La congiura degli innocenti
di Alfred Hitchcock
La congiura degli innocenti, titolo italiano di The Trouble with Harry, è un film del 1955 diretto da Alfred Hitchcock. Non l'avevo mai visto e, sinceramente, mi aspettavo tutt’altro. Invece mi sono ritrovato davanti a una piccola commedia nera, macabra e deliziosamente assurda, costruita attorno a un gruppo di persone che non sa bene cosa fare con il cadavere di un uomo.
In un bosco del Vermont viene ritrovato il corpo di Harry Worp. Il capitano Albert Wiles (Edmund Gwenn) è convinto di averlo ucciso accidentalmente durante una battuta di caccia, ma poco dopo emerge che anche Jennifer Rogers (Shirley MacLaine), moglie del defunto, potrebbe avere qualche responsabilità. Intorno al morto cominciano così a gravitare il pittore Sam Marlowe (John Forsythe), la signora Gravely (Mildred Natwick) e altri abitanti del piccolo paese. Il problema è che nessuno sembra particolarmente sconvolto. Harry viene seppellito, dissotterrato, spostato, nascosto e nuovamente recuperato con la stessa naturalezza con cui si potrebbe decidere dove mettere un vecchio mobile.
Ed è proprio questo il meccanismo comico del film. C’è un cadavere in mezzo al bosco, forse un assassino, forse più di uno, e intanto si parla d’amore, si prendono caffè, si vendono quadri, si corteggiano signore. Harry finisce per diventare più un fastidio che un morto vero e proprio. Un ingombro di cui liberarsi, possibilmente senza complicarsi troppo la giornata.
Ho trovato La congiura degli innocenti un piccolo gioiello di umorismo e ironia, con quella comicità asciutta e impassibile molto britannica in cui le situazioni più assurde vengono affrontate con assoluta serietà. Certo, ogni tanto il ritmo rallenta e la gag del cadavere spostato avanti e indietro viene spremuta parecchio, ma personalmente il film nel complesso mi è piaciuto.
Anche perché visivamente è una meraviglia. La fotografia di Robert Burks è spettacolare e le sequenze ambientate nella campagna autunnale del New England sembrano letteralmente dei quadri. Foglie rosse e arancioni, prati, boschi, luce morbida. Hitchcock voleva proprio questo contrasto tra la bellezza rassicurante della natura e un cadavere abbandonato in mezzo alle foglie, e funziona magnificamente. Harry, disteso nel bosco con le scarpe rosse bene in vista, prima che il vagabondo gliele rubi, e poi con quei calzini colorati, finisce quasi per sembrare parte della composizione.
Da segnalare anche il debutto cinematografico di Shirley MacLaine, appena ventunenne, già irresistibile con quel suo essere ingenua, ironica e un po' stralunata, e la prima collaborazione tra Hitchcock e Bernard Herrmann, destinata a produrre alcune delle colonne sonore più celebri della storia del cinema.
All'epoca il film non ebbe particolare successo negli Stati Uniti, forse perché il pubblico si aspettava dal Maestro del brivido qualcosa di completamente diverso. In Europa andò meglio e negli anni è stato progressivamente rivalutato. Comprensibile. È uno degli Hitchcock più strani, leggeri e fuori dagli schemi.
Una commedia nera, leggera e divertente. Non sarà uno dei suoi capolavori, ma si lascia vedere con piacere.
Film
Lolita
Vladimir Nabokov
Lolita è uno di quei libri che arrivano preceduti dalla propria fama.
Praticamente tutti conoscono il titolo, molti sanno più o meno di cosa parla, alcuni hanno visto il film di Kubrick o quello più recente di Adrian Lyne, e qualcun altro, a quanto pare, prende certe letture come una specie di confessione personale. Una tipa, sapendo che stavo leggendo Lolita, mi ha chiesto se mi piacessero le ragazzine. Che è un po' come chiedere a chi legge libri sui serial killer se tiene pezzi di cadavere nel frigorifero.
Pubblicato per la prima volta nel 1955 dopo essere stato rifiutato da diversi editori americani per il contenuto considerato scandaloso, Lolita è probabilmente il romanzo più celebre di Vladimir Nabokov e uno dei libri più discussi del novecento. Il paradosso è che il termine "lolita" è ormai entrato nel linguaggio comune per indicare una ragazzina provocante, precoce e consapevolmente seduttiva, finendo però per ridurre il romanzo allo sguardo del suo protagonista.
Humbert Humbert è un uomo colto, raffinato, ironico e ossessionato dalle ragazzine che lui definisce "ninfette". Arrivato negli Stati Uniti, prende una stanza in affitto a casa di Charlotte Haze e conosce sua figlia Dolores, dodicenne della quale si invaghisce immediatamente. Quando capisce che sposare la madre potrebbe permettergli di restare vicino alla ragazza, accetta il matrimonio senza amarla. Dopo la morte improvvisa di Charlotte, Humbert diventa il tutore di Dolores e parte con lei per un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, trascinandola da un motel all’altro dentro quella che lui continua ostinatamente a raccontare come una grande, tragica storia d'amore.
Humbert è il narratore e quindi tutta la storia viene descritta dal suo punto di vista. Sa perfettamente che ciò che racconta è mostruoso e passa centinaia di pagine cercando di trasformarlo in qualcos’altro. Seduce il lettore esattamente come tenta di sedurre chiunque gli stia intorno, utilizzando l’intelligenza, l’ironia, la cultura e soprattutto una capacità linguistica fuori dal comune.
La scrittura di Nabokov è ricchissima, piena di giochi di parole, rimandi letterari, doppi sensi e invenzioni linguistiche. Humbert riesce a trasformare anche le situazioni più sordide in qualcosa di elegante. E va detto che, nonostante la fama scandalosa del romanzo, gli atti sessuali tra Humbert e Dolores non vengono mai realmente descritti. Nabokov allude, lascia fuori campo, fa capire perfettamente cosa accade senza soffermarsi sui dettagli. Il risultato, ovviamente, non è meno disturbante, perché, dietro tutta questa superficie estetica, rimane sempre un uomo che sta abusando sessualmente e psicologicamente di una ragazzina. È come se Nabokov, attraverso la voce di Humbert, non manipolasse soltanto Dolores, ma cercasse di manipolare anche noi.
Il suo racconto è pieno di attenuanti, giustificazioni e distorsioni. Dolores diventa "Lolita", una bambina trasformata nel personaggio erotico di cui lui ha bisogno. Ma Dolores non è una seduttrice, è una bambina traumatizzata a cui è stata rubata l'infanzia. Dietro la maschera che Humbert le ha cucito addosso, ogni tanto la sua voce emerge tra le pieghe del testo. Piange, vorrebbe tornare a scuola, avere delle amicizie ma quello che è diventato il padre/amante controlla ogni aspetto della sua esistenza.
Il problema è che Dolores non possiede quasi mai una vera voce. La conosciamo sempre filtrata dallo sguardo di Humbert, e questo rende la lettura ancora più inquietante. È descritta come una adolescente provocante, maliziosa, consapevolmente seduttiva. Ma questo è il ritratto che fa il carnefice della sua vittima, quasi a giustificare in parte le sue colpe.
La cosa forse più assurda è che, nel corso dei decenni, la cultura pop abbia finito per credere proprio alla versione di Humbert. "Lolita" è diventata sinonimo di ragazzina sensuale che provoca l’uomo adulto, con tutto un immaginario fatto di lecca-lecca, occhiali a cuore, uniformi scolastiche e pose maliziose. In pratica il narratore è riuscito a convincere non soltanto se stesso, ma buona parte della cultura occidentale, che quella bambina fosse davvero la seduttrice della storia.
Detto questo, Lolita non è sempre una lettura semplice. Nabokov è talmente innamorato del linguaggio che in alcuni momenti il virtuosismo rischia di diventare compiacimento. Humbert parla tantissimo, divaga, gioca con le parole, ritorna continuamente sui propri pensieri. La parte centrale del viaggio, in particolare, l'ho trovata abbastanza dilatata e faticosa.
Nonostante siano passati settant'anni, Lolita rimane ancora oggi un romanzo molto attuale, capace di cambiare a seconda dell’epoca in cui viene letto. Quello che un tempo poteva essere interpretato come il racconto scandaloso di una passione proibita, oggi appare molto più chiaramente come la storia di un pedofilo che controlla, manipola e abusa di una ragazzina, tentando disperatamente di trasformare tutto questo in una storia d'amore.
Molto interessante anche la postfazione dell'autore, che aiuta a scrollarsi di dosso alcuni dei pregiudizi legati all'opera.
Libri
Caccia al ladro
di Alfred Hitchcock
Nel 1955, reduce dal successo de La finestra sul cortile, Alfred Hitchcock porta sullo schermo Caccia al ladro, adattamento del romanzo omonimo di David Dodge pubblicato tre anni prima. Girato utilizzando il sontuoso formato panoramico VistaVision e impreziosito da una fotografia in Technicolor premiata con l'Oscar, il film si presenta fin dai primi fotogrammi come un manifesto del cinema hollywoodiano più sfarzoso e patinato, ambientato nella bella e lussuosa Costa Azzurra. Più che un thriller vero e proprio, è una commedia brillante con protagonisti Cary Grant e Grace Kelly che si muovono dentro un mondo da cartolina per milionari.
La vicenda si sviluppa tra hotel a cinque stelle, ville con vista mare e scogliere mozzafiato della riviera francese. John Robie, detto "il Gatto", è un ex ladro di gioielli ed eroe della Resistenza francese che si è ritirato a vita privata in una splendida villa a Cannes. Quando una serie di furti viene commessa replicando perfettamente il suo vecchio stile, la polizia, ovviamente, sospetta subito di lui. Per dimostrare la propria innocenza, Robie decide allora di individuare il vero ladro prima che il suo passato torni definitivamente a incastrarlo. La sua strada incrocia quella di Frances Stevens, giovane e bellissima ereditiera in vacanza con la madre Jessie, che non impiega molto a intuire la vera identità dell’uomo. Tra i due nasce subito un rapporto fatto di attrazione, sospetto, provocazioni e schermaglie verbali, in un gioco di seduzione ambiguo tra inseguimenti in auto, lussuosi balli in maschera e furti di gioielli.
Non è proprio il mio Hitchcock preferito. Caccia al ladro è un film che sceglie deliberatamente la strada opposta rispetto a quella che il regista aveva battuto con capolavori come La finestra sul cortile o che avrebbe ripreso di lì a poco con La donna che visse due volte. Più che un thriller è una commedia elegante travestita da giallo la cui storia sembra solo un pretesto per mettere in scena i due divi in una Costa Azzurra da cartolina. La forza del film, infatti, non sta tanto nel mistero o nello scoprire chi sia il vero colpevole - pure abbastanza intuibile, a dire il vero - quanto nella tensione erotica tra Cary Grant e Grace Kelly. Il loro corteggiamento è una partita a scacchi giocata a colpi di sguardi, battute taglienti e provocazioni. Cary Grant è perfetto nel ruolo dell’ex ladro elegante, sornione, ironico, apparentemente distaccato, mentre Grace Kelly ha una bellezza quasi irreale, elegante, glaciale ma al tempo stesso fortemente sensuale. L'attrice proprio durante le riprese di questo film fece la conoscenza del suo futuro marito, il principe Ranieri. Fa un certo effetto vederla in questo film guidare su quelle stesse strade dove, molti anni più tardi, avrebbe trovato la morte.
Caccia al ladro è una vacanza di lusso che Hitchcock si concede insieme al pubblico, una commedia sofisticata in cui la Costa Azzurra diventa una specie di paradiso artificiale dove tutti sembrano recitare una parte. I ricchi ostentano gioielli, i ladri si nascondono dietro le buone maniere, gli innocenti non sono mai del tutto innocenti e i colpevoli, quando si muovono abbastanza bene, possono persino risultare affascinanti.
Non è un grande thriller, probabilmente nemmeno un grande Hitchcock. Ma è una commedia gialla elegantissima, sensuale e piena di fascino, dove il vero furto non riguarda i gioielli, ma lo sguardo dello spettatore.
Film
Il mostro del pianeta perduto
di Roger Corman
Per molti della mia generazione - quelli della X di X-Men - il primo incontro con il cinema di genere è avvenuto davanti alle tv locali. Era lì che passavano film dai titoli improbabili, vecchie pellicole americane in bianco e nero girate con due spicci e in poco tempo, quelli che oggi chiamiamo B-movie. Tra questi, quasi certamente, c’erano anche i film di Roger Corman, il regista passato alla storia come il Re dei B-Movie.
La sua carriera è una piccola anomalia hollywoodiana. Ha prodotto quasi cinquecento film, ne ha diretti più di cinquanta e, cosa ancora più sorprendente, quasi tutti sono andati in attivo. Con set smontati in quattro e quattr'otto, budget da fare invidia a una recita scolastica e ritmi da catena di montaggio, Corman ha anche contribuito a lanciare le carriere di Coppola, Scorsese, Nicholson, De Niro e Cameron. Tutti devono qualcosa a quest'uomo che girava film in dieci giorni e ci guadagnava pure.
Il mostro del pianeta perduto – titolo originale Day the World Ended, sicuramente più evocativo – è il quarto lungometraggio diretto da Corman e il suo primo tentativo nel genere fantascientifico. Siamo nel 1955, l’America vive immersa nella paranoia nucleare, la Guerra Fredda alimenta incubi atomici e i drive-in hanno fame di mostri. Corman risponde puntuale all’appello.
La storia ci porta all'indomani di una catastrofe nucleare che ha spazzato via la civiltà. In una valle isolata, protetta dalle radiazioni grazie alla conformazione delle rocce (!), un ex capitano della marina e sua figlia hanno costruito un rifugio autosufficiente. La loro solitudine viene interrotta dall’arrivo di altri sopravvissuti. Ci sono un geologo razionale e rassicurante, un gangster violento accompagnato da una ex spogliarellista, e un vecchio cercatore d’oro con il suo inseparabile asino. Mentre le tensioni tra i superstiti crescono e le provviste diminuiscono, tra le rocce della valle si aggira un mostro mutante con tre occhi e delle corna.
Girato in poco più di una settimana con un budget ridottissimo, il film è il classico B-movie da drive-in degli anni cinquanta. La sceneggiatura è elementare, i dialoghi spesso involontariamente comici e i personaggi tratteggiati con l’accetta. C'è il cattivo, la giovane innocente, la donna disillusa, lo scienziato che dispensa spiegazioni pseudo-scientifiche e il vecchio con l’asino che sembra arrivato da un altro film per errore.
Ma il vero protagonista, quello che resta impresso nella memoria (anche se per i motivi sbagliati) è il mostro. Creato da Paul Blaisdell, la creatura è uno degli esempi più memorabili di quanto potesse essere ingenuo il design dell'epoca quando i soldi finivano prima ancora di comprare la colla. Con i suoi tre occhi, le corna e una mobilità che ricorda un sacco di patate, il mutante atomico non incute timore, ma una sorta di tenerezza cinematografica.
Dimostrando di non essere del tutto sprovveduto, Corman ha l'accortezza di tenerlo fuori campo per buona parte del film. Una scelta probabilmente dettata dal budget, ma che riesce comunque a creare un minimo di tensione. Il problema nasce quando la creatura appare davvero e ciò che era rimasto nell'immaginazione diventa oggetto di ilarità involontaria.
Il mostro del pianeta perduto è uno di quei film da recuperare più per curiosità storica che per reale valore. Negli anni successivi Corman dimostrerà con il ciclo di Poe e Vincent Price che si può fare grande cinema di genere anche con pochi mezzi. Qui siamo ancora nel territorio degli esperimenti, tra cartone, entusiasmo e tanta buona volontà. Un piccolo reperto di un'epoca ormai scomparsa, da riscoprire con ironia e con un pizzico di nostalgia per i mostri cinematografici più ridicoli.
Film