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sabato, 31 gennaio 2026
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The One I Love

di Charlie McDowell

The One I Love, opera d’esordio di Charlie McDowell del 2014, è un film poco noto ma alquanto particolare. In apparenza si presenta come una commedia sentimentale, la storia di una giovane coppia in crisi che, su consiglio del terapeuta, decide di trascorrere un weekend in una villa isolata per provare a rimettere insieme i pezzi del proprio rapporto. Ma se vi aspettate la classica riconciliazione al tramonto, siete decisamente fuori strada. Perché molto presto il film devia verso territori sempre più strani, surreali e inquietanti, al punto che gli stessi protagonisti parlano apertamente di roba da Ai confini della realtà.

Ethan e Sophie, interpretati da Mark Duplass ed Elisabeth Moss, stanno attraversando una fase delicata del loro matrimonio. Lui l’ha tradita e, nonostante abbiano scelto di provarci ancora, la scintilla iniziale sembra essersi spenta, soffocata dalla routine e dalle frustrazioni accumulate. Il terapeuta suggerisce loro una soluzione insolita, un fine settimana in una tenuta isolata e lussuosa, descritta come un luogo quasi magico dove ogni coppia che vi ha soggiornato è tornata “rinata”.
Una volta arrivati, l’atmosfera appare subito idilliaca, finché qualcosa non comincia a incrinarsi. Ethan e Sophie scoprono che nella dependance della villa vivono delle versioni alternative di loro stessi, più premurose, più affascinanti, perfettamente aderenti a ciò che l’altro ha sempre desiderato. Quello che inizia come un’esperienza curiosa e seducente scivola progressivamente in una spirale psicologica sempre più inquieta, dove il confine tra realtà, desiderio e proiezione personale diventa impossibile da controllare.

Con un budget ridotto all’osso, un cast limitato a due attori principali e un’unica location, il film oscilla con naturalezza tra commedia surreale, dramma esistenziale e fantascienza minimale. McDowell usa il fantastico come strumento narrativo per interrogarsi su cosa significhi davvero conoscere qualcuno, e su quanto spesso finiamo per amare non una persona reale, ma l’immagine che ci siamo costruiti di lei.
Duplass e Moss reggono il film quasi interamente sulle loro spalle, sdoppiandosi con grande efficacia. Se Elisabeth Moss restituisce il senso di smarrimento e desiderio del suo personaggio, è Mark Duplass a rubare la scena con una performance davvero notevole.  La sua capacità di rendere immediatamente riconoscibili le due versioni di Ethan, quella autentica, più insicura e goffa, e quella idealizzata, sicura di sé e affascinante, attraverso minimi cambiamenti di postura, sguardo e timbro di voce, è una prova attoriale che merita di essere sottolineata.
Il finale, volutamente ambiguo, potrebbe spiazzare. Non ci sono spiegazioni razionali né risoluzioni rassicuranti. La domanda che il film pone, se sia preferibile vivere con una persona reale, con tutti i suoi difetti, o con un’idea perfetta di persona, resta sospesa, senza una risposta definitiva. E proprio questa sospensione diventa il senso ultimo del film.

Se apprezzate storie che utilizzano il fantastico per raccontare qualcosa di profondamente umano, The One I Love merita senz’altro una possibilità. Nulla di clamoroso, sia chiaro, ma un film capace di intrattenere e far riflettere con naturalezza, affidandosi a idee semplici e a interpretazioni solide, come spesso accade nel cinema indipendente più ispirato.

Film
Drammatico
sentimentale
Fantastico
USA
2014
sabato, 3 gennaio 2026
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Starry Eyes

di Kevin Kölsch, Dennis Widmyer

Hollywood è sempre stata generosa nel produrre storie su se stessa, raccontandosi ora come fabbrica dei sogni, ora come spietata divoratrice di anime. Starry Eyes, opera prima di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer, appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Girato in soli diciotto giorni con un budget ridotto all’osso (il progetto nacque da una campagna di crowdfunding su Kickstarter), il film si inserisce in quella fortunata stagione del cinema horror indipendente americano capace di terrorizzare senza bisogno di effetti speciali o produzioni faraoniche.

Sarah Walker (Alex Essoe) è un’aspirante attrice che affronta la quotidiana frustrazione della Los Angeles cinematografica tra audizioni umilianti, un lavoro da cameriera in un locale di dubbio gusto e un gruppo di "amici" che lei considera presuntuosi e falliti. La svolta arriva con un’audizione per la misteriosa casa di produzione Astraeus Pictures. Non è un provino come gli altri. Non le viene chiesto solo di recitare, ma di esporre la sua parte più nuda, fragile e, infine, mostruosa. Colpiti dalla sua furia autodistruttiva - Sarah, nei momenti di maggiore stress, si lascia andare a gesti autolesionistici strappandosi ciocche di capelli - i selezionatori le offrono l’occasione della vita, il ruolo da protagonista in un film che potrebbe finalmente lanciarla. Il prezzo, naturalmente, è altissimo e non si misura in denaro.

La storia dell’attrice disposta a vendere l’anima per il successo non è certo originale e il percorso di Sarah risulta prevedibile per chi conosce il genere. Starry Eyes non gioca sulla sorpresa, ma sulla costruzione di un clima sempre più soffocante, accompagnando lo spettatore in una discesa lenta e inesorabile. Kölsch e Widmyer rielaborano un immaginario già noto, richiamando il Lynch di Mulholland Drive e il Refn di The Neon Demon nel ritratto di una Hollywood astratta e divoratrice, filtrata attraverso una sensibilità horror. La messa in scena fredda e asettica riflette la progressiva perdita di identità della protagonista, prendendo una deriva polanskiana in cui paranoia e isolamento diventano sempre più palpabili.
Alex Essoe regge sulle spalle l’intera pellicola con una prova intensa e radicale. La sua interpretazione è un omaggio viscerale e quasi fisico alla Isabelle Adjani di Possession. La somiglianza non è solo estetica, ma risiede in una recitazione "di nervi", fatta di urla strozzate, contorsioni e un’intensità corporea che culmina in esplosioni di follia pura. Quando il film decide di premere il pedale sull’acceleratore, ci ritroviamo catapultati in pieno territorio Cronenberg. La metamorfosi di Sarah non è solo metaforica, ma una vera e propria decomposizione fisica, un body horror splatteroso che non risparmia nulla allo spettatore. Il finale diventa una catarsi violenta, una celebrazione del gore che ricorda come nascere "stella" richieda spesso la morte dell’essere umano.

Per gli appassionati del genere, Starry Eyes è un film che merita di essere recuperato. Non tutto funziona alla perfezione, ma la forza visiva e la performance della Essoe lo elevano sopra la media, trasformandolo in un racconto crudele sulla fame di successo, capace di distruggere persone e rapporti fino a cancellare ogni traccia di identità.

Film
Horror
USA
2014
martedì, 12 agosto 2025
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It Follows

di David Robert Mitchell

Senza ombra di dubbio uno dei migliori film horror degli ultimi decenni. 
It Follows, opera seconda di David Robert Mitchell, è un film indipendente americano presentato al Torino Film Festival 2014.

In un suburbio americano sospeso tra gli anni ottanta e un presente indefinito, It Follows racconta la storia di Jay (Maika Monroe), una teenager che, dopo la prima notte d’amore con il nuovo fidanzato, viene narcotizzata e legata. Il ragazzo le rivela di avergli trasferito una sorta di maledizione e che da ora in avanti, sarà perseguitata da un’entità misteriosa che può assumere le sembianze di chiunque, persino di persone a lei care. La creatura avanza lentamente, ma non si ferma mai finché non raggiunge la sua vittima e la uccide. Se Jay dovesse morire, la maledizione tornerebbe alla persona che gliel’ha passata, risalendo a ritroso la catena di chi ne è stato colpito. Solo chi ne è affetto può vedere l’entità, e l’unico modo per liberarsene è avere un rapporto sessuale con qualcun altro, trasferendo così la maledizione come se fosse una malattia invisibile. Aiutata dai suoi amici, Jay dovrà trovare un modo per fermare l’incubo prima che sia troppo tardi.

David Robert Mitchell costruisce un horror elegante e accattivante, che mescola il linguaggio visivo del cinema indipendente con le atmosfere sospese dei grandi classici del genere (Carpenter su tutti). La fotografia di Mike Gioulakis (influenzata dal fotografo contemporaneo Gregory Crewdson) cattura un’america suburbana surreale, desolata e senza tempo, dove ogni strada sembra troppo vuota e ogni casa troppo silenziosa. La regia privilegia campi larghi, movimenti di macchina lenti e carrellate circolari che amplificano l’ansia dello spettatore, costretto a scrutare ogni angolo in cerca di una figura che avanza.
La colonna sonora elettronica di Disasterpeace, fredda e ossessiva, imprime al film un ritmo ipnotico e amplifica la percezione di disagio. Bellisimo l'incipit inziale con la ragazza in deshabille che fugge dalla minaccia invisibile ritrovandosi poco dopo sulla spiaggia, cadavere, con una gambe spezzata, piegata in modo innaturale.
Mitchell trasforma la minaccia indefinita e incombente in una metafora del disagio giovanile, con ragazzi disorientati che vivono in una periferia spettrale, senza adulti e abbandonati a se stessi, costretti a convivere con l’angoscia di qualcosa che li insegue e che non possono fermare.

It Follows non è un horror fatto di jump scare o spiegazioni rassicuranti. È un incubo lento e inevitabile, che si insinua nella mente e non ti lascia andare.

Film
Horror
USA
2014
Retrospettiva
lunedì, 28 luglio 2025
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Goodnight Mommy

di Veronika Franz, Severin Fiala

Goodnight Mommy è un thriller psicologico a tinte horror diretto da Veronika Franz e Severin Fiala nel 2014 — da non confondere con il remake americano del 2022. Di produzione austriaca, il film costruisce un’atmosfera inquieta fatta di ambiguità e silenzi, dove la tensione si insinua lentamente fino a sfociare in un incubo domestico freddo e disturbante.

Due gemelli, Elias e Lukas, vivono isolati in una villa in campagna. La madre torna a casa dopo un’operazione che le ha completamente coperto il volto con bende. Ma qualcosa è cambiato. La donna è fredda, distante, a tratti crudele. I bambini iniziano a dubitare che quella non sia la loro vera madre. Così, nel silenzio ovattato di un’estate immobile, cominciano ad osservarla, a metterla alla prova, a sfidarla. Il gioco diventa sempre più crudele, fino a trasformarsi in qualcosa di irreparabile.

Goodnight Mommy si muove sul filo teso tra sospetto e allucinazione, giocando con una messa in scena glaciale e rigorosa. È un film che lavora per sottrazione, costruito su silenzi, sguardi e attese, dove la verità si confonde lentamente con la percezione fino a diventare indistinguibile. La villa moderna e luminosa, con i suoi interni minimalisti, diventa una prigione invisibile. Ogni dettaglio — insetti, il gatto, rumori — sembra carico di un significato che non viene mai spiegato del tutto. La tensione si accumula come polvere sulle superfici lucide, fino a esplodere in un crescendo finale che vira verso un horror fisico e disturbante, carico di sadismo e inquietudine. Il colpo di scena è intuibile anche allo spettatore meno smaliziato, ma questa prevedibilità non smorza la tensione, anzi si trasforma in qualcosa di più viscerale, che continua a stringere anche dopo che tutto sembra ormai svelato. La cosa più inquietante è che, anche dopo la fine, si resta con la sensazione di non aver davvero compreso tutto. La spiegazione appare chiara, evidente, eppure certi dettagli continuano a disturbare: il comportamento ambiguo della madre all'inizio, i teschi nella grotta, gli scarafaggi, la fotografia che insinua l’idea di una gemella, il volto bendato per un intervento estetico o forse per coprire le ferite di un incidente? Nulla è davvero certo, come se il film, anche dopo i titoli di coda, continuasse a rifiutare una lettura definitiva.

Goodnight Mommy lascia addosso una sensazione di incertezza che non si dissolve. Più cerchi di dare un senso a tutto, più il film ti sfugge. E forse è proprio quel dubbio, sottile ma persistente, a rendere il film interessante.

Film
Thriller
Psicologico
Horror
Austria
2014
lunedì, 22 aprile 2024
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Joy Division. Tutta la storia

Peter Hook

Ho letto in un paio di giorni la biografia di Peter Hook, bassista dei Joy Division e poi fondatore, insieme ai componenti superstiti, dei New Order.

I Joy Division sono stati il gruppo più iconico e influente della scena post-punk e insieme ai Cure, Depeche Mode e pochi altri, sono quelli che durante la mia adolescenza hanno plasmato la mia formazione musicale aprendo le porte a un genere che ancora oggi amo ascoltare.

Il libro scritto da Peter Hook, pubblicato in Italia da Tsunami Edzioni nel 2014, rispetto ad altri libri sui Joy Division non si concentra esclusivamente sulla figura di Ian Curtis, il carismatico e tormentato leader morto suicida nel 1980, ma racconta in maniera intima, appassionata e approfondita la storia personale di Hook, l'incontro con Bernard Sumner, Ian Curtis e Stephen Morris, il fatidico concerto dei Sex Pistols che li ha spinti a formare un gruppo, e tutte le sfide e le gioie di essere parte di una band emergente di Manchester in pieno fermento punk alla fine degli anni settanta. Il punto di vista del racconto è quello di Hooky, quindi interno alla band, così oltre alle amicizie, i litigi, i concerti e le registrazioni, veniamo a conoscenza del loro lato goliardico e dei tanti anedotti e retroscena che ricostruiscono la storia della band dagli esordi fino allo scioglimento. Io l'ho trovato interessante e coinvolgente in particolar modo quando viene descritto il processo compositivo di "Unknown Pleasures" - il primo dei due album dei Joy Division -  la decisione di affidarsi a una piccola etichetta indipendente come la Factory invece di essere fagocitati da una major, e il ruolo avuto da Martin Hannet in fase di produzione nel plasmare il suono distintivo ed epocale della band.

Poi c'è la tragedia che tutti conosciamo. Nel libro Hook condivide i ricordi toccanti che riguardano l'amico Ian Curtis, raccontando delle crisi epilettiche di cui soffriva, la sua complessa e imperscrutabile personalità ma anche del suo lato umano, accomodante e "cazzone", rammaricandosi, proprio nel momento in cui i Joy Division stavano sfondando, di non essersi fermati in tempo nel fare concerti nonostante avesse intuito i segnali di quello che sarebbe successo da lì a poco.

In conclusione, il libro di Peter Hook, tra la vasta quantità di libri, film e biografie non ufficiali disponibili, è un libro che consiglio perchè è adatto sia agli appassionati che già conoscono bene la storia dei Joy Division, sia a coloro che si avvicinano per la prima volta a una delle band più influenti della storia musicale.

Libri
biografia
Post-Punk
2014
commenti (2)
venerdì, 12 aprile 2024
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Godzilla (2014)

di Gareth Edwards

Tra il primo film del 1954 all'ultimo rifacimento del 2014 sono stati realizzati numerosi film su Godzilla, il gigantesco lucertolone preistorico giapponese.
Il film di Gareth Edwards (regista americano specializzato in blockbuster di azione) sebbene sia nato inizialmente come un semplice reboot del celebre mostro giapponese di Honda Ishiro è il primo film del franchise chiamato MonsterVerse (un universo condiviso che oltre a Godzilla comprende King Kong e gli altri kaiju, i mostri della fantascienza giapponese).

La trama in breve. Un ingegnere nucleare americano di nome Joe Brody (Bryan Cranston) non si da pace finchè non scopre la verità sulle ragioni del disastro della centrale nucleare giapponese che quindici anni prima ha provocato la morte di sua moglie. Nonostante le autorità cerchino di nascondere la verità, Joe, insieme a suo figlio Ford (Aaron Taylor-Johnson) scopre che a causare il disastro è stato il risveglio di creature insettoidi di origine preistorica note come M.U.T.O. (Massive Unidentified Terrestrial Organisms) che insieme a Godzilla, un enorme creatura leggendaria che si pensava fosse solo un mito, sono emersi dal sottosuolo e dalle profondità del mare e ora minacciano l'umanità. Quando Godzilla nel 1954 venne avvistato per la prima volta, il mondo cercò di eliminarlo, mascherando gli attacchi come test nucleari. Impossibilitati a distruggerlo, i vertici delle nazioni mondiali istituirono il M.O.N.A.R.C.H, un organizzazione il cui compito è quello di monitorare la creatura e tenere segreta la sua esistenza alla popolazione. Ora che Godzilla e le altre due creature si sono rivelate, l'umanità cerca di sopravvivere assistendo alla lotta di questi giganteschi mostri. Inaspettatamente Godzilla emerge come una forza protettrice.

Il film di Gareth Edwards ci mette davvero tanto tempo a carburare e gioca molto sulle attese. Molte sequenze sono al buio e quando i mostri alla fine appaiono (Godzilla si fa attendere parecchio) le creature vengono quasi sempre inquadrate dal basso come se il regista ci tenesse a fornirci il punto di vista delle persone che assistono impotenti all'epico scontro. E' una scelta stilistica che ci può stare e che ho apprezzato. Buoni gli effetti speciali e le scene di azione molto meno gli attori protagonisti (tolto Cranston) che risultano inutili spettatori e privi di carisma. La sceneggiatura seppur scontata mantiene il fascino del film originale offrendo riflessioni sul rapporto dell'umanità con la natura e il potere distruttivo delle forze che non possiamo controllare.
Un monster movie godibile ma senza troppe pretese.

Film
Fantascienza
monster-movie
2014
venerdì, 14 aprile 2017
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Babadook

di Jennifer Kent

Da amante del genere, Babadook, film del 2014 scritto e diretto dall'esordiente regista australiana Jennifer Kent, si rivela uno dei film horror più interessanti degli ultimi anni.

Il film vede come protagonisti una madre vedova, Amelia (interpretata dalla bravissima Essie Davis) e da suo figlio (Noah Wiseman) un bambino estremamente vivace e problematico. La storia ha inizio sei anni dopo il tragico incidente d'auto in cui perse la vita il marito, incidente avvenuto proprio mentre la coppia si stava recando in ospedale per dare alla luce il loro primo figlio. A distanza di anni Amelia non è ancora riuscita a elaborare il lutto, è una donna stanca e vulnerabile che non trova nessun conforto nei familiari o nelle istituzioni e che deve gestire da sola un bambino iperattivo e a tratti violento, convinto dell'imminente arrivo di un mostro che ucciderà entrambi. Un giorno in casa appare un inquietante libro a pop-up, che Amelia non ricordava di aver comprato, nel quale si racconta l'arrivo del Babadook, l'uomo nero. E' l'inizio di una vertiginosa discesa nella follia e nella disperazione in cui il mostro prende vita spingendo Amelia nel collasso psicologico.

Babadook più che un film di paura - lo è perchè contiene in parte tutti clichè del genere - è un horror psicologico e angosciante in cui la protagonista precipita in un delirio claustrofobico scaturito da tutto il malessere e l'oscurità che si è portata dietro dalla morte dell'amato marito. Babadook è la metafora evidente del dolore e della depressione. Un dolore che per quanto si voglia nascondere, rinnegare, non può essere eliminato. E non potendo liberarsi dei propri demoni, il mostro dell'anima va quindi affrontato, combattuto e infine accettato. Siamo costretti a conviverci e magari alla fine a chiuderlo in cantina per andarlo a trovare di tanto in tanto.

Una menzione particolare alla regia della Kent in cui, più che a mostrare Babadook (una sorte di Conte Orlok animato daTim Burton) o di servirsi di prevedibili jumpscare ed effetti visivi, interessa ricreare con tecnica sopraffina il disagio e la tensione claustrofobica dietro le pareti domestiche. Notevole le numerose citazioni e gli omaggi ai maestri dell'horror del passato tra cui Mario Bava.

Quanto mi piacerebbe possedereThe Babadook Pop-Up Book, la riproduzione fedele del libro presente nel film. Purtroppo è uscito in copie limitate e ora su ebay viene venduto a cifre spropositate.

Film
Horror
2014

© , the is my oyster