È mia la colpa - La vita dei Joy Division
Lorenzo Coltellacci, Mattia Tassaro
Da amante dei Joy Division, questa graphic novel mi rincorreva da un po'. L’avevo già puntata in libreria, ma dopo averla sfogliata l'avevo rimessa sullo scaffale. I disegni proprio non mi attiravano, e se c’è una cosa a cui faccio attenzione quando mi avvicino ai fumetti, o alle graphic novel che dir si voglia, sono proprio le illustrazioni. Altrimenti mi leggo un libro. Alla fine, qualche tempo fa, l'ho ricevuta come regalo, e come si sa, i regali non si rifiutano. Tantomeno i Joy Division.
È mia la colpa - La vita dei Joy Division è scritto da Lorenzo Coltellacci, autore romano con un paio di graphic novel all’attivo, e disegnato dal giovane napoletano Mattia Tassaro, qui, se non sbaglio, alla sua prima prova importante.
La storia racconta l’ascesa dei Joy Division e il declino psicofisico di Ian Curtis. Dalla nascita del nome alle prime esibizioni, dall’incontro con il produttore Martin Hannett alla registrazione di Unknown Pleasures, fino al crescente interesse intorno alla band. E poi la malattia di Ian, l’epilessia diagnosticata nel 1978, i farmaci, le convulsioni sul palco trasformate in danza, il matrimonio che si sgretola, la relazione con Annik Honoré, la tournée americana che non partirà mai. Il 18 maggio 1980, la sera prima di imbarcarsi per gli Stati Uniti, Ian Curtis si toglie la vita nella cucina di casa sua a Macclesfield. Aveva ventitré anni.
Per chi conosce già i fatti, il volume non aggiunge nulla che non sia già stato raccontato. Coltellacci però fa un lavoro onesto e rispettoso, cercando di restituire la psicologia frammentata di Curtis ed evitando la spettacolarizzazione della tragedia. È una scelta coraggiosa, e probabilmente la più giusta.
Sul fronte grafico, purtroppo, la resistenza che avevo avuto sfogliando distrattamente la graphic novel in libreria si è confermata pagina dopo pagina. Lo stile cartoonesco di Mattia Tassaro, dalle evidenti influenze americane, alla Darwyn Cooke per intenderci, è pulito e chiaro, ma secondo me si adatta più a storie umoristiche o avventurose che al racconto di un dramma esistenziale.
Pensavo, sfogliando le tavole, a cosa sarebbe diventata questa storia nelle mani di Pazienza, Tamburini, Liberatore. Autori che quegli anni li hanno vissuti davvero, dall’interno, e che conoscevano il buio non come citazione, ma come esperienza. Gente che avrebbe potuto trovare nel tormento di Ian Curtis una risonanza visiva autentica, non ricostruita. È un confronto impietoso, lo so, e forse un po' ingeneroso nei confronti di Tassaro, che ha tutto il diritto di avere il proprio linguaggio. Ma quando una graphic novel mi porta a immaginare versioni alternative di sé stessa, qualcosa nel connubio tra testo e immagine non ha funzionato fino in fondo.
È mia la colpa è un omaggio sincero, e gli omaggi sinceri meritano rispetto. Però, per chi i Joy Division li conosce già a fondo, non aggiunge granché a ciò che già sa. Per chi invece non conosce la loro storia, consiglierei prima la biografia di Peter Hook, Joy Division. Tutta la storia, e soprattutto il film Control di Anton Corbijn, l’opera che meglio ha saputo tradurre in immagini l’anima di quella musica.
Fumetti
Hamnet - Nel nome del figlio
di Chloé Zhao
Chloé Zhao, regista cinese naturalizzata americana, dopo aver vinto l’Oscar per Nomadland e la parentesi con gli eroi immortali della Marvel in Eternals, torna dietro la macchina da presa con Hamnet - Nel nome del figlio. Adattamento del bestseller del 2020 della scrittrice irlandese Maggie O'Farrell, che ha anche cofirmato la sceneggiatura, il film ricostruisce con sensibilità moderna uno dei capitoli più dolorosi della vita di William Shakespeare, la morte del figlio Hamnet. Più che una classica biografia dello scrittore, però, la storia sceglie di guardare agli eventi da un’angolazione diversa, spostando il centro emotivo sulla famiglia e soprattutto sulla figura della moglie Agnes.
Ambientato a Stratford-upon-Avon alla fine del cinquecento, il film racconta la storia di William Shakespeare (Paul Mescal), giovane insegnante privato con ambizioni letterarie, e Agnes Hathaway (Jessie Buckley), una donna che vive in simbiosi con la natura e che molti considerano la figlia di una strega. Tra i due nasce un'attrazione immediata, quasi selvatica, che sfocia prima in un matrimonio e poi nella nascita di tre figli, Susanna e i gemelli Hamnet e Judith. Mentre William è spesso lontano, impegnato a Londra con la sua compagnia teatrale, Agnes cresce i figli nella casa di campagna. La vita della famiglia viene però sconvolta quando il giovane Hamnet - prendendo il posto della sorella - si ammala e muore. Una tragedia che segna profondamente Agnes e William lasciando un vuoto che sembra impossibile da colmare. Da quel dolore nascerà, anni dopo, un dramma intitolato Hamlet, una delle opere più celebri della storia del teatro.
Non sono un grande amante del cinema storico e biografico. È un genere che il più delle volte ha una impostazione classica, lontana dai miei gusti, e narrativamente risulta prevedibile, perché gli eventi che racconta si conoscono già. Eppure il film della Zhao riesce a risultare originale ed emotivamente coinvolgente. Al cinema la figura di Shakespeare è stata raccontata in ogni modo possibile, ma il merito di Hamnet, al di là della sua effettiva fedeltà storica, è quello di spostare lo sguardo dall'artista all’uomo e dall'uomo alla donna che ama. Non è un caso che il film assuma uno sguardo profondamente femminile, quasi a suggerire che dietro le grandi storie ne esistono sempre altre, più intime e silenziose, senza le quali forse quelle stesse storie non sarebbero mai nate. Zhao costruisce così un contrasto molto forte tra due dimensioni opposte. Da una parte William, figura razionale legata al teatro e alla parola. Dall'altra Agnes, incarnazione di una natura istintiva e selvatica, sospesa tra riti antichi e soprannaturale. Due mondi diversi e due modi opposti di affrontare la stessa tragedia. Mentre Agnes resta intrappolata in un dolore muto, incapace di accettare che la natura con cui ha sempre creduto di dialogare possa averle sottratto ciò che aveva di più caro, l'elaborazione del lutto da parte di William avviene attraverso l'arte. Shakespeare non elabora davvero la morte di Hamnet. La trasforma. La mette in scena. Le dà un nome quasi identico, un volto, una storia, consegnandola all'eternità del teatro. Un gesto che può risultare incomprensibile per una madre che ha perso un figlio, ma straordinariamente potente per il pubblico che quell'opera continuerà a leggere e rappresentare per secoli. La scena finale, in cui Agnes raggiunge il teatro per assistere alla prima rappresentazione dell'Amleto e in quella finzione vede Hamnet tornare a vivere, mentre il pubblico tende le mani verso il palco partecipando alla catarsi, è di una potenza emotiva tale che si fa fatica a trattenere le lacrime.
Jessie Buckley, premio Oscar come miglior attrice non protagonista, è straordinaria nel ruolo di Agnes, una donna testarda, fragile, arrabbiata e profondamente amorevole. Una madre spezzata che urla tutto il suo dolore. L’avevo già apprezzata in Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman, ma qui la sua prova è ancora più intensa. Convincente anche Paul Mescal, che a quanto pare si sarebbe davvero ubriacato per girare la scena in cui Shakespeare appare completamente devastato.
Sul piano tecnico Zhao dimostra ancora una volta la sua sensibilità nel catturare gli spazi aperti. I paesaggi del Galles, dove è stato girato il film, respirano con la stessa intensità dei personaggi. Anche l’uso dei colori, dei costumi e delle scenografie contribuisce a creare un mondo sospeso e sensoriale. La sua regia trasforma il dolore in un luogo dell’anima, dove il lutto non è solo assenza ma una presenza vibrante.
Bellissima anche la colonna sonora, con quel brano meraviglioso di Max Richter, On the Nature of Daylight, forse un po' abusato negli ultimi anni (Shutter Island, Arrival), ma capace ogni volta di spezzarti il cuore.
Alla fine Hamnet è un film intimo e poetico che, pur concedendosi qualche formalismo di troppo, possiede una forte intensità emotiva capace di incantare e commuovere. Un film che non si guarda soltanto con gli occhi, ma con i ricordi di ciò che abbiamo perduto.
Film
Joy Division. Tutta la storia
Peter Hook
Ho letto in un paio di giorni la biografia di Peter Hook, bassista dei Joy Division e poi fondatore, insieme ai componenti superstiti, dei New Order.
I Joy Division sono stati il gruppo più iconico e influente della scena post-punk e insieme ai Cure, Depeche Mode e pochi altri, sono quelli che durante la mia adolescenza hanno plasmato la mia formazione musicale aprendo le porte a un genere che ancora oggi amo ascoltare.
Il libro scritto da Peter Hook, pubblicato in Italia da Tsunami Edzioni nel 2014, rispetto ad altri libri sui Joy Division non si concentra esclusivamente sulla figura di Ian Curtis, il carismatico e tormentato leader morto suicida nel 1980, ma racconta in maniera intima, appassionata e approfondita la storia personale di Hook, l'incontro con Bernard Sumner, Ian Curtis e Stephen Morris, il fatidico concerto dei Sex Pistols che li ha spinti a formare un gruppo, e tutte le sfide e le gioie di essere parte di una band emergente di Manchester in pieno fermento punk alla fine degli anni settanta. Il punto di vista del racconto è quello di Hooky, quindi interno alla band, così oltre alle amicizie, i litigi, i concerti e le registrazioni, veniamo a conoscenza del loro lato goliardico e dei tanti anedotti e retroscena che ricostruiscono la storia della band dagli esordi fino allo scioglimento. Io l'ho trovato interessante e coinvolgente in particolar modo quando viene descritto il processo compositivo di "Unknown Pleasures" - il primo dei due album dei Joy Division - la decisione di affidarsi a una piccola etichetta indipendente come la Factory invece di essere fagocitati da una major, e il ruolo avuto da Martin Hannet in fase di produzione nel plasmare il suono distintivo ed epocale della band.
Poi c'è la tragedia che tutti conosciamo. Nel libro Hook condivide i ricordi toccanti che riguardano l'amico Ian Curtis, raccontando delle crisi epilettiche di cui soffriva, la sua complessa e imperscrutabile personalità ma anche del suo lato umano, accomodante e "cazzone", rammaricandosi, proprio nel momento in cui i Joy Division stavano sfondando, di non essersi fermati in tempo nel fare concerti nonostante avesse intuito i segnali di quello che sarebbe successo da lì a poco.
In conclusione, il libro di Peter Hook, tra la vasta quantità di libri, film e biografie non ufficiali disponibili, è un libro che consiglio perchè è adatto sia agli appassionati che già conoscono bene la storia dei Joy Division, sia a coloro che si avvicinano per la prima volta a una delle band più influenti della storia musicale.
Libri