Shivers - Il demone sotto la pelle
di David Cronenberg
Nel 1975, dopo una manciata di cortometraggi e due lungometraggi sperimentali di fantascienza passati quasi inosservati, Stereo (1969) e Crimes of the Future (1970), David Cronenberg decide che è arrivato il momento di presentarsi al grande pubblico. Lo fa con un film prodotto da una casa di produzione, allora nota per porno soft-core, finanziato con i fondi del governo canadese. Il titolo originale avrebbe dovuto essere Orgy of the Blood Parasites - e bisogna ammettere che, come sintesi del film, funziona - ma durante la produzione si optò per il più sobrio Shivers, "brividi". In Italia, invece, qualcuno ebbe la brillante idea di chiamarlo Il demone sotto la pelle, titolo che sembra più adatto a un film di possessioni demoniache... ma lasciamo perdere. All’uscita il film viene massacrato dalla critica canadese, che lo liquida come exploitation ripugnante e indegno di finanziamenti pubblici. Eppure, contro ogni previsione, il pubblico risponde e il film diventa uno dei maggiori successi nazionali dell'epoca.
Lo Starliner Towers - ribattezzato "Arca di Noè" nel doppiaggio italiano - è un lussuoso complesso residenziale su un'isola fluviale alle porte di Montreal. Un posto pensato per chi vuole vivere bene, lontano dal caos della città, al sicuro dietro una facciata di ordine, comfort e rispettabilità borghese.
Tutto funziona a meraviglia, finché il dottor Emil Hobbes, uno scienziato che vive nel complesso, non porta a termine un esperimento. La creazione di un parassita progettato per sostituire gli organi malati, ma che ha l'effetto collaterale di risvegliare gli istinti primordiali dell'essere umano. Il parassita inizia a diffondersi tra i residenti attraverso il contatto sessuale, trasformando gli inquilini dello Starliner Towers in creature dominate da una fame insaziabile di sesso e violenza. Il dottor Roger St. Luc, il medico del complesso, prova a contenere il contagio. Ma come in ogni buon racconto sull'epidemia, il tentativo di arginare il disastro arriva tardi e il rifugio sicuro collassa su se stesso, mentre il contagio si propaga senza più alcun controllo.
Girato con pochi mezzi e in tempi stretti, Il demone sotto la pelle contiene già tutte le ossessioni del cinema di David Cronenberg, a partire dal corpo come territorio instabile, soggetto a mutazioni, perdita di controllo e trasformazione. Il parassita - un organismo che richiama allo stesso tempo un simbolo fallico e uno sterco - si diffonde per contagio trasformando gli abitanti del condominio in bestie assetate di sesso. La facciata ordinata e rassicurante della borghesia, incarnata dal lussuoso complesso delle Starliner Towers, si sgretola progressivamente, lasciando emergere tutte le pulsioni represse dei suoi abitanti. Ho trovato molte analogie con Il condominio, il romanzo di J. G. Ballard, stesso microcosmo esclusivo, stessa regressione collettiva. Viene da pensare che ci sia stata un’influenza diretta, anche considerando il legame tra Cronenberg e l’autore inglese, ma le due opere escono nello stesso anno. Probabilmente quindi è una derivazione, una convergenza, come se entrambi stessero intercettando le stesse inquietudini di un’epoca che iniziava a incrinarsi.
In questo film, rispetto alle sue opere successive, Cronenberg più che mostrare, suggerisce. Il parassita e le scene più disturbanti restano spesso fuori campo, ma non sono meno inquietanti. Da citare la scena in cui Barbara Steele viene penetrata dal vermone fallico nella vasca da bagno (ripresa poi da Slither), il contagio in piscina attraverso il bacio, l’assalto nel corridoio con gli inquilini ormai completamente preda dell’infezione, fino ai momenti di humor nero più grotteschi come il parassita vomitato addosso alle due vecchiette. Il finale, con i contagiati che si riversano all’esterno, richiama La notte dei morti viventi di Romero, solo che qui gli "infetti" non vogliono divorarti, vogliono solo fare sesso. Francamente non so cosa sia peggio.
Shivers è un film imperfetto, acerbo, a tratti ripetitivo, ma anche sporco, istintivo, coraggioso e profondamente visionario. Un’opera che non ha ancora la forma definitiva del cinema di David Cronenberg, ma ne anticipa chiaramente la direzione, lasciando intravedere il percorso di uno dei registi più personali e disturbanti degli ultimi decenni.
Film
Amore e guerra
di Woody Allen
Amore e guerra è l'ultimo film della prima fase cinematografica di Woody Allen, quella più leggera e demenziale, segnata da gag parodistiche, ritmo slapstick e comicità surreale. È un capitolo che chiude il periodo della commedia nosense, poco prima che Allen intraprenda una direzione più matura e sofisticata.
Il film è ambientato nella Russia del XIX secolo. Il protagonista, Boris Grushenko (Woody Allen), è un giovane codardo, intellettuale e pacifista, che si ritrova suo malgrado coinvolto nelle guerre napoleoniche. Più incline alla filosofia che alle armi, Boris attraversa situazioni paradossali che lo trasformano, suo malgrado, in protagonista di vicende epiche e grottesche. Innamorato della sua cugina Sonja (Diane Keaton), una donna brillante e pungente, dopo essere riuscito a ottenere la sua mano in matrimonio, sopravivendo sorprendentemente a un duello, Boris pur riluttante, accetta di aiutarla ad assassinare Napolene dopo che l’imperatore francese ha invaso la russia.
Tra riflessioni esistenziali e gag surreali, il film è una parodia della Russia ottocentesca e della letteratura russa, con citazioni da Dostoevskij e Tolstoj e omaggi a Ingrid Bergman o alla Corazzata Potemkin.
Apparentemente potrebbe sembrare una stramba commedia storica, ma sotto la superficie emerge l’inquietudine esistenziale del regista e la paura della morte, già evidente nel titolo originale Love and Death.
Non tutto è perfetto, alcune scene risultano ridondanti, ma il film diverte con alcune scene che restano memorabili, come il padre con la zolla in mano e i dialoghi filosofici che trasformano i capolavori dostojevskiani in gag irresistibili. Buona la cura nei costumi e nelle scenografie e brava Diane Keaton, stralunata e brillante. L'affiatamento con Allen è già palpabile e sarà destinato a maturare in Io e Annie, dove l’umorismo si intreccerà con riflessioni esistenziali e malinconiche.
Il condominio
J. G. Ballard
Considerato uno degli scrittori più originali e disturbanti della letteratura britannica del novecento, J.G. Ballard è noto soprattutto per la sua fantascienza distopica e psicologica, capace di trasformare ambienti ordinari in scenari di alienazione e follia. Tra i suoi romanzi più celebri figurano La mostra delle atrocità (1969), L’isola di cemento (1974), Crash (1973) e L’impero del sole (1984). Da quest'ultimi due sono stati tratti anche i film diretti rispettivamente da David Cronenberg e Steven Spielberg.
Il condominio, pubblicato nel 1975, è uno dei suoi lavori più emblematici, un ritratto spietato della società borghese intrappolata in un grattacielo di lusso. Un esperimento sociologico travestito da romanzo, che analizza il disfacimento dell’ordine civile e morale. Oltre a High-Rise, adattamento ufficiale uscito nel 2015, sono numerosi i film che si sono ispirati a questo romanzo, da Snowpiercer a Il buco, fino al più recente Lockdown Tower.
Un moderno grattacielo di quaranta piani ospita cinquemila persone. Dirigenti, medici, giornalisti, professionisti. Una popolazione benestante che rientra ogni sera nei propri cubicoli dopo aver parcheggiato l’auto nei livelli interrati. Al suo interno non manca nulla: piscine, supermercati, palestre, scuole, persino un sistema di raccolta rifiuti. Un microcosmo perfetto, autosufficiente e protetto, dove i residenti non hanno più bisogno di uscire. Ma proprio questa autarchia lucida e razionale si trasforma lentamente in una trappola. Quando iniziano i primi guasti, le prime frizioni tra i diversi piani del palazzo, l’equilibrio si incrina. I condomini si organizzano in clan, la legge sparisce, l’isolamento si intensifica, e la civiltà comincia a sgretolarsi, piano dopo piano. In un’atmosfera sempre più claustrofobica, il palazzo diventa teatro di una regressione feroce, un’arena chiusa dove l’istinto prende il sopravvento.
Non è stata una lettura facile. Il condominio è il primo romanzo di Ballard che affronto, e se da un lato ne ho riconosciuto l'originalità e la forza seminale, capace di influenzare decenni di narrativa e cinema distopico, dall’altro ho faticato moltissimo ad andare avanti. L’idea alla base è potente, inquietante nella sua apparente semplicità. Una metafora della civiltà divisa nelle sue classi sociali che si sgretola dall’interno di un grattacielo, senza bisogno di eventi apocalittici. Ma una volta afferrato questo concetto, il romanzo sembra rimanere lì, a girarci attorno ossessivamente. I protagonisti - il medico, l’architetto, e il giornalista - che si alternano durante il racconto, sono archetipi, più che persone reali. Nessuno con cui empatizzare davvero. Nessun personaggio che provi a opporsi al disastro, che lo metta in discussione. Tutti sembrano rassegnati, come se la barbarie fosse un passaggio naturale e inevitabile. E forse è proprio questo che ho trovato più faticoso. Dopo le prime cinquanta, sessanta pagine, ho cominciato a perdere interesse. Le scene si ripetono, lo schema si fa prevedibile: ascensori bloccati, spazzatura ovunque, appartamenti devastati, ostilità crescenti tra i piani. Una spirale di degrado che non sorprende più, perché segue sempre lo stesso ritmo. Senza sussulti, senza pause, senza evoluzione. Ho trascinato il libro per settimane, incapace di finirlo in tempi ragionevoli, come se anche per me, lettore, fosse diventato una prigione verticale da cui non riuscivo a uscire.
Lo stile di Ballard è freddo, controllato, chirurgico. Una scelta coerente con l’atmosfera alienata del romanzo, certo. Ma questa lucidità estrema finisce per anestetizzare ogni possibilità di coinvolgimento emotivo. La violenza diventa routine, la follia quotidianità, e tutto si appiattisce su un unico registro, come un esperimento sociologico osservato da dietro un vetro opaco.
Non so se tornerò presto a Ballard, ma so che Il condominio mi ha lasciato addosso una sensazione strana. Non quella del disgusto, non quella della fascinazione, ma qualcosa di più stanco, più opaco. Come se, alla fine, fossi uscito anche io da quel palazzo, stordito e un po’ più vuoto.
Profondo Rosso
di Dario Argento
Tornato nelle sale in versione restaurata in 4K, ho potuto vedere per la prima volta al cinema uno dei più grandi e iconici film di Dario Argento, Profondo Rosso. Anno 1975.
La trama vede come protagonista Mark Daly (David Hemmings), un pianista jazz inglese, che mentre si trova in una piazza insieme a un suo amico, volgendo lo sguardo alla facciata del palazzo in cui abita, assiste all'omicidio di una donna che viene massacrata da qualcuno che le spinge la testa contro il vetro della finestra dalla quale stava chiedendo aiuto. La vittima è una medium che poche ore prima, durante una conferenza sul paranormale, aveva percepito tra gli spettatori in sala la presenza di un assassino. Mark si precipita all’interno dell’abitazione dove trova il corpo senza vita della donna dopo aver percorso un lungo corridoio pieno di quadri in cui vi sono raffigurati dei macabri volti (uno dei quali colpisce particolarmente la sua attenzione senza conoscerne il motivo). Insieme alla polizia giunge sul posto anche Gianna Brezzi (Daria Nicolodi), una frizzante e ambiziosa giornalista con la quale Mark stringe amizia. I due decidono di indagare per conto loro su chi sia il misterioso assassino che continua a compiere efferrati omicidi sulle note di un’infantile e terribile nenia.
Che dire di questo capolavoro dell'orrore e del cinema italiano?! Profondo rosso è un thriller scandito da una sequenza di omicidi che con la loro potenza visiva hanno segnato l'immaginario collettivo di una intera generazione. In questo film c'è molto Mario Bava (il grande ispiratore) ma c'è sopratutto un Dario Argento, qui all'apice della sua forma, che gira un thriller che fa paura come un horror, con delle scene violente per l'epoca disturbanti.
Ambientato in una città inesistente, sospesa e quasi onirica (in realtà il film è stato girato a Roma, Perugia e in gran parte a Torino), Dario Argento con l'aiuto dello scenografo Giuseppe Bassan ha fatto ricostruire il Blue Bar, il locale in cui si svolgono alcune sequenze del film, tale e quale ai Nottambuli, il celebre dipinto di Edward Hopper tanto che le comparse al suo interno sono quasi immobili come se fossero all'interno di un dipinto.
Mettendo da parte i vari omicidi (dall'annegamento nella vasca di acqua bollente all'iconica scena finale in cui la collana dell'assassino si impiglia nell'ascensore), sono tante le scene memorabili e, per l'epoca, particolarmente angoscianti. Mi viene in mente il manichino telecomandato (costruito da Carlo Rambaldi), l'inquietante bambina che uccide le lucertole, la villa abbandonata con il disegno nascosto dietro la parete, l'occhio dell'assassino che si cela nel buio. Un vero e proprio repertorio di tutte le paure inconsce e irrazionali dello spettatore dell'epoca concentrate in un unico film. Un film da incubo come mai si era visto prima.
Ci sarebbero dire tante altre cose ma non posso terminare la mia disanima senza menzionare la ormai mitica colonna sonora. Dario Argento era un appassionato di rock progressive, genere che proprio in quel periodo in Italia aveva raggiunto il suo apice. Non contento del risultato del compositore Giorgio Gaslini (in realtà avrebbe voluto i Deep Purple - da qui parte del titolo - e addirittura i Pink Floyd) Argento decise di affidare la musica al giovane gruppo dei Goblin di Claudio Simonetti che, avendo ricevuto come linee guida il Tubular Bells di Mike Oldfield (quello usato per l'Esorcista di qualche anno prima) confezionarono una delle colonne sonore horror più riuscite di sempre per uno dei film più paurosi del secolo scorso.
Erano i tempi in cui il cinema italiano faceva addirittura scuola.
