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martedì, 19 maggio 2026
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Lee Cronin - La mummia

di Lee Cronin

Diciamo la verità, tra tutti i "mostri" della Universal, la mummia non è mai stata particolarmente paurosa. A partire dal capostipite del 1932 con Boris Karloff, fino alla trilogia blockbuster con Brendan Fraser, nell’immaginario popolare questo bizzarro cumulo di bende è sempre stato associato più all'avventura che all’orrore puro. Nel 2026 il regista irlandese Lee Cronin, già noto per aver riportato in vita la saga de La Casa con Il risveglio del male, decide di cambiare le regole del gioco, prendendo quel background polveroso e scaraventandolo di peso dentro il cinema horror contemporaneo.
Il risultato è Lee Cronin - La Mummia, un film che porta addirittura il nome del regista nel titolo. Nessuna megalomania di Cronin, sia chiaro, ma una semplice operazione di marketing della Blumhouse per distinguere il film dalle pellicole precedenti. Come a dire, dimenticatevi l’avventura esotica, le tombe maledette e Brendan Fraser che corre nel deserto. Questa volta la mummia non vuole divertire, vuole marcire davanti ai nostri occhi.

Charlie Cannon (Jack Reynor) è un giornalista americano in servizio al Cairo insieme alla moglie Larissa (Laia Costa) e ai loro due figli. Una distrazione, e la piccola Katie viene rapita da una donna misteriosa. Otto anni dopo, la coppia, riceve la notizia più improbabile e inaspettata. La bambina è viva. E' stata ritrovata, ormai adolescente, chiusa dentro un antico sarcofago. Le sue condizioni fisiche e mentali sono critiche, la voce assente, lo sguardo irriconoscibile. I medici parlano di trauma da costrizione. La famiglia sceglie di credere alla spiegazione più semplice. Riportata nel New Mexico, nella vecchia magione della nonna messicana Carmen, Katie inizia ad avere un comportamento sempre più inquietante e quella presenza familiare, tanto desiderata e tanto temuta, comincia lentamente a trasformare la casa in un luogo di decomposizione, paura e sospetto.

Lee Cronin sposta il mito della mummia lontano dall’avventura archeologica e lo trascina dentro un horror domestico. Non c’è un’antica maledizione - semmai il contrario. Non c’è un cadavere bendato che cammina lento ma inesorabile verso la vittima di turno, ma una ragazzina che ha passato otto anni chiusa in un sarcofago e che i genitori accolgono con speranza e amore, pur sapendo benissimo che qualcosa non torna.
Ecco, il vero orrore è tutto lì. Nel disagio di vedere quella che un tempo era una bambina vitale ridotta a un corpo storto, fragile, disturbante, capace di creare inquietudine anche solo restando immobile in una stanza. Quella che è tornata a casa non è più soltanto una figlia. O almeno, non solo. [spoiler] Dentro di lei vive un antico demone, rinchiuso nel suo corpo attraverso un rituale di trasferimento. Le bende, coperte di antiche iscrizioni, servono a contenere l'entità demoniaca [/spoiler]. Katie non è quindi soltanto un corpo mummificato, ma una ragazzina posseduta che ricorda inevitabilmente la Regan de L’esorcista, soprattutto nella seconda parte, quando Cronin, ricalcando in parte il suo Evil Dead Rise, attinge al repertorio della possessione e del body horror. Il film vira così verso un gore fisico e sgradevole, fatto di corpi deformati, secrezioni, sequenze disgustose, sostenuto da buoni effetti pratici, da un trucco prostetico efficace e dalla fisicità disturbante della nuova Katie.

Il problema principale de La Mummia di Lee Cronin, secondo me, è che nel tentativo di distinguersi da tutte le altre mummie finisce per somigliare a parecchi horror contemporanei, soprattutto a quelli sulla possessione demoniaca. Il mostro classico viene reinventato, sì, ma anche svuotato di una parte della sua identità. Resta il sarcofago, restano le bende, resta l’ombra dell'antico Egitto, ma il film si sposta più vicino all’horror familiare, alla possessione e al corpo che si corrompe.

Se però lo prendiamo per quello che è, ovvero senza soffermarci troppo sulla mitologia del personaggio, Lee Cronin - La Mummia è un horror fisico, eccessivo, esplicitamente derivativo ma non privo di personalità. Un buon horror, niente di memorabile, sia chiaro, ma capace di intrattenere e di fare il suo dovere con la giusta cattiveria.

Film
Horror
USA
2026
lunedì, 18 maggio 2026
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Amore tossico

di Claudio Caligari

C’è un problema serio nel guardare per la prima volta certi film fuori dal loro tempo, soprattutto quando sono legati in modo così profondo a un determinato periodo storico e sociale. Ho recuperato Amore tossico, il primo lungometraggio di Claudio Caligari, uscito nel 1983. Dopo questo, Caligari realizzerà soltanto altri due film. Una filmografia esigua per quantità, ma densissima per peso specifico.

Il film è ambientato agli inizi degli anni ottanta tra Ostia e le periferie romane, e racconta una giornata, o meglio una routine senza uscita, nella vita di un gruppo di giovani tossicodipendenti. Non ci sono grandi eventi, evoluzioni di trama o veri archi di trasformazione. C’è soltanto il ciclo incessante di trovare i soldi, trovare la roba, bucarsi, aspettare, ricominciare.
Gli attori sono ragazzi di strada, alcuni realmente eroinomani o con un passato nella dipendenza. Molti di loro sono morti negli anni successivi.

Riconosco il valore storico e sociale di Amore tossico, e sarei disonesto a non farlo.
In un momento in cui l'eroina era una ferita aperta nella società italiana - con le istituzioni che tendevano a nascondere il malessere dilagante infiltratosi tra i giovani e il sottoproletariato, l'impegno politico degli anni settanta ormai sbiadito, e il cinema che, tolto forse il primo Moretti, si avviava verso un'estetica sempre più patinata, plastificata e commerciale (leggi: berlusconiana) - un film del genere rappresentava una scheggia controcorrente, quasi un atto di sabotaggio estetico e politico.
Più che un film in senso stretto, Amore Tossico è un documentario crudo, autentico e brutale sulla dipendenza dall'eroina. Non spettacolarizza la droga, non la rende romantica né trasgressivamente seducente. Quello che c'è è noia, corpo che cede, umiliazione, dignità che si sbriciola lentamente.
Detto questo, guardandolo oggi, quindi privo almeno in parte della forza dirompente che lo accompagnò all'epoca, il mio giudizio probabilmente è alterato. Se devo pensare a un film capace di raccontare la piaga dell’eroina in quegli anni, il mio baricentro emotivo si sposta senza dubbio su Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, che per vicinanza, suggestione e memoria personale sento decisamente più mio. Complice anche il libro, che molti di noi hanno letto da adolescenti. Christiane F. raccontava l’eroina come caduta adolescenziale, con tutto il peso emotivo di una generazione bruciata troppo presto. Caligari invece sembra arrivare dopo, quando l’inferno è già diventato quotidianità, abitudine, apatia, vuoto. Non racconta il momento in cui si precipita, ma quello in cui non si riesce più nemmeno a immaginare una risalita.
Amore tossico è di un realismo crudo, grezzo, senza filtri, e come accade spesso ai film che parlano la mia stessa lingua e si muovono nelle mie stesse strade, più che affascinarmi mi mette paura. È un documento sociologico di straordinaria efficacia, un atto di testimonianza, un'opera di denuncia frontale che costrinse l'Italia a guardare là dove avrebbe preferito voltarsi dall’altra parte.
È un film quasi necessario, ma non è il mio cinema. Lo dico senza la pretesa di avere torto o ragione, è una mia opionione legata ai miei gusti personali. Il film manca di una vera sceneggiatura, o almeno una costruzione narrativa capace di andare oltre la testimonianza. I personaggi restano figure più che individui, non si entra davvero nella loro storia. Li osserviamo vagare senza meta, ma il punto di vista resta distante, poco coinvolgente. Manca quella struttura drammaturgica, quella tensione narrativa, quella traiettoria emotiva che, per me, separano il documento sociologico dall'opera cinematografica.

Un malinconico e deprimente affresco del mondo dei tossicodipendenti nelle periferie romane degli anni ottanta. La desolazione è autentica, il disagio che trasmette è reale. Ma il cinema, almeno per quanto mi riguarda, dovrebbe raccontare la realtà attraverso uno sguardo, una forma, un filtro. E per filtro non intendo certo edulcorazione, sia chiaro. Altrimenti il rischio è che resti soltanto un documento.

Film
Drammatico
Italia
1983
sabato, 16 maggio 2026
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Face of Death (2026)

di Daniel Goldhaber

Prima di parlare del film di Goldhaber, è necessario fare un passo indietro. Nel 1978 John Alan Schwartz realizzò sotto pseudonimo Faces of Death, un falso documentario, o meglio un cosiddetto mondo film, che fingeva di mostrare morti reali, esecuzioni, incidenti, mutilazioni e crudeltà di ogni tipo. Un film sgranato e sporco, di quelli che potevi trovare nascosto in qualche piccola videoteca, magari dietro una tenda, accanto ai porno e alle videocassette più impresentabili. Il film divenne presto un oggetto di culto della cultura underground e, sebbene gran parte del girato fosse finto, ricostruito con effetti speciali da b-movie, venne vietato in numerosi paesi per la sua efferatezza.
Quasi mezzo secolo dopo, nel cuore dell’era digitale, Daniel Goldhaber, insieme alla sceneggiatrice Isa Mazzei, si appropria di quel titolo maledetto, non per farne un remake, ma una specie di rilettura/meta-sequel che guarda al nostro presente.

Margot Romero (Barbie Ferreira) lavora come moderatrice di contenuti per Kino, una piattaforma di condivisione video, una sorta di TikTok o Instagram Reels per intenderci. Il suo compito è passare le giornate a guardare ciò che il resto dell’umanità produce e carica in rete, decidendo cosa sia abbastanza disgustoso da essere rimosso e cosa, invece, rientri ancora nei parametri accettabili della piattaforma.
In passato Margot è stata suo malgrado protagonista di un video virale in cui un balletto sui binari ferroviari è finito in tragedia, costando la vita a sua sorella. Un trauma che cerca faticosamente di lasciarsi alle spalle, nonostante il suo lavoro la riporti ogni giorno davanti a immagini di violenza, morte e degrado umano.
Quando tra i video da moderare iniziano ad apparire filmati particolarmente inquietanti, apparentemente ispirati alle morti del famigerato Faces of Death, Margot comincia a indagare per capire se si tratti di macabri scherzi digitali, sofisticati deepfake o di una catena di omicidi reali che si sta consumando sotto i suoi occhi. La ricerca della verità la porta a confrontarsi con Arthur Spevak (Dacre Montgomery), uno psicopatico affamato di quella popolarità virtuale che oggi si misura in visualizzazioni, reazioni e commenti. Il suo progetto è quello di realizzare un remake del vecchio Faces of Death, sostituendo alle scene costruite dell’originale morti vere di personaggi noti del web e della televisione.

Il nuovo Faces of Death non si limita a essere un semplice atto d'accusa contro i social media, la popolarità virtuale e la violenza virale. Ci dice che ci siamo assuefatti ai contenuti estremi, al punto che serve qualcosa di sempre più disturbante per riuscire a generare una reazione emotiva. Daniel Goldhaber, che ha lavorato come moderatore di contenuti per una piattaforma social, porta nel film la sua esperienza diretta e quella di un esercito invisibile di lavoratori precari, esposti quotidianamente a una sorta di stress post-traumatico collettivo mentre filtrano l’orrore per conto di piattaforme gigantesche, applicando regole spesso più legate all’immagine pubblica dell’azienda che a una vera etica.
Goldhaber è bravo a restituire la claustrofobia delle interfacce digitali, trasformando le finestre del browser in vere e proprie prigioni psicologiche per lo spettatore. Convincente Barbie Ferreira nel ruolo di una final girl alla ricerca di giustizia e riscatto personale, così come Dacre Montgomery, che incarna un villain psicopatico modellato dall’epoca dei like con inquietante normalità. Buona anche la colonna sonora di Gavin Brivik, tra synth horror anni settanta, rumori da VHS deteriorata e accelerazioni hyperpop.
Quello che convince meno è la sceneggiatura, appesantita da alcune forzature narrative. Tralasciando il paradosso di voler criticare la spettacolarizzazione della violenza finendo inevitabilmente per mostrarla. E vabbeh, non si poteva fare altrimenti, qualcuno dirà. A lasciare perplessi sono piuttosto certe scorciatoie narrative e alcuni comportamenti dei personaggi che, in più di un momento, sfidano apertamente la verosimiglianza. Sì, lo so, niente di nuovo nei thriller horror moderni, ma nella seconda metà il film perde parte della sua efficacia, scivolando dentro i soliti cliché del genere.

Goldhaber prende un titolo nato come oggetto scandaloso e lo trasforma in uno specchio deformante del nostro rapporto quotidiano con l’orrore. L’idea è buona, abbastanza da rendere la visione stimolante, ma non abbastanza da renderla indimenticabile. Faces of Death, convince come riflessione sociale, funziona come thriller ma zoppica come opera pienamente coerente.

Film
Horror
USA
2026
venerdì, 15 maggio 2026
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Obsession

di Curry Barker

Incuriosito dalle tante voci che giravano in rete, sono andato al cinema a vedere l’atteso Obsession, horror indipendente costato poco meno di un milione di dollari e accolto con recensioni entusiaste nei festival in cui è stato presentato in anteprima. Quando le aspettative si alzano troppo, il rischio di entrare in sala e rimanere delusi è sempre dietro l’angolo. Per fortuna, almeno stavolta, la fregatura non si è presentata. Tutt’altro.
Obsession segna l’esordio nel lungometraggio di Curry Barker, giovane regista già apprezzato su YouTube per il found footage Milk & Serial e noto, insieme a Cooper Tomlinson, anche lui nel cast del film, per il duo comico online That’s a Bad Idea. Un percorso non così insolito come potrebbe sembrare. Da Jordan Peele a Zach Cregger, l’horror recente ha spesso trovato nuova linfa proprio in autori arrivati dalla commedia, capaci di usare tempi, silenzi e situazioni imbarazzanti per trasformare il disagio in tensione.

La storia ruota attorno a Bear (Michael Johnston), un ragazzo tranquillo, timido e un po’ impacciato che lavora in un negozio di strumenti musicali. È innamorato della sua collega e amica d’infanzia Nikki (Inde Navarrette), da più tempo di quanto riesca ad ammettere, ma non trova il coraggio di dirglielo.
Fin qui, una commedia romantica. Poi Bear entra in uno strano negozio e acquista un bastoncino della fortuna, un oggetto che promette di esaudire un singolo desiderio. Senza pensarci troppo, chiede che Nikki lo ami più di qualsiasi altra cosa al mondo. Il desiderio viene esaudito alla lettera. Immediatamente. E da lì in poi, le cose smettono rapidamente di essere divertenti.

Obsession ha la struttura di una commedia nera e l'anima di un horror psicologico. Il passaggio da un genere all'altro avviene in frazioni di secondo, senza preavviso, e questa instabilità tonale, lungi dall’essere un difetto, diventa il meccanismo principale attraverso cui il film genera disagio. Barker sa lavorare molto bene sui tempi, sulle pause, sugli imbarazzi e su quei silenzi che sembrano appartenere alla commedia, ma che qui si deformano poco alla volta in qualcosa di sempre più inquietante. Ridi, e poi ti senti in colpa per aver riso. Ti spaventi, e poi capisci che la cosa più inquietante non è il mostro davanti alla camera, ma la situazione che lo ha generato.
L'amore di Nikki, non conquistato ma estorto con la magia, si rivela presto una condanna asfissiante. L’iniziale idillio romantico si deforma a vista d’occhio, trasformando la devozione della ragazza in un'ossessione totalizzante e claustrofobica. Bear si ritrova così intrappolato in un incubo domestico in cui le barriere del consenso e della sanità mentale saltano una dopo l’altra.
La scelta narrativa più coraggiosa è quella di raccontare tutta la storia dal punto di vista del colpevole. Bear non è il classico mostro dichiarato. È peggio, perché somiglia al bravo ragazzo insicuro, quello che si sente vittima del mondo e non capisce di essere già carnefice. È un incel dei nostri tempi, uno che non chiede di essere amato da Nikki per ciò che è, ma pretende di manipolarla fino a trasformarla nel proprio oggetto del desiderio. Solo che quell'oggetto, una volta ottenuto, si deforma progressivamente in qualcosa di irriconoscibile. Nikki è la vera vittima, un personaggio tragico che diventa mostruoso contro la propria volontà. L’interpretazione di Inde Navarrette è semplicemente sorprendente. Nei primissimi minuti la vediamo come una ragazza vivace, con una sua vita interiore riconoscibile. Poi, progressivamente, tutto cambia, e il suo personaggio oscilla tra una vulnerabilità disarmante e una follia raggelante, con l'attrice bravissima a lavorare sulla mimica facciale e sui piccoli scatti di un corpo che non le appartiene più.
Barker dimostra una notevole maturità registica, gestendo la tensione senza abusare dei soliti, facili spaventi improvvisi. Il film ha praticamente un solo vero jumpscare, anche abbastanza prevedibile dentro la narrazione, ma è dosato talmente bene che quando arriva esplode con una potenza devastante.

Ispirandosi a un episodio di Halloween dei Simpson (nello specifico la parodia de "La zampa di scimmia"), Obsession è una parabola sull'amore tossico, sulla fragilità maschile e sul confine sottilissimo tra timidezza, bisogno d'affetto e manipolazione. Senza dubbio uno degli horror più interessanti dell’anno, capace di ricordarci che a volte il vero mostro non è chi ama troppo, ma chi pretende di essere amato a ogni costo.

Film
Horror
USA
2026
Cinema
giovedì, 14 maggio 2026
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The Lonely Hearts Killers - Alleluia

di Fabrice Du Welz

La storia di Martha Beck e Raymond Fernandez, la coppia di serial killer nota come i "Lonely Hearts Killers" (i killer dei cuori solitari), è uno dei casi di cronaca nera più saccheggiati dal cinema. Tra la fine degli anni quaranta e l’inizio dei cinquanta, i due adescavano donne sole attraverso annunci matrimoniali, le derubavano e, spesso, le uccidevano. Una vicenda torbida, già cinematografica di suo, fatta di solitudine, desiderio, manipolazione e morte.
Nel 2014 Fabrice Du Welz decide di rileggerla con The Lonely Hearts Killers - Alleluia, secondo capitolo della sua ideale Trilogia delle Ardenne, iniziata con Calvaire e conclusa con Adoration. Più che ricostruire fedelmente i fatti, il regista belga li usa come punto di partenza per raccontare un amore tossico, carnale e disperato, trasformando la cronaca nera in un disturbato racconto sulla dipendenza affettiva.

Gloria (Lola Dueñas) è una donna sola. Lavora in un obitorio, ha una figlia piccola e un matrimonio fallito alle spalle. Convinta da un’amica, si iscrive a un sito di incontri online, dove conosce Michel (Laurent Lucas), un truffatore seducente, abituato ad adescare donne vulnerabili per derubarle. Tra i due nasce subito un legame immediato e malato. Gloria, travolta dalla passione, abbandona la figlia da un’amica, si finge la sorella di Michel e diventa sua complice nelle truffe sentimentali.
Ma Gloria è gelosa, instabile, incapace di sopportare che Michel seduca altre donne, anche solo per raggirarle. Così, ogni nuova vittima diventa una minaccia, e ogni truffa rischia di trasformarsi in un’esplosione di violenza. Quello che sembrava un patto criminale diventa presto una discesa sempre più feroce, dove amore, possesso e morte finiscono per confondersi.

Alleluia è un film estremamente intrigante, forse non pienamente riuscito. La struttura narrativa, divisa in capitoli che prendono il nome dalle sfortunate vittime della coppia, tende a farsi ripetitiva nella parte centrale, ma il film conserva comunque un fascino morboso e malsano, a tratti quasi allucinato.
Grande merito va ai due ottimi interpreti. Laurent Lucas tratteggia un Raymond viscido ma stranamente fragile, un manipolatore che finisce a sua volta per essere manipolato. Ma è Lola Dueñas a offrire un’interpretazione che non si dimentica. L’avevo già vista in un paio di film di Almodóvar, ma qui è una vera forza della natura. Interpreta una psicopatica assoluta, una donna disposta ad accettare qualsiasi compromesso e a compiere qualsiasi atrocità pur di non perdere l’uomo che ama. Gloria non uccide per sadismo, uccide perché la gelosia la consuma viva, e proprio in questo risiede la sua umanità disturbante. Du Welz lavora molto sui primi piani, lasciando che siano gli occhi dei due protagonisti a dire più delle parole. La violenza, invece, esplode dentro spazi di inquietante normalità, alternandosi a episodi decisamente più grotteschi. Prendiamo la scena, squisitamente surreale, in cui la protagonista, con il cadavere di una vittima steso sul tavolo della cucina, si mette a cantare guardando in camera, per poi, finita la canzone, iniziare a segare un piede per smaltire il corpo. È un cortocircuito visivo tra commedia nera e orrore puro. Altrettanto potente, sul piano simbolico, è la sequenza della danza tribale della coppia attorno al fuoco. Spogliati di qualsiasi residuo di civiltà o morale borghese, i due amanti celebrano il loro legame di sangue in un rituale pagano e ancestrale.

In definitiva, pur con i suoi difetti di ritmo e una storia abbastanza prevedibile, Alleluia è un film affascinante, capace di raccontare passioni estreme e solitudine attraverso sprazzi di cinema folle, sporco e morboso. Non perfetto, ma sicuramente da vedere.

Film
Thriller
Horror
Francia
2014
martedì, 12 maggio 2026
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Apex

di Baltasar Kormákur

Apex è un survival thriller targato Netflix, uscito nel 2026 e diretto da Baltasar Kormákur. Del regista islandese non avevo mai visto nulla, ma scorrendo la sua filmografia si nota una certa attrazione per gli ambienti ostili, la natura selvaggia e i personaggi messi alla prova in situazioni limite. Qui al centro della storia c'è Charlize Theron, anche produttrice del film, nei panni di una donna che cerca nella natura selvaggia australiana una via di fuga dal proprio dolore e finisce invece dentro una brutale caccia alla sopravvivenza.

Dopo aver perso il marito Tommy durante una tragica scalata in Norvegia, Sasha, esperta arrampicatrice e amante degli sport estremi, decide di isolarsi nella natura australiana per affrontare il lutto e mettere alla prova i propri limiti. Il suo viaggio solitario, però, prende una piega inquietante quando lungo il cammino incontra Ben (Taron Egerton), un uomo apparentemente disponibile che nasconde intenzioni ben più oscure. Quella che doveva essere una fuga dal dolore si trasforma così in una caccia spietata, dove Sasha dovrà usare forza, lucidità e istinto di sopravvivenza per non diventare la preda di un gioco perverso.

Davvero nulla di nuovo. Apex scorre su binari piuttosto prevedibili, rispettando tutti i cliché del survival thriller. Sappiamo chi è in pericolo, sappiamo chi è il cattivo e, più o meno, possiamo intuire come Charlize Theron riuscirà a cavarsela, alternando ingegno, resistenza fisica e pura forza di volontà. Anche i personaggi restano appena abbozzati. Di Sasha sappiamo che è guidata dal senso di colpa, dal dolore e da quella particolare eccitazione nel mettere continuamente alla prova i propri limiti. Charlize Theron, comunque, funziona. È brava, fisica, credibile e sporca il giusto. Del suo persecutore, invece, non sappiamo praticamente nulla. Non conosciamo davvero le sue motivazioni, i suoi traumi, il suo passato, né il motivo per cui abbia deciso di scuoiare malcapitati escursionisti per farne un attività alimentare.  È cattivo perché il film ha bisogno di un cattivo, e tanto basta.
A salvarsi sono soprattutto la regia e la fotografia, che regalano riprese aeree, paesaggi imponenti e scorci capaci di restituire tutta la maestosità della montagna e della natura selvaggia. Da questo punto di vista, Apex funziona meglio quando smette quasi di raccontare e si limita a guardare il paesaggio.

Insomma, Apex è un film d’intrattenimento, costruito più sull’efficacia del contesto ambientale che sulla forza della storia. Si lascia guardare, non annoia troppo, ma difficilmente sorprende. A essere cattivi, verrebbe quasi da dire a Baltasar Kormákur che la prossima volta potrebbe fare direttamente un documentario naturalistico. Forse gli riuscirebbe persino meglio.

Film
Thriller
Azione
USA
2026
lunedì, 11 maggio 2026
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The Human Centipede 2 (Full Sequence)

di Tom Six

Ho preso coraggio, ho fatto un lungo respiro e mi sono visto The Human Centipede 2 (Full Sequence), secondo capitolo dell'assurda trilogia di Tom Six sul centipede umano. Ovviamente, come era già accaduto con il primo, nessuno ha accettato il mio invito di vederlo in compagnia. Solo a raccontarne la trama, la maggior parte delle persone ti guarda come se fossi malato. Sarò strano io, ma a me il cinema degli eccessi, in questo caso il torture porn, mi ha sempre morbosamente incuriosito, a patto che rimanga dentro i confini della finzione cinematografica. È l'unico sottogenere horror rimasto capace di farmi mettere le mani davanti agli occhi, con quella piccola fessura indispensabile per non perdersi nulla.

Il film parte dal capitolo precedente, The Human Centipede (First Sequence) del 2009, o meglio dall’idea di come quel film possa influenzare la mente instabile di uno psicopatico demente con traumi irrisolti.  Martin Lomax (Laurence R. Harvey) è un uomo piccolo, obeso, asmatico e profondamente disturbato che lavora come guardiano notturno in un parcheggio sotterraneo a Londra. Martin vive in un appartamento con una madre che lo disprezza, da bambino ha subito abusi sessuali dal padre ora in prigione, e viene seguito da uno psicologo altrettanto ambiguo. Il suo unico interesse, quello che è una vera e propria ossessione, è il film The Human Centipede di Tom Six, che rivede in continuazione dal suo computer. La sua più grande ambizione è quella di superare il suo idolo, il dottor Heiter, è creare un centipede umano composto non da tre, ma da dodici persone. Armato di strumenti rudimentali come nastro adesivo, martelli e pinzatrici industriali, Martin inizia a rapire le sue vittime tra i clienti del parcheggio, trascinandole nel suo magazzino degli orrori per dare vita a una versione reale, brutale e assolutamente non medica del suo sogno cinematografico.

The Human Centipede 2 ci va davvero giù pesante, soprattutto nell'ultima mezz'ora. Se il primo film aveva una freddezza quasi clinica, legata alla figura del medico pazzo, in questo secondo capitolo l'idea di esperimento scientifico lascia il posto a una violenza rozza, sporca, improvvisata. Non c'è più la sala operatoria sterilizzata, ma un magazzino degradato. Non c'è più il chirurgo metodico, ma un emulatore disturbato che non profferisce mezza parola per tutta la durata del film e utilizza strumenti da ferramenta per costruire la sua lunga catena di esseri striscianti, attaccati gli uni agli altri bocca-ano. Girato in un bianco e nero che sottolinea l'atmosfera malsana e putrescente - con qualche schizzo di colore che, no, non è sangue, è di un più eloquente marrone -  il film trova nel suo protagonista una presenza semplicemente ripugnante. Interpretato dall'inquietante Laurence R. Harvey, Martin vince a mani basse il premio per il personaggio più laido e indimenticabile della storia del genere. Piccolo, grasso, tarchiato, sudato, con il respiro affannoso, gli occhi sporgenti, capace di masturbarsi con la carta vetrata eccitandosi con Ashlynn Yennie, la protagonista del suo film preferito. Proprio quest'ultima, interpretando se stessa, viene attirata a Londra, convinta di participare a un casting di un film di Tarantino, finendo poi in cima alla fila del suo aberrante esperimento. Sono sue le urla che sentiamo prima che le venga recisa la lingua.  Le scene al limite sono moltissime. Probabilmente la parte più disturbante, inutile girarci intorno, è quella della defecazione, con il lassativo somministrato ai malcapitati che fanno parte del trenino. Ma c’è anche la donna incinta che riesce a fuggire, sale in macchina, partorisce e il neonato scivola per terra, finendo schiacciato dall’acceleratore. E c’è pure un centipede vero infilato nell’ano con un imbuto. Sangue, vomito e merda a profusione. Sì, lo so, tutto davvero estremo, nauseante, disgustoso e malato. Compiacimento fine a se stesso nel cercare l’estremizzazione più brutale? Il degrado e l'orrore esplicito come estetica totale? La domanda è legittima, e non ha una risposta del tutto scontata.

The Human Centipede 2 (Full Sequence) è più un’operazione estrema che un vero film horror costruito intorno a una storia. Probabilmente Tom Six vuole dirci che Martin siamo noi spettatori, morbosamente ossessionati dall’horror esplicito. Se l’intento era disgustare, bisogna ammettere che Six ha centrato l’obiettivo, realizzando un film che difficilmente passa inosservato. Imperdibile per gli appassionati del cinema degli eccessi, per quelli che sanno già cosa stanno cercando e hanno lo stomaco allenato. Per tutti gli altri, meglio davvero passare oltre.

Il terzo mi dicono sia più leggero e diverso. Staremo a vedere.

Film
Horror
Disturbante
Olanda
UK
2011
domenica, 10 maggio 2026
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Bringing Up Baby - Susanna!

di Howard Hawks

Susanna!, titolo italiano di Bringing Up Baby, è il prototipo della screwball comedy, quella "commedia svitata" fatta di ritmi frenetici, dialoghi a manetta e situazioni sempre più assurde. Diretto da Howard Hawks nel 1938, all’epoca fu un flop clamoroso. Oggi, a quasi novant’anni dalla sua uscita, viene invece considerato uno dei grandi classici della commedia hollywoodiana degli anni trenta e quaranta.

Il timido paleontologo David Huxley (Cary Grant) è a un passo dal matrimonio e dal completamento dello scheletro di un brontosauro, quando sulla sua strada piomba Susan Vance (Katharine Hepburn), giovane ereditiera imprevedibile e totalmente fuori controllo. Tra equivoci, bugie improvvisate, un cane cleptomane, un prezioso osso scomparso e un leopardo chiamato Baby, la vita ordinata di David viene travolta da una serie di disastri sempre più assurdi.

Battute su battute, dialoghi sparati a raffica, equivoci che si accavallano e qualche gag fisica in stile slapstick. Al centro del film di Hawks ci sono i due protagonisti, più che una coppia un vero e proprio scontro tra ordine e caos. Cary Grant, con gli occhiali alla Clark Kent di Superman, interpreta un uomo razionale, educato, impacciato, che non chiede altro che finire in pace il suo brontosauro e sposarsi con una donna fredda, che non vuole neanche fare la luna di miele, lasciando intendere una certa rigidità sessuale. Dall’altra parte c’è il personaggio interpretato dalla Hepburn, una donna scombinata che semina il caos quasi per distrazione. È irritante, impulsiva, irresistibile e travolgente, spesso tutto nello stesso minuto. 
Più che essere incentrato sulla classica "guerra dei sessi", il film ribalta completamente i ruoli. L’uomo, da maschio dominante, diventa vittima passiva, travolto da una forza della natura femminile che non chiede permesso. Celebre è la scena in cui Grant, costretto a indossare una vestaglia femminile piumata, urla di essere diventato "improvvisamente gay", in quello che viene spesso ricordato come uno dei primi utilizzi del termine nel cinema mainstream.
Alla fine Susanna è un film in cui la comicità nasce proprio dall’accumulo continuo. L’osso del brontosauro, il cane, la zia, il leopardo, lo scambio di identità, la galera. Tutto si somma, tutto peggiora, tutto diventa progressivamente più assurdo. A un certo punto il meccanismo diventa quasi esasperato. Certo, visto oggi può risultare datato. Alcuni tempi comici appartengono chiaramente a un’altra epoca, certi eccessi possono sembrare più fastidiosi che irresistibili e non tutto arriva con la stessa freschezza di allora. Però resta un classico perché ha contribuito a definire un certo tipo di comicità americana, quella dell’equivoco portato allo sfinimento, degli eventi bizzarri e paradossali, del ritmo incalzante con la frenesia di un action movie.
Stiamo parlando di un film di intrattenimento leggero, in bilico tra il grottesco e il demenziale, che oggi mostra qualche ruga, qualche tempo comico invecchiato e qualche isteria di troppo. Ma per gli amanti del cinema d’epoca rimane un classico della comicità.

Film
Commedia
USA
1938
sabato, 9 maggio 2026
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Clerks

di Kevin Smith

Siamo nel 1994. Kevin Smith, un ragazzo del New Jersey di ventiquattro anni, appassionato di fumetti e musica indie, vende la sua collezione di fumetti, racimola ventisette e rotti mila dollari e realizza Clerks, una pellicola in bianco e nero girata di notte nel minimarket dove lavorava di giorno. Un film piccolo, grezzo e sboccato, destinato a diventare un vero e proprio cult per la mia generazione.

Dante Hicks (Brian O'Halloran) ha un giorno libero. O almeno, lo aveva, fino a quando il suo capo non lo chiama alle sei di mattina per coprire un turno al minimarket dove lavora. Quella che doveva essere una mattinata tranquilla si trasforma nell'ennesima giornata alle prese tra clienti assurdi, saracinesche bloccate, sigarette da vendere e discussioni inutili. Al suo fianco c’è l’amico di sempre, Randal Graves (Jeff Anderson), che gestisce il videonoleggio accanto ignorando bellamente ogni minima regola del servizio clienti. Tra una partita di hockey improvvisata sul tetto, ex fidanzate di ritorno e incidenti sempre più grotteschi, i due cercheranno di sopravvivere alla noia, trasformando una normale giornata di lavoro in un piccolo disastro esistenziale.

Clerks è un film sfrontato, grezzo, divertente, sconclusionato e assolutamente politicamente scorretto. In un’epoca come la nostra, dominata da una sensibilità spesso moralizzatrice e un po’ ipocrita, rivedere l’opera prima di Smith è come respirare aria fresca in una stanza chiusa da decenni. Certo, la recitazione è acerba, la qualità delle riprese è quella che è, e la storia è davvero minimale, ma nel film di Smith a fare la differenza sono i dialoghi. Proprio come in Pulp Fiction di Tarantino, uscito nello stesso anno, la forza di Clerks non risiede in quello che i personaggi fanno, ma in quello che dicono. Ragionamenti assurdi, digressioni pop sulla cultura nerd e ansie esistenziali travestite da cazzeggio.
Alcune sequenze sono leggendarie. Dante che va in crisi quando scopre che la sua fidanzata, in passato, ha avuto rapporti orali con trentasette uomini, e lui, tutto indignato, le fa notare che ogni bacio, da quel momento in poi, avrà il sapore di tutti quei cazzi. Oppure il momento surreale in cui Randal, con assoluta noncuranza, ordina film al telefono leggendo ad alta voce un catalogo di titoli pornografici a dir poco coloriti, mentre davanti a lui c’è una cliente con una bambina. L’assurda discussione su Star Wars, dove Randal ipotizza che la distruzione della seconda Morte Nera abbia causato la morte di ignari operai e tecnici, gente comune che stava solo facendo il proprio lavoro. Per non parlare dell’episodio grottesco del cliente morto in bagno mentre si stava masturbando con una rivista porno, che porta all’equivoco tragicomico con Caitlin, l’ex di Dante.
E poi ci sono loro. Jay e Silent Bob. Appostati fuori dal negozio come due sentinelle del degrado. Jay è una mitraglia di volgarità e spacconate, mentre Silent Bob, interpretato dallo stesso Smith, osserva muto per tutto il tempo, salvo poi regalare l’unica perla di saggezza del film.

Ma attenzione, Clerks non è solo cazzeggio e volgarità gratuita. Sotto la superficie c’è una profonda malinconia, quella di una generazione bloccata. Ragazzi culturalmente cresciuti a film e fumetti, sessualmente immaturi e incapaci di diventare adulti, ma già abbastanza vecchi da sentirsi dei falliti.

Supportato da una colonna sonora indie anni novanta da paura, tanto che metà del budget finì solo per acquisire i diritti musicali, Clerks è una commedia sul nulla che finisce per raccontare perfettamente il vuoto di un’intera generazione.

Da questo piccolo film girato quasi per scommessa nascerà poi un intero universo narrativo, tra sequel, spin-off e ritorni vari nel mondo di Jay e Silent Bob. Confesso però di essermi fermato qui. Gli altri non li ho visti, forse per paura di rovinare il ricordo di questo primo, piccolo e sporco miracolo indie.

Film
Commedia
USA
1994
Retrospettiva
venerdì, 8 maggio 2026
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The Taking of Deborah Logan

di Adam Robitel

The Taking of Deborah Logan è il film d’esordio di Adam Robitel, un horror found footage del 2014 prodotto, tra gli altri, da Bryan Singer e distribuito direttamente in home video e on demand. Uno di quei titoli arrivati quasi in sordina, senza il passaggio in sala, ma che non gli ha impedito di costruirsi, con il tempo, una piccola reputazione tra gli appassionati del genere.

La storia segue una troupe di studenti che sta realizzando un documentario su Deborah Logan (Jill Larson), un’anziana donna affetta dal morbo di Alzheimer. La figlia Sarah accetta di far riprendere la quotidianità della madre per ottenere un aiuto economico, ma con il passare dei giorni i comportamenti di Deborah diventano sempre più inquietanti. Quella che all’inizio sembra una degenerazione della malattia comincia presto ad assumere i contorni di una vera e propria possessione demoniaca.

Non sono esattamente un fanatico del found footage. L’idea di seguire per novanta minuti una macchina da presa traballante tra cantine, scale e corridoi immersi nel buio, con l'inevitabile faretto che illumina solo quello che lo spettatore non vorrebbe vedere, di solito mi provoca più nausea che terrore. Detto questo, la prima metà di The Taking of Deborah Logan è senza dubbio la più efficace e disturbante. Chiunque abbia avuto un genitore o un parente malato di Alzheimer sa di cosa si parla. Vedere una persona cara che lentamente perde le capacità di compiere i gesti più elementari, quella profonda tristezza nel guardare negli occhi qualcuno che non ti riconosce più, è qualcosa che non ha bisogno di demoni per fare paura. È un orrore reale, tangibile, straziante. E proprio per questo molto più inquietante di qualunque entità soprannaturale.
Poi arriva la possessione, l’elemento paranormale prende il sopravvento e, nel momento in cui la spiegazione razionale viene sostituita da quella demoniaca, la tensione si allenta. Paradossalmente, il demone è meno spaventoso della malattia. Un’entità invisibile è lontana, astratta, appartiene a un universo di finzione che il cervello riesce a catalogare sotto la voce "non mi riguarda". L’Alzheimer, invece, è reale. E proprio per questo fa davvero paura.

Spostare il racconto dal piano del reale a quello del soprannaturale è una scelta narrativa comprensibile, ma il risultato è che nella seconda metà il film perde parte della sua forza e scivola in territori più prevedibili, tra jumpscare, urla e situazioni già viste. Tolta la notevole interpretazione di Jill Larson, The Taking of Deborah Logan resta un horror onesto, non privo di momenti efficaci, e qualche scena davvero inquietante, ma incapace di aggiungere davvero qualcosa di nuovo al grande calderone del genere.

Film
Horror
found footage
USA
2014
giovedì, 7 maggio 2026
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Cosa avete fatto a Solange?

di Massimo Dallamano

Siamo nel 1972 e il giallo all’italiana sta vivendo la sua stagione d’oro. In questo panorama, Massimo Dallamano, che sapeva bene come guardare dentro l'obiettivo, avendo curato la fotografia dei primi capolavori di Sergio Leone, si ispira a un romanzo di Edgar Wallace e realizza Cosa avete fatto a Solange?, un thriller solido, meno visionario rispetto ai lavori dei colleghi più celebrati, ma non per questo meno inquietante e interessante.

Enrico Rosseni (Fabio Testi), insegna italiano in un esclusivo collegio femminile cattolico nei pressi di Londra. È sposato con Herta, collega tedesca dallo sguardo severo, ma intrattiene una relazione clandestina con una sua studentessa, Elizabeth. Durante uno dei loro incontri segreti, su una barca lungo il Tamigi, la ragazza assiste terrorizzata a un omicidio. Da quel momento una serie di delitti brutali comincia a colpire le alunne della scuola, mentre i sospetti dell’ispettore Barth si concentrano proprio su Rosseni. Per scagionarsi, l'uomo è costretto a indagare da solo, fino a imbattersi in un nome che tutti sembrano voler rimuovere: Solange. Una ragazza misteriosa, quasi spettrale, legata alle vittime da un segreto sepolto nel recente passato del collegio.

Cosa avete fatto a Solange? è uno dei gialli all’italiana più interessanti grazie a una sceneggiatura che, rispetto a molti thriller dell’epoca, spesso più concentrati sullo stile e sull’eccesso che sulla tenuta del racconto, conserva una struttura solida. Alla fine tutto torna, i pezzi si incastrano con logica e il mistero non sembra costruito solo per accumulare omicidi e depistaggi.
Il cuore del film è la sessualità adolescenziale femminile, il desiderio represso e la sua punizione. Il collegio cattolico diventa una facciata ordinata e pulita dietro cui la sessualità giovanile viene trattata come qualcosa di pericoloso, segreto, colpevole. Siamo lontani dalla ribellione senza filtri di E non liberarci dal male di Joël Séria, ma anche nella maggiore sobrietà di Dallamano quella morbosità di fondo resta tutta.
C’è un’insistenza quasi ossessiva sul corpo adolescente, mostrato con la spregiudicatezza tipica del cinema di genere anni settanta, tra nudi integrali e sguardi rubati. Un aspetto oggi inevitabilmente problematico, ma che serve anche a sottolineare il contrasto tra istinto naturale e repressione morale. È qui che Solange trova la sua parte più potente, sospesa tra denuncia dell’ipocrisia borghese e compiacimento exploitation.
Sul piano visivo, Solange rinuncia deliberatamente alle acrobazie stilistiche di Argento o Fulci. Dallamano punta su un’atmosfera più fredda, più grigia, meno allucinata. In questo senso le location londinesi aiutano a restituire un mood malinconico e distante, quasi ovattato, dentro cui la violenza esplode con maggiore brutalità.
Ottima, come sempre, la colonna sonora di Ennio Morricone, elegante, malinconica, riconoscibile fin dalle prime note,
Fabio Testi, nel ruolo del "bello e tormentato", l'ho trovato invece rigido, legnoso, con un’espressività che è quella che è. Non è un difetto che affossa il film, ma si nota.
Una menzione anche per Camille Keaton, pronipote del grande Buster, nel ruolo che dà il titolo al film. Pochi minuti sullo schermo, quasi nessuna battuta, eppure una presenza fragile e spettrale che anticipa in qualche modo Non violentate Jennifer. Ne riparleremo più avanti.

In conclusione, Cosa avete fatto a Solange? è uno dei gialli italiani più solidi e cupi degli anni Settanta. Meno funambolico di Argento, ma forse più compatto e tragico. Un film realizzato con mestiere, sorretto da una buona atmosfera, da un mistero ben costruito, da una confezione tecnica curata e da una colonna sonora notevole.

Film
Thriller
Giallo
Italia
1972
mercoledì, 6 maggio 2026
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Rocco e i suoi fratelli

di Luchino Visconti

Continuando a colmare i miei buchi sui classici del cinema italiano, mi sono recuperato Rocco e i suoi fratelli, il capolavoro del 1960 firmato da Luchino Visconti. Considerato uno dei pilastri del nostro cinema del dopoguerra e manifesto di un neorealismo ormai pronto a farsi più stratificato, il film non è solo la storia di una famiglia meridionale che arriva a Milano in cerca di fortuna, ma il racconto doloroso di un paese che cambia pelle. Visconti prende il sogno del riscatto e lo immerge in una tragedia familiare dove il progresso promette futuro, ma intanto consuma identità, affetti e illusioni.

La storia ha inizio in una gelida stazione di Milano, dove la vedova Rosaria Parondi arriva dalla Lucania con quattro dei suoi figli - Simone, Rocco, Ciro e il piccolo Luca - per ricongiungersi al primogenito Vincenzo, già stabilito al nord. La città del boom economico, però, non li accoglie con tappeti rossi, ma con case popolari affollate, cantieri polverosi e palestre di periferia, dove il sudore si mescola alla fatica e alla disperazione.
Mentre la famiglia cerca di arrangiarsi come può in un ambiente ostile, i percorsi dei fratelli iniziano a separarsi in modo sempre più netto. Al centro del conflitto esplode il triangolo drammatico tra il brutale Simone, il mite e sacrificale Rocco e Nadia, una prostituta che cerca una via di fuga dal proprio destino. È il racconto di una sopravvivenza che si trasforma rapidamente in tragedia familiare, dove ogni tentativo di salvezza finisce per aprire una ferita ancora più profonda.

Il soggetto nasce dai racconti di Giovanni Testori raccolti ne Il ponte della Ghisolfa, ma Visconti, insieme ai suoi sceneggiatori - Suso Cecchi D'Amico, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, Enrico Medioli e, in parte, Vasco Pratolini - prende riferimenti e suggestioni anche da Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann, da I Malavoglia di Verga e da L'idiota di Dostoevskij, a cui gli autori si sarebbero ispirati per il personaggio di Rocco. Ammetto la mia ignoranza, conosco poco e nulla delle fonti letterarie da cui il film prende spunto. So solo che L'idiota è lì che mi aspetta da anni, ma ogni volta che mi avvicino la mole mi incute una certa soggezione.

Rocco e i suoi fratelli ha la struttura di un romanzo ottocentesco, un grande affresco familiare diviso in capitoli, ognuno dedicato a un fratello. In una Milano fredda, grigia, fatta di stazioni, fabbriche, case popolari e palestre di periferia, una città efficiente e indifferente, che non chiede da dove vieni ma quanto produci, si muovono i cinque fratelli Parondi, cinque possibilità diverse dell'emigrazione e dell’integrazione.
Vincenzo (Spiros Focás), è il primo ad arrivare a Milano. È quello che prova a costruirsi una vita normale, sposandosi con Ginetta (Claudia Cardinale), ma anche quello che si allontana progressivamente dal nucleo originario. Ciro (Max Cartier), rappresenta invece l’integrazione operaia e razionale. È quello che lavora in fabbrica, accetta il nord industriale e alla fine rompe l’omertà familiare per un principio di giustizia. Luca, il più piccolo, è la memoria di ciò che è stato e forse la possibilità di un ritorno alle sue origini.
Ma i veri protagonisti del film sono Simone e Rocco, gli altri due fratelli che, prima l’uno e poi l’altro, entrano nel mondo della boxe, vista come possibilità di ascesa sociale. Simone, interpretato da un grande Renato Salvatori, non è semplicemente il cattivo della storia, ma il più debole. All'inizio sembra quello destinato al successo proprio grazie al pugilato, ma non ha disciplina, non ha solidità morale, non ha controllo. La città lo seduce e lo consuma. Il denaro, il sesso, l’alcol, la fama e la gelosia lo trascinano verso il basso. Simone è il volto oscuro dell’integrazione fallita, quello che trova nel nord non una possibilità di riscatto, ma un ambiente capace di amplificare tutte le sue fragilità.
Rocco, interpretato da uno statuario Alain Delon, è il suo opposto. A prima vista sembra il puro, il buono, l’innocente, ma probabilmente è il personaggio più complesso. Vedere Delon pugile, con quegli zigomi perfetti, ammetto che all’inizio mi ha fatto un po' sorridere, ma la sua interpretazione, pura e tormentata, è il cuore dolente del film. Rocco si sacrifica continuamente. Rinuncia all’amore, alla felicità, alla propria autonomia. Cerca di salvare Simone anche quando Simone è ormai perduto. Il suo amore fraterno diventa quasi autodistruttivo. Sarà proprio lui a prendere il posto del fratello e a diventare un campione del pugilato. Così come sarà lui a innamorarsi, ricambiato, della donna desiderata da Simone, finendo per sentirsi colpevole anche di una felicità che non riesce nemmeno a concedersi.
Tra i due troviamo il personaggio più bello del film, quello che mi è rimasto più impresso. Nadia, interpretata da una straordinaria Annie Girardot, è una prostituta, ma Visconti evita di ridurla a stereotipo. È libera, fragile, cinica, vitale, disperata. Con Simone vive un rapporto distruttivo. Con Rocco intravede una possibilità di salvezza. Viene desiderata, giudicata, contesa, sacrificata. Eppure è uno dei pochi personaggi davvero consapevoli. È l’unica che sembra comprendere davvero la natura dei fratelli Parondi e, alla fine, è quella che finisce per pagare il prezzo più alto.
Un accenno lo merita anche Rosaria, la madre della famiglia, interpretata da Katina Paxinou. Una donna mediterranea, possessiva, disperata. Vuole il bene dei figli, ma il suo amore è anche cieco e soffocante. Nella sua teatralità rappresenta quelle donne meridionali che ancora oggi manifestano il dolore, soprattutto nei lutti, in modo quasi rituale, performativo e collettivo. Un dolore che non resta mai privato, ma invade la casa, la famiglia, il vicinato, trasformandosi in una specie di liturgia popolare.
Ecco, se proprio devo fare un appunto, forse l’eccessivo melodramma finale, anche da parte di Rocco e Simone, lo avrei leggermente smussato. Ma questa esasperazione emotiva deriva da una dimensione tragica che Visconti sembra inseguire consapevolmente per tutto il film. I personaggi non vivono semplicemente un dramma familiare, ma sembrano precipitare dentro un destino più grande di loro, dove colpa, sangue, sacrificio e rovina hanno il peso antico della tragedia greca. 

Supportato dalla struggente colonna sonora di Nino Rota, dalla fotografia in bianco e nero ricca di contrasti di Giuseppe Rotunno e da una regia che alterna momenti corali a scene intime cariche di tensione, Rocco e i suoi fratelli è il racconto di una famiglia che arriva al nord cercando un futuro e finisce per perdere progressivamente se stessa. Visconti prende il sogno del riscatto e lo trasforma in una tragedia familiare, sullo sfondo di un'Italia che cambia, cresce, si industrializza e, nel frattempo, perde qualche pezzo della propria anima.

Film
Drammatico
Italia
1960
martedì, 5 maggio 2026
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È mia la colpa - La vita dei Joy Division

Lorenzo Coltellacci, Mattia Tassaro

Da amante dei Joy Division, questa graphic novel mi rincorreva da un po'. L’avevo già puntata in libreria, ma dopo averla sfogliata l'avevo rimessa sullo scaffale. I disegni proprio non mi attiravano, e se c’è una cosa a cui faccio attenzione quando mi avvicino ai fumetti, o alle graphic novel che dir si voglia, sono proprio le illustrazioni. Altrimenti mi leggo un libro. Alla fine, qualche tempo fa, l'ho ricevuta come regalo, e come si sa, i regali non si rifiutano. Tantomeno i Joy Division.

È mia la colpa - La vita dei Joy Division è scritto da Lorenzo Coltellacci, autore romano con un paio di graphic novel all’attivo, e disegnato dal giovane napoletano Mattia Tassaro, qui, se non sbaglio, alla sua prima prova importante.

La storia racconta l’ascesa dei Joy Division e il declino psicofisico di Ian Curtis. Dalla nascita del nome alle prime esibizioni, dall’incontro con il produttore Martin Hannett alla registrazione di Unknown Pleasures, fino al crescente interesse intorno alla band. E poi la malattia di Ian, l’epilessia diagnosticata nel 1978, i farmaci, le convulsioni sul palco trasformate in danza, il matrimonio che si sgretola, la relazione con Annik Honoré, la tournée americana che non partirà mai. Il 18 maggio 1980, la sera prima di imbarcarsi per gli Stati Uniti, Ian Curtis si toglie la vita nella cucina di casa sua a Macclesfield. Aveva ventitré anni.

Per chi conosce già i fatti, il volume non aggiunge nulla che non sia già stato raccontato. Coltellacci però fa un lavoro onesto e rispettoso, cercando di restituire la psicologia frammentata di Curtis ed evitando la spettacolarizzazione della tragedia. È una scelta coraggiosa, e probabilmente la più giusta.
Sul fronte grafico, purtroppo, la resistenza che avevo avuto sfogliando distrattamente la graphic novel in libreria si è confermata pagina dopo pagina. Lo stile cartoonesco di Mattia Tassaro, dalle evidenti influenze americane, alla Darwyn Cooke per intenderci, è pulito e chiaro, ma secondo me si adatta più a storie umoristiche o avventurose che al racconto di un dramma esistenziale.
Pensavo, sfogliando le tavole, a cosa sarebbe diventata questa storia nelle mani di Pazienza, Tamburini, Liberatore. Autori che quegli anni li hanno vissuti davvero, dall’interno, e che conoscevano il buio non come citazione, ma come esperienza. Gente che avrebbe potuto trovare nel tormento di Ian Curtis una risonanza visiva autentica, non ricostruita. È un confronto impietoso, lo so, e forse un po' ingeneroso nei confronti di Tassaro, che ha tutto il diritto di avere il proprio linguaggio. Ma quando una graphic novel mi porta a immaginare versioni alternative di sé stessa, qualcosa nel connubio tra testo e immagine non ha funzionato fino in fondo.

È mia la colpa è un omaggio sincero, e gli omaggi sinceri meritano rispetto. Però, per chi i Joy Division li conosce già a fondo, non aggiunge granché a ciò che già sa. Per chi invece non conosce la loro storia, consiglierei prima la biografia di Peter Hook, Joy Division. Tutta la storia, e soprattutto il film Control di Anton Corbijn, l’opera che meglio ha saputo tradurre in immagini l’anima di quella musica.

Fumetti
biografia
Italia
2024
lunedì, 4 maggio 2026
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La finestra sul cortile

di Alfred Hitchcock

Nel 1954 esce La finestra sul cortile (Rear Window) di Alfred Hitchcock. Stiamo parlando di uno dei tanti capolavori assoluti del Maestro del brivido. Un thriller ambientato in una sola location, con il protagonista immobilizzato su una sedia, ma capace di contenere suspense, ironia, tensione e una riflessione sul piacere ambiguo di guardare. Un film che, a distanza di settant'anni, non ha perso un briciolo della sua forza.

Il protagonista della storia è L.B. "Jeff" Jefferies (James Stewart), un fotoreporter di grido, avventuroso e irrequieto di natura, che a causa di una gamba ingessata si ritrova da un paio di mesi confinato nel suo appartamento del Greenwich Village. L’unico svago che gli resta, durante un caldo asfissiante che costringe gli abitanti della zona a tenere le finestre spalancate giorno e notte, è osservare, con o senza teleobiettivo, quello che accade nel cortile interno del suo condominio. Quello che inizia come un passatempo innocente per combattere la noia - spiare le vite dei vicini, tra aspiranti ballerine, donne disperatamente sole, coppie in crisi e musicisti solitari - si trasforma gradualmente in un’ossessione. Jeff inizia a sospettare che, dietro le persiane chiuse dell’appartamento di fronte, il signor Thorwald (Raymond Burr), un commesso viaggiatore in bigiotteria, abbia ucciso la moglie malata, liberandosi poi del corpo. Tra le visite della sua bellissima fidanzata Lisa (Grace Kelly), le cure dell’arguta infermiera Stella (Thelma Ritter) e lo scetticismo dell’amico poliziotto Thomas Doyle (Wendell Corey), Jeff dovrà cercare di provare la verità senza poter fare un solo passo fuori dal suo appartamento, trasformando il cortile in un palcoscenico dove ogni gesto può essere un indizio o un abbaglio.

Prima ancora di essere un thriller, La finestra sul cortile è un film sulla tentazione irresistibile di guardare. Guardare gli altri, le loro case, le loro abitudini, i loro segreti. Hitchcock prende uno degli impulsi più umani e meno confessabili e lo trasforma in cinema puro, chiudendo James Stewart in una stanza e spalancando davanti a lui un intero mondo di finestre illuminate, vite private e misteri da decifrare.
Il film è costruito intorno a un unico, imponente set, uno dei più grandi realizzati all’epoca: una serie di edifici con trentuno appartamenti, ispirati al Greenwich Village di New York. Un enorme organismo scenico, controllato in ogni dettaglio, dove ogni appartamento racconta una storia diversa, sempre filtrata dallo sguardo del protagonista. È come se Hitchcock avesse trasformato un condominio in una sala cinematografica, con Jeff al posto dello spettatore e le finestre al posto degli schermi.
Tutto quello che vediamo, lo vediamo attraverso gli occhi di Jeff. La macchina da presa coincide con il suo sguardo, il suo teleobiettivo, il suo campo visivo. Jeff osserva i vicini come uno spettatore osserva lo schermo. Ogni appartamento diventa un canale televisivo diverso, con il suo personaggio e la sua storia: la ballerina, la coppia di sposi, la donna sola, il compositore, i coniugi Thorwald. È il trionfo del voyeurismo, ma anche della sua ambiguità morale. Jeff invade la privacy degli altri, trasforma vite sconosciute in intrattenimento, costruisce ipotesi su persone che osserva solo a distanza. Hitchcock ci lascia dentro questa contraddizione, chiedendoci quanto sia lecito guardare di nascosto la vita degli altri, anche quando quel gesto sembra condurre alla scoperta di un delitto.
Il film si svolge interamente nell'appartamento di Jeff. Potrebbe sembrare un limite, ma in realtà quello spazio chiuso è pieno di movimento, proprio perché ogni finestra contiene una microstoria, un frammento di mondo vivo. Dietro il mistero di Thorwald e del presunto omicidio, La finestra sul cortile affronta anche la paura dell’impegno. Jeff teme il matrimonio, la stabilità, la vita borghese che Lisa incarna alla perfezione. Il cortile diventa allora anche uno specchio delle sue paure. Guardando le coppie degli altri, Jeff osserva indirettamente il proprio futuro possibile. Thorwald, il vicino sospettato, rappresenta la versione più cupa del matrimonio: la convivenza trasformata in prigione, insofferenza, odio, forse eliminazione fisica dell’altro.
James Stewart interpreta Jeff come un uomo ironico, intelligente e curioso, ma anche profondamente bloccato. La gamba ingessata è un elemento narrativo, certo, ma anche simbolico. Jeff è fisicamente immobilizzato, ma forse lo è anche sentimentalmente. Non può muoversi, non può agire direttamente, non può fuggire. Può solo guardare, interpretare, delegare. E infatti sarà Lisa, molto più attiva di lui, a entrare davvero nel campo dell'azione. Grace Kelly appare come una donna bellissima, sofisticata, perfetta, quasi irreale. Ma nel corso del film dimostra di avere anche curiosità, coraggio, intelligenza e spirito pratico. Entra nell’appartamento di Thorwald, rischia, agisce.  La suspense non nasce da inseguimenti o colpi di scena continui, ma dalla paura di essere scoperti. Una delle scene più potenti del film è quella in cui Thorwald si accorge di essere osservato. Quando guarda verso Jeff, la distanza crolla e l'osservatore diventa osservato. In quel momento tutto si ribalta e la finestra, da luogo di controllo, diventa improvvisamente un punto di vulnerabilità.
La regia di Hitchcock è di una precisione impressionante. Basterebbe pensare alla scena iniziale, praticamente senza dialoghi, in cui la macchina da presa esce dalla finestra dell'appartamento di Jeff, attraversa il cortile, mostra i vicini, il caldo soffocante, le vite sospese dietro le finestre aperte, per poi rientrare nella stanza e raccontarci tutto quello che dobbiamo sapere sul protagonista: la gamba ingessata, la macchina fotografica rotta, le foto d’azione, le immagini di incidenti e corse automobilistiche, la copertina di una rivista. Senza che nessuno spieghi nulla, Hitchcock ci dice chi è Jeff, che lavoro fa, perché è immobilizzato e quale mondo ha dovuto abbandonare temporaneamente.
Non c’è quasi mai bisogno di spiegare troppo. La macchina da presa guarda con Jeff, si muove attraverso il suo punto di vista, spesso resta confinata nel suo appartamento. Il montaggio alterna volto del protagonista, oggetto osservato, reazione. È una grammatica del cinema ridotta all’essenziale: guardare, interpretare, dubitare.
Nonostante la tensione, il film ha anche molta ironia. La relazione tra Jeff, Lisa e Stella, l’infermiera, è piena di battute, osservazioni sarcastiche e leggerezza. Allo stesso tempo, però, c'è anche una malinconia di fondo. Le persone nei loro appartamenti sembrano quasi tutte sole, isolate e incompiute.

Rivedendolo oggi, La finestra sul cortile potrebbe sembrare, almeno in superficie, un film inevitabilmente datato, soprattutto agli occhi di uno spettatore più giovane. Oggi un fotografo con una gamba rotta avrebbe probabilmente un tutore ortopedico e, anche se fosse costretto all’immobilità, passerebbe il tempo con uno smartphone in mano, una piattaforma streaming aperta o un social da scrollare fino allo sfinimento, più che con un binocolo puntato sui vicini. Eppure il film resta straordinariamente attuale perché parla di qualcosa che non è scomparso. Non osserviamo più il cortile, osserviamo i feed. Non spiamo più i vicini dietro le persiane, ma le vite filtrate di amici o sconosciuti su Instagram, TikTok e Facebook. Vite patinate, confezionate per sembrare sempre più felici, intense e interessanti della nostra. Hitchcock raccontava il piacere ambiguo di guardare senza essere visti, noi lo abbiamo trasformato in un’abitudine quotidiana. Per questo La finestra sul cortile non è invecchiato affatto. Ha solo cambiato dispositivo.

Film
Thriller
Alfred Hitchcock
USA
1954
Retrospettiva
sabato, 2 maggio 2026
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Il lato positivo - Silver Linings Playbook

di David O. Russell

Volendo staccarmi un po dai soliti film tetri e disturbanti mi son voluto vedere una commedia.
Per l’occasione ho recuperato Il lato positivo – Silver Linings Playbook, film del 2012 scritto e diretto da David O. Russell, tratto dal romanzo L’orlo argenteo delle nuvole di Matthew Quick. Un’opera che all’epoca ebbe un’accoglienza notevole, arrivando addirittura a otto nomination agli Oscar e portando a casa la statuetta per la miglior attrice protagonista, vinta da Jennifer Lawrence.

Pat Solitano (Bradley Cooper) è un uomo affetto da disturbo bipolare. Dopo aver trascorso otto mesi in una struttura psichiatrica per aver quasi ucciso l’amante di sua moglie, Nikki, torna a vivere con i genitori. Il padre (Robert De Niro) è ossessionato dalle scommesse e dai Philadelphia Eagles, la madre (Jacki Weaver) cerca di tenere insieme la famiglia con pazienza e un vassoio di nachos sempre pronto. Pat, però, ha un solo obiettivo, riconquistare Nikki seguendo una filosofia quasi magica, vedere sempre il "lato positivo". Il problema è che Nikki ha ottenuto un’ingiunzione restrittiva nei suoi confronti. Poi arriva Tiffany Maxwell (Jennifer Lawrence), giovane vedova dalla reputazione complicata e qualche problema psicologico di troppo. Tra i due nasce un patto bizzarro. Lei aiuterà Pat a far arrivare una lettera a Nikki, lui diventerà il partner di Tiffany in una gara di ballo locale.

È proprio da questo incontro che il film trae la sua forza principale. Il rapporto tra Pat e Tiffany è, a tutti gli effetti, schizofrenico e disfunzionale. Lui è un uomo bipolare, ossessivo, impulsivo, incapace di gestire il proprio dolore e i propri scatti emotivi. Quando sente la canzone del suo matrimonio - che per ironia della sorte veniva riprodotta proprio la sera in cui ha trovato la moglie in compagnia del suo amante - va completamente fuori di testa. Lei, invece, è una donna con una storia personale, sessuale e psicologica complicata, sempre sulle difensive, spigolosa, ma anche più consapevole del proprio disordine. Due persone instabili che trovano nell’altro un riflesso distorto di sé stessi.
Jennifer Lawrence, qui in versione vedova "dark" assolutamente deliziosa, con quel suo broncio paffuto e un'energia travolgente, buca lo schermo. Oltre ad avere un corpo mozzafiato, io la trovo anche simpaticissima. Se non l’avete ancora fatto, recuperatevi i suoi "funniest moments" su YouTube, compresa la celebre caduta sui gradini durante la premiazione agli oscar. A proposito, se devo dir la verità, l'oscar mi è sembrato un po’ eccessivo, soprattutto rispetto alle sue prove successive che, secondo me, lo meritavano di più. Ma va bene così.
Accanto a lei c’è uno stralunato Bradley Cooper, con quell’ottimismo maniacale e una fragilità pronta a esplodere in qualsiasi momento. La scena in cui sveglia i genitori nel cuore della notte per lamentarsi del finale di Addio alle armi di Hemingway, incapace di distinguere la narrativa dalla vita reale, è probabilmente il momento più divertente del film. Molto bravo anche Robert De Niro, qui finalmente lontano dalle caricature a cui ci aveva abituato negli ultimi tempi, nei panni di un padre nevrotico, superstizioso, e ossessionato per il football.

Il lato positivo è un film gradevole, ben recitato, capace di intrattenere. Peccato per il finale. Troppo prevedibile, quasi stucchevole, perfettamente allineato ai canoni più buonisti della commedia hollywoodiana. Io avrei preferito qualcosa di più coraggioso, meno accomodante, meno disposto a chiudere tutto dentro la favola del "e vissero felici e contenti".

Insomma, interessante, carino, a tratti anche riuscito, sopratutto nella prima parte, ma troppo scontato per lasciare davvero il segno.

Film
Commedia
Drammatico
sentimentale
USA
2012
venerdì, 1 maggio 2026
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Personal shopper

di Olivier Assayas

Olivier Assayas, regista francese con un passato da critico cinematografico, non lo conosco. Almeno fino a questo momento. Ora che ho visto uno dei suoi film, quello che viene definito la sua opera più ambiziosa e divisiva, non sento l'urgenza di approfondirlo.
Personal Shopper, film del 2016 presentato in concorso al Festival di Cannes, venne accolto da una generosa dose di fischi - che nel mondo del cinema d’autore a volte sembra quasi un attestato di stima. Kristen Stewart, alla sua seconda collaborazione con Assayas dopo Sils Maria, è la protagonista assoluta. Intorno a lei, il regista costruisce un film sospeso tra ghost story, dramma interiore, thriller psicologico e riflessione sull'identità, sulla perdita e sulla comunicazione con l’invisibile. Tutti elementi che, sulla carta, avrebbero anche potuto incuriosirmi parecchio.
Il problema, almeno per me, è che Personal Shopper appartiene a quel tipo di cinema francese molto consapevole di sé, esteticamente curato, rarefatto, elegante, ma anche emotivamente glaciale. Un cinema che sembra guardarsi continuamente allo specchio, più interessato alle vibrazioni, ai vuoti, ai silenzi che a creare un vero coinvolgimento.

La storia vede come protagonista Maureen, una giovane americana che vive a Parigi una vita sospesa tra due mondi. Di giorno lavora come personal shopper, ovvero corre da una parte all’altra della città con il suo scooter acquistando abiti costosi e gioielli per Kyra, una celebrità del mondo dello spettacolo che fatica persino a incontrare di persona. Di notte vaga in vecchie case infestate, aspettando un segnale dal fratello gemello Lewis, morto recentemente per una malformazione cardiaca che anche lei condivide. I due, entrambi medium, si erano fatti la promessa che il primo a morire avrebbe dovuto inviare un segno dall’aldilà. In tutto questo, Maureen inizia a ricevere messaggi anonimi sul cellulare. Uno sconosciuto sembra osservarla, sfidarla e spingerla a esplorare i suoi desideri più proibiti, trascinandola in un gioco pericoloso che mescola il lutto alla ricerca di un’identità che sembra aver smarrito.

Assayas costruisce un’opera sospesa tra più generi senza appartenere pienamente a nessuno, e questa ibridazione (si dice ibridazione?) è al tempo stesso il suo punto di forza e il suo limite più evidente. Il problema principale è il ritmo. Assayas dilata i tempi con quella che, a seconda della propria simpatia verso il cinema d’autore francese, si può definire eleganza contemplativa o autocompiacimento. La sequenza dello scambio di messaggi con il mittente misterioso, ambientata durante un viaggio in treno verso Londra, andata e ritorno, è l’esempio più lampante. Davvero troppo lunga. Se l’intento era mostrare come l’inquietudine moderna passi attraverso uno schermo retroilluminato, il risultato è un thriller digitale che sgonfia la tensione invece di alimentarla. Anche perché, ammettiamolo, l’identità del "misterioso" mittente non è esattamente un enigma degno di Agatha Christie. In tutto il film c’è un solo personaggio ambiguo che ha davvero interagito con Maureen.
Per il resto, la regia è elegante, supportata da una fotografia suggestiva, specialmente nelle scene più vicine alla ghost story pura. Anche la colonna sonora è buona, soprattutto quando spuntano due brani della mia amata Anna von Hausswolff, che con le sue atmosfere gotiche ed eteree sembra perfettamente adatta a un film la cui protagonista cerca di comunicare con l’aldilà
A tal proposito, Kristen Stewart - di cui non avevo mai visto un film da protagonista, visto che ho sempre evitato la saga di Twilight e l'avevo incrociata solo da bambina in Panic Room - mi pare perfetta per questo ruolo. Con quel volto distante, quasi asfittico, è un’anima errante che cerca di sentirsi viva attraverso gesti proibiti, come indossare i vestiti della sua datrice di lavoro. Viene il sospetto che il vero fantasma del film sia proprio lei, Maureen, che vaga per Parigi senza abitarla davvero, in attesa di capire se è ancora qui.
Il finale volutamente aperto - suggestione? elaborazione del lutto? liberazione? - non suggerisce niente di definito, ma va bene pure così. Non è questo il problema. Figuriamoci, a me piacciono i film contorti, psicologici, dove non tutto viene spiegato e l’autore lascia allo spettatore la propria interpretazione.

Il problema principale di Personal Shopper è che è un film che non turba, non emoziona, tende a scivolare addosso. Come un bellissimo abito d’alta moda che indossi una volta e poi dimentichi nell'armadio senza troppi rimpianti.

Film
Thriller
Paranormale
Francia
2016
giovedì, 30 aprile 2026
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Undertone

di Ian Tuason

Ogni tanto l’horror torna a ricordarci una cosa molto semplice. Non servono per forza sangue, urla e apparizioni improvvise per fare paura. A volte basta un rumore al momento giusto, un angolo buio del sottoscala, un’inquadratura fissa che resta lì qualche secondo di troppo, fino a farci credere che in quel buio ci sia davvero qualcosa. Uscito negli Stati Uniti da poco più di un mese, Undertone è diventato in breve tempo un piccolo caso, incassando 21 milioni di dollari a fronte di un budget irrisorio di appena 500.000.
Scritto e diretto dall’esordiente Ian Tuason, presentato al Fantasia International Film Festival, passato poi dal Sundance e distribuito da A24, il film - al momento ancora inedito in Italia - prende l’idea del found footage e la ribalta sul piano sonoro. Qui l’orrore non arriva da immagini sgranate o videocamere puntate nel buio, ma da registrazioni audio, rumori domestici e messaggi che sembrano emergere dal fondo, come se il male non avesse bisogno di farsi vedere per entrare in casa.

Evy (Nina Kiri) si è trasferita nella casa d’infanzia per assistere la madre morente, una donna in stato quasi comatoso, immobile e incosciente, che giace in un letto al piano di sopra. Tra reliquie religiose e opprimenti silenzi, le sue giornate scorrono dentro una routine fatta di medicine, stanze buie e piccoli gesti ripetuti. Per sfuggire a questo senso di isolamento sempre più soffocante, Evy conduce insieme a Justin (Adam DiMarco, di cui sentiamo solo la voce) un podcast dedicato al paranormale, in cui lui interpreta il ruolo del credente entusiasta e lei quello della scettica razionale, in una dinamica che ricorda un po' quella tra Mulder e Scully. L'ultimo episodio del podcast riguarda dieci file audio arrivati tramite una mail anonima, in cui una coppia, Mike e Jessa, sostiene di essere perseguitata da strani fenomeni domestici, registrando ciò che accade durante la notte. Ascoltando e analizzando uno dopo l’altro i files, tra voci disturbate, rumori di fondo e cantilene registrate al contrario, lo scetticismo di Evy inizia lentamente a incrinarsi, mentre il confine tra ciò che è reale e ciò che è frutto di una mente stremata si fa sempre più sottile.

Undertone è un horror la cui paura si basa soprattutto sull’immaginazione e sulla suggestione. La mente umana resta il miglior generatore di immagini spaventose che esista. Non ha bisogno di vedere il demone per temerlo. A volte basta sentirlo. O credere di averlo sentito. Tuason ha dichiarato di essersi ispirato a Babadook, soprattutto per quel modo di suggerire la paura senza mostrarla, e si vede. O meglio, si sente.
Il sound design è il vero protagonista del film. Non accompagna semplicemente la messa in scena, ma diventa il mezzo attraverso cui il male si insinua nella realtà di Evy. Ogni registrazione porta dentro casa un frammento di una ossessione, ogni file audio sembra aprire una crepa nella fragilità mentale della protagonista. Anche la ninna nanna che la madre le cantava da bambina, apparentemente innocua, riappare nelle registrazioni e, riascoltata al contrario, rivela messaggi inquietanti.
A rendere tutto più disturbante è il legame tra quei files e il momento che Evy sta attraversando. Prendersi cura di un genitore o di una persona cara negli ultimi giorni di vita significa entrare in una zona emotiva fatta di amore, fatica, senso di colpa e persino del desiderio inconfessabile che quel tormento finisca presto. Undertone lavora proprio su questa frattura. Evy vive in una casa silenziosa, piena di crocifissi, immagini sacre e reliquie religiose che non sembrano proteggerla, ma quasi giudicarla. Il fatto che il film sia stato girato nella casa d’infanzia del regista aggiunge un ulteriore livello di inquietudine.
Tuason filma questi spazi attraverso inquadrature fisse, angoli bui, porte socchiuse e stanze in penombra. Mentre ascoltiamo le registrazioni, la macchina da presa si muove dentro la casa, lasciandoci sospesi davanti a zone d'ombra apparentemente immobili. Non succede quasi nulla, eppure la tensione è insopportabile. L’orrore nasce dalla paura che qualcosa possa entrare nell’inquadratura da un momento all’altro, oppure che sia già lì, nascosto dietro l'angolo, appena fuori dalla nostra percezione. Sotto questo punto di vista il film è magistrale. Fa paura senza ricorrere neanche a un jump scare, accumulando una tensione che non viene mai scaricata.
Evy è praticamente l’unico personaggio che vediamo davvero. Justin esiste quasi solo come voce, mentre la madre è una presenza immobile, incosciente, ridotta in stato vegetativo. Tutto passa attraverso di lei: il suo volto, il suo ascolto, la sua stanchezza. E man mano che i file si susseguono, le connessioni con la sua vita diventano sempre più inquietanti. Evy scopre di essere incinta, proprio mentre nelle registrazioni anche Jessa aspetta un bambino - una coincidenza troppo precisa per essere casuale.
Da qui in avanti entro in zona spoiler. Ascoltando i file audio uno dopo l'altro, il male viene evocato smettendo di sembrare una presenza lontana, confinata dentro le registrazioni di qualcun altro. Quel male ha un nome: Abyzou, un demone legato alla maternità negata, all'infertilità e alla morte dei bambini. Non arriva per caso, ma trova una via d'accesso, nelle crepe emotive della protagonista, nel suo senso di colpa, nella solitudine, nella paura di diventare madre mentre sta perdendo la propria. Il finale, perturbante e disperato, porta a compimento questo processo. Il crollo psicologico di Evy permette al demone di varcare definitivamente la soglia, trasformando il suono in presenza, l'ossessione in realtà, il trauma in manifestazione demoniaca.

Al momento, ritengo Undertone il miglior horror del 2026. Un film che mette davvero paura riuscendo a tenere alta la tensione con la sola forza della suggestione.

Film
Horror
Possessione demoniaca
Canada
2026
mercoledì, 29 aprile 2026
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Dolly

di Rod Blackhurst

Dolly è uno slasher indipendente diretto da Rod Blackhurst, regista che si è fatto notare per il dramma horror Here Alone e per il documentario Netflix su Amanda Knox.
Girato interamente in un 16mm granuloso e materico, il film è un omaggio viscerale all'exploitation più crudo, un richiamo a quel cinema di "carne e ruggine" che ha reso immortali capolavori come Non aprite quella porta.

La storia segue una coppia di fidanzati, Macy (Fabianne Therese) e Chase (Seann William Scott), che si avventurano in un’escursione nei boschi. Lui ha in tasca un anello e vuole chiederle di sposarlo. Ma i piani romantici nei boschi, come insegna decenni di cinema horror, finiscono raramente bene. Man mano che si inoltrano, i due si imbattono in bambole rotte e sporche, appese agli alberi e conficcate nel terreno. E ovviamente cosa fanno? Mica scappano a gambe levate. No, proseguono. E così poco dopo incontrano una figura stramba con indosso un vestito lacero e una testa di bambola di porcellana, intenta a seppellire un cadavere decapitato. Il ragazzo viene subito brutalizzato, mentre la giovane donna viene catturata e portata in una casa fatiscente, dove si risveglia vestita come una bambina di altri tempi, in un giorno di festa, con accanto una "madre" che non ha alcuna intenzione di lasciarla andare.

Dolly è un onesto e genuino splatterone exploitation. Nulla di più, nulla di meno. Ha una buona estetica, sporca e degradante quanto basta, e un'atmosfera opprimente e claustrofobica. Siamo dalle parti di quegli horror fatti di case rurali, cupe, sudicie, tappezzate di carta da parati scrostata e abitate da psicopatici mascherati dementi e forzuti.
In questo caso il villain è Dolly, una donna dal corpo imponente, una inquietante maschera di porcellana, e un malsano senso di maternità. Il personaggio è interpretato da Max the Impaler, wrestler americana che, a essere onesti, fa quasi più paura senza maschera (vedere foto su google).
Per il resto, la sceneggiatura è ridotta all’osso. I protagonisti fanno, come da tradizione, tutte le scelte sbagliate. Soprattutto il maschietto. Lei invece occupa il ruolo della "final girl", con più coraggio che spessore. L’idea di un villain traumatizzato, che esprime attraverso la violenza un bisogno distorto di affetto, resta sullo sfondo e non viene mai davvero sviluppata.
Quello che rimane è una sequenza di episodi violenti e effetti pratici discretamente riusciti. Niente di particolarmente estremo, ma nemmeno trattenuto. È un film che punta più a far storcere il naso che a traumatizzare. 

In definitiva, Dolly è un film per gli amanti dello slasher anni settanta. Derivativo, cattivo e orgogliosamente "di pancia". Se siete pronti a stare al gioco e a fare un giro sulla giostra dell’exploitation, ne uscirete soddisfatti e, a modo suo, anche divertiti. Altrimenti, meglio cambiare giostra.

Film
Horror
Slasher
USA
2026
martedì, 28 aprile 2026
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Another Earth

di Mike Cahill

Ho recuperato questo film di fantascienza indipendente che da tempo faceva capolino nella mia lista. Another Earth è l'opera d'esordio di Mike Cahill del 2011 che vince il Premio Speciale della Giuria e il Premio Sloan al Sundance Film Festival. Un film girato con appena centomila dollari e molta inventiva, che fin dalle prime immagini lascia intuire una direzione lontana dalla fantascienza più tradizionale.

La storia inizia con una scoperta astronomica senza precedenti: un nuovo pianeta è apparso nel sistema solare, visibile a occhio nudo, una copia speculare della Terra. Quella stessa notte Rhoda Williams (Brit Marling), una diciassettenne brillante appena ammessa al MIT, si mette alla guida e, distratta da quel nuovo punto luminoso nel cielo, travolge l'auto di John Burroughs (William Mapother), compositore di successo. L'impatto è devastante: la moglie incinta di John e il figlioletto muoiono sul colpo. Lui sopravvive, in coma.
Quattro anni dopo, la ragazza esce dal carcere in un mondo che ha ormai accettato la presenza di "Terra 2", come ormai tutti chiamano il pianeta gemello, che nel frattempo si è avvicinato ed è diventato una presenza costante nel cielo. Mentre l'umanità si chiede se lassù esistano versioni alternative di noi stessi, Rhoda cerca una via per espiare la propria colpa. Finisce per bussare alla porta di un John ormai distrutto, fingendosi una donna delle pulizie, dando inizio a un rapporto fatto di silenzi, cura e desiderio disperato di una seconda occasione.

Chi si avvicina ad Another Earth aspettandosi fantascienza nel senso tradizionale del termine - astronavi, mondi paralleli esplorati, teorie quantistiche - probabilmente uscirà deluso. Il film non ha nessuna intenzione di accontentare quella platea, e non si preoccupa particolarmente di nasconderlo. Terra 2 appare nel cielo fin dalla prima scena e ci rimane per tutta la durata del film, enorme e silenziosa, ma Cahill non si prende mai la briga di spiegare davvero cosa comporti la sua presenza e come mai la gente continui a vivere quasi normalmente di fronte a un evento che sarebbe, ragionevolmente, la notizia più sconvolgente della storia dell'umanità.
Il parallelo con Melancholia di Lars von Trier - peraltro uscito lo stesso anno, quasi una coincidenza cosmica - è inevitabile. Entrambi i film usano un corpo celeste in avvicinamento come pretesto per indagare l'interiorità dei personaggi, ma lo fanno in modo diverso. Von Trier usa il pianeta come metafora della depressione e della fine, Cahill lo usa come specchio del senso di colpa e della possibilità di redenzione.
Quindi, in Another Earth, ci troviamo decisamente più dalle parti del dramma intimo che della fantascienza strutturata e, una volta accettato questo, il film guadagna notevolmente.
Il vero cuore pulsante di Another Earth è il tema del doppio e delle seconde possibilità. Se su Terra 2 esiste un'altra versione di Rhoda, quella versione ha vissuto la stessa notte? Ha commesso lo stesso errore? O in un momento cruciale ha scelto diversamente, e da lì le due esistenze si sono biforcate? Sono domande che non avranno risposte, o forse sì. Il finale è aperto a diverse interpretazioni. Il film si concentra prevalentemente sull'emotività dei due protagonisti, lasciando tutto il resto sullo sfondo - compresa la storia dell'anziano bidello che si chiude al mondo dopo essersi versato della candeggina prima sugli occhi e poi sulle orecchie.
È un film che costruisce un’atmosfera sospesa, malinconica, che funziona proprio perché non cerca di spiegare troppo. La regia di Cahill - camera a mano, zoom improvvisi, immagini sporche e sgranate - trasforma il low budget in una firma stilistica. Una scelta estetica impreziosita dall'ottima colonna sonora electro-ambient dei Fall On Your Sword.
Buona la prova di Brit Marling, co-sceneggiatrice insieme a Cahill, che regge tutto il peso emotivo del film con naturalezza e una sorprendente vulnerabilità.

Another Earth è un film dai toni malinconici e intimisti, girato con pochi mezzi, che preferisce i sentimenti agli effetti speciali. Un film che fa del suo essere indipendente la sua vera forza. Se si entra nel suo ritmo e la sua natura contemplativa può colpire in modo inaspettato. Se invece si cerca una storia più solida o una fantascienza strutturata, il rischio è di restare fuori, a guardare quel pianeta nel cielo senza riuscire davvero a vederlo.

Film
Drammatico
Fantascienza
USA
2011
lunedì, 27 aprile 2026
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Enemy

di Denis Villeneuve

Si dice che ognuno di noi abbia un sosia sparso da qualche parte nel mondo. Io il mio l’ho incontrato la notte di Capodanno del 1997, all’ex Air Terminal Ostiense di Roma, la struttura che oggi ospita Eataly. Era più basso di me, ma l’effetto è stato comunque straniante. E anche piuttosto imbarazzante.
Quella sensazione di essere fuori posto, come se qualcosa non tornasse del tutto, è la stessa che attraversa Enemy, il film diretto da Denis Villeneuve nel 2013, liberamente tratto da L'uomo duplicato di José Saramago.

Adam Bell (Jake Gyllenhaal) è un professore universitario di storia che conduce una vita piatta e ripetitiva. Ha una relazione con Mary (Mélanie Laurent) che sembra più una distrazione che un vero legame sentimentale. La sua routine si incrina quando, seguendo il consiglio di un collega, guarda un film e nota tra le comparse un uomo identico a lui. L’ossessione prende il sopravvento. Dopo aver identificato l’attore come Daniel St. Claire, nome d’arte di Anthony Claire, Adam riesce a rintracciarlo e a incontrarlo, scoprendo che è sposato con Helen (Sarah Gadon), incinta. Da quel momento si innesca una spirale di tensione fatta di scambi d’identità e conseguenze sempre più imprevedibili, fino a un punto di non ritorno che manda in frantumi ogni logica lineare.

Autore di film che raramente lasciano indifferenti, Denis Villeneuve realizza con Enemy probabilmente la sua opera più criptica. Una storia che affronta il tema del doppio attraverso una narrazione densa di sottotesti e metafore, sostenuta da una scelta stilistica indubbiamente affascinante.
Partiamo dall'aspetto visivo. La fotografia, immersa in un giallo-ocra sporco e persistente, contribuisce a creare un’atmosfera malsana, che rende la città di Toronto opprimente e minacciosa. La regia lavora su inquadrature statiche, geometriche, spesso claustrofobiche, con un ritmo lento e ipnotico che, pur nella sua rarefazione, riesce a mantenere costante la tensione fino a una chiusura spiazzante, aperta a molteplici interpretazioni.

Villeneuve, insieme allo sceneggiatore Javier Gullón, prende la struttura del romanzo e la trasforma in qualcos'altro, in una metafora del doppio come rappresentazione del conflitto interiore, legato alla paura dell’impegno, al desiderio e al senso di colpa.
È un film che non chiede di essere compreso fino in fondo, ma di essere accettato. Di entrarci dentro e lasciarsi trascinare dal suo linguaggio. I parallelismi con il cinema di David Lynch sono evidenti, soprattutto con opere come Strade perdute e Mulholland Drive, dove il tema del doppio e della frattura identitaria viene trattato in modo altrettanto ambiguo e perturbante.

Nel provare a dare una spiegazione al film - quella che è una mia interpretazione - è inevitabile entrare nel territorio degli spoiler. Avvertiti.
Adam e Anthony non sono due sosia. Sono due facce della stessa persona. Qualcosa di molto vicino a quanto visto in Fight Club, per intenderci.
Adam Bell è un uomo che vive in uno stato di dissociazione. La mente, sotto il peso insostenibile di una doppia vita - la moglie, l’amante, un figlio in arrivo, i sensi di colpa - e forse a seguito di un trauma, un incidente, genera un alter ego: Anthony, l’attore, la versione di sé che incarna l’impulso, l’arroganza, il desiderio e la trasgressione. Due identità che convivono nello stesso individuo, incapace di conciliare le proprie pulsioni con la vita che si è costruito.
In questa lettura, ciò che vediamo non segue una linearità narrativa tradizionale, ma è il risultato di una mente frammentata, in cui ricordi, fantasie e sensi di colpa si sovrappongono. La stessa Toronto giallastra, nebbiosa e labirintica riflette questa condizione, trasformandosi in uno spazio mentale chiuso, quasi senza via d’uscita.
Il ragno - simbolo ricorrente che attraversa tutto il film, dalla scena del nightclub alla figura femminile con volto aracnide, fino al gigantesco ragno che sovrasta la città e al celebre fotogramma finale - rappresenta il controllo soffocante del femminile percepito come minaccia: la madre, la moglie, la responsabilità. In chiave freudiana, diventa la materializzazione del senso di colpa e della castrazione del desiderio. Una ragnatela da cui il protagonista non riesce a liberarsi. Non è un caso che la rete dei filobus di Toronto venga inquadrata come una tela che avvolge l’intera città.
Quel fotogramma finale, che tanto ha fatto discutere, non è un semplice colpo di scena, ma una rivelazione brutale. Nulla cambia davvero. Tutto è destinato a ripetersi.
Il tema del ciclo è infatti centrale. Non è casuale che la lezione del professore - i grandi eventi accadono due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa - venga ribadita quasi ossessivamente. La realtà diventa così una replica deformata di qualcosa già accaduto. Le scelte, gli errori, le fughe. Tutto si ripete.

Ottima la prova di Jake Gyllenhaal, che regge sulle spalle l’intero film, differenziando le due identità attraverso dettagli minimi: la postura diversa, le smorfie, il tono di voce. Due presenze identiche solo in apparenza, ma profondamente diverse nella loro energia.
Fondamentale anche il lavoro sulla colonna sonora, potente, invadente, a tratti quasi disturbante. Non si limita ad accompagnare le immagini, ma le amplifica, trasformando anche le scene più tranquille in qualcosa di potenzialmente minaccioso.

Enemy non è un capolavoro, ma è un film dal fascino indiscutibile. Un thriller psicologico che utilizza l'onirico e il surreale per indagare l'angoscia esistenziale e la necessità - spesso disattesa - di confrontarsi con il proprio lato oscuro. Non è cinema per chi cerca una narrazione lineare o rassicurante, ma per chi è disposto ad accettare l’ambiguità, il non detto, il perturbante. Il weird.

D’altronde, un film che si apre con la scritta "Il caos è un ordine non ancora decifrato" dichiara fin da subito le proprie intenzioni.

Film
Thriller
Weird
Canada
2013
domenica, 26 aprile 2026
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The Furies

di Tony D'Aquino

Se c’è una cosa che il cinema australiano ci ha insegnato nel corso dei decenni è che quella terra aspra e selvaggia, non è esattamente il posto ideale per una scampagnata. Tony D'Aquino, al suo esordio dietro la macchina da presa nel 2019 con The Furies, decide di ricalcare questi sentieri polverosi, confezionando uno slasher anni ottanta,  tra violenza brutale e disperata sopravvivenza.

Kayla (Airlie Dodds) è una ragazza epilettica che, insieme alla sua amica Maddie, durante una banale serata, viene rapita da figure misteriose. Al suo risveglio si ritrova chiusa in una cassa di legno nel bel mezzo del nulla, circondata solo da alberi eucalipti e da un senso di minaccia imminente.  Sola, disorientata, senza nessun ricordo di come ci sia arrivata. Non è sola. Ci sono altre sette donne - le "Beauties" -, a ognuna è stata impiantata nell'occhio una micro-camera che trasmette in diretta il suo punto di vista a un pubblico pagante, nascosto chissà dove. Oltre a loro otto uomini mascherati - le "Beasts" - che devono cacciarle e ucciderle. In questo macabro gioco ogni cacciatore è legato a una vittima. Se il cacciatore muore, muore anche la sua "protetta", trasformando la fuga in un paradosso dove il tuo peggior nemico potrebbe essere l'unica ragione per cui sei ancora vivo.

The Furies non racconta nulla che gli amanti del genere non abbiano già visto. Un survival horror in stile slasher con donne rapite vittime di un gioco mortale in stile "caccia all'uomo" ordito da una misteriosa organizzazione. I carnefici sono uomini mascherati che sembrano uscite da un catalogo dell’orrore - abbiamo quello con la testa di maiale quello con la maschera da gufo, il volto da manichino, fino a quello che ricorda un inquietante bambolotto. È come se Tony D'Aquino avesse preso un campionario di killer iconici e li avesse messi in scena uno dopo l’altro.
Tolta la scarsa originalità e la metafora patriarcale trita e ritrita - le donne vittime di uomini violenti e brutali - il film funziona se lo si prende per quello che è. Un prodotto di intrattenimento per chi ama il genere. D'Aquino dimostra di saper gestire bene la macchina da presa, mantenendo un ritmo sostenuto e una tensione costante, con un buon uso degli effetti prostetici. La scena della faccia tagliata dall'ascia è di quelle che restano impresse.

In definitiva, The Furies non reinventa nulla, non lascia riflessioni profonde, ma se si è in cerca di un horror di "sano" intrattenimento senza troppe pretese, centra il bersaglio e riesce anche a risultare appagante.

Film
Slasher
Australia
2019
Horror
venerdì, 24 aprile 2026
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L'uomo che venne dalla terra

di Richard Schenkman

C’è un tipo di film di fantascienza che non ha bisogno di galassie lontane e particolari effetti speciali. L'uomo che venne dalla Terra è uno di questi. Girato nel 2007 con un budget di appena 200.000 dollari, il film diretto da Richard Schenkman è più che altro il testamento spirituale di Jerome Bixby, uno dei padri della fantascienza classica, autore tra l'altro di episodi memorabili di Ai confini della realtà e Star Trek, che ha completato la sceneggiatura sul letto di morte.
Il risultato è un film che potrebbe essere messo in scena a teatro senza cambiare una virgola, e che ha trovato la sua vera diffusione non nelle sale, ma nei forum e nelle reti di file sharing. Il produttore Eric Wilkinson, invece di indignarsi per la pirateria, arrivò persino a ringraziare pubblicamente chi lo aveva condiviso su BitTorrent. Senza quella diffusione virale, L'uomo che venne dalla Terra sarebbe rimasto sepolto nell'anonimato.

Il professor John Oldman (David Lee Smith) ha deciso di lasciare il suo incarico universitario dopo dieci anni, senza una spiegazione. I suoi colleghi - esperti di biologia, antropologia, archeologia e teologia - decidono di fargli una sorpresa per un ultimo saluto. Nella sua piccola casa di campagna, tra scatoloni e bottiglie di vino, l'atmosfera goliardica vira bruscamente verso l'assurdo quando John, messo alle strette dalle domande degli amici, rivela di essere un uomo di Cro-Magnon, un immortale che cammina sulla Terra da 14.000 anni, costretto a cambiare vita ogni dieci anni per non sollevare sospetti.
Quello che segue è un interrogatorio mascherato da conversazione, in cui ognuno dei presenti, con le proprie competenze, cerca di smontare, verificare o accettare il racconto di quest'uomo che sostiene di aver conosciuto Van Gogh, vissuto tra i sumeri, seguito il Buddha e, in un colpo di scena che scuote la teologa del gruppo, di essere stato lui stesso alla base della figura storica di Gesù di Nazareth.

L’uomo che venne dalla Terra è, tecnicamente, un film povero. La regia di Richard Schenkman è funzionale al limite del televisivo, la scenografia si riduce a un unico ambiente e la recitazione è spesso incerta al limite dell'amatoriale.
Eppure il film funziona. E funziona proprio perché rinuncia a tutto ciò che normalmente serve a distrarre lo spettatore, costringendolo a fare qualcosa di sempre più raro: ascoltare e pensare. La critica di settore ha spesso descritto il film come una "pièce teatrale prestata al cinema", lodando la capacità di Bixby di costruire una storia tesa, coerente, quasi plausibile con il solo uso della parola. John è un uomo che ha attraversato millenni, accumulando conoscenze e adattandosi a ogni epoca. Ma è anche un uomo che ha visto morire chiunque abbia amato, portandosi addosso una solitudine difficile anche solo da immaginare.

Il punto di rottura, e forse il momento più delicato della pellicola, arriva quando rivela di essere stato all’origine della figura di Gesù. John non si proclama "divino", ma racconta di come un uomo comune, che aveva assimilato gli insegnamenti del Buddha, sia stato trasformato nel tempo in qualcosa di completamente diverso. Un’idea provocatoria, ma affascinante, che ho trovato persino ipoteticamente plausibile. Non è una provocazione fine a sé stessa, ma una riflessione, che, per quanto mi riguarda, condivido trovandola ipoteticamente verosimile, su come il bisogno umano di credere in qualcosa, la paura dell'ignoto, e la speranza che ci sia qualcos'altro oltre la morte, abbia trasformato un "maestro di vita" nell'icona religiosa su cui si fonda il cristianesimo. La reazione della teologa, che oscilla tra l'orrore e il crollo emotivo, sottolinea quanto la verità possa essere più insopportabile della finzione.

In un’epoca in cui la fantascienza punta sempre più su ciò che si vede e sempre meno su ciò che si pensa, c’è qualcosa di quasi sovversivo in un film che sceglie deliberatamente di non mostrare nulla, riuscendo comunque a essere stimolante.
Un film che non mostra quasi nulla, e proprio per questo lascia spazio a tutto. 

Film
Fantascienza
Drammatico
USA
2007
giovedì, 23 aprile 2026
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Un tranquillo weekend di paura

di John Boorman

Solitamente tendo a criticare i titoli italiani, ma in questo caso devo dire che il titolo scelto per questo film lo trovo quasi più adatto dell'originale. Un tranquillo weekend di paura è un ossimoro, quasi beffardo, ma funziona bene. Il titolo originale è Deliverance (che significa liberazione, redenzione). Sicuramente più ambiguo, ma che porta il peso di una domanda senza risposta. Liberazione da cosa?
Ok, dopo questo pippotto passiamo al film.
Girato nel 1972 dal regista britannico John Boorman, Un tranquillo weekend di paura si inserisce in quel filone della New Hollywood che amava fare a pezzi il sogno americano. Il film è tratto da un romanzo di James Dickey, Dove porta il fiume, e lo stesso Dickey - tra un diverbio e una scazzotata e l'altra con Boorman - scrisse la sceneggiatura ottenendo pure il ruolo dello sceriffo.

La storia è assi semplice. Quattro amici di Atlanta decidono di intraprendere un’escursione in canoa lungo il fiume Cahulawassee, nel cuore della Georgia, prima che la costruzione di una diga lo cancelli per sempre, trasformando la valle in un lago artificiale. Lewis (Burt Reynolds) è il leader carismatico, l’uomo convinto che la civiltà stia morendo e che solo chi sa sopravvivere nella natura meriti di esistere. Ed (Jon Voight), Bobby (Ned Beatty) e Drew (Ronny Cox) lo seguono, chi per spirito d’avventura, chi per semplice noia.
Ma quello che inizia come una avventura si trasforma in tragedia quando alcuni abitanti del luogo li aggrediscono, costringendo i quattro uomini di città a mettere in gioco i loro valori morali e, soprattutto, se stessi.

Un tranquillo weekend di paura è un thriller drammatico, un survival movie, volendo anche un precursore dello slasher. Al di là delle etichette, è un film teso, compatto, coinvolgente dall'inizio alla fine, o quasi. Forse nel finale, nella sequenza con lo sceriffo e le sue indagini un po’ approssimative, si avverte un leggero calo. Tutto il resto, però, è di altissimo livello.
A partire dalla scena iniziale, in cui i quattro vengono accolti da una comunità che sembra uscita da un incubo. Volti segnati, corpi deformi, sguardi ostili. Anche la celebre scena del duetto tra chitarra e banjo, con Drew e un ragazzino del posto, è solo un fugace momento di contatto tra due mondi inconciliabili, che anticipa il disastro con una sottile nota di inquietudine. La scena dello stupro di Bobby, pur mostrando poco, è probabilmente quella di maggiore impatto. Non vorrei sbagliarmi, ma resta uno dei primi esempi così espliciti di violenza sessuale maschile nel cinema mainstream. Sicuramente il più iconico e traumatico per il pubblico dell'epoca.
La regia di Boorman lavora sul contrasto tra la bellezza sfolgorante del paesaggio georgiano e la minaccia che vi si annida, mentre la fotografia di Vilmos Zsigmond riesce a rendere la foresta insieme magnifica e pericolosa. I lunghi silenzi, rotti solo dal rumore del fiume, costruiscono un’atmosfera sospesa, a metà tra il reale e l’onirico.
Sul piano degli attori emerge Jon Voight che attraversa una sorta di "redenzione" (forse a lui è legato il titolo originale), finendo per sporcarsi le mani con una violenza che non avrebbe mai immaginato di possedere. Burt Reynolds, lontanissimo dai ruoli più leggeri, incarna invece un maschio alfa apparentemente invincibile, ma destinato a rivelarsi il più fragile.
Da notare che, per esigenze di budget, non furono utilizzate controfigure. Gli attori fecero tutto da soli. Il risultato è quasi paradossale: Ned Beatty rischiò di annegare e Reynolds si ruppe il coccige durante la discesa in canoa.

Un tranquillo weekend di paura è un vero e proprio cult degli anni settanta, in cui il tema dell’uomo contro la natura si intreccia con quello del progresso destinato a cancellare tutto, fino a lasciare spazio alla legge brutale della sopravvivenza. Una legge che fa emergere gli istinti più primordiali dell’animo umano. E alla fine, più che la natura, a fare paura è quello che gli uomini sono costretti a fare.

Film
Thriller
Drammatico
USA
1972
mercoledì, 22 aprile 2026
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Il re di Atlantide

Vincent de Swarte

Come si dice, mai giudicare un libro dalla copertina. In questo caso, neanche dal titolo. Il re di Atlantide - Pharricide è il titolo originale - è un breve romanzo pubblicato in Francia nel 1998 e arrivato in Italia grazie ad Adelphi nel 2000, scritto da Vincent de Swarte, autore morto nel 2006 a soli 42 anni. Una vita breve e una bibliografia non vastissima, ma attraversata da territori diversi, dai libri per ragazzi ai romanzi per adulti, fino a un’autobiografia pubblicata postuma. Il re di Atlantide è il suo primo romanzo per adulti e probabilmente anche il più conosciuto.
Dicevamo del titolo. Pharricide è un neologismo - una sorta di "assassinio del faro" - che già nel suono porta con sé qualcosa di disturbante e ambiguo. Il re di Atlantide è più evocativo, più suggestivo, ma anche più fuorviante, meno aderente al cuore del romanzo, che non ha nulla di epico o mitologico, ma è, in realtà, una lenta discesa nella follia.

Geoffroy Lefayen, un uomo taciturno, solitario, con un passato opaco e una passione insolita per la tassidermia (l'arte di imbalsamare animali), accetta un incarico come guardiano del faro di Cordouan, nell’estuario della Gironda. Un luogo isolato, circondato dal mare, lontano da tutto e da tutti.
Il romanzo si struttura come un diario. Giorno per giorno, Geoffroy annota pensieri, percezioni, eventi. All’inizio sono annotazioni semplici, quasi neutre, legate alla vita quotidiana nel faro. Ma è una calma apparente. Il mare, il silenzio, la ripetizione dei gesti, l’assenza di relazioni iniziano a scavare nella sua mente già fragile, e gli istinti omicidi che aveva tenuto sepolti tornano a galla, portati dalla marea. I visitatori occasionali - una coppia di sposi inglesi, un'ingegnera dei Fari - diventano qualcosa d'altro nella sua percezione sempre più alterata.

La prima cosa che mi è venuta in mente mentre leggevo Il re di Atlantide è The Lighthouse, il film di Robert Eggers. Non tanto per la trama, quanto per l'ambientazione, l'atmosfera, per quella sensazione di isolamento assoluto che porta la mente del protagonista a incrinarsi poco alla volta. Il faro diventa un’entità quasi soprannaturale, che non si limita a ospitare i suoi guardiani ma li assorbe, li svuota e li riempie di qualcosa di più antico e più oscuro.
Come detto, il libro è costruito come un diario, e questo elimina qualsiasi distanza: siamo dentro la testa di Geoffroy. Si percepisce come una persona fondamentalmente gentile, convinta di agire per una forma superiore di bellezza. La tassidermia diventa il suo modo per fermare il tempo, conservare, rendere eterno. Uccidere non per distruggere, ma per preservare. Il mondo che Geoffroy osserva è imperfetto, destinato a cambiare, a deteriorarsi. Lui interviene per fissarlo, per renderlo definitivo. Ma quella perfezione è solo una forma di morte.

Il re di Atlantide non è un thriller nel senso classico. È un’esperienza di immersione, un libro che costruisce tutto sull’atmosfera e sulla discesa nella follia del protagonista. La scrittura di de Swarte è essenziale, quasi scarna, ma estremamente precisa e molto scorrevole. Le scene più disturbanti non cercano mai lo shock facile e, per chi mastica il genere, non risultano nemmeno particolarmente estreme. L’aspetto più inquietante resta il rapporto tra Geoffroy e Lise, una donna non meno disturbata di lui, specchio della sua stessa sofferenza. La loro complicità, una forma distorta di amore e passione, diventa il punto più alto e insieme più disturbante della sua deriva.

Il re di Atlantide forse avrebbe potuto spingersi ancora oltre, ma resta un romanzo potente, cupo e avvolgente. Un viaggio nel lato più oscuro della psiche, tra alienazione, isolamento e perdita del sé. Non è una lettura per tutti, ma per chi è disposto a entrarci davvero, colpisce duro e lascia il segno.

Lontano dagli uomini mi sento umano.

Libri
Horror
Psicologico
Francia
1998
martedì, 21 aprile 2026
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Le conseguenze dell'amore

di Paolo Sorrentino

È il 2004 quando Paolo Sorrentino presenta a Cannes Le conseguenze dell’amore, quello che, a distanza di vent’anni, resta a mio avviso il suo vero, insuperato capolavoro. Siamo nel cuore di quella che considero la fase migliore della sua carriera, un decennio che si apre con L'uomo in più e si chiude con This Must Be the Place. Tutto ciò che verrà dopo, per quanto spesso interessante, porterà con sé i segni di un'ambizione sempre più estetizzante e autoreferenziale. Qui invece Sorrentino è rigoroso, essenziale. Un noir dell’anima che trova il suo fascino proprio in ciò che il cinema di solito evita: la lentezza estrema, il silenzio dilatato, l’apatica distanza emotiva del suo protagonista.

Titta Di Girolamo (Toni Servillo) è un cinquantenne che da otto anni vive in una stanza d'albergo a Lugano, in Svizzera. La sua esistenza si consuma giorno dopo giorno tra le pareti della sua camera, dove trascorre interminabili notti insonni, e la hall dell'hotel, dove osserva con distacco, senza alcuna curiosità, l’andirivieni degli altri ospiti.
L'unica sua occupazione è trasportare, una volta alla settimana, una valigia piena di denaro in banca, dove impiegati ossequiosi contano le banconote una a una sotto il suo sguardo impassibile. Titta è separato da dieci anni, ha tre figli che non gli rispondono al telefono, genitori lontani, un fratello scapestrato e un amico che non vede da vent'anni.
Il segreto che custodisce è pesante. Oltre a essere un eroinomane, è un corriere della mafia. Anni prima ha perso in investimenti una cifra enorme appartenente alla criminalità organizzata, e da allora è costretto a ripagare il debito trasportando denaro sporco.
Ma quella routine anestetizzata, fatta di silenzi e gesti ripetuti, e quel distacco emotivo, diventato una forma di sopravvivenza, si incrina quando Titta si infatua di Sofia (Olivia Magnani), una giovane cameriera che lavora nell'albergo. Un sentimento inatteso che rompe il fragile equilibrio della sua esistenza e lo trascina verso conseguenze imprevedibili e inevitabili.

Le conseguenze dell’amore è un film che costruisce il suo fascino su ciò che trattiene, sull'immobilità, sui lunghi silenzi, sui tempi dilatati e sull'apatia del protagonista. Insieme alla fotografia di Luca Bigazzi, Paolo Sorrentino crea un mondo chiuso, freddo, geometrico, dove ogni inquadratura è calibrata e lo spazio dell'hotel diventa una sorta di limbo esistenziale, specchio della condizione interiore di Titta. La sua routine non è solo un espediente narrativo, ma una vera e propria condanna. Gesti che si ripetono, percorsi sempre identici, giorni indistinguibili l'uno dall’altro. Un’esistenza sterilizzata, meccanica, svuotata di qualsiasi coinvolgimento emotivo.
Guardando Titta, mi è venuto in mente il protagonista de La nausea di Jean-Paul Sartre. Entrambi isolati, insonni, osservatori distaccati del mondo. Entrambi immersi in una forma di "non-vita", dove la quotidianità ha perso significato. Ma se il protagonista del romanzo di Sartre naufraga nella pura contemplazione del proprio disagio esistenziale, Titta viene al tempo stesso salvato e condannato dall'irruzione di un sentimento.
L'incontro con Sofia non è una svolta romantica nel senso tradizionale, ma una frattura. È il momento in cui, per la prima volta dopo anni, Titta si espone al rischio di provare qualcosa e, proprio per questo, inizia a commettere errori, imprudenze. Prima sottrae denaro alla mafia per comprare un’auto a una donna che forse non lo ricambierà mai davvero. Poi, in una forma estrema di ribellione, di redenzione e insieme di punizione morale, dopo aver vissuto per anni come un morto che cammina, si consegna alla morte compiendo quello che è, paradossalmente, l’unico atto davvero vitale della sua esistenza.
In questo percorso di autodistruzione e rinascita, la performance di Toni Servillo è semplicemente monumentale. Al suo secondo film con Sorrentino, Servillo, con il suo volto immobile, nel modo in cui tiene una sigaretta o socchiude gli occhi, racconta più di quanto molti attori riescano a esprimere con un intero repertorio di espressioni. È una maschera di ghiaccio che si scioglie con una lentezza straziante. Senza di lui, il film non sarebbe lo stesso. Buona la presenza scenica e il magnetismo della giovane Olivia Magnani, nipote della leggendaria Anna Magnani.
Da segnalare anche la colonna sonora, che nel cinema di Sorrentino assume qui un ruolo centrale. Mogwai, Lali Puna, Boards of Canada sono alcuni dei nomi che, con il loro suono elettronico e post-rock, spezzano in modo brusco e deliberato la lentezza contemplativa delle immagini. L’uso di Rossetto e cioccolato di Ornella Vanoni nel finale è invece un gesto di ironia tipicamente sorrentiniana: una canzone leggera, quasi futile, ad accompagnare un epilogo che leggero non è affatto.

Le conseguenze dell’amore resta per me il miglior film di Sorrentino, superiore anche al celebre e sopravvalutato La grande bellezza. È, insieme a Dogman di Matteo Garrone, uno dei rari esempi di cinema italiano del XXI secolo capace di parlare un linguaggio universale. Un film che trattiene le emozioni per quasi tutta la sua durata, ma che alla fine suggerisce come l’amore, anche quando trascina con sé dolore e conseguenze estreme, resti l’unica alternativa possibile all'apatia totale.

Film
Drammatico
Noir
Italia
2004
Retrospettiva

© , the is my oyster