Finché morte non ci separi
di Matt Bettinelli-Olpin, Tyler Gillett
C'è un momento, nella vita di chiunque si sposi, in cui ci si chiede in cosa diavolo ci si stia cacciando. Di solito il dubbio riguarda i suoceri. In Finché morte non ci separi – titolo originale Ready or Not - questa paranoia diventa letterale, con tanto di asce, balestre e un patto col diavolo a fare da cornice.
Uscito nel 2019 e diretto dal duo Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, il film è una commedia nera incastonata in un’estetica che ammicca al gotico moderno e sorretta da una sceneggiatura che non ha paura di sporcarsi le mani.
Grace (Samara Weaving) sposa Alex Le Domas (Mark O'Brien), rampollo di una delle famiglie più ricche d'America, che ha costruito un impero sui giochi da tavolo. La prima notte di nozze, nella maestosa magione di famiglia, Grace scopre che esiste una tradizione da rispettare. Ogni nuovo membro della famiglia deve pescare una carta da una scatola antica per decidere a quale gioco giocherà la famiglia. Tutto sembra un’eccentrica bizzarria da miliardari annoiati. Questa volta tocca il nascondino. Il problema è che, in casa Le Domas, il nascondino prevede che la sposa si nasconda e il resto della famiglia - armato di asce, pistole e balestre - la cerchi per ucciderla, così da onorare un patto ancestrale che garantisce loro fortuna e potere.
Finché morte non ci separi non ha particolari ambizioni e, merito non secondario, lo sa benissimo. È una commedia nera che oscilla con buon equilibrio tra tensione, gore e umorismo. L’ambientazione gotica della villa - che ricorda certi film di Guillermo del Toro - con i suoi corridoi angusti, i passaggi segreti e quella perenne luce ambrata che sembra uscita da un vecchio dipinto a olio, crea un contrasto delizioso con la brutalità degli eventi.
Dietro la superficie del survival horror si nasconde, neanche troppo velatamente, una satira di classe. La famiglia Le Domas è il ritratto dell’alta borghesia, una classe privilegiata che ha costruito la propria fortuna su un patto oscuro e su regole tramandate senza essere mai messe in discussione. La violenza è demenziale, i personaggi secondari muoiono in modo assurdo e spesso accidentale, e la famiglia Le Domas – tra nervosismi, incompetenza e litigate domestiche – è più una satira dell’élite privilegiata che una minaccia davvero terrificante.
Samara Weaving è molto convincente nei panni di una sposa che si trasforma progressivamente in una guerriera improvvisata, con il suo candido vestito che si strappa e si macchia di sangue.
Insomma, una pellicola divertente, con sangue, humor nero e una genuina cattiveria di fondo. Non cambierà la storia del cinema, ma ti fa passare una serata decisamente migliore di molti matrimoni a cui si è partecipato.
Film
Blood Story (Let Me In)
di Matt Reeves
Solitamente i remake americani di film europei o asiatici li evito con lo stesso istinto con cui schivo i calzini bucati nel cassetto. Questa abitudine tutta statunitense di prendere un film straniero, spesso uscito da pochissimi anni, e rifarlo da capo "americanizzandolo" l’ho sempre trovata irritante. Il pubblico d'oltreoceano ha da sempre questa sorta di allergia congenita per i sottotitoli - evidentemente li distrae dai popcorn - e un'incapacità cronica di accettare che esistano estetiche e culture diverse dalla loro. Così la soluzione diventa quasi sempre la stessa. Si prende il film originale e lo si rimonta in salsa a stelle e strisce.
Il risultato, nella maggior parte dei casi - salvo rarissime eccezioni che si possono contare sulle dita di una mano mozzata - è un’operazione mediamente mediocre, senz’anima, privata proprio di quella specificità culturale e stilistica che aveva reso interessante il film di partenza.
Nonostante questo pregiudizio, spinto probabilmente dalla recente lettura del romanzo di John Ajvide Lindqvist, ho deciso di recuperare Blood Story (titolo italiano piuttosto infelice scelto per Let Me In), il remake diretto da Matt Reeves del Lasciami entrare di Tomas Alfredson, il capolavoro svedese del 2008.
Nessuna aspettativa particolare, soltanto semplice curiosità.
La storia è più o meno la stessa del film svedese, sempre ambientata negli anni Ottanta, ma spostata in una cittadina desertica e innevata del New Mexico. Qui vive Owen (Kodi Smit-McPhee), un ragazzino timido e solitario, bersaglio quotidiano dei bulli della scuola. La sua vita cambia quando nell'appartamento accanto si trasferisce Abby (Chloë Grace Moretz), una ragazzina misteriosa, pallida e silenziosa, che sembra uscita da un altro mondo. Tra i due nasce un legame che diventa sempre più intenso, fino ad assumere i contorni di qualcosa che assomiglia all’amore. Ma Abby non è una ragazzina comune. È un vampiro che ha bisogno di sangue per sopravvivere.
Sottratto quel minimalismo gelido e rarefatto fatto di silenzi, di inquadrature statiche e di quella malinconia tipicamente nordica che sembrava filtrare da ogni immagine, Let Me In resta, nella struttura, molto vicino all’originale svedese. Stessa trama, stesse sequenze chiave, stessa progressione emotiva, ma con ambientazione e attori diversi.
Se da una parte trovo sempre un po' assurdo vedere un film che sembra una copia carbone dell'originale, ricalcando in certi momenti persino le inquadrature, devo riconoscere a Matt Reeves il merito di aver mantenuto l’atmosfera rarefatta della pellicola di Alfredson. Temevo che la macchina hollywoodiana avrebbe adattato il materiale ai propri gusti, enfatizzando le scene d’azione, spettacolarizzando l’orrore e trasformando la storia in qualcosa di più digeribile per il grande pubblico. Invece Reeves, pur aggiungendo più movimento e tensione, mantiene la stessa dimensione intimista, concentrandosi soprattutto sul rapporto tra i due piccoli protagonisti. Probabilmente è anche per questo che il film, all’epoca, fu un flop al botteghino.
Nonostante la sceneggiatura sia quasi identica, Reeves inserisce anche piccoli elementi presi direttamente dal romanzo originale che Alfredson aveva tralasciato, come la sottotrama di Virginia, la donna attaccata da Abby che lentamente si trasforma in vampiro. Registicamente, poi, il film regala momenti di grande impatto visivo, come la scena dell'incidente d'auto ripresa interamente dall'interno dell'abitacolo.
Dove il film decide invece di "pulirsi" rispetto al materiale originale è nell’ambiguità sessuale di Eli, qui diventata Abby. Nel romanzo - e in misura minore anche nel film svedese, attraverso una fugace inquadratura - il personaggio porta con sé una complessità di genere che è parte integrante della sua natura immortale e della sua tragedia. Reeves la elimina completamente. Non un accenno, non una suggestione. Rimane solo lo sguardo di Owen che si sofferma per un istante, e poi passa oltre. Anche il rapporto con il custode, nel romanzo sospeso tra dipendenza affettiva e una dimensione disturbante di pedofilia, viene notevolmente edulcorato, trasformandolo in una figura più neutra di servitore devoto consumato dal tempo. Smussando queste asperità e rimuovendo alcune zone d'ombra, il film perde inevitabilmente parte della ricchezza psicologica che rendeva il materiale di Lindqvist così disturbante e stratificato.
Il cast, però, funziona. Chloe Grace Moretz, che ho iniziato ad amare da Kick-Ass, riesce a essere allo stesso tempo dolce e inquietante (anche se gli "occhioni" vitrei di Lina Leandersson non si dimenticano). Kodi Smit-McPhee, invece, è una vera rivelazione. Il suo Owen è fragile, vulnerabile, con qualcosa di malinconicamente femmineo nei lineamenti che - se si fosse voluto spingere davvero sull’ambiguità sessuale del vampiro presente nel romanzo - sarebbe stato quasi più perfetto a interpretare Abby/Eli che Owen/Oskar. Mia opinione, ovviamente.
In definitiva resto convinto che non ci fosse alcun vero bisogno di rifare Lasciami entrare. Eppure Blood Story riesce a reggersi in piedi con una dignità inaspettata. Grazie anche alla bella colonna sonora di Michael Giacchino, il film di Reeves è tecnicamente molto curato, ben recitato e conserva quella qualità piuttosto rara di mettere le emozioni davanti agli effetti speciali.
Non è il capolavoro di Alfredson. Non potrebbe esserlo, quasi per definizione. Ma è, contro ogni aspettativa, un remake che si guarda senza vergogna.
Suspiria (2018)
di Luca Guadagnino
Fin dal primo giorno in cui Luca Guadagnino annunciò che avrebbe realizzato Suspiria, il remake del capolavoro di Dario Argento, ha dovuto fare i conti con il confronto ingombrante con l'originale, con le aspettative dei fan e, ciliegina sulla torta, con il disappunto dello stesso Argento, che ha declinato l’invito a presenziare sul set e ha successivamente bocciato il film. Una partenza tutt’altro che semplice, insomma, per un progetto che toccava uno dei titoli più iconici dell'horror europeo. Guadagnino però ha scelto subito la strada più sensata, quella di non provare nemmeno a replicare l'originale ma di allontanarsene radicalmente, trasformando Suspiria in qualcosa di diverso.
Il film si articola in sei atti e un epilogo.
Berlino, 1977. In una città ferita dal Muro e scossa dalle esplosioni del terrorismo, la giovane americana Susie Bannion (Dakota Johnson) arriva per un'audizione presso la prestigiosa Compagnia di Danza Helena Markos. Susie non è solo una ballerina di talento ma ha un’ambiguità magnetica che cattura subito l’attenzione della carismatica Madame Blanc (Tilda Swinton). Ma tra le mura dell’accademia, il rigore della danza moderna nasconde qualcosa di oscuro: una congrega di streghe che governa nell'ombra l'accademia, legate al mito delle Tre Madri e alla figura della leggendaria Mater Suspiriorum.
Parallelamente, lo psicoanalista Klemperer indaga sulla misteriosa scomparsa di una sua paziente, la ballerina Patricia (Chloë Grace Moretz), che prima di sparire gli aveva parlato di streghe e sabba.
Partiamo da una premessa necessaria. La forza del Suspiria di Argento non stava certo nella storia, ma in quell’atmosfera di fiaba nera, in quello stile registico sfacciato, in quella fotografia dai colori accesi e irreali, nella musica dei Goblin. Guadagnino prende tutto questo, lo guarda dritto negli occhi e poi lo lascia lì dov’è, scegliendo deliberatamente la strada opposta. Fa bene? Fa benissimo. Non avrebbe avuto alcun senso riprendere lo stile di Argento. Il problema, semmai, è altrove.
Esteticamente Guadagnino sceglie toni spenti, i grigi, i marroni terrosi di una città che porta ancora addosso le cicatrici della guerra e il fardello del terrorismo. È una Berlino cupa, autunnale, fatta di spazi austeri e di una luce opaca che non illumina ma opprime. Il risultato è un film che dialoga apertamente con il cinema europeo degli anni settanta - in più di un momento si avvertono suggestioni vicine a Fassbinder - e che costruisce un contesto storico e sociale preciso, in cui il male soprannaturale sembra affondare le radici nel male storico, trasmesso di generazione in generazione.
L'anziano psicanalista Klemperer - che a quanto pare è interpretato dalla stessa Tilda Swinton sotto chili di trucco prostetico - è un uomo segnato dal peso della moglie perduta durante la guerra. Il film utilizza questo personaggio per richiamare il tema della memoria e del senso di colpa collettivo ma, narrativamente, la sua presenza mi è sembrata un po’ ridondante, quasi una forzatura applicata alla storia principale che, a mio avviso, avrebbe potuto tranquillamente farne a meno.
Il cuore pulsante del film è il corpo femminile, che Guadagnino trasforma nel vero linguaggio dell'opera. Mentre nel film di Argento le sequenze di danza erano appena accennate, qui la danza diventa protagonista. Non è più semplice coreografia ma un vero e proprio rituale capace di produrre effetti reali e violenti, il punto in cui il soprannaturale si manifesta nella carne. In quella che è forse la sequenza più disturbante del film, i movimenti di Susie durante una prova si riflettono, come in un malvagio incantesimo, sul corpo di un’altra ballerina chiusa in una stanza isolata, spezzandone le ossa in una coreografia di dolore estremo. È uno dei momenti in cui Guadagnino fa davvero horror, e lo fa benissimo, rendendolo tangibile e fisico.
Sul versante recitativo il film è praticamente tutto al femminile. Tilda Swinton è algida e magnetica come sempre, interpretando addirittura tre ruoli - Madame Blanc, Helena Markos e il già citato dottor Klemperer. Brava anche Dakota Johnson, un mix di ingenuità e inquietante consapevolezza, che si è allenata per mesi per apparire come una vera ballerina professionista. Accanto a loro Mia Goth, sempre bella e inquietante, e Chloë Grace Moretz, per la quale ho sempre avuto un debole, qui però in un ruolo marginale.
Da menzionare anche la colonna sonora di Thom Yorke, malinconica e ipnotica, con echi di krautrock anni settanta, perfettamente in sintonia con l’atmosfera sospesa e inquieta del film.
Il finale è un’esplosione grandguignolesca, una vera e propria catarsi di sangue e rivelazioni. È il momento in cui il film smette di trattenersi e si concede finalmente quell’eccesso che aveva fin lì tenuto sotto controllo. Per molti è la sequenza più memorabile del film, per altri rasenta il kitsch. In entrambi i casi, non lascia indifferenti.
Il problema vero non è tanto il finale in sé, ma il fatto che tutto questo arriva dopo oltre due ore e mezza in cui si accumulano molti temi: la riflessione sul femminile e sulla maternità, il sottotesto politico, la psicanalisi, il senso di colpa collettivo, il corpo come territorio del potere. Tutti elementi interessanti, ma che finiscono per appesantire una storia che, nella sua essenza, rimane pur sempre un racconto di stregoneria.
In definitiva, Suspiria è un'opera che affascina e respinge allo stesso tempo.
Ho apprezzato la volontà di non imitare Argento e di trasformare il materiale di partenza in una reinterpretazione personale. Contestualizzare la vicenda nella Berlino del 1977, fare della danza il vero linguaggio del film, costruire un personaggio come Susie sospeso tra innocenza e ambiguità sono scelte autoriali coraggiose, e molte di queste funzionano davvero bene.
Il punto è che la narrazione rimane spesso ostica e a tratti dispersiva, confermando quello che per me è il limite principale del cinema di Guadagnino. È un regista che sa come incantare gli occhi, ma che tende a dilatare la narrazione fino a far perdere tensione, compattezza, e ritmo al racconto.
Una reinterpretazione coraggiosa, senza dubbio, ma forse troppo carica di ambizioni per lasciare un segno profondo quanto l'incubo psichedelico immaginato quarant’anni prima da Argento. In fondo, però, i due film sono talmente diversi che forse il confronto non ha nemmeno molto senso.
Send Help
di Sam Raimi
Per me è sempre un piacere vedere un film di Sam Raimi, soprattutto quando decide di togliersi di dosso i panni del regista da blockbuster e tornare a fare il suo cinema. Dopo essersi un po' smarrito tra grandi produzioni ad alto budget, mondi fantastici e universi paralleli pieni di effetti digitali, Raimi con Send Help torna a qualcosa di più vicino alla sua natura di regista. Una commedia nera di intrattenimento che flirta con il thriller e l'horror, un film dal budget relativamente contenuto ma animato da una creatività visiva che sembra voler ricordare quanto Raimi si diverta ancora quando ha lo spazio per giocare davvero con il cinema.
Linda Liddle (Rachel McAdams) lavora nel reparto strategia e pianificazione di una grande società di consulenza. È una dipendente scrupolosa, precisa, affidabile, ma ha un aspetto sciatto e qualche difficoltà nelle relazioni sociali. Il presidente della compagnia, prima di morire, le aveva promesso una promozione a vicepresidente. Ma il figlio Bradley Preston (Dylan O'Brien), nuovo capo in carica e perfetto esemplare di nepo baby cresciuto a pane e arroganza, decide di affidare l'incarico a un amico dell'università arrivato in azienda da pochi mesi.
Linda incassa, abbozza e accetta comunque di accompagnare Bradley in un viaggio di lavoro a Bangkok per chiudere un'importante acquisizione. Durante il volo, però, l'aereo su cui stanno viaggiando si imbatte in una tempesta e precipita. Linda e Bradley sono gli unici sopravvissuti all'incidente e si ritrovano da soli su un'isola deserta nel mezzo del nulla thailandese.
In questo ambiente dove le gerarchie non hanno più alcun valore e Linda, appassionata di tecniche di sopravvivenza, può finalmente mettere in pratica le sue capacità, tra i due inizia lentamente a crescere una tensione sempre più evidente.
Nonostante una sceneggiatura firmata da Mark Swift e Damian Shannon (Freddy vs. Jason, per chi vuole avere il quadro completo) a tratti piuttosto debole e, a voler essere onesti, non particolarmente originale - ricorda Travolti da un insolito destino della Wertmüller, con i ruoli di classe e genere ribaltati e il gore grottesco al posto di quello erotico - il film riesce comunque a elevarsi grazie alla mano del suo autore.
Send Help è una commedia nera che non ha paura di sporcarsi le mani e che costruisce gran parte della sua forza proprio sul ribaltamento dei ruoli e delle dinamiche di potere.
Nella prima parte, quella ambientata negli uffici, Linda è una presenza fuori posto, costretta a muoversi dentro un sistema di regole stabilite da altri che la penalizzano sistematicamente. Quando però quelle regole smettono improvvisamente di avere valore, tutto cambia. Grazie alla sua passione per il bushcraft, Linda si ritrova improvvisamente a occupare una posizione di forza. Dove prima sembrava fragile e dimessa, quella donna considerata "poco attraente" diventa l'unica vera autorità sull'isola. Bradley percorre il tragitto inverso. Nella vita lavorativa era perfettamente a suo agio, abituato a trarre vantaggio da un sistema costruito su misura per lui. Sull'isola si ritrova invece dipendente da una donna che ha sempre disprezzato, e non sa farsene una ragione. "Non confondere la mia gentilezza con la debolezza", dice Linda a un certo punto. È forse la battuta più significativa del film, perché da quel momento in poi il tono cambia definitivamente. È difficile provare empatia per i protagonisti, e questo è un pregio. Bradley si conferma un egoista viziato e meschino, mentre Linda rivela gradualmente una natura instabile e ossessiva che non può non riportare alla mente la Annie Wilkes di Misery. La gentilezza che svanisce non lascia il posto all'eroismo, ma a una follia lucida e raggelante.
La bravura di Raimi sta proprio nel trasformare una sceneggiatura che sulla carta poteva apparire scontata in qualcosa di elettrizzante. Il risultato è una commedia nera dove l'horror diventa caricaturale e la tensione oscilla continuamente con l'ironia senza mai perdere l'equilibrio. La scena in cui Linda cerca di praticare la respirazione artificiale a Bradley mentre vomita, appena avvelenata, è esattamente il tipo di sequenza che solo Raimi poteva realizzare. Funziona perché è disgustosa, e proprio per questo è esilarante. Anche la sequenza del disastro aereo è strabiliante per audacia e ritmo, così come la caccia al cinghiale che, nonostante l'uso di una CGI piuttosto evidente, viene portata all'estremo con la solita ironia surreale, in un rimando nemmeno troppo velato ai Deaditi di The Evil Dead. C'è anche un cameo di Bruce Campbell - non fisicamente, ma in un dipinto appeso nell'ufficio di Bradley. Raimi non lo dimentica mai.
Riunendo la sua squadra storica – il direttore della fotografia Bill Pope, il montatore Bob Murawski, il compositore Danny Elfman - Raimi ritrova con Send Help un approccio più libero e giocoso. L'isola diventa quasi un set minimale dove il regista può tornare a inventare soluzioni visive, sfruttare il movimento della macchina da presa, il montaggio e il corpo degli attori. Brava Rachel McAdams in un personaggio sopra le righe e volutamente ambiguo, più in secondo piano Dylan O'Brien che interpreta con efficacia lo stronzo carismatico.
Mi sono divertito, e tanto. Raimi dimostra ancora una volta di essere nel suo elemento quando si tratta di confezionare intrattenimento gore con un gusto per l'assurdo che non sembra invecchiare mai. Bentornato a casa, Sam.
Film
Milano Calibro 9
di Fernando Di Leo
Ne avevo sentito parlare da anni ma solo oggi sono riuscito a colmare questa lacuna.
Milano calibro 9 di Fernando Di Leo, uscito nel 1972 e primo capitolo della cosiddetta Trilogia del Milieu - completata da La mala ordina e Il boss - è considerato uno dei vertici assoluti del noir e del poliziesco italiano. Quentin Tarantino, che di debiti nei confronti del cinema di genere italiano e di Di Leo in particolare ne ha parecchi, lo ha sempre citato tra le sue influenze. E guardando il film si capisce benissimo perché.
Fernando Di Leo inizia la sua carriera come sceneggiatore, collaborando alla stesura di Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più di Sergio Leone (senza essere accreditato) e a una cinquantina di pellicole che spaziano dal western al poliziesco. Quando passa dietro la macchina da presa, girando diversi film di genere, porta con sé quello stile secco, violento e profondamente malinconico che diventerà la sua cifra stilistica. Con Milano calibro 9 firma probabilmente la sua opera più compiuta.
Il film è liberamente ispirato all'omonima raccolta di racconti di Giorgio Scerbanenco, padre del noir italiano. In realtà Di Leo prende pochissimo dalla fonte letteraria - l'idea dello scambio dei pacchi, qualche tratto del protagonista - e costruisce quasi tutto da zero, comprese alcune delle scene più memorabili della storia del genere.
Ugo Piazza (Gastone Moschin) esce dal carcere di San Vittore dopo tre anni. Occhi di ghiaccio, poche parole, nessuna apparente voglia di tornare a fare il delinquente. Il problema è che durante la rapina per cui ha scontato la pena sono spariti trecentomila dollari. L’Americano (Lionel Stander), il boss che tira i fili della mala milanese, è convinto che Ugo li abbia imboscati e manda il suo uomo di fiducia Rocco (Mario Adorf) a torchiarlo per farlo parlare. Piazza si ritrova così stretto in una morsa. Da una parte la polizia - rappresentata dal commissario vecchio stampo (Frank Wolff) e dal giovane vice ispettore Mercuri (Luigi Pistilli) - che lo pedina sperando che li conduca al bottino. Dall’altra gli scagnozzi del boss, decisamente meno pazienti e molto più inclini a usare le maniere forti. In mezzo c’è Nelly (Barbara Bouchet), donna bellissima e tutt’altro che ingenua, con cui Piazza sogna una fuga che sa già di impossibile.
Milano calibro 9 è un noir nero come la pece e tagliente come un rasoio. La Milano di Di Leo è plumbea, industriale, piena di nebbia e smog, attraversata da una luce fredda e malinconica. I locali notturni al neon, le periferie, i garage, le strade silenziose nel cuore della notte. Una risposta italiana, tutt'altro che provinciale, alle metropoli del noir americano o a quello francese. In Milano calibro 9 Di Leo mette al centro non la polizia ma il mondo criminale, le sue gerarchie, le sue regole interne, i suoi codici d'onore distorti ma fieramente sinceri. E lo fa con una violenza cruda, diretta, che all'epoca doveva sembrare qualcosa di decisamente nuovo per il cinema italiano.
Al centro di tutto c'è Ugo Piazza, un uomo silenzioso che non tradisce mai un’emozione. Gastone Moschin costruisce il personaggio lavorando per sottrazione. Guardandolo mi è venuto in mente il Butch di Bruce Willis in Pulp Fiction. C’è la stessa fisicità compatta, lo stesso modo di subire i colpi senza battere ciglio e quella sensazione che, dietro il silenzio, si nasconda una strategia d'acciaio. Il suo antagonista è l'esatto opposto. Rocco Musco, interpretato da un grande Mario Adorf, è impulsività, irruenza, una maschera di violenza quasi caricaturale che odia Ugo, lo picchia, lo sfida, ma ne riconosce una caratura morale (criminale, certo) che gli altri non hanno. La sua esplosione finale - "Tu a uno come Ugo Piazza non lo devi neanche sfiorare! Tu quando passa uno come Ugo Piazza il cappello ti devi levare!" - è la celebrazione tragica di un mondo criminale che sta scomparendo sotto i colpi di un nuovo cinismo senza regole.
Accanto a loro brilla la sensualissima Barbara Bouchet nel ruolo di Nelly. La celebre scena del ballo nel locale notturno, in cui si muove sinuosa sotto le luci colorate mentre Piazza la osserva con quel suo sguardo impenetrabile, è uno dei momenti più iconici del film. Un frammento sospeso tra erotismo e malinconia che racconta perfettamente l’atmosfera del cinema di Di Leo, dove anche il desiderio sembra sempre attraversato da un senso di fatalismo.
Intorno a questi personaggi, Di Leo costruisce anche un’analisi sociale sottile e spietata. Interessante è il contrasto ideologico tra il commissario capo, tutto ordine e repressione vecchia scuola, e il suo vice, che legge la criminalità come una conseguenza inevitabile delle storture sociali. Un confronto politico che oggi potrebbe risultare un po' didascalico, ma che restituisce con grande lucidità il ritratto di un'Italia del boom economico che inizia a incrinarsi. Un paese dove la criminalità organizzata si è già seduta ai tavoli che contano e la polizia arriva sempre un passo dopo, quando decide davvero di arrivare.
Una menzione particolare la merita la colonna sonora di Luis Bacalov, realizzata con la collaborazione del gruppo Osanna, che mescola rock progressivo, orchestrazioni sinfoniche e atmosfere psichedeliche, diventando una delle musiche più riconoscibili del cinema italiano di genere.
Milano calibro 9 è probabilmente il miglior noir italiano di sempre. Un vero film di culto da vedere assolutamente, senza riserve. La lacuna è colmata.
Film
Hatching - La forma del male
di Hanna Bergholm
Negli ultimi anni i paesi scandinavi hanno iniziato a esplorare con sempre maggiore interesse il genere horror, producendo pellicole capaci di lasciare il segno ben oltre i confini del genere. A partire da Lasciami entrare, che ha ridefinito il film di vampiri trasformandolo in una storia di solitudine adolescenziale, passando per Thelma, il crudele Speak No Evil, il perturbante Border fino all'orrore fiabesco di The Ugly Stepsister, è evidente che quelle terre fredde e silenziose siano diventate una vera e propria fucina di incubi d’autore
È in questo contesto di "horror boreale" si inserisce Hatching - La forma del male (Pahanhautoja, letteralmente "chi cova il male", gioco di parole finlandese sul concetto di nutrire un rancore), opera prima della regista finlandese Hanna Bergholm.
Tinja è una dodicenne la cui vita è scandita dal ritmo ossessivo degli allenamenti di ginnastica ritmica e dalle direttive di una madre influencer, impegnata a documentare sul suo blog l’esistenza perfetta della sua famiglia. Tutto è luminoso, pastello, ordinato. Tutto è, ovviamente, una bugia.
Dopo un incidente domestico che coinvolge un corvo accidentalmente entrato nel soggiorno, che la madre, con spietata naturalezza, strangola per poi incaricare la figlia di gettarlo nell'umido, Tinja trova l'uovo che l'animale ha deposto prima di morire e lo porta in camera sua, nascondendolo nel letto. Ma quell'uovo, nutrito dalle lacrime e dal malessere represso della ragazzina, inizia a gonfiarsi a dismisura fino a schiudersi.
Quello che ne esce non è un uccellino, ma una creatura deforme, ibrida e affamata che cresce velocemente e sviluppa con Tinja un legame sempre più inquietante. Una presenza che sembra nutrirsi delle sue paure, delle sue frustrazioni e di tutto ciò che, nella casa perfetta della famiglia, non può essere mostrato.
Il cuore pulsante del film è senza dubbio la sua natura di satira grottesca. La Bergholm mette alla berlina la famiglia scandinava felice, quella che trasuda felicità sui social mentre marcisce dall’interno. La madre, interpretata con glaciale bravura da Sophia Heikkilä, è un personaggio disturbante che riversa sulla figlia ginnasta le proprie frustrazioni e ambizioni fallite, mentre porta avanti una relazione neanche troppo clandestina con l’idraulico di casa. È lei il vero villain del film, non la creatura. Alli è soltanto la conseguenza di ciò che la madre ha generato a forza di aspettative, pressioni e amore condizionato. Dall’altra parte i maschi della famiglia, il padre e il fratello, sono decorativi, irrilevanti, utili quanto un vaso di fiori sul tavolo.
A reggere il peso emotivo della pellicola c’è la straordinaria Siiri Solalinna, giovane attrice alla sua prima prova sul grande schermo, che interpreta la bambina fragile, ingenua e disperatamente bisognosa di approvazione, diventando inquietante, primordiale e feroce quando presta il volto ad Alli. È qui che il film abbraccia pienamente il body horror al femminile, regalandoci momenti di puro disagio visivo che non lesinano sul disgustoso. Basti pensare alla dieta della creatura, che si ciba del vomito della sua "madre" adottiva, creando un parallelo disturbante con il rigurgito della ginnasta e con il modo in cui gli uccelli nutrono i piccoli. Su questo fronte, un plauso va all’uso sapiente degli effetti speciali, con l’animatronica di Gustav Hoegen impiegata per dare vita alla creatura.
Tuttavia, con tutto questo, Hatching non riesce a raggiungere le vette delle pellicole scandinave citate in apertura. La metafora del "mostro interiore" che prende vita è troppo esplicita per lasciare spazio a interpretazioni sottili. La narrazione non gioca mai davvero con l’ambiguità. Non si ha mai il dubbio che Alli possa essere solo una proiezione mentale di Tinja, e questo toglie un po' di quel mistero che avrebbe giovato alla tensione. Inoltre, una regia talvolta superficiale e una fotografia che in certi passaggi ricorda fin troppo una produzione televisiva patinata lo relegano un gradino sotto rispetto alla ricercatezza stilistica di un Thelma o alla potenza viscerale di The Ugly Stepsister.
In definitiva, quello della Bergholm è un esordio solido e godibile, una favola nera che affronta tematiche interessanti ma forse realizzata in maniera un po' superficiale ed esplicita. Rimane comunque un debutto promettente, capace di lasciare addosso un discreto senso di inquietudine.
Film
Hamnet - Nel nome del figlio
di Chloé Zhao
Chloé Zhao, regista cinese naturalizzata americana, dopo aver vinto l’Oscar per Nomadland e la parentesi con gli eroi immortali della Marvel in Eternals, torna dietro la macchina da presa con Hamnet - Nel nome del figlio. Adattamento del bestseller del 2020 della scrittrice irlandese Maggie O'Farrell, che ha anche cofirmato la sceneggiatura, il film ricostruisce con sensibilità moderna uno dei capitoli più dolorosi della vita di William Shakespeare, la morte del figlio Hamnet. Più che una classica biografia dello scrittore, però, la storia sceglie di guardare agli eventi da un’angolazione diversa, spostando il centro emotivo sulla famiglia e soprattutto sulla figura della moglie Agnes.
Ambientato a Stratford-upon-Avon alla fine del cinquecento, il film racconta la storia di William Shakespeare (Paul Mescal), giovane insegnante privato con ambizioni letterarie, e Agnes Hathaway (Jessie Buckley), una donna che vive in simbiosi con la natura e che molti considerano la figlia di una strega. Tra i due nasce un'attrazione immediata, quasi selvatica, che sfocia prima in un matrimonio e poi nella nascita di tre figli, Susanna e i gemelli Hamnet e Judith. Mentre William è spesso lontano, impegnato a Londra con la sua compagnia teatrale, Agnes cresce i figli nella casa di campagna. La vita della famiglia viene però sconvolta quando il giovane Hamnet - prendendo il posto della sorella - si ammala e muore. Una tragedia che segna profondamente Agnes e William lasciando un vuoto che sembra impossibile da colmare. Da quel dolore nascerà, anni dopo, un dramma intitolato Hamlet, una delle opere più celebri della storia del teatro.
Non sono un grande amante del cinema storico e biografico. È un genere che il più delle volte ha una impostazione classica, lontana dai miei gusti, e narrativamente risulta prevedibile, perché gli eventi che racconta si conoscono già. Eppure il film della Zhao riesce a risultare originale ed emotivamente coinvolgente. Al cinema la figura di Shakespeare è stata raccontata in ogni modo possibile, ma il merito di Hamnet, al di là della sua effettiva fedeltà storica, è quello di spostare lo sguardo dall'artista all’uomo e dall'uomo alla donna che ama. Non è un caso che il film assuma uno sguardo profondamente femminile, quasi a suggerire che dietro le grandi storie ne esistono sempre altre, più intime e silenziose, senza le quali forse quelle stesse storie non sarebbero mai nate. Zhao costruisce così un contrasto molto forte tra due dimensioni opposte. Da una parte William, figura razionale legata al teatro e alla parola. Dall'altra Agnes, incarnazione di una natura istintiva e selvatica, sospesa tra riti antichi e soprannaturale. Due mondi diversi e due modi opposti di affrontare la stessa tragedia. Mentre Agnes resta intrappolata in un dolore muto, incapace di accettare che la natura con cui ha sempre creduto di dialogare possa averle sottratto ciò che aveva di più caro, l'elaborazione del lutto da parte di William avviene attraverso l'arte. Shakespeare non elabora davvero la morte di Hamnet. La trasforma. La mette in scena. Le dà un nome quasi identico, un volto, una storia, consegnandola all'eternità del teatro. Un gesto che può risultare incomprensibile per una madre che ha perso un figlio, ma straordinariamente potente per il pubblico che quell'opera continuerà a leggere e rappresentare per secoli. La scena finale, in cui Agnes raggiunge il teatro per assistere alla prima rappresentazione dell'Amleto e in quella finzione vede Hamnet tornare a vivere, mentre il pubblico tende le mani verso il palco partecipando alla catarsi, è di una potenza emotiva tale che si fa fatica a trattenere le lacrime.
Jessie Buckley, premio Oscar come miglior attrice non protagonista, è straordinaria nel ruolo di Agnes, una donna testarda, fragile, arrabbiata e profondamente amorevole. Una madre spezzata che urla tutto il suo dolore. L’avevo già apprezzata in Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman, ma qui la sua prova è ancora più intensa. Convincente anche Paul Mescal, che a quanto pare si sarebbe davvero ubriacato per girare la scena in cui Shakespeare appare completamente devastato.
Sul piano tecnico Zhao dimostra ancora una volta la sua sensibilità nel catturare gli spazi aperti. I paesaggi del Galles, dove è stato girato il film, respirano con la stessa intensità dei personaggi. Anche l’uso dei colori, dei costumi e delle scenografie contribuisce a creare un mondo sospeso e sensoriale. La sua regia trasforma il dolore in un luogo dell’anima, dove il lutto non è solo assenza ma una presenza vibrante.
Bellissima anche la colonna sonora, con quel brano meraviglioso di Max Richter, On the Nature of Daylight, forse un po' abusato negli ultimi anni (Shutter Island, Arrival), ma capace ogni volta di spezzarti il cuore.
Alla fine Hamnet è un film intimo e poetico che, pur concedendosi qualche formalismo di troppo, possiede una forte intensità emotiva capace di incantare e commuovere. Un film che non si guarda soltanto con gli occhi, ma con i ricordi di ciò che abbiamo perduto.
Film
Lasciami entrare
John Ajvide Lindqvist
Non amo molto leggere libri di cui ho visto il film. Quando una storia l’ho già vissuta su pellicola, con volti e atmosfere ben definiti, faccio fatica a liberarmene tra le pagine. Eppure, Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist, che avevo da tempo nella mia libreria, è il romanzo da cui è stato tratto uno dei miei film preferiti degli ultimi anni (quello svedese di Tomas Alfredson, s’intende), quindi alla fine ho ceduto. E ho fatto bene, perché in questo modo ho potuto rivivere la storia tenera e inquietante di Oskar ed Eli, un dodicenne bullizzato e un vampiro suo coetaneo, due solitudini che si incontrano nel gelo della periferia di Stoccolma.
Pubblicato in Svezia nel 2004 e arrivato in Italia due anni dopo per Marsilio, nella traduzione di Giorgio Puleo, Lasciami entrare è il romanzo d’esordio di Lindqvist. Un debutto che gli ha portato diversi premi e una certa fama internazionale, ma che ha soprattutto il merito di rileggere il mito del vampiro in una chiave più tragica e profondamente umana, lontana dall’estetica patinata e romantica resa popolare proprio in quel periodo da Twilight.
La storia è ambientata nell'inverno del 1981, a Blackeberg, periferia di Stoccolma. In un appartamento di un grigio condominio di un quartiere di cemento nato dal nulla, vive Oskar, dodici anni, un ragazzino che colleziona ritagli di cronaca nera e che ogni giorno a scuola subisce il bullismo feroce di alcuni suoi coetanei. Una sera, nel cortile del condominio, Oskar incontra Eli. Una ragazzina dai capelli scuri, il viso smunto, gli occhi grandi e profondi, che non sente il freddo, che esce solo di notte e che ha un odore strano, difficile da definire. Vive nell'appartamento accanto con un uomo di mezza età di nome Håkan, che non è suo padre, anche se all'inizio tutto sembra suggerirlo. Tra i due nasce un legame che è più di un'amicizia, è un sentimento che lega due solitudini. Ma Eli non è una ragazzina come le altre, è una vampira che per sopravvivere ha bisogno di sangue, che sembra essere legata a serie di brutali omicidi che stanno scuotendo i residenti di Blackeberg.
La prosa di Lindqvist è scorrevole, fluida, cinematografica nel senso migliore del termine. Una scrittura capace di trascinarti avanti senza che te ne accorga, capitolo dopo capitolo, in quasi cinquecento pagine, mantenendo sempre viva quella sottile tensione tra tenerezza e inquietudine che attraversa tutta la storia.
Chi arriva al romanzo dopo aver visto il film svedese di Alfredson troverà intatta la tenerezza del rapporto tra Oskar ed Eli, quella qualità emotiva che aveva reso il film così speciale. Ma il libro è un'altra cosa. Alfredson ha scelto consapevolmente di alleggerire la storia, di affidarsi alle immagini e ai silenzi, e di togliere l’orrore più estremo. Il personaggio di Håkan, nel film, è semplicemente un uomo anziano al servizio di Eli, una sorta di "padre" o custode tragico. Nel romanzo, invece, è un ex insegnante radiato per pedofilia, un uomo la cui devozione verso Eli nasce da un intreccio malato di ossessione, desiderio e sottomissione. In questo senso è lui il vero mostro della storia.
Un altro personaggio interessante, assente nel film di Alfredson, è Virginia. Dopo essere stata attaccata da Eli, la seguiamo nel lento e angosciante processo di trasformazione in vampiro, passando per la terrificante scena dei gatti che la assalgono fino al suo drammatico epilogo.
Rispetto al film, anche il bullismo che subisce Oskar è descritto con una ferocia psicologica molto più brutale e disturbante. Non è solo vittima di violenza fisica, non sono solo spintoni, ma è l'indifferenza sistematica che circonda il bullismo: i genitori troppo distanti per accorgersene, gli insegnanti troppo occupati per intervenire, i compagni di classe troppo codardi per schierarsi. Il percorso di Oskar, da ragazzo schiacciato e pieno di rabbia repressa a qualcuno che impara, grazie a Eli, a reagire, è uno dei fili narrativi più convincenti del romanzo.
Eli è il cuore pulsante del romanzo, e anche il suo elemento più complesso. Eli non è solo un vampiro che vive in un corpo da dodicenne, è un essere che porta su di sé il peso di un'identità lacerata, di un genere imposto con la violenza, di una trasformazione che non ha mai chiesto. Nel film la questione viene sfiorata con un’inquadratura di pochi secondi, ma nel romanzo la verità è esplicita e straziante: Eli è Elias, un bambino che secoli prima venne brutalmente castrato e trasformato in vampiro da un nobile sadico, costretto da allora a sopravvivere nutrendosi di sangue e a restare prigioniero per sempre in un corpo che non può crescere né cambiare, sospeso in un’esistenza che non è più davvero vita, in un’identità che non è più né maschile né femminile.
In mezzo a tutto questo – violenza, sangue, pedofilia, mutilazioni, cadaveri dissanguati –scorre però un filo di tenerezza che non si spezza mai. È proprio questo contrasto a rendere Lasciami entrare un romanzo così potente. Sullo sfondo di una Svezia lontana dall’immagine rassicurante che spesso immaginiamo, fatta di periferie grigie, appartamenti anonimi e adulti che affogano la propria frustrazione nell’alcol, Lindqvist costruisce una storia difficile da incasellare in un solo genere.
È horror, certo, ma anche racconto di formazione, ritratto sociale e storia d’amore tra due creature solitarie che cercano disperatamente qualcuno capace di vederle davvero. Ed è proprio questa ambivalenza a renderlo così memorabile. Lasciami entrare riesce a essere allo stesso tempo dolcissimo e spietato, ricordandoci che il vero orrore non arriva da luoghi remoti o da mostri leggendari, ma può nascondersi nel pianerottolo accanto, tra i banchi di scuola o nel silenzio degli adulti che scelgono di non vedere. È un libro che ti chiede il permesso di entrare e poi, una volta dentro, non ti lascia più andare via.
May
di Lucky McKee
Davvero strano che uno dei thriller psicologici più originali degli anni duemila sia passato quasi inosservato al momento della sua uscita. Siamo nel 2002. L'horror mainstream è diviso tra i teen-slasher post Scream e la nuova ondata di remake del J-horror, inaugurata da The Ring, che ci insegnava a temere i televisori analogici.
In questo scenario un esordiente di nome Lucky McKee presenta al Sundance Film Festival il suo primo lungometraggio. E lo fa con una storia che non assomiglia a nulla di quello che circolava nelle sale in quel momento.
May è la dimostrazione che l’horror indipendente, periodicamente, riesce ancora a regalarci piccole gemme oscure. Film realizzati con pochi mezzi, spesso ignorati alla loro uscita, ma destinati con il tempo a trasformarsi in veri e propri cult sotterranei.
May (Angela Bettis) è una ragazza un po' stramba, che sembra vivere in un mondo tutto suo. Da bambina, uno strabismo che la rendeva bersaglio di scherno tra i coetanei, insieme a una madre severa e poco empatica, la porta a crescere quasi completamente sola. La sua unica compagna di giochi è una bambola di porcellana chiusa in una teca di vetro, regalo della madre accompagnato da un monito che si depositerà nella mente di May come un seme oscuro: "Se non riesci a trovare un amico, fanne uno".
Diventata adulta, May lavora in una clinica veterinaria, vive da sola cucendo i propri vestiti e fatica a costruire qualsiasi relazione autentica con il mondo. Quando incontra Adam (Jeremy Sisto), un ragazzo affascinante con la passione per il cinema horror che sembra incuriosito dalla sua eccentricità, May crede di aver finalmente trovato la sua anima gemella. Ma la realtà non è fatta di stoffa e filo. E quando arriva il rifiuto - quella sensazione di essere "troppo strana" perfino per gli strani - la sua solitudine smette di essere malinconia e comincia lentamente a trasformarsi in qualcosa di molto più oscuro.
Nonostante abbia quasi venticinque anni, May sembra girato la settimana scorsa. Certo, si porta dietro quell’acerbità tipica delle opere prime. Il ritmo è a tratti incerto e il passaggio dall'inquietudine psicologica alla violenza splatter dell'atto finale è abbastanza prevedibile. Ma al netto di qualche ingenuità, quello di Lucky McKee resta un thriller psicologico di notevole spessore. La storia funziona perché McKee riesce a farti entrare nella testa della protagonista. Ti costringe a condividere la sua solitudine, il suo sentirsi fuori posto, quella disperazione silenziosa che lentamente la trascina verso la follia. È la sensazione di non riuscire a sintonizzarsi con il mondo che ti circonda e di desiderare disperatamente una carezza che non arriva mai. Chi non l’ha provata almeno una volta?
La bambola di porcellana chiusa nella teca di vetro che May riceve da bambina rappresenta il suo isolamento. È perfetta, immacolata, ma intoccabile. Può essere guardata ma mai abbracciata. In fondo è così che May percepisce il mondo, come qualcosa di vicino e allo stesso tempo irraggiungibile.
Il cuore pulsante del film è sicuramente Angela Bettis. La sua interpretazione è grandiosa. Il suo è un personaggio fragile e inquietante allo stesso tempo, costruito più con il linguaggio del corpo che con le parole. Gli sguardi bassi, la postura difensiva, l'ansia che attraversa ogni gesto generano nello spettatore un sentimento ambiguo, sospeso tra tenerezza e disagio.
Ne nasce un thriller nerissimo che oscilla tra dramma e horror senza mai perdere quel sottofondo di umanità dolente. Il finale è una sorta di rilettura contemporanea del mito di Frankenstein, tanto amara quanto tragicamente catartica. Non è un caso che per tutto il film May sembri ossessionata dalle “parti perfette” delle persone - le mani, le gambe, il collo, piccoli dettagli che osserva con una devozione quasi feticistica. Come il dottor Frankenstein, anche lei finisce per convincersi che l’unico modo per ottenere qualcosa di perfetto sia costruirlo pezzo dopo pezzo.
Un piccolo capolavoro del cinema indipendente. Consigliato a chi ama gli horror psicologici più malinconici e disturbanti, quelli che fanno paura non tanto per ciò che mostrano, ma per quello che raccontano della nostra fragilità.
Film
Il raggio invisibile
di Lambert Hillyer
Negli anni trenta la Universal, la casa di produzione che aveva praticamente inventato l'horror moderno, sull'onda dei suoi grandi successi iniziò a credere che bastasse prendere Boris Karloff, aggiungere Bela Lugosi e mescolare il tutto con scenografie gotiche e dialoghi pseudoscientifici per ottenere automaticamente un altro successo.
Il raggio invisibile, diretto da Lambert Hillyer - che nello stesso anno firma anche La figlia di Dracula - nasce esattamente con questa logica produttiva, ignorando che l'epoca d'oro, come spesso accade, stava ormai per avvicinarsi alla fine.
Il dottor Janos Rukh (Boris Karloff), scienziato che vive isolato sui Carpazi, grazie a un telescopio di sua invenzione capace di "guardare" nel passato captando la luce proveniente dalla galassia di Andromeda, scopre che milioni di anni prima un grande meteorite si è abbattuto in Africa. Rukh organizza così una spedizione per recuperare l'elemento contenuto nel corpo celeste insieme a un gruppo di colleghi - tra cui il rispettato dottor Felix Benet (Bela Lugosi) - e al mecenate Sir Francis Stevens con la moglie. Il meteorite custodisce il misterioso "Radium X", una sostanza prodigiosa capace di ridonare la vista ai ciechi ma con un terribile effetto collaterale. Rukh ne rimane contaminato e la sua sola vicinanza diventa letale per ogni essere vivente. Il vero veleno però non è quello che gli scorre nelle vene, ma quello che inizia lentamente a corrodere la sua mente quando sospetta che i colleghi vogliano rubargli il merito della scoperta.
Dal punto di vista visivo il film, come spesso accadeva nei prodotti Universal dell'epoca, sfoggia scenografie di altissimo livello. Nella prima parte, ambientata nei Carpazi, il laboratorio di Rukh - pieno di aggeggi futuristici che oggi definiremmo quasi steampunk - è davvero affascinante. Ancora più suggestiva è la scena in cui lo scienziato, indossando una maschera metallica e manipolando i suoi strumenti cosmici, proietta sullo schermo la storia dell'universo. L'idea di osservare il passato seguendo la traiettoria di un raggio di luce oggi può far sorridere, ma in quella sequenza si respira un autentico senso di meraviglia cosmica che anticipa di vent'anni certa fantascienza degli anni cinquanta. Nella seconda parte il film prende una piega più tradizionale, avvicinandosi alla classica storia dello scienziato che perde il controllo della propria scoperta, sfiorando il tema della radioattività senza però approfondirlo fino in fondo.
L'interpretazione di Boris Karloff resta comunque magnetica e coinvolgente, mentre Bela Lugosi, insolitamente nei panni di un personaggio positivo e razionale, rimane piuttosto marginale.
Il raggio invisibile resta dunque un film interessante soprattutto come reperto storico e per quel guizzo di fantascienza proto-atomica che attraversa la prima parte. Pur con alcune ingenuità e qualche passaggio meno incisivo, conserva ancora oggi un certo fascino d’epoca, illuminato soprattutto dalla presenza carismatica di Boris Karloff, che nel buio continua letteralmente a brillare.
Film
Sentimental Value
di Joachim Trier
Fresco di Oscar come miglior film internazionale, Sentimental Value di Joachim Trier - regista scandinavo che ho apprezzato in Thelma, visto di recente - è un dramma familiare sull'incomunicabilità, sui rancori sedimentati, e sull'incapacità di mostrare i propri sentimenti.
Nora (Renate Reinsve), attrice di teatro, e sua sorella minore Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) si ritrovano al funerale della madre quando, nella vecchia casa di famiglia, riemerge dal passato il loro padre Gustav (Stellan Skarsgård), regista carismatico che anni prima le aveva abbandonate per inseguire la propria carriera. Un ritorno che inevitabilmente riapre ferite mai del tutto rimarginate. Gustav, conoscendo il talento di attrice di Nora, vorrebbe che fosse proprio lei a interpretare il ruolo principale nel suo prossimo film, quello che dovrebbe rilanciare la sua carriera. Un progetto molto personale, ispirato al suicidio di sua madre, che lui sostiene di aver scritto appositamente per la figlia. Nora però rifiuta. Non vuole nemmeno leggere il copione. E quella parte finisce così a Rachel Kemp (Elle Fanning), una giovane attrice americana entusiasta, che involontariamente riaccendere tensioni e rimette in moto le fragili dinamiche di questa famiglia.
Sentimental Value è indubbiamente un ottimo film. Un dramma sentimentale che richiama molto il cinema di Bergman ma con quell’ironia amara che ricorda il Woody Allen più malinconico. Al centro di tutto c’è la casa di famiglia. Una casa antica, piena di ricordi, attraversata da una crepa strutturale che corre lungo i muri come una cicatrice. Trier la trasforma quasi in un personaggio. Un luogo che ha visto nascere, crescere e morire diverse generazioni della stessa famiglia. Quella crepa che divide la casa sembra riflettere la frattura emotiva tra un padre incapace di essere padre e due figlie che hanno imparato a convivere con la sua assenza in modi completamente diversi.
Gustav è un uomo profondamente narcisista, uno di quelli che riescono a esprimere le emozioni solo attraverso la propria arte. Il cinema diventa il suo linguaggio affettivo, l'unico modo che conosce per avvicinarsi alle figlie. Nora invece è un personaggio ferito, pieno di rancore. Soffre di attacchi di panico, fatica a costruire relazioni stabili e attraversa momenti depressivi che in passato l'hanno portata persino a tentare il suicidio. Con il padre non riesce a costruire nulla che assomigli a un rapporto sano. L’unico legame davvero saldo è quello con Agnes, la sorella minore che ha messo su famiglia, più equilibrata ma non meno segnata dalla loro storia (bellissimo l'abbraccio finale tra le due riportato anche nella locandina).
Su questo impianto così nordico, Trier innesta un elemento volutamente estraneo: il personaggio interpretato da Elle Fanning. Rachel è l'attrice americana scelta per interpretare il ruolo che Gustav avrebbe voluto affidare a Nora. La sua presenza appare subito fuori contesto, quasi una pallida imitazione della figlia. Un corpo estraneo che non sembra appartenere davvero a quel mondo. Fanning è molto brava nel restituire questa sensazione di "non appartenenza". E la sua figura finisce per allargare il discorso anche all’industria cinematografica contemporanea. Non è un caso che il film di Gustav venga finanziato da Netflix e che, a un certo punto, un giornalista gli chieda se uscirà in sala. La risposta piccata del regista chiarisce bene la posizione di Trier: il cinema è un’esperienza collettiva, mentre la televisione e le serie sono qualcosa da consumare più distrattamente.
Trier orchestra tutto con maestria: sceneggiatura stratificata che bilancia realismo e meta-riflessione, novimenti di macchina sobri e inquadrature eleganti, ombre di tragedia alternate a umorismo (tipo la battuta sullo sgabello dell'Ikea) e sopratutto attori in stato di grazie con un monumentale Stellan Skarsgård e una bravissima Renate Reinsve, davvero un concentrato di fragilità e rabbia.
In conclusione, il film è ottimo, recitato alla grande e costruito con grande cura. Eppure rimane la sensazione che Trier abbia voluto girare il film perfetto. Non perfetto in senso artigianale, ma perfetto per toccare le corde emotive del pubblico. Un film d’autore che però resta abbastanza accessibile e universale. Il pianto è quasi garantito, l’intensità calibrata con precisione e i temi - il trauma, la famiglia, l’incomunicabilità - sono quelli che arrivano ovunque.
Trier aveva portato alla candidatura all'Oscar anche Thelma - film che per inclinazione personale continuo a preferire - e alla fine è riuscito a vincerlo con Sentimental Value, che sembra quasi costruito per centrare l’obiettivo. Vincendolo meritatamente, sia chiaro. Ma se ci fossi stato io nella giuria - e capisco che i miei gusti restano i miei gusti - quest’anno avrei premiato Sirāt di Oliver Laxe senza pensarci due volte.
Film
High Life
di Claire Denis
Claire Denis, regista e sceneggiatrice francese che da sempre si muove in territorio autoriale, nel 2018 con High Life decide di realizzare il suo primo film di fantascienza, girandolo interamente in lingua inglese. Ne nasce un’opera decisamente concettuale, dilatata e immersiva, che flirta con i grandi classici del genere piegandoli però a una sensibilità molto personale. Un film affascinante e ambizioso, che ha avuto oltre dieci anni di gestazione, che però potrebbe apparire anche pretenziosa e un po’ troppo compiaciuta.
Un gruppo di detenuti condannati a morte viene lanciato a bordo di un’astronave verso i confini più remoti del sistema solare per una missione scientifica senza ritorno. A guidare gli esperimenti c’è la dottoressa Dibs (Juliette Binoche), una ricercatrice ossessionata dalla possibilità di indurre una gravidanza nello spazio.
Attraverso frammenti di memoria e salti temporali scopriamo che l’isolamento, il desiderio represso e la violenza hanno lentamente portato alla morte i membri dell’equipaggio. Gli unici sopravvissuti sono Monte (Robert Pattinson) e sua figlia Willow, una bambina nata durante la missione e cresciuta tra le pareti metalliche di quel laboratorio orbitante alla deriva. Due esseri umani sospesi nel vuoto cosmico mentre la nave si avvicina inesorabilmente a un misterioso buco nero.
High Life ambisce chiaramente a collocarsi nella grande tradizione della fantascienza filosofica e introspettiva, guardando in particolare a un'opera come Solaris di Tarkovskij. Per atmosfere e senso di isolamento, però, io l'ho trovato molto vicino a Moon di Duncan Jones (peraltro un piccolo capolavoro) e, se vogliamo restare su coordinate più mainstream, anche a Passengers.
Il problema è che l’ambizione, da sola, non basta. In questi territori il rischio che il cinema autoriale scivoli nel manierismo è sempre dietro l’angolo.
Al di là della narrazione non lineare, dei salti temporali e della struttura a flashback (espedienti spesso usati per rendere meno ordinaria la storia) l’idea dei galeotti come scarti spediti nello spazio non brilla certo per originalità. La reclusione forzata in uno spazio chiuso, le derive autodistruttive, la gerarchia che si sgretola. Tutto già visto.
Ciò che rimane, e che costituisce il vero nucleo tematico del film, è la riflessione che in questo contenitore di scarti, dove tutto tende all’autodistruzione, può comunque germogliare la vita, anche se questa avviene attraverso uno stupro perpetrato con metodo scientifico. E quella vita può diventare l’unico scopo rimasto. Monte sopravvive non per puro istinto, ma perché Willow esiste. È una bella idea, il cuore emotivo del film.
La piccola Willow avrebbe potuto essere un personaggio straordinario. Invece la vediamo per un’eternità come neonata urlante e poi, improvvisamente, quasi adolescente. Nel mezzo, il nulla. Come si è sviluppato il rapporto padre-figlia? Come Monte le ha insegnato a parlare, a capire quel mondo ristretto, a non averne paura? Qualche scena sparsa nelle fasce di età intermedie sarebbe stata sicuramente interessante. Evidentemente, però, la regista preferisce soffermarsi sui fluidi corporei piuttosto che sull’evoluzione di un legame umano.
Il film insiste infatti molto sulla dimensione fisica e sessuale. Mentre l’equipaggio vive in una tensione continua tra desiderio, violenza e isolamento - costretto a liberare le proprie pulsioni solo nella "stanza del sesso", con l' iconica scena della Binoche che si abbandona al piacere meccanico di una sex machine - la dottoressa Dibs porta avanti la sua ossessione per la maternità artificiale raccogliendo campioni biologici dagli uomini, inseminando le donne e conducendo esperimenti con fredda determinazione. Il problema è che narrativamente tutto questo appare piuttosto forzato. Un’astronave alla deriva, senza comunicazioni con la Terra e senza alcuna possibilità che quei bambini possano avere un futuro, rende la sua ossessione più bizzarra che tragica. E la nave gemella popolata soltanto da cani? Un esperimento precedente, un test in scala ridotta prima di quello condotto con i detenuti?
Tecnicamente il film regge, grazie anche a una fotografia curata e a interpretazioni di livello. Juliette Binoche incarna una follia gelida e quasi forzata - la sua ossessione per la procreazione in un luogo senza futuro sembra una forma di espiazione personale - mentre Mia Goth - nel ruolo della giovane condannata che viene fecondata con il seme prelevato, a sua insaputa, di Monte - conferma quella sua "strana" bellezza, un volto che sembra nato per il cinema di genere più disturbante.
In definitiva, High Life è un film sulla maternità e sulla morte, dove la fantascienza - il buco nero - arriva tardi, quasi come un pretesto per chiudere il racconto. Probabilmente alla Denis interessava soprattutto osservare la reazione umana dentro una scatola chiusa. Che fosse nello spazio o in un sottomarino avrebbe cambiato poco. È il racconto di come la malvagità, gettata via come immondizia, possa paradossalmente produrre vita. Ma è una vita che nasce già con il fiato corto, destinata a spegnersi nello stesso vuoto che l'ha generata.
Un film interessante, ma che lascia addosso più freddo che stupore.
Keeper - L'eletta
di Oz Perkins
Oz Perkins, dopo il successo di Longlegs e la parentesi più grottesca di The Monkey, torna a muoversi in quel territorio di folk horror psicologico, intimo e rarefatto che aveva già esplorato con Gretel e Hansel e soprattutto con Sono la bella creatura che vive in questa casa, a mio avviso i suoi lavori migliori.
Keeper - L’eletta è un film costruito quasi interamente in una singola location, una baita nel cuore di una foresta, dove una coppia decide di trascorrere il weekend per festeggiare il proprio anniversario. Un luogo isolato, silenzioso, apparentemente perfetto per una fuga romantica. Almeno finché l'atmosfera non inizia a farsi inquietante.
Liz è una pittrice. Malcolm è un medico dall’aria gentile, quasi troppo riservata per non nascondere qualcosa. Il loro weekend nei boschi prende presto una piega strana. Una strana torta al cioccolato, il cugino di Malcolm che si presenta all’improvviso con una fidanzata dell’Est Europa che parla pochissimo, e nel bosco intorno alla casa sembra muoversi qualcosa che non dovrebbe muoversi.
Quando Malcolm è costretto a tornare in città per un’improvvisa emergenza medica, Liz rimane sola. Ed è a quel punto che la realtà comincia a incrinarsi. Liz inizia ad avere visioni e allucinazioni sempre più inquietanti, ritrovandosi isolata in compagnia di creature mostruose che sembrano conoscere gli oscuri segreti della casa.
Dal punto di vista tecnico ed estetico considero Oz Perkins un ottimo regista, capace di costruire atmosfere suggestive e di gestire bene la tensione. Eppure, film dopo film, ho sempre la sensazione che manchi quel qualcosa in più, l’elemento decisivo capace di far compiere alle sue opere il vero salto di qualità. Ed è proprio il caso di Keeper.
Nulla da eccepire riguardo la messa in scena. Perkins sa come muovere la macchina da presa, lasciandola insinuare tra angoli e finestre, riflettersi negli specchi e nelle superfici d’acqua, più a spiare che a osservare. La fotografia di Jeremy Cox è splendida. Le ombre non servono tanto a nascondere quanto a suggerire presenze, mentre la palette cromatica trasforma la foresta in un luogo ancestrale, quasi senziente. Anche la scenografia del cottage, fatta di legno e grandi vetrate a tutta parete, contribuisce a creare tensione, dando alla protagonista la costante sensazione di essere osservata.
Le interpretazioni reggono bene il peso del film. Tatiana Maslany, che avevo già apprezzato molto in Orphan Black, riesce a dare corpo e sofferenza a un personaggio che sulla carta rischiava di risultare bidimensionale. Anche Rossif Sutherland, nel ruolo del fidanzato, funziona bene, costruendo una riservatezza ambigua che nella prima parte del film si rivela particolarmente efficace.
Il problema arriva però con la sceneggiatura, scritta peraltro da Nick Lepard e non da Perkins. Quando tutti i pezzi del puzzle si incastrano e il mistero viene finalmente rivelato, la sensazione è quasi quella di voler tornare all’ignoranza iniziale. Il film accumula tensione e suggestioni, ma finisce per sfociare in una storia piuttosto piatta e prevedibile. Manca quel colpo di scena capace di scuotere davvero lo spettatore.
L’idea degli uomini che “custodiscono” e proteggono il male per mantenere il proprio potere eterno a scapito delle donne è un concetto interessante. Tuttavia, vedere riproposto ancora una volta il tema del patriarcato e della mascolinità tossica, a un cero punto stanca. A tratti sembra quasi che il cinema contemporaneo non sappia più parlare d’altro.
In conclusione, Keeper - L’eletta resta un esercizio di stile ammirevole. Un film che si lascia guardare per la sua eleganza visiva, per la fotografia e per le buone interpretazioni, ma che non aggiunge nulla di realmente nuovo al percorso del regista, scivolando via senza lasciare un segno particolarmente profondo.
Film
π - Il teorema del delirio
di Darren Aronofsky
π - Il teorema del delirio, (comunemente conosciuto come Pi o Pi Greco) è l'esordio di un giovanissimo Darren Aronofsky datato 1998. Un film indipendente nato con un budget risibile, circa 60.000 dollari racimolati tra amici e parenti, ma con un'ambizione visiva e intellettuale che oggi molti film possono solo sognare. La prima volta che l'ho visto - preso a noleggio istintivamente solo perchè mi incuriosiva la copertina - è stata una vera e propria folgorazione.
Il protagonista di Pi Greco è Max Cohen, un matematico geniale e tormentato interpretato da Sean Gullette. Vive rinchiuso in un piccolo appartamento di Chinatown, trasformato in una sorta di laboratorio tra computer assemblati e cavi elettrici. Tormentato da emicranie devastanti, la sua vita ruota intorno a un'unica ossessione: dimostrare che la realtà è descrivibile attraverso la matematica, che la natura può essere spiegata attraverso i numeri, e che esiste uno schema numerico capace di spiegare tutto. Compreso, eventualmente, l'andamento del mercato azionario.
Quando il suo computer, prima di fulminarsi, produce una sequenza di 216 cifre, Max attira l'attenzione di una spietata società di Wall Street che vuole il suo algoritmo per dominare l'economia mondiale, e di una setta di ebrei ultraortodossi convinti che Max abbia trovato il codice segreto per decriptare il vero nome di Dio. Tra emicranie atroci, allucinazioni e l'ossessione di aver trovato la chiave per decifrare la struttura stessa della realtà, Max precipita in un vortice delirante.
Per quanto mi riguarda π - Il teorema del delirio resta il capolavoro assoluto di Darren Aronofsky. Se penso che questo film è un esordio, la stima nei suoi confronti aumenta esponenzialmente. È un’opera oscura, intrigante, maledettamente fuori dall’ordinario.
Dal punto di vista estetico e visivo, il bianco e nero sgranato e contrastato richiama i deliri industriali di Tetsuo di Tsukamoto e l'incubo suburbano di Eraserhead di David Lynch. I riferimenti sono espliciti, quasi dichiarati, eppure il film non è mai derivativo. Aronofsky li metabolizza e li trasforma in qualcosa di più frenetico, più nervoso, più ossessivo. Se Lynch abita il perturbante con la lentezza ipnotica di un sogno claustrofobico, Aronofsky lo abita con la velocità di un attacco di panico.
Il montaggio è rapido, frammentato, costruito su quelle inquadrature ravvicinate che si ripetono in modo ossessivo (i chiavistelli, le pillole) soluzioni stilistiche che il regista porterà alle estreme conseguenze nel successivo Requiem for a Dream.
E poi c’è la musica. La colonna sonora curata da Clint Mansell, con i ritmi elettronici di Orbital, Autechre e Massive Attack - musica che io stesso ascoltavo in quegli anni - non è un semplice sottofondo. È un vero tessuto sonoro che insegue le immagini, le aggredisce, le amplifica. Suoni che si insinuano sotto pelle, come se fossero le sinapsi di Max che sparano impulsi elettrici.
Sean Gullette, amico di Aronofsky e coautore del progetto, offre una performance quasi autodistruttiva. Il suo Max Cohen è un uomo tormentato, isolato socialmente, divorato da una paranoia crescente che lo spinge ai confini della follia. L’unico essere umano con cui riesce davvero a interagire è il suo vecchio professore e mentore, Sol Robeson, interpretato da Mark Margolis, durante le loro partite a Go.
Ma mettendo per un attimo da parte l’aspetto tecnico e visivo del film, quello che mi colpì di più quando vidi Pi Greco, quello che mi fece davvero ingarellare, fu proprio la teoria al centro della storia. L’idea che dietro il caos del mondo possa esistere uno schema. Un ordine nascosto, forse addirittura numerico, capace di spiegare la realtà.
Se pensiamo alla Sezione Aurea o alla serie di Fibonacci, la loro rappresentazione grafica è una spirale che ritroviamo ovunque. Dalla doppia elica del DNA ai petali di un fiore, fino alla forma delle galassie.
Il Pi Greco, in particolare, la costante matematica che serve a calcolare il rapporto tra circonferenza e diametro di un cerchio, è un numero irrazionale e trascendente. Le sue cifre dopo la virgola sono infinite e non si ripetono mai in modo regolare. Questo significa che, teoricamente, all’interno del Pi Greco è contenuta ogni sequenza numerica possibile. La tua data di nascita, il tuo numero di telefono, la data della fine del mondo. Tutto è lì, da qualche parte, in quel flusso infinito di numeri.
Se vuoi davvero perderti in questo delirio, esiste persino un sito chiamato The Pi Search Page dove puoi inserire una sequenza di cifre - magari proprio la tua data di nascita - e vedere in quale posizione compare tra le prime centinaia di milioni di cifre del Pi Greco. È uno di quegli esperimenti che fanno venire i brividi.
Ma la cosa che mi ha fatto davvero venire i brividi è un’altra. L’ho scoperta proprio mentre stavo scrivendo questa recensione, dopo aver rivisto il film ieri sera. Oggi è il 14 marzo. 3.14. Il Pi Greco Day, il giorno in cui si celebra questa affascinante costante matematica.
Giuro, non l'ho pianificato. Non è stato cercato. È semplicemente successo.
Una coincidenza così inquietante e allo stesso tempo terribilmente affascinante da farmi pensare che ho davvero un rapporto particolare con questo film, con il Pi Greco e con la spirale.
Forse, come direbbe Max Cohen, "tutto può essere rappresentato e spiegato attraverso i numeri".
Oppure è solo il caos che, ogni tanto, si diverte a prendersi gioco di noi.
Visitor Q
di Takashi Miike
Se pensate di aver visto tutto quello che il cinema estremo ha da offrire, probabilmente non avete ancora fatto i conti con Takashi Miike. Il regista giapponese, noto per la sua produttività quasi patologica (supererà i cento titoli in carriera), nei primi anni duemila, proprio mentre stava acquistando notorietà in occidente grazie a film come Audition e Ichi the Killer, diede vita a un oggetto cinematografico decisamente bizzarro, Visitor Q.
Nato con un budget irrisorio e girato in un digitale sporco per il circuito televisivo, il film ha tutte le caratteristiche del classico incidente di percorso. Un b-movie realizzato in fretta, quasi senza pretese, che finisce però per trasformarsi in qualcosa di molto più radicale. Il risultato è probabilmente uno dei lavori più folli e disturbanti mai firmati da Miike.
La storia ci porta dentro le mura della famiglia Yamazaki. Definirla "disfunzionale" sarebbe un eufemismo. Abbiamo un padre, giornalista fallito, che proprio nella scena iniziale ha un rapporto sessuale in una stanza d'albergo con la figlia che si prostituisce. Una madre vittima di abusi, tossicodipendente, che per procurarsi la droga anche lei si prostituisce. Il figlio adolescente, vittima di bullismo a scuola, che si vendica picchiando selvaggiamente la madre a casa. Insomma, non proprio la famiglia da Mulino Bianco. In questo bel quadretto familiare irrompe il Visitatore Q, uno sconosciuto silenzioso, che esordisce colpendo il padre con un sasso in testa, e si installa nella vita degli Yamazaki diventando il catalizzatore di un’escalation di follia che, paradossalmente, costringerà i membri della famiglia a confrontarsi con se stessi e con il proprio disastro emotivo.
Visitor Q è uno dei film più malati, assurdi e grotteschi che il cinema abbia mai concepito, ma attraversato da un’ironia così nera da risultare a tratti, esilarante.
Sul piano estetico, la scelta del digitale sporco, regala un tono documentaristico, quasi amatoriale, che rende tutto terribilmente immediato.
Le nefandezze che Miike mette in scena sono un inventario dell'estremo: incesto, violenza familiare, tossicodipendenza, necrofilia. Perversioni portate all'eccesso che paradossalmente, smettono di essere solo disturbanti e cominciano a fare ridere. La scena probabilmente più sconcertante è sicuramente quella dell'atto necrofilo, durante il quale il protagonista rimane incastrato nel cadavere a causa del rigor mortis, dopo aver scambiato le feci per una lubrificazione vaginale. È cinema che ti prende a schiaffi, ti fa voltare dall'altra parte e poi ti costringe a guardare di nuovo per capire se hai visto davvero quello che pensi di aver visto.
Ma oltre il gusto per la provocazione estrema, Visitor Q è una riflessione sulla famiglia disfunzionale, quella nipponica in particolare, con le sue pressioni sociali soffocanti, i suoi silenzi pesanti, la sua incapacità strutturale di comunicare. Il Visitatore Q non è un salvatore angelico, ma è l'elemento esterno che spinge ogni membro della famiglia ad accettare i propri istinti più bassi per tornare a "sentire" qualcosa. La scena finale, in cui la madre allatta il marito e la figlia, è al tempo stesso assurda, tenera e inquietante. Una sorta di Pietà distorta, in cui la famiglia si ritrova insieme accettando di essere dei mostri.
Visitor Q non è un film per tutti, e questo è il suo pregio più grande. È un’esperienza per stomaci d'acciaio e per cinefili che apprezzano il cinema estremo. Se cercate il politicamente corretto, restate lontani. Se cercate un cinema che non ha paura di essere sgradevole, ironico e profondamente deviante, allora siete nel posto giusto. Ma non dite che non vi avevo avvertito.
Film
Daddy's Head - Il volto del male
di Benjamin Barfoot
Approcciandomi a questo film non avevo grandi aspettative. Mi aspettavo il classico horror di intrattenimento a buon mercato, uno di quei titoli che scorrono senza lasciare troppo il segno. Invece mi sono dovuto ricredere.
Approdato da poco nel catalogo Midnight Factory, Daddy's Head - Il volto del male (sì, lo so, il solito sottotitolo italiano un po’ imbarazzante), seconda opera del regista inglese Benjamin Barfoot, è in realtà un horror psicologico e introspettivo che usa il genere per parlare di noi, e di come affrontiamo l’elaborazione del lutto.
Isaac è un ragazzino che, dopo aver perso la madre, si ritrova improvvisamente senza il padre, morto in un incidente stradale. In una villa isolata tra i boschi della campagna inglese rimane solo con Laura (Julia Brown), la compagna del padre, una donna che non ha mai desiderato diventare madre e che ora si trova a fare i conti con un lutto che non sa come gestire e con un bambino che non sa come amare.
I due si aggirano per quella casa silenziosa come naufraghi su isole separate. Lei annaspa tra l’alcol e la disperazione, lui si rifugia nei videogiochi e nel dolore.
Ma nel fitto del bosco che circonda la casa qualcosa si muove. Una figura grottesca, con il volto deforme del padre defunto, inizia a manifestarsi a Isaac. Laura è convinta che sia un animale, o peggio, un’allucinazione generata dal lutto. Isaac, invece, non vuole smettere di credere che suo padre sia tornato.
Leggendo la trama viene spontaneo pensare a Babadook, ma nelle atmosfere, nella tensione e nel modo in cui l’elaborazione del lutto prende letteralmente corpo, Daddy's Head mi ha ricordato molto più da vicino Men di Alex Garland.
La regia di Benjamin Barfoot è elegante. Non ha fretta. Usa campi lunghi per sottolineare l’isolamento, carrellate lente che rendono i corridoi della casa ostili e primi piani che catturano le emozioni dei protagonisti.
Certo, chi è abituato a ritmi più frenetici potrebbe trovare questo film lento. Allo stesso modo, chi pretende una spiegazione a tutti i costi potrebbe percepirlo come troppo criptico. In realtà, analizzando Daddy's Head si possono formulare almeno due interpretazioni. Da un lato, la creatura può essere letta come la manifestazione simbolica del dolore, il lutto che prende corpo e diventa mostro perché il bambino non ha altri strumenti per elaborarlo. Dall’altro, per chi preferisce una lettura più vicina alla fantascienza, gli indizi disseminati all’inizio - quelle strane luci nel bosco, quell’incendio che sa di schianto, quello scheletro nel finale - sembrano suggerire la presenza di un parassita emotivo. Un mutaforma alieno che si nutre del dolore di un bambino e lo usa come leva per manipolarlo.
Al di là della creatura, al di là del mistero - io da appassionato di Lynch, posso dire che il cinema non è obbligato sempre a spiegare tutto. Anzi, quando spiega tutto, spesso mi annoia - Daddy's Head è sopratutto la storia di un bambino che deve elaborare il trauma della perdita dei genitori e crescere velocemente, e quella di una donna che deve decidere se diventare madre "per forza", accettando l’eredità di un uomo che non c'è più, o fuggire da quell'orrore.
Daddy's Head non è solo un horror sulla paura, ma un viaggio nel modo in cui metabolizziamo la perdita. Io, da amante degli horror psicologici e introspettivi, l’ho trovato molto interessante. Chi preferisce film più movimentati, probabilmente dovrebbe astenersi.
Sirāt
di Oliver Laxe
Alcuni film andrebbero visti necessariamente al cinema, magari in una sala con un impianto audio capace di farti vibrare le ossa. Sirāt di Oliver Laxe è esattamente uno di questi. Peccato davvero averlo perso sul grande schermo. Ora è disponibile su Mubi, ma resta la sensazione di non averlo vissuto nel modo in cui avrebbe meritato.
Vincitore del Premio della Giuria al 78° Festival di Cannes, ex aequo, l’ultima fatica del regista franco-spagnolo non è semplicemente un film. È piuttosto un’esperienza sensoriale che ti trascina nel cuore del Marocco più profondo e non ti lascia più andare.
Io Oliver Laxe non lo conoscevo. Questo è il suo terzo lungometraggio. Nato in Francia ma cresciuto in Spagna, il regista si è convertito all’Islam, un dettaglio che aiuta a comprendere meglio anche il titolo del film. Sirāt, nella tradizione islamica, significa letteralmente "cammino", ma indica soprattutto il ponte sospeso sopra l'Inferno che ogni musulmano dovrà attraversare dopo la morte, per raggiungere la vita eterna oppure precipitare nella dannazione.
Luis (Sergi López) è un uomo di mezza età che, insieme al figlio adolescente Esteban, è alla ricerca di Mar, la figlia scomparsa mesi prima durante uno dei tanti rave nel deserto marocchino. Luis non si rassegna e da cinque mesi, con il figlio e la fedele cagnolina, gira di rave in rave distribuendo fotografie e chiedendo in giro, nella speranza che qualcuno abbia visto la ragazza. Quando l’esercito irrompe in uno di questi raduni disperdendo la folla nel nulla polveroso del deserto, Luis ed Esteban si aggregano a un gruppo di giovani ravers diretti verso un ultimo rave più a sud, in Mauritania.
Dimenticate la trama. Quello che potrebbe sembrare un road movie familiare con venature poliziesche si trasforma progressivamente in un viaggio nel Sahara dove l’eco dei bassi rimbomba tra le dune. Un viaggio lisergico e ipnotico verso l’ignoto, in cui la ricerca di una persona finisce per diventare la ricerca di un senso. Chi si aspetta una narrazione lineare rimarrà probabilmente spiazzato.
Sirāt è prima di tutto un viaggio sensoriale.
Visivamente il film offre paesaggi naturali impressionanti, magnificamente ripresi grazie alla fotografia di Mauro Herce, che cattura un Marocco sospeso tra il sublime e il minaccioso. Le tonalità arancio e ocra dominano l’immagine, gli orizzonti sembrano sconfinati, e la macchina da presa alterna vasti paesaggi aridi a dettagli minuscoli, quasi inghiottiti dall’immensità del deserto.
Se l’immagine è il corpo del film, il suono ne è l’anima pulsante.
La musica techno e industriale di Kangding Ray entra nelle ossa come la sabbia entra nei vestiti. Non è soltanto una colonna sonora ma il cuore del film. I bassi pulsano come battiti cardiaci accelerati, i ritmi diventano ipnotici e a un certo punto smetti di essere uno spettatore per ritrovarti immerso in una sorta di esperienza quasi mistica. In questo Laxe compie quasi un piccolo miracolo. Trasforma il rave, spesso liquidato come uno sballo collettivo fine a sé stesso, in una sorta di rito spirituale. Un cerimonia contemporanea dove l’abbandono dei sensi diventa il modo per ritrovarli.
Ma non c’è solo la musica. C'è il suono del vento del deserto, i motori dei camion che cigolano mentre attraversano dune e rocce. Un sound-design capace di creare un tappeto sonoro ruvido e avvolgente.
Sergi López porta sullo schermo un padre consumato e ostinato. Nel suo viaggio si ritrova a confrontarsi con un mondo lontanissimo dal suo, quello dei ravers. Corpi nomadi, punkabbestia del deserto che ballano allucinati in una sorta di danza tribale precaria sotto il cielo africano. È interessante che i cinque ravers che accompagnano il protagonista siano tutti attori non professionisti. Veri ravers che interpretano se stessi con i loro nomi, i loro tatuaggi e le loro cicatrici.
Il film di Laxe diventa però crudele esattamente quando meno te lo aspetti. A un certo punto il viaggio di Luis perde di significato, quasi come se trovare la figlia non fosse mai stato davvero il punto. Quando la tragedia diventa straziante, il viaggio diventa una fuga dalla realtà, una forma di espiazione e di superamento del dolore. Sullo sfondo minaccioso di una possibile terza guerra mondiale, il tragitto si trasforma in un percorso simbolico, l’attraversamento di un ponte pieno di insidie verso la salvezza.
Un’opera magnifica e potente, capace di lasciarti addosso un senso di vuoto e pienezza allo stesso tempo. Al momento, per quanto mi riguarda, è il principale candidato a diventare il miglior film del 2026.
Film
Il mostro del pianeta perduto
di Roger Corman
Per molti della mia generazione - quelli della X di X-Men - il primo incontro con il cinema di genere è avvenuto davanti alle tv locali. Era lì che passavano film dai titoli improbabili, vecchie pellicole americane in bianco e nero girate con due spicci e in poco tempo, quelli che oggi chiamiamo B-movie. Tra questi, quasi certamente, c’erano anche i film di Roger Corman, il regista passato alla storia come il Re dei B-Movie.
La sua carriera è una piccola anomalia hollywoodiana. Ha prodotto quasi cinquecento film, ne ha diretti più di cinquanta e, cosa ancora più sorprendente, quasi tutti sono andati in attivo. Con set smontati in quattro e quattr'otto, budget da fare invidia a una recita scolastica e ritmi da catena di montaggio, Corman ha anche contribuito a lanciare le carriere di Coppola, Scorsese, Nicholson, De Niro e Cameron. Tutti devono qualcosa a quest'uomo che girava film in dieci giorni e ci guadagnava pure.
Il mostro del pianeta perduto – titolo originale Day the World Ended, sicuramente più evocativo – è il quarto lungometraggio diretto da Corman e il suo primo tentativo nel genere fantascientifico. Siamo nel 1955, l’America vive immersa nella paranoia nucleare, la Guerra Fredda alimenta incubi atomici e i drive-in hanno fame di mostri. Corman risponde puntuale all’appello.
La storia ci porta all'indomani di una catastrofe nucleare che ha spazzato via la civiltà. In una valle isolata, protetta dalle radiazioni grazie alla conformazione delle rocce (!), un ex capitano della marina e sua figlia hanno costruito un rifugio autosufficiente. La loro solitudine viene interrotta dall’arrivo di altri sopravvissuti. Ci sono un geologo razionale e rassicurante, un gangster violento accompagnato da una ex spogliarellista, e un vecchio cercatore d’oro con il suo inseparabile asino. Mentre le tensioni tra i superstiti crescono e le provviste diminuiscono, tra le rocce della valle si aggira un mostro mutante con tre occhi e delle corna.
Girato in poco più di una settimana con un budget ridottissimo, il film è il classico B-movie da drive-in degli anni cinquanta. La sceneggiatura è elementare, i dialoghi spesso involontariamente comici e i personaggi tratteggiati con l’accetta. C'è il cattivo, la giovane innocente, la donna disillusa, lo scienziato che dispensa spiegazioni pseudo-scientifiche e il vecchio con l’asino che sembra arrivato da un altro film per errore.
Ma il vero protagonista, quello che resta impresso nella memoria (anche se per i motivi sbagliati) è il mostro. Creato da Paul Blaisdell, la creatura è uno degli esempi più memorabili di quanto potesse essere ingenuo il design dell'epoca quando i soldi finivano prima ancora di comprare la colla. Con i suoi tre occhi, le corna e una mobilità che ricorda un sacco di patate, il mutante atomico non incute timore, ma una sorta di tenerezza cinematografica.
Dimostrando di non essere del tutto sprovveduto, Corman ha l'accortezza di tenerlo fuori campo per buona parte del film. Una scelta probabilmente dettata dal budget, ma che riesce comunque a creare un minimo di tensione. Il problema nasce quando la creatura appare davvero e ciò che era rimasto nell'immaginazione diventa oggetto di ilarità involontaria.
Il mostro del pianeta perduto è uno di quei film da recuperare più per curiosità storica che per reale valore. Negli anni successivi Corman dimostrerà con il ciclo di Poe e Vincent Price che si può fare grande cinema di genere anche con pochi mezzi. Qui siamo ancora nel territorio degli esperimenti, tra cartone, entusiasmo e tanta buona volontà. Un piccolo reperto di un'epoca ormai scomparsa, da riscoprire con ironia e con un pizzico di nostalgia per i mostri cinematografici più ridicoli.
Film
Batman (1989)
di Tim Burton
Quando ho visto per la prima volta al cinema Batman di Tim Burton avevo gli occhi lucidi. Da appassionato di comics americani e amante del Cavaliere Oscuro, per me era un vero e proprio sogno che si avverava. All’epoca i cinecomics, come sarebbero stati chiamati negli anni duemila, non erano affatto popolari. A dirla tutta, a parte il Superman interpretato da Christopher Reeve, i film sui supereroi praticamente non esistevano. Batman, poi, nell’immaginario collettivo era ancora quello della serie televisiva degli anni sessanta, quel Batman pop, sgargiante e volutamente kitsch, lontanissimo dalle atmosfere cupe e dal personaggio tormentato che Frank Miller e Alan Moore stavano ridefinendo nei loro capolavori come Il ritorno del Cavaliere Oscuro, Year One o The Killing Joke.
Alla fine degli anni ottanta la Warner Bros decise che era arrivato il momento di portare Batman al cinema. Il progetto venne affidato a un giovane Tim Burton, fresco del successo di Beetlejuice, che con la sua estetica gotica e visionaria sembrava perfetto per il personaggio. Mai scelta fu più azzeccata.
A Gotham City, metropoli soffocata dal crimine e dalla corruzione, inizia a circolare la leggenda di Batman, un enorme pipistrello antropomorfo che terrorizza i malviventi. Dietro la maschera si nasconde Bruce Wayne (Michael Keaton), miliardario tormentato dal trauma infantile della perdita dei genitori, impegnato in una crociata solitaria contro la malavita.
Quando Batman si scontra con Jack Napier (Jack Nicholson), un gangster tradito dal suo stesso boss e precipitato in una vasca di rifiuti chimici, nasce il Joker, un folle omicida dal volto deformato in un ghigno permanente, pelle bianca e capelli verdi, con un gusto perverso per l’estetica e la teatralità della morte. Intanto la fotoreporter Vicki Vale (Kim Basinger) cerca di scoprire la verità sull’uomo pipistrello, mentre Gotham diventa il palcoscenico di uno scontro tra due maschere opposte, due nemici che finiscono per rispecchiarsi l’uno nell’altro in modo inquietante.
Il Batman di Tim Burton è, in un certo senso, il padre putativo di tutti i cinecomics moderni. Un film che ha aperto la strada a tutto ciò che sarebbe venuto dopo. È un noir travestito da blockbuster, una ballata gotica che vive soprattutto di immagini e atmosfera. Burton, insieme allo scenografo Anton Furst (premio Oscar nel 1990), costruisce una Gotham City straordinaria, un incrocio tra modernismo espressionista e architettura gotica, una città sospesa tra gli anni cinquanta americani e un futuro distopico. È la Gotham che ogni lettore di fumetti aveva immaginato almeno una volta. In questo scenario prendono vita l’iconico costume di Batman, la Batmobile - ancora oggi una delle più belle mai apparse sullo schermo - i gadget, il simbolo del pipistrello. Dal punto di vista estetico e scenografico tutto funziona a meraviglia.
E poi c’è lui. Jack Nicholson.
Qualsiasi discorso su questo film deve fare i conti con il fatto che il suo Joker finisce quasi per cannibalizzare la scena, mettendo in secondo piano lo stesso protagonista. Non per colpa di Keaton, che nonostante le polemiche iniziali sulla sua scelta di casting è bravo e convincente, regalando un Bruce Wayne elegantemente tormentato. Il problema, se così si può chiamare, è che Nicholson è un uragano. Il suo Joker è un clown diabolico che fa ridere e inquieta allo stesso tempo, una celebrazione della follia creativa contro l’ordine ossessivo di Wayne. Probabilmente uno dei migliori Joker della storia del cinema. Le interpretazioni successive, per quanto eccellenti a modo loro, non sono riuscite a scalfire davvero l’impatto di quella performance.
Kim Basinger è bella e affascinante e fa quello che deve fare senza infamia e senza lode. La storia d’amore con Bruce Wayne rimane più funzionale che davvero appassionante, e anche alcuni passaggi della sceneggiatura non sono sempre centrati. Sono però difetti che il film porta con una certa eleganza.
Le musiche orchestrali di Danny Elfman sono semplicemente magnifiche, mentre le canzoni di Prince non mi hanno mai convinto. Le ho sempre trovate un po' fuori posto rispetto all’atmosfera dark del film.
Il successo fu clamoroso e diede vita a un’ondata di seguiti, merchandising e a una delle serie animate più amate di sempre. Burton creò un immaginario così potente e riconoscibile da influenzare ogni versione di Batman venuta dopo. Nolan ha costruito il suo universo proprio in contrapposizione a questa estetica, eppure senza questa pietra miliare probabilmente non avrebbe avuto nulla da cui prendere le distanze.
Thelma
di Joachim Trier
Nel prologo, nei primissimi minuti di Thelma, vediamo un padre puntare il fucile verso sua figlia durante una battuta di caccia nel bosco innevato. La bambina non lo vede, fissa ignara la preda davanti a sé. Lui esita. Abbassa l’arma. Nessuna spiegazione, nessun dialogo. Eppure in quella scena silenziosa, in quei pochi secondi, è racchiusa tutta la forza emotiva del film.
Thelma, diretto da Joachim Trier - danese di nascita ma norvegese d’adozione - è un film difficile da incasellare. Thriller psicologico, dramma di formazione, storia d’amore, a tratti persino horror. Un po' tutto questo, con la grazia di non essere mai completamente niente di tutto ciò. Non a caso nel 2017 è stato scelto per rappresentare la Norvegia agli oscar come miglior film in lingua straniera.
La protagonista, Thelma (Eili Harboe), è una ragazza timida e profondamente segnata da un'educazione religiosa rigida e castrante. Cresciuta in una famiglia cattolica nella provincia norvegese, quando si trasferisce a Oslo per frequentare l’università si trova per la prima volta sola, fuori dal perimetro di controllo dei genitori, esposta al mondo con tutta la sua fragilità. È l’inizio classico di un racconto di formazione. Il primo appartamento, la solitudine della grande città, il tentativo impacciato di integrarsi.
Ma per Thelma il passaggio all’età adulta non riguarda solo esami o nuove amicizie. All’università incontra Anja (Okay Kaya), una compagna di studi brillante e disinvolta che provoca in lei un’attrazione improvvisa e potentissima, qualcosa che non aveva mai sperimentato prima. Ed è proprio nel momento in cui cerca di reprimere ciò che prova che iniziano le crisi. Convulsioni improvvise, apparentemente epilettiche. Poi fenomeni inspiegabili. Qualcosa dentro di lei si sta risvegliando.
Sarebbe fin troppo facile liquidare il film di Trier come una versione scandinava della Carrie di De Palma. Una ragazza repressa, una famiglia soffocante, poteri soprannaturali che esplodono nel momento sbagliato. Il debito artistico esiste ed è evidente, ma Thelma percorre sentieri molto più intimi.
Da vecchio appassionato di fumetti, mi è venuto spontaneo paragonarlo a una versione autoriale di un film su un mutante della Marvel. Una ragazza che scopre i propri poteri in concomitanza con il risveglio della sua sessualità, che non li controlla, che ne ha paura, che li vive come maledizione prima ancora che come dono. È esattamente la parabola di Rogue, raccontata però con la sensibilità di Bergman invece che con quella di Chris Claremont.
Nonostante l’elemento soprannaturale, Thelma resta soprattutto un dramma psicologico sulla rimozione del senso di colpa, sulla repressione esercitata da una famiglia bigotta e sulla scoperta di sé attraverso il corpo e il desiderio. È proprio il risveglio della sessualità - nello specifico dell'omosessualità - a far riemergere i poteri della protagonista, come se il corpo avesse deciso di ribellarsi a una vita di silenzi e divieti. Più cerca di soffocare ciò che prova, più la realtà intorno a lei sembra incrinarsi.
Man mano che la storia procede emergono anche ombre del passato. Thelma non è l’unica donna della famiglia ad aver manifestato questi poteri e soprattutto affiora un evento traumatico che ha segnato in modo irreparabile il rapporto con i suoi genitori.
La regia di Trier è semplicemente elegante. Le atmosfere rarefatte della Norvegia - i laghi ghiacciati, i boschi silenziosi, gli spazi urbani di Oslo - sono fotografate con una bellezza quasi eterea che contrasta, in modo affascinante, con il tumulto emotivo della protagonista. Campi lunghi dall’alto, inquadrature sospese, simmetrie geometriche. Ogni scelta formale sembra avere un peso preciso nella costruzione del racconto. La scena ambientata a teatro, con i corpi di Thelma e Anja che si sfiorano, ha davvero una tensione erotica coinvolgente. Merito anche della giovane Eili Harboe, bravissima nel trasmettere insieme la fragilità e la dolcezza adolescenziale della protagonista e la sua improvvisa, travolgente carica emotiva.
Il film parte piano, quasi in punta di piedi, per poi crescere lentamente in un crescendo di tensione che finisce per incollare allo schermo. Nonostante l’ambientazione gelida e le atmosfere sospese, la pellicola di Trier riesce a essere sorprendentemente calda, sensuale, attraversata da emozioni contrastanti.
Il finale, volutamente ambiguo, potrebbe lasciare insoddisfatto chi cerca spiegazioni nette. Ma è una scelta coerente con lo spirito del film. Thelma non è interessato a spiegare tutto. È interessato a far sentire. E in questo, secondo me, riesce benissimo.
A me è piaciuto molto. Un viaggio emozionante che ricorda come, a volte, per trovare se stessi sia necessario dare fuoco a tutto ciò che ci è stato insegnato.
Film
Whistle - Il richiamo della morte
di Corin Hardy
Whistle - con il solito titolo italiano pensato per identificare subito il genere - è un film horror diretto da Corin Hardy, regista britannico noto per The Hallow e The Nun.
Trama. Un gruppo di adolescenti liceali trova un antico fischietto Maya. Non è un gadget da arbitro distratto, ma un oggetto maledetto che, se viene suonato, evoca nientemeno che la propria morte futura.
Whistle è un teen horror derivativo. Non nel senso in cui lo sono un po' tutti i film - alla fine ogni storia prende in prestito qualcosa - ma nel senso che qui ci si limita a combinare ingredienti altrui senza aggiungere nulla di proprio. I primi titoli che vengono in mente sono Final Destination e Talk to Me, ma potrei citarne decine e decine.
I protagonisti sono quelli che abbiamo già visto mille volte. La ragazza alternativa con il passato difficile, la bionda popolare, il nerd appassionato di fumetti, i bulli con le giacchette da baseball. Insomma il festival dei cliché.
Se la caratterizzazione dei personaggi è quella che è, la sceneggiatura non fa nulla per risollevare le sorti. Anzi, forse è proprio lì che si consuma il vero disastro. Il film si trascina tra dialoghi piatti e situazioni ampiamente prevedibili, mentre le stesse regole della maledizione restano volutamente vaghe. Non per creare mistero, ma perché sembra che nemmeno chi ha scritto il film avesse le idee molto chiare.
Anche la regia di Hardy, tolte alcune inquadrature della fabbrica industriale in lontananza e la sequenza del festival con il labirinto, resta piuttosto piatta e prevedibile. Non c'è una vera costruzione della tensione.
Nemmeno le morti riescono a convincere. Alcune sono spettacolari, ma la CGI piuttosto discutibile finisce per trasformare l'orrore in qualcosa di involontariamente videoludico.
In definitiva Whistle è un film, magari pure scorrevole, ma terribilmente ordinario, di quelli che si guardano su una piattaforma streaming quando non si sa cosa vedere e si finisce per guardare qualunque cosa.
Film
La figlia di Dracula
di Lambert Hillyer
Visto il grande successo ottenuto con La moglie di Frankenstein, la Universal nel 1936 decise che era arrivato il momento di dare una discendenza ufficiale al Conte più famoso della storia del cinema. Nacque così La figlia di Dracula. Diretto da Lambert Hillyer, il film è il sequel diretto di Dracula, il capolavoro di Tod Browning, riprendendo la narrazione esattamente dove l'avevamo lasciata.
Il professor Von Helsing (Edward Van Sloan) viene arrestato dalla polizia londinese con l'accusa di omicidio, dopo essere stato trovato accanto al cadavere impalato di un nobile transilvano. Nessuno, ovviamente, gli crede quando parla di vampiri.
Nel frattempo a Londra arriva la misteriosa Contessa Marya Zaleska (Gloria Holden), accompagnata dal sinistro servitore Sandor (Irving Pichel). La donna è la figlia del Conte Dracula e porta sulle spalle l'eredità della maledizione vampirica. Il suo primo gesto è recuperare il corpo del padre e bruciarlo nella speranza che possa liberarla dalla maledizione del sangue. Purtroppo il rituale non sembra funzionare. La sua non è una brama di potere, ma un disperato desiderio di normalità. Convinta che il vampirismo sia una forma di disturbo psichico, si rivolge al dottor Jeffrey Garth (Otto Kruger), che nel frattempo sta cercando anche di dimostrare l'innocenza di Von Helsing. Garth si ritrova così invischiato in una vicenda sempre più oscura, tra cadaveri che iniziano a comparire nelle strade di Londra e una paziente che, nel vero senso della parola, è letale.
La figlia di Dracula non è un capolavoro, e non ha alcuna intenzione di esserlo. La trama è piuttosto esile e la tensione viene spesso alleggerita da siparietti comici con poliziotti impacciati o dai bisticci romantici tra il dottor Garth e la sua segretaria. Eppure, nonostante queste derive che mitigano l'orrore, il film mantiene una sua dignità e risulta, complice la breve durata, abbastanza gradevole.
Parte del merito va alle scenografie - il castello di Dracula è lo stesso riciclato dal film di Browning - e alle atmosfere nebbiose e e decadenti che deve molto più all'espressionismo tedesco che alla tradizione hollywoodiana.
Ma il vero punto di forza del film è la Contessa Zaleska. Gloria Holden, che da quanto si racconta detestava questo ruolo, la interpreta con un distacco quasi malinconico, come se recitasse controvoglia. Paradossalmente è proprio questa freddezza a funzionare, perché finisce per combaciare perfettamente con il personaggio. Marya è una vampira che non vuole essere una vampira. Guarda i propri impulsi con disgusto e cerca disperatamente una cura per una condizione che considera una malattia da estirpare.
L'aspetto più interessante, però, è che la Contessa Zaleska è anche una vampira lesbica. La scena in cui seduce una giovane modella per placare la sua sete resta uno dei momenti più esplicitamente saffici che il cinema hollywoodiano degli anni trenta riuscì a far passare sotto lo sguardo vigile del Codice Hays. Il tutto inquadrato, naturalmente, come una patologia da guarire - il vampirismo come metafora dell'omosessualità, l'omosessualità come malattia da debellare con l'aiuto di uno psichiatra.
Nel complesso, La figlia di Dracula è un film gradevole, persino più di quanto la sua reputazione di "sequel minore" lasci intendere. Un film che tra una battuta e un bisticcio sentimentale, riesce a sussurrare verità scomode, avvolgendole nel fumo denso di un castello della Transilvania.
Film
Exit 8
di Genki Kawamura
Mi sono visto in "anteprima" Exit 8, film giapponese di Genki Kawamura, scrittore e produttore eclettico che molti conoscono come autore del romanzo Se i gatti scomparissero dal mondo. Presentato all’ultimo Festival di Cannes, il film - in arrivo nelle sale italiane in primavera - è l’adattamento di un videogioco indipendente del 2023 ambientato in un corridoio della metropolitana da cui non si riesce a uscire.
Un uomo senza nome - i titoli lo chiamano semplicemente The Lost Man - si trova all'interno di un vagone della metropolitana quando riceve una telefonata dalla sua ex che gli comunica di essere incinta. Incapace di dargli una risposta e colto dall'ansia della responsabiltà, esce dal vagone dirigendosi verso l’uscita, ma si ritrova intrappolato in un corridoio sotterraneo che si ripete all’infinito. Piastrelle bianche, luci al neon, cartelloni identici, un uomo - il Walking Man - che cammina sempre nella stessa direzione. Sul muro, un cartello con le istruzioni: se noti un’anomalia, torna indietro. Se tutto sembra normale, prosegui. L’obiettivo è raggiungere l’Uscita 8. Ogni errore riporta al punto di partenza.
Il film si articola in tre capitoli, ciascuno focalizzato su un personaggio diverso intrappolato nello stesso labirinto: il protagonista, l'uomo che cammina e un bambino. Tre prospettive, un unico corridoio, un unico vicolo cieco esistenziale.
Adoro i film psicologici a incastro, i puzzle contorti in cui per uscire da uno spazio chiuso devi trovare indizi e capire come procedere per trovare l'uscita. Penso a Cube, a Exam - film dove l’ambiente diventa un avversario e la logica è l’unica arma. E adoro ancora di più i film che abitano nei non-luoghi, gli spazi liminali che smettono di essere di passaggio e diventano trappole spazio temporali.
Exit 8 è tutto questo. E' il nastro di Moebius, rappresentato, peraltro, in uno dei pannelli pubblicitari nella celebre rappresentazione di Escher - un altro tizio che di labirinti impossibili se ne intendeva. Un loop infinito senza né inizio né fine, in cui avanti e indietro sono la stessa cosa.
La prima mezz’ora è eccellente. La lunga soggettiva iniziale, le luci al neon, il corridoio asettico. Tutto contribuisce a creare un senso di straniamento crescente. Guardando il film mi è venuto in mente The Backrooms, quel corto in stile found footage che gira da anni su youtube ambientato in un labirinto infinito di stanze giallastre illuminate da neon ronzanti. Proprio oggi ho scoperto che la A24 sta per distribuire un lungometraggio basato proprio su questo corto. Bene.
Tornando a Exit 8, il film non vive solo dell'espediente labirintico, ma ha un messaggio sociale chiaro già nella scena iniziale. Ci troviamo in un un vagone della metropolitana affollato, tutti chini sullo smartphone, il protagonista che ascolta in cuffia il Bolero di Ravel - che della ripetività ha fatto la propria ragione d'essere - mentre una madre con un neonato che piange in braccio viene aggredita verbalmente da un passeggero sotto gli occhi indifferenti di chiunque. Nessuno interviene. Nessuno alza lo sguardo.
In questo senso il loop del corridoio rappresenta una metafora dell'alienazione e l'isolamento, dell'incapacità di assumersi responsabilità, di cogliere le "anomalie" nella ripetitività della nostra vita quotidiana.
Non è un film perfetto. Nel secondo atto perde un po’ di slancio e la ripetizione, inevitabilmente, si fa sentire, anche se le anomalie aumentano - coraggiosa la citazione esplicita di Shining di Stanley Kubrick. La sottotrama sentimentale smorza leggermente la tensione, ma è funzionale alla storia con il bambino.
Paradossalmente, il capitolo più interessante è quello del Walking Man. È l’uomo che ignora i segnali, che sceglie di non vedere e finisce per diventare parte dell'ingranaggio, un fantasma che cammina in eterno. Quando si ferma e sorride, trasformandosi lui stesso in anomalia, ho fatto un salto e mi è venuto in mente Smile. Sarà che a me i ghigni e sorrisi fuori posto, da vecchio lettore di fumetti, mi inquietano parecchio.
In definitiva, Exit 8 è un film interessante che merita la visione, soprattutto se amate il cinema di confinamento e l'horror che lavora sulla paranoia più che sul sangue e gli effetti speciali.
Film
H.P. Lovecraft - Dagon e altri racconti brevi
Sergio Vanello
Fin da adolescente ho sempre avuto un debole per H.P. Lovecraft.
Ogni volta che esce un’edizione particolare, un volume accattivante, sento l’irrefrenabile bisogno di aggiungerlo alla mia libreria. Per fortuna, più che altro per le mie tasche, non sono un collezionista compulsivo. Però sì, uno scaffale intero dedicato a Lovecraft ce l'ho.
Il suo immaginario ha contaminato letteratura, cinema, videogiochi e, naturalmente, anche il fumetto. Non stupisce quindi che nel 2025, per la collana horror della Edizioni NPE, sia arrivato in libreria H.P. Lovecraft – Dagon e altri racconti brevi, in cui Sergio Vanello rielabora otto storie del solitario di Providence con uno sguardo personale e pittorico.
Si passa dall’orrore marino e viscerale di Dagon, con quel naufrago alla deriva che approda su una terra melmosa abitata da qualcosa di antico e innominabile, alle atmosfere sospese e quasi fiabesche di Celephaïs. Dalle geometrie impossibili di Dall’altrove alla desolazione ancestrale de La città senza nome. E poi ancora il delirio di Hypnos, il grottesco nero di Nella cripta, la contaminazione silenziosa de Il colore venuto dallo spazio e l’incubo domestico de I sogni nella casa stregata. Otto frammenti di abisso, concentrati in poche pagine ciascuno.
Vanello, che è pittore oltre che fumettista, alterna tavole in bianco e nero a china a interventi ad acquerello, scegliendo di volta in volta il registro visivo più adatto al racconto. Il risultato è un volume graficamente vario, mai monotono, che cerca per ogni storia una propria identità. I racconti sono brevissimi, sette o otto pagine al massimo, e come ricorda Paolo Di Orazio nella prefazione, richiamano alla mente i vecchi fumetti horror americani degli anni cinquanta, quelli della EC Comics o della Warren, per intenderci.
A mio parere l’anima del progetto avrebbe respirato meglio in un’edizione più popolare, magari brossurata, più economica, capace di evocare quelle riviste antologiche da edicola. Ma il fumetto popolare, ormai, è quasi un ricordo e come sappiamo il mercato si è spostato verso la graphic novel da libreria.
In conclusione, non è il miglior adattamento lovecraftiano che mi sia capitato tra le mani, ma è un modo piacevole per rileggere otto storie realizzate attraverso uno sguardo artistico coerente e personale.
Fumetti