Creepers è un horror tagliato su misura per il pubblico giovanile dell'epoca che, rivisto oggi, ha davvero poco da dire. Se si pensa al panorama horror di inizio millennio c'è sicuramente stato di peggio, ma resta difficile spiegarsi come una pellicola così debole e mediocre sia riuscita a generare un vero e proprio franchise. Evidentemente, nei primi anni duemila, al pubblico bastava poco per farsi spaventare.

Film
Horror
USA
2001
giovedì, 20 agosto 2026
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Angst

di Gerald Kargl

Tra i tanti film incentrati su assassini psicopatici e serial killer, bisogna riconoscere che Angst si distingue per la sua originalità. Uscito nel 1983 e diretto dall'austriaco Gerald Kargl, al suo primo e unico lungometraggio, il film, a causa della violenza e del tono nichilista, rimase per anni ai margini della distribuzione, diventando però col tempo un vero e proprio cult del cinema estremo.
La storia prende liberamente spunto dal caso reale del criminale austriaco Werner Kniesek, che nel 1980, durante un permesso dal carcere, sterminò una famiglia nella propria abitazione.

Un uomo, di cui non si conosce il nome, esce di prigione dopo aver scontato una condanna per omicidio. Spinto dall'impulso irrefrenabile di uccidere di nuovo, vaga per le strade di una città che non riconosce più, entra in un bar troppo affollato, tenta senza successo di uccidere una tassista e infine si introduce all'interno di una villa isolata, dove trova una giovane donna, l'anziana madre, il fratello disabile e un piccolo cane. Quella casa diventa rapidamente il luogo in cui può finalmente liberare le pulsioni che per anni ha trattenuto.

Gerald Kargl, insieme al polacco Zbigniew Rybczynski, che firma anche fotografia e montaggio, ci porta letteralmente dentro la testa di un omicida psicopatico, nei suoi pensieri sconclusionati, tra i ricordi dell'infanzia traumatica e le fantasie più deplorevoli che lo spingono a uccidere in modo sadico e compulsivo. Mentre la voce fuori campo dell'uomo racconta la sua tragedia esistenziale, la cinepresa lo segue ovunque, gli gira intorno, lo insegue, si solleva sopra di lui riprendendolo dall'alto e gli si appiccica al volto mentre corre come un animale impazzito. Non stiamo semplicemente osservando quello che fa. Stiamo entrando nella sua percezione alterata della realtà. Non sorprende che Gaspar Noé abbia più volte indicato Angst come una delle influenze fondamentali del proprio cinema: basta pensare a Irréversible, Seul contre tous o Enter the Void per riconoscere immediatamente quella stessa idea di una macchina da presa libera e fluttuante.

L'omicida ritratto da Kargl non è un genio criminale elegante, intelligente e perversamente affascinante, tipico del cinema hollywoodiano. E' un povero disgraziato sudato, isterico e goffo, mosso da un panico costante e da un'angoscia strisciante. Respira affannosamente, corre in maniera scomposta, inciampa, perde il controllo, fatica persino a gestire i corpi delle proprie vittime. 
Gli omicidi non hanno nulla della coreografia spettacolare dello slasher o del torture porn. I corpi pesano. Le vittime resistono. Strangolare qualcuno richiede tempo e fatica. Trascinare un cadavere significa sudare, inciampare, sporcarsi. Tutto appare terribilmente materiale, sporco e poco cinematografico nel senso più tradizionale del termine. Probabilmente è proprio questa fisicità quasi banale della violenza a renderlo più disturbante, perché elimina quasi completamente la distanza rassicurante della finzione.

Anche l'asettica, grigia e spoglia villa austriaca contribuisce al disagio. Un ambiente ordinario, freddo, quasi anonimo, che rende ciò che accade al suo interno ancora più concreto e plausibile.

Erwin Leder, l'attore che interpreta il serial killer, è davvero impressionante. Gli occhi spalancati, il respiro, i piccoli scatti nervosi, quel corpo continuamente in tensione. Non sembra recitare la follia. Sembra esserne posseduto.

A rendere tutto ancora più opprimente contribuisce la musica elettronica di Klaus Schulze, tra i musicisti più rappresentativi del krautrock, i cui sintetizzatori sembrano sincronizzarsi con le pulsioni ossessive del protagonista.

Angst è uno dei film più interessanti che ho visto sui serial killer, per il modo in cui entra nella mente dello psicopatico, per come mostra la violenza nella sua natura più sporca e reale e per una messa in scena piena di intuizioni visive che, ancora oggi, sembrano sorprendentemente moderne.
Non stupisce che col tempo sia diventato un vero e proprio cult.

Film
Thriller
Austria
1983

© , the is my oyster