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domenica, 24 maggio 2026
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House of Flesh Mannequins - La casa dei manichini di carne

di Domiziano Cristopharo

Esistono film horror che non troverete mai nelle sale, che non compaiono sulle piattaforme streaming e che difficilmente qualcuno vi consiglierà sui social. House of Flesh Mannequins è uno di questi. Un horror esplicito, estremo e trasgressivo, sconosciuto a gran parte del pubblico, uscito nei circuiti underground nel 2009 e presentato in diversi festival di settore, dove ha ottenuto anche parecchi premi internazionali. Il film è l’opera d’esordio di Domiziano Cristopharo, figura di confine nel panorama indipendente italiano, capace di far parlare di sé più all’estero che in patria. In un’intervista viene descritto come un autore prolifico, attento alla cura estetica e attratto da temi come diversità, emarginazione, orrore reale e sofferenza, mescolati a surrealismo e teatralità. Io mi sono visto la "Director's cut" di questo film, la versione più vicina alle idee e all'estetica dell'autore.

La storia ruota attorno a Sebastian (Domiziano Arcangeli), un fotografo che vive isolato in un mondo tutto suo, usando l’obiettivo per catturare corpi esposti, immagini disturbanti e ossessioni morbose. Uomo schivo e profondamente traumatizzato da un'infanzia di abusi paterni, la sua grigia e metodica routine del dolore viene spezzata dall'incontro con Sarah (Irena Violette), sua vicina di casa e aspirante scrittrice che accudisce il padre non vedente (Giovanni Lombardo Radice). Tra i due nasce un rapporto ambiguo, sospeso tra fascinazione, desiderio e inquietudine.  Un rapporto che apre una frattura in cui si insinuano sentimenti che lui non sa come gestire e che la narrazione trasforma progressivamente in qualcosa di sempre più destabilizzante.

Sarebbe comodo liquidare House of Flesh Mannequins come un film di nicchia che usa il sesso esplicito, la provocazione, la body art estrema e l’iconografia disturbante come scorciatoie per fare scalpore. Sarebbe comodo, ma sarebbe anche sbagliato. Cristopharo costruisce, nel suo esordio alla regia e con pochi mezzi a disposizione, qualcosa di molto personale, ostentatamente autoriale, ma anche straordinariamente affascinante, affrontando temi come il trauma infantile, il voyeurismo e la violenza estrema. Un film sul dolore, sull’identità e sul bisogno malato di trasformare la sofferenza in immagine.
Il riferimento dichiarato è Peeping Tom di Michael Powell, film del 1960 conosciuto in Italia come L’occhio che uccide, citato esplicitamente quando Sarah si trova davanti al manifesto della pellicola. Anche qui il protagonista è insieme carnefice e vittima, deformato da una figura paterna disumana e da un rapporto patologico con cineprese, obiettivi e immagini violente. Esteticamente il film sorprende, quasi un oggetto di art house, con momenti che oscillano tra gore, teatralità e dimensione quasi soprannaturale.
La sequenza in cui il protagonista varca la soglia del peep show, entrando letteralmente nella "casa dei manichini di carne", è un sogno disturbante da cui è difficile distogliere lo sguardo. Mi ha ricordato uno di quei cortometraggi storti firmati da David Lynch, ma virato verso la pornografia più cupa. Complice forse quel pavimento a scacchi e le tende rosse che evocano inevitabilmente Twin Peaks, la scena diventa un incubo visionario che dimostra come Cristopharo sappia maneggiare l’immaginario surreale senza limitarsi alla semplice provocazione da cinema estremo.

Non è un film per tutti, non vuole proprio esserlo. I difetti produttivi sono evidenti, così come una certa verbosità che a tratti appesantisce il racconto, però resta senza dubbio un film coraggioso, da guardare con la consapevolezza di trovarsi davanti a qualcosa di poco convenzionale, lontano dall’horror tradizionale. Qualcuno potrebbe trovarlo troppo compiaciuto, una sterile masturbazione autoriale travestita da cinema disturbante. Chi invece è stanco del mainstream e ama il cinema indipendente, scorretto e scomodo, potrebbe trovarci dentro una critica sociale alla chiesa e alla televisione, una riflessione sul declino morale, sulla pornografia del reale e sul consumo quotidiano della violenza. Forse persino qualcosa di poetico, anche se immerso fino al collo nel marcio.

Film
Horror
Grottesco
Disturbante
Italia
USA
2009
lunedì, 11 maggio 2026
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The Human Centipede 2 (Full Sequence)

di Tom Six

Ho preso coraggio, ho fatto un lungo respiro e mi sono visto The Human Centipede 2 (Full Sequence), secondo capitolo dell'assurda trilogia di Tom Six sul centipede umano. Ovviamente, come era già accaduto con il primo, nessuno ha accettato il mio invito di vederlo in compagnia. Solo a raccontarne la trama, la maggior parte delle persone ti guarda come se fossi malato. Sarò strano io, ma a me il cinema degli eccessi, in questo caso il torture porn, mi ha sempre morbosamente incuriosito, a patto che rimanga dentro i confini della finzione cinematografica. È l'unico sottogenere horror rimasto capace di farmi mettere le mani davanti agli occhi, con quella piccola fessura indispensabile per non perdersi nulla.

Il film parte dal capitolo precedente, The Human Centipede (First Sequence) del 2009, o meglio dall’idea di come quel film possa influenzare la mente instabile di uno psicopatico demente con traumi irrisolti.  Martin Lomax (Laurence R. Harvey) è un uomo piccolo, obeso, asmatico e profondamente disturbato che lavora come guardiano notturno in un parcheggio sotterraneo a Londra. Martin vive in un appartamento con una madre che lo disprezza, da bambino ha subito abusi sessuali dal padre ora in prigione, e viene seguito da uno psicologo altrettanto ambiguo. Il suo unico interesse, quello che è una vera e propria ossessione, è il film The Human Centipede di Tom Six, che rivede in continuazione dal suo computer. La sua più grande ambizione è quella di superare il suo idolo, il dottor Heiter, è creare un centipede umano composto non da tre, ma da dodici persone. Armato di strumenti rudimentali come nastro adesivo, martelli e pinzatrici industriali, Martin inizia a rapire le sue vittime tra i clienti del parcheggio, trascinandole nel suo magazzino degli orrori per dare vita a una versione reale, brutale e assolutamente non medica del suo sogno cinematografico.

The Human Centipede 2 ci va davvero giù pesante, soprattutto nell'ultima mezz'ora. Se il primo film aveva una freddezza quasi clinica, legata alla figura del medico pazzo, in questo secondo capitolo l'idea di esperimento scientifico lascia il posto a una violenza rozza, sporca, improvvisata. Non c'è più la sala operatoria sterilizzata, ma un magazzino degradato. Non c'è più il chirurgo metodico, ma un emulatore disturbato che non profferisce mezza parola per tutta la durata del film e utilizza strumenti da ferramenta per costruire la sua lunga catena di esseri striscianti, attaccati gli uni agli altri bocca-ano. Girato in un bianco e nero che sottolinea l'atmosfera malsana e putrescente - con qualche schizzo di colore che, no, non è sangue, è di un più eloquente marrone -  il film trova nel suo protagonista una presenza semplicemente ripugnante. Interpretato dall'inquietante Laurence R. Harvey, Martin vince a mani basse il premio per il personaggio più laido e indimenticabile della storia del genere. Piccolo, grasso, tarchiato, sudato, con il respiro affannoso, gli occhi sporgenti, capace di masturbarsi con la carta vetrata eccitandosi con Ashlynn Yennie, la protagonista del suo film preferito. Proprio quest'ultima, interpretando se stessa, viene attirata a Londra, convinta di participare a un casting di un film di Tarantino, finendo poi in cima alla fila del suo aberrante esperimento. Sono sue le urla che sentiamo prima che le venga recisa la lingua.  Le scene al limite sono moltissime. Probabilmente la parte più disturbante, inutile girarci intorno, è quella della defecazione, con il lassativo somministrato ai malcapitati che fanno parte del trenino. Ma c’è anche la donna incinta che riesce a fuggire, sale in macchina, partorisce e il neonato scivola per terra, finendo schiacciato dall’acceleratore. E c’è pure un centipede vero infilato nell’ano con un imbuto. Sangue, vomito e merda a profusione. Sì, lo so, tutto davvero estremo, nauseante, disgustoso e malato. Compiacimento fine a se stesso nel cercare l’estremizzazione più brutale? Il degrado e l'orrore esplicito come estetica totale? La domanda è legittima, e non ha una risposta del tutto scontata.

The Human Centipede 2 (Full Sequence) è più un’operazione estrema che un vero film horror costruito intorno a una storia. Probabilmente Tom Six vuole dirci che Martin siamo noi spettatori, morbosamente ossessionati dall’horror esplicito. Se l’intento era disgustare, bisogna ammettere che Six ha centrato l’obiettivo, realizzando un film che difficilmente passa inosservato. Imperdibile per gli appassionati del cinema degli eccessi, per quelli che sanno già cosa stanno cercando e hanno lo stomaco allenato. Per tutti gli altri, meglio davvero passare oltre.

Il terzo mi dicono sia più leggero e diverso. Staremo a vedere.

Film
Horror
Disturbante
Olanda
UK
2011
sabato, 4 aprile 2026
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Miss Violence

di Alexandros Avranas

Da appassionato di horror, ho imparato presto che il vero orrore molto spesso si nasconde dentro spazi che dovrebbero essere rassicuranti. Un appartamento ordinato, una famiglia riunita attorno al tavolo, un compleanno festeggiato con sorrisi e candeline. È questo l’incipit di Miss Violence, l’opera del regista greco Alexandros Avranas che nel 2013 ha letteralmente gelato il Festival di Venezia, portandosi a casa il Leone d’Argento per la regia e una Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile assegnata a Themis Panou.
A rendere il tutto ancora più pesante è il fatto che Miss Violence è ispirato a una vera storia di abusi familiari avvenuta in Germania, una vicenda che, stando alle parole dello stesso Avranas, era persino più cruda e brutale di quanto il film riesca, o voglia, mostrare.

Durante i festeggiamenti per il suo undicesimo compleanno, Angeliki si alza da tavola, scavalca il parapetto del balcone e si getta nel vuoto. Lo fa con un mezzo sorriso sul volto. Con un’inquietante compostezza, la famiglia guidata da un nonno/padre pulisce il sangue, riordina la casa e continua a vivere come se nulla fosse accaduto, come se qualcosa sotto quella superficie di normalità fosse già profondamente rotto. La polizia apre un’indagine. I servizi sociali bussano alla porta. Il nucleo familiare - composto dai nonni (noti solo come Padre e Madre), dalla figlia trentenne Eleni, dall'adolescente Myrto e dai piccoli Filippos e Alkmini - non si scompone, impermeabile alle domande. Ma fin dalle prime sequenze, tra silenzi pesanti e frasi lasciate a metà, intuiamo che dietro quella facciata borghese si nasconde un mostro. Il patriarca non è soltanto un "padre padrone", ma un orco che abusa sessualmente delle figlie e gestisce figlie e nipoti come merce di scambio. Un sistema di potere tenuto in piedi dalla violenza, dalla paura e da una rassegnazione che nei più deboli ha ormai assunto le sembianze dell’abitudine.

Miss Violence è un pugno allo stomaco. Avranas evita qualsiasi forma di spettacolarizzazione e costruisce la narrazione con freddezza e distacco. Tra prostituzione minorile, pedofilia e incesto, la cosa più raccapricciante è il quadro di complicità che circonda tutto questo. Le donne della casa appaiono come vittime rassegnate, svuotate di ogni morale, trasformate in complici dal peso di un ruolo che non sanno o non possono più rifiutare. È il ritratto di una violenza patriarcale totalizzante, rinchiusa tra quattro mura e celata sotto la patina di una famiglia rispettabile. Tutto accade alla luce del giorno.
Viene spontaneo paragonare questo film a Dogtooth di Yorgos Lanthimos. Entrambi analizzano la famiglia come un sistema di potere chiuso e perverso. Ma dove Lanthimos cercava rifugio nell’assurdo e nel grottesco, Avranas sceglie la strada di un realismo freddo, squallido e spietato. Qui non c’è ironia, solo una crudeltà che non lascia allo spettatore alcun riparo.
Molti critici hanno letto nel film anche una metafora della Grecia durante la crisi economica. Un sistema che, pur di sopravvivere, finisce per divorare i propri figli. In questo senso il film diventa anche un atto d’accusa contro quell’indifferenza collettiva che permette a certi orrori di prosperare nell’ombra. L’ombra di un appartamento rispettabile in un palazzo come tanti.
La regia di Avranas è fredda, glaciale, implacabile. Le inquadrature sono geometriche, spesso fisse, come se volessero intrappolare i personaggi in una gabbia invisibile. Tutto sembra calcolato per eliminare qualsiasi sfogo emotivo. Solo in due momenti la macchina da presa abbandona la sua immobilità. Quando la sorella è costretta a schiaffeggiare il fratello, con la camera che inizia a girare vorticosamente intorno a loro, e quando gli assistenti sociali varcano la soglia dell’appartamento, con la camera che li segue, come se fosse l’unico momento in cui il mondo esterno prova davvero a scalfire quella bolla di orrore. La fotografia è smorta, spenta, e restituisce una quotidianità svuotata di calore e di senso. L’assenza quasi totale di commento musicale amplifica ulteriormente questa sensazione di oppressione. È un film difficile da tollerare, un terribile pugno allo stomaco che non punta sul mostrare tutto, ma sul lasciarti immaginare l’indicibile che accade fuori campo.

Miss Violence non è un film per tutti. Ti lascia addosso un senso di sporco e di impotenza, perché l'orrore che racconta vive nella normalità, nascosto dietro porte chiuse e sorrisi di circostanza. E quando il film finisce, la sensazione più inquietante è che quella porta potrebbe essere ovunque.

Film
Drammatico
Disturbante
Grecia
2013
venerdì, 13 marzo 2026
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Visitor Q

di Takashi Miike

Se pensate di aver visto tutto quello che il cinema estremo ha da offrire, probabilmente non avete ancora fatto i conti con Takashi Miike. Il regista giapponese, noto per la sua produttività quasi patologica (supererà i cento titoli in carriera), nei primi anni duemila, proprio mentre stava acquistando notorietà in occidente grazie a film come Audition e Ichi the Killer, diede vita a un oggetto cinematografico decisamente bizzarro, Visitor Q.
Nato con un budget irrisorio e girato in un digitale sporco per il circuito televisivo, il film ha tutte le caratteristiche del classico incidente di percorso. Un b-movie realizzato in fretta, quasi senza pretese, che finisce però per trasformarsi in qualcosa di molto più radicale. Il risultato è probabilmente uno dei lavori più folli e disturbanti mai firmati da Miike.

La storia ci porta dentro le mura della famiglia Yamazaki. Definirla "disfunzionale" sarebbe un eufemismo. Abbiamo un padre, giornalista fallito, che proprio nella scena iniziale ha un rapporto sessuale in una stanza d'albergo con la figlia che si prostituisce. Una madre vittima di abusi, tossicodipendente, che per procurarsi la droga anche lei si prostituisce. Il figlio adolescente, vittima di bullismo a scuola, che si vendica picchiando selvaggiamente la madre a casa. Insomma, non proprio la famiglia da Mulino Bianco. In questo bel quadretto familiare irrompe il Visitatore Q, uno sconosciuto silenzioso, che esordisce colpendo il padre con un sasso in testa, e si installa nella vita degli Yamazaki diventando il catalizzatore di un’escalation di follia che, paradossalmente, costringerà i membri della famiglia a confrontarsi con se stessi e con il proprio disastro emotivo.

Visitor Q è uno dei film più malati, assurdi e grotteschi che il cinema abbia mai concepito, ma attraversato da un’ironia così nera da risultare a tratti, esilarante.
Sul piano estetico, la scelta del digitale sporco, regala un tono documentaristico, quasi amatoriale, che rende tutto terribilmente immediato.
Le nefandezze che Miike mette in scena sono un inventario dell'estremo: incesto, violenza familiare, tossicodipendenza, necrofilia. Perversioni portate all'eccesso che paradossalmente, smettono di essere solo disturbanti e cominciano a fare ridere. La scena probabilmente più sconcertante è sicuramente quella dell'atto necrofilo, durante il quale il protagonista rimane incastrato nel cadavere a causa del rigor mortis, dopo aver scambiato le feci per una lubrificazione vaginale. È cinema che ti prende a schiaffi, ti fa voltare dall'altra parte e poi ti costringe a guardare di nuovo per capire se hai visto davvero quello che pensi di aver visto.
Ma oltre il gusto per la provocazione estrema, Visitor Q è una riflessione sulla famiglia disfunzionale, quella nipponica in particolare, con le sue pressioni sociali soffocanti, i suoi silenzi pesanti, la sua incapacità strutturale di comunicare. Il Visitatore Q non è un salvatore angelico, ma è l'elemento esterno che spinge ogni membro della famiglia ad accettare i propri istinti più bassi per tornare a "sentire" qualcosa. La scena finale, in cui la madre allatta il marito e la figlia, è al tempo stesso assurda, tenera e inquietante. Una sorta di Pietà distorta, in cui la famiglia si ritrova insieme accettando di essere dei mostri.

Visitor Q non è un film per tutti, e questo è il suo pregio più grande. È un’esperienza per stomaci d'acciaio e per cinefili che apprezzano il cinema estremo. Se cercate il politicamente corretto, restate lontani. Se cercate un cinema che non ha paura di essere sgradevole, ironico e profondamente deviante, allora siete nel posto giusto. Ma non dite che non vi avevo avvertito.

Film
Grottesco
Disturbante
giappone
2001
venerdì, 5 dicembre 2025
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The Human Centipede (First Sequence)

di Tom Six

Da appassionato del genere horror, a cavallo del nuovo millennio, io e un amico del tempo che condividevamo gli stessi gusti eravamo alla costante ricerca del film eccessivo, quello più estremo, macabro e disturbante. Spesso li recuperavamo in qualche videoteca specializzata, perché lo streaming non esisteva e il cinema di nicchia dovevi sudartelo, o sperare che passasse su Fuori Orario. In quel periodo mi sono visto gli horror giapponesi, Tetsuo, i film di Takashi Miike, il primo Lynch, Nekromantik, Cannibal Holocaust, fino a quello che considero tuttora il più disturbante di tutti, Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini.
Negli anni sono diventato più sensibile o forse semplicemente più stanco. Oggi faccio fatica a reggere visioni in cui sevizie e mutilazioni sono il piatto forte. Eppure il fascino del cinema degli eccessi non si è mai spento. Così, dopo aver rimandato a lungo la visione di questo titolo (che apre una trilogia il cui secondo capitolo è considerato ancora più estremo), e dopo aver fallito miseramente nel tentativo di trovare qualcuno disposto a condividere l’esperienza – appena accennavo la trama, i miei amici mi mandavano letteralmente a cagare – ho deciso di iniziare la trilogia di Tom Six partendo ovviamente da The Human Centipede (First Sequence).

Due turiste americane, Jenny e Lindsay, in viaggio in Germania, rimangono bloccate in un bosco durante un temporale notturno. In cerca di aiuto raggiungono una villa isolata, residenza del dottor Heiter (interpretato dall'inquietante Dieter Laser). Heiter è un ex chirurgo specializzato nel separare gemelli siamesi, ora deciso a compiere l’operazione inversa per una sorta di follia creativa. Dopo aver drogato le due ragazze e un malcapitato turista giapponese, svela il suo progetto. Creare un unico organismo composto da tre persone unite chirurgicamente bocca-ano, costrette a condividere l’apparato digerente.

La trama è semplice, quasi un manuale dell’horror più classico, ma l’idea del centipede umano ha una forza così disturbante da reggere da sola l’intero film.  L'ispirazione è venuta a Tom Six (giovane regista e sceneggiatore olandese che al tempo aveva realizzato un paio di film indipendenti passati inosservati) quando, vedendo al telegiornale la storia di uno stupratore di bambini, se ne uscì discendo che la punizione ideale sarebbe stata cucire la bocca del criminale all'ano di un camionista obeso. Da quella battuta macabra iniziò a concepire un film che sviluppò poi in una trilogia, arrivando perfino a consultare un vero chirurgo (che, saggiamente, ha preferito rimanere anonimo), il quale confermò che l’operazione, almeno teoricamente, sarebbe possibile a patto di nutrire i soggetti per via endovenosa. Questa consapevolezza, inutile dirlo, rende la visione ancora più sgradevole.
Il film si inserisce in un filone che guarda ai grandi maestri della trasgressione. Six cuce (letteralmente) insieme le influenze del body horror di Cronenberg, l’estremismo visivo di Miike e il già citato Pasolini. Il riferimento a Salò non riguarda solo la coprofagia forzata, ma anche il sottotesto nazifascista. Il dottot Heiter è modellato su Josef Mengele, il medico nazista che conducevano esperimenti durante il Terzo Reich, e Laser lo interpreta con un delirio quasi comico, una sorta di Malgioglio autoritario che rasenta la caricatura pur rimanendo tremendamente inquietante.
The Human Centipede è un film che divide. C’è chi lo vede come una provocazione geniale e chi come un esercizio gratuito di cattivo gusto. Probabilmente la verità sta nel mezzo. Per quanto discutibile, è un’opera originale, realizzata con un budget ridicolo, vietata in diversi paesi, proiettata solo in qualche festival di settore e visibile in Italia soltanto sottotitolata. Eppure, grazie al passaparola e all’home video, è diventata un piccolo cult, fino a conquistarsi perfino una parodia in South Park.
Va anche detto che in questo primo capitolo la violenza esplicita è limitata. Six gira come un horror classico e un po’ stereotipato, dove le vittime e i poliziotti fanno puntualmente le scelte sbagliate. E' l'idea stessa dell'esperimento, la visione del risultato finale – tre persone unite in una catena di sofferenza e degradazione –  a produrre l’effetto disturbante. L’orrore è quasi tutto mentale. Immaginare la vita dei tre corpi uniti, prevedere la fine della sola superstite, è più potente di qualsiasi effetto splatter.

Adesso dovrò trovare il coraggio di affrontare The Human Centipede 2 (Full Sequence) del 2011, considerato il più estremo della trilogia. Prima però, un paio di commedie non me le toglie nessuno.

Film
Horror
Disturbante
Olanda
2009
giovedì, 20 novembre 2025
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Ichi the Killer

di Takashi Miike

Parliamoci chiaro. Ci sono film che guardi per rilassarti, film più impegnativi, quelli che scegli quando vuoi il brivido giusto, e poi c’è Takashi Miike. Se non avete mai incrociato la filmografia di questo signore giapponese, beh, preparatevi psicologicamente, qui si parla di un’esperienza cinematografica che definire "estrema" è un eufemismo.

Tratto dal manga omonimo di Hideo Yamamoto, Ichi the Killer è considerato uno dei film più amati e venerati dai fan di Miike — e non è un caso. Uscito nel 2001, è diventato subito un cult controverso, non soltanto per la sua violenza senza filtri, ma anche per la sua capacità di mischiare crudeltà e poetica perversione. In italia è arrivato nel 2013 direttamente in DVD.

Siamo a Tokyo, precisamente nel quartiere di Shinjuku, popolata da gang rivali legate alla Yakuza. Quando il boss criminale Anjo scompare misteriosamente, e con lui anche un’ingente somma di denaro, il suo braccio destro, Kakihara (Tadanobu Asano), decide di partire in una missione di vendetta, convinto che dietro la sparizione ci sia un complotto. Kakihara è un sadomasochista instabile che ama infliggere violenza pur di sentirsi vivo, uno che si veste come una popstar sotto acidi con la faccia tenuta insieme da piercing e cicatrici che gli formano un sorriso che farebbe sembrare il Joker un impiegato del catasto. Parallelamente seguiamo Ichi (Nao Omori), un giovane complessato apparentemente mite ma con un potenziale di ferocia devastante, che sta decimando gli uomini del clan di Anjo per conto di Jijii (Shin'ya Tsukamoto), un vecchio inquietante che gli ha fatto il lavaggio del cervello e lo sta manipolando. Ichi, che definire problematico sarebbe alquanto riduttivo, se ne va in giro vestito con una tutina nera con il numero 1 sulla schiena e ha delle lame nei tacchi degli stivali con cui affetta la gente come fossero sashimi. Ovviamente i due personaggi finiranno per incrociarsi, non prima di aver assistito a stupri, torture e violenze d'ogni genere.

Ichi the Killer è una sorta di yakuza movie malsano, violento ed esagerato. Un fumettone pulp che spinge l'acceleratore del gore con un’ironia talmente grottesca che alla fine ti ritrovi a ridere (e poi a sentirti in colpa per aver riso, ma vabbè, dettagli). Lo splatter è ovunque, l'ultraviolenza dilaga, ma c’è anche un’estetica precisa, una visione. La regia è schizofrenica, veloce, sporca, perfettamente in linea con l'origine cartacea dell'opera. Miike non cerca il realismo, cerca l'eccesso. È tutto così "sopra le righe" che diventa quasi un cartone animato per adulti deviati. La storia inzialmente potrebbe sembrare caotica ma alla fine risulta abbastanza lineare giocandosi tutto sulla sfida a distanza tra i due schizzati protagonisti. Il biondo (ossigenato) Kakihara vede in Ichi l'unico in grado di infliggergli quella sofferenza suprema che lo farebbe sentire vivo. Dal canto suo Ichi usa la violenza come unica via per esprimere la sua sessualità repressa. È una disperata ricerca di contatto umano filtrata attraverso il dolore, di un amore che non si riesce a raggiungere se non con la sofferenza e la brutalità. A mio avviso la scena più disturbante è quella dello stupro, forse perchè più realistica. Le altre sequenze, a partire dal tizio appeso con i ganci e torturato con l'olio bollente, è talmente eccessiva ed esagerata da risultare (quasi) divertente.

Ichi the Killer è un film fondamentale per capire il cinema estremo giapponese di inizio millennio. È un film per tutti? Manco per sogno. Se non avete lo stomaco forte, statene alla larga. Ma se volete vedere cosa succede quando un regista visionario, anarchico, dotato di una maestria tecnica e un senso del ritmo invidiabili, decide di non avere nessun freno inibitore, allora accomodatevi.

Film
Grottesco
Noir
Pulp
Disturbante
giappone
2001
giovedì, 16 ottobre 2025
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La mesita del comedor - The Coffe Table

di Caye Casas

Ogni tanto mi piace spulciare tra quei film poco conosciuti, quelli di nicchia, passati magari in qualche rassegna di cinema di genere e mai arrivati nelle sale. E' il caso di La mesita del comedor, un film spagnolo del 2022 diretto da Caye Casas, conosciuto a livello internazionale come The Coffe Table, disponibile in Italia su MyMovies One, la piattaforma streaming di MyMovies. Il film ha guadagnato un certa notorietà quando Stephen King l’ha consigliata sui social, definendola uno dei film più macabri che avesse mai visto.
E che faccio, me lo perdo? Non sia mai.

La storia è semplice, ma non per questo meno sconvolgente. Si svolge quasi interamente all’interno di un appartamento.
Jesus (David Pareja) e María (Estefanía de los Santos) sono una coppia che da poche settimane ha avuto un figlio. Si sono appena trasferiti nella loro nuova casa e Jesus, per celebrare l’arrivo del bambino, decide di comprare un tavolino di vetro — un oggetto di dubbio gusto, che il commerciante descrive come “pregiato e indistruttibile” — nonostante l’esplicito disappunto della moglie.
Il tavolino, un oggetto apparentemente banale e insignificante, sarà l'inizio della loro tragedia.

Il regista Caye Casas ha descritto il suo film come "un’opera scomoda e politicamente scorretta, con un umorismo estremamente nero, una tragedia basata sulla crudeltà casuale della vita reale e su un destino avverso".
Da qui in avanti mi è impossibile parlarne senza entrare nel territorio degli spoiler. Posso dire soltanto che, da padre, questo film ha toccato corde particolarmente sensibili e che per tutta la visione ho provato un disagio crescente, aspettando la sua conclusione per potermi finalmente liberare della tensione accumulata.
Arrivati a questo punto, è chiaro che il bambino muore. Mentre Jesus inizia a montare il tavolino, María esce per fare la spesa, lasciandolo solo col neonato per la prima volta. Poi accade la tragedia: un banalissimo incidente domestico che, nel giro di pochi secondi, trasforma la quotidianità di questa coppia in un incubo irreversibile. Jesus inciampa e cade sul tavolino di vetro, decapitando il bambino che aveva in braccio. Una scena che rimane fuori campo e che mi ha ricordato quella di Love Life di Koji Fukada.
La perdita di un figlio, violenta e provocata, è un dolore troppo grande per essere accettato. Si prova a negarlo, a rimuoverlo, a fingere che non sia mai accaduto. Ed è ciò che fa Jesus, che sotto shock ripone il corpo del neonato nella culla, pulisce il sangue dal tappeto, raccoglie i vetri ma non ha il coraggio di toccare la testa del piccolo, finita sotto la poltrona. Quando María rientra, le racconta di essersi ferito durante il montaggio del tavolo, di aver messo a dormire il piccolo, aiutandola a preparare il pranzo per il fratello e la nuova compagna, arrivati proprio per conoscere il bambino.
È una strada senza via d’uscita, che non fa che rimandare l’inevitabile. Casas costruisce una tensione insostenibile, che cresce scena dopo scena fino a un finale che ha il sapore amaro della liberazione. La mesita del comedor è un film di una potenza emotiva devastante, sorretto da due interpretazioni straordinarie. Pur muovendosi sul confine del grottesco, mantiene una ferocia realistica, come una satira crudele sull’assurdità della vita, sulla fragilità del caso e sulla violenza del dolore umano.
Uno di quei film che ti rimane addosso.

Film
Drammatico
Disturbante
Spagna
2022
domenica, 14 settembre 2025
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La ragazza della porta accanto

di Gregory Wilson

Vedere questo film è stato devastante.
Quando penso all’horror, non sono le case infestate, gli zombi o i mostri nascosti in soffitta a turbarmi davvero. Tutto ciò che appartiene al soprannaturale resta confinato nella fantasia, e finisce per diventare quasi un esercizio di evasione. Diverso è quando l’orrore prende forma attraverso persone comuni, uomini e donne capaci di compiere atrocità inimmaginabili. Quando la crudeltà è radicata nell’animo umano, non c’è filtro, non c’è distanza di sicurezza. Se poi ciò che vediamo è ispirato a una vicenda realmente accaduta, il disagio diventa ancora più insopportabile.
È proprio questo il caso di La ragazza della porta accanto, film del 2007 diretto da Gregory Wilson, tratto dall’omonimo romanzo di Jack Ketchum  ispirato al terribile omicidio di Sylvia Likens.

Negli anni cinquanta, in una tranquilla cittadina americana, due ragazzine rimaste orfane – Meg (Blythe Auffarth) e sua sorella Susan, rimasta disabile nell’incidente che ha causato la morte dei loro genitori – vengono affidate alle cure della zia Ruth Chandler (Blanche Baker), madre di tre ragazzi. All’apparenza rispettabile, Ruth si rivela presto autoritaria e disturbata, trascinando i figli e i giovani del quartiere in un perverso gioco di crudeltà e soprusi. Meg, la maggiore, diventa il bersaglio di una spirale di violenze sempre più disumane, mentre l’amico David, segretamente innamorato di lei, assiste impotente alla sua segregazione in cantina, dove subisce un calvario sadico e crudele.

Sebbene la violenza e gli atti sadici siano perlopiù tenuti fuori campo, La ragazza della porta accanto è un film estremamente disturbante, destinato a stomaci forti. Nulla a che vedere con i vari torture-porn che imperversavano negli anni in cui uscì la pellicola di Wilson. Nonostante le sevizie e le atroci umiliazioni restino fuori campo, il film non ha bisogno di scene esplicite per colpire duro. Lo fa attraverso dialoghi, tensione psicologica e suggestioni, riuscendo a creare nello spettatore una forte empatia per la povera protagonista e il suo lungo percorso di degradazione morale e fisica, atrocemente travestito da innocente gioco infantile.
A orchestrare tutto c’è la zia, donna disturbata che coinvolge i figli e altri giovani del quartiere, offrendo loro birre e sigarette e trasformandoli in complici delle sue crudeltà. Ciò che fa più male è la perversione dei ragazzi, ormai plagiati in maniera incredibile dalla donna, che finiscono per compiere ogni tipo di nefandezza contro Meg. L’unico che si sottrae a queste atrocità è il giovane David, che inizialmente assiste in silenzio, impotente, incapace di intervenire. La sua frustrazione e il senso di colpa si trasformano in una voragine di dolore quando Meg gli confessa il suo amore, poco prima di espiare per le violenze subite.
Tecnicamente ineccepibile e interpretato da un cast eccellente – molto brava la Baker, il film lascia un’impronta indelebile, soprattutto perché si ispira a fatti realmente accaduti a Indianapolis nel 1965, quando la sedicenne Sylvia Likens fu torturata e uccisa dalla donna a cui era stata affidata. Il film non è una ricostruzione fedele degli eventi – anche i nomi dei protagonisti sono diversi, ma alcune delle sevizie documentate sono state riportate in questa pellicola. Nello stesso anno uscì anche An American Crime, ispirato allo stesso caso, ma tra i due, da quello che leggo in giro, questo risulterebbe più crudo e spietato.

La ragazza della porta accanto è un horror viscerale e diretto, che si insinua sotto la pelle e lascia scosso per ore dopo la visione. Un film da vedere, pur sapendo che può fare molto male.

Film
Drammatico
Horror
Disturbante
USA
2007
sabato, 2 agosto 2025
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Martyrs

di Pascal Laugier

L’horror è sicuramente il mio genere preferito. Ne ho visti tanti, continuo a guardarne, ma raramente riescono ancora a farmi davvero paura. Col tempo ho imparato ad apprezzarne le sfumature, i sottogeneri, i giochi visivi e narrativi. Ma dopo anni passati ad assorbire i meccanismi tipici del genere, la mia attenzione si è spostata altrove. Ora guardo più al modo in cui viene trattata una tematica, a una messa in scena originale, a una scelta registica fuori dal comune.

Tra i sottogeneri che ancora riescono a scuotermi c’è quello comunemente definito "torture porn". Un’etichetta forse riduttiva, ma utile per orientarsi. Da Hostel a Saw, da The Devil’s Rejects fino al giapponese Grotesque, è emersa una corrente in cui la violenza non è solo presente, ma fulcro narrativo. Viene ostentata, protratta, spinta fino al limite della sopportazione.

Martyrs, film francese del 2008 diretto da Pascal Laugier, parte da lì. Dal dolore, dalla tortura. Ma va molto oltre. Non è il solito film estremo che punta a scioccare lo spettatore. È qualcosa di più disturbante, più profondo, più spiazzante. E lascia addosso un senso di disagio che non svanisce facilmente.

Il film si apre con una bambina, Lucie, che fugge urlando da una fabbrica abbandonata, quasi nuda e ricoperta di sangue.  Per oltre un anno è stata tenuta prigioniera e sottoposta a torture fisiche e psicologiche. Gravemente traumatizzata, viene accolta in un orfanotrofio dove stringe un legame profondo con Anna, un'altra ragazza con un passato difficile alle spalle. Crescendo insieme, le due diventano amiche intime.
Quindici anni più tardi, Lucie ormai adulta (interpretata da Mylène Jampanoï), è convinta di aver finalmente individuato i responsabili delle sue sofferenze. Senza esitare, fa irruzione nella casa di una famiglia borghese uccidendola a colpi di fucile. Poi, disperata, telefona ad Anna (Morjana Alaoui) chiedendole di venire ad aiutarla. Anna si precipita, sconvolta, trovandosi di fronte a una scena devastante. Teme che l’amica abbia perso il contatto con la realtà, travolta dai propri fantasmi interiori. Lucie, infatti, continua ad autoinfliggersi ferite sostenendo di essere perseguitata da una creatura mostruosa. Ma quello che Anna scoprirà in quella casa è qualcosa che va oltre ogni sua immaginazione, oltre ogni limite. E rappresenta solo l’inizio di una spirale di orrore che non lascia vie d’uscita.

Altro non dico, perché Martyrs è costruito su una serie di svolte narrative che vanno scoperte passo dopo passo. Quella che sembra una semplice storia di vendetta alla Old Boy, si trasforma presto in qualcos’altro, spiazzante e radicale. La prima parte, intensa e brutale, è solo un preludio. È la preparazione emotiva, visiva e tematica per un secondo atto che ribalta tutto, portando lo spettatore in un territorio completamente diverso, dove l’orrore non è più solo fisico ma esistenziale. È qui che il film mostra la sua vera natura.
Martyrs non è un film piacevole. Non cerca di esserlo, nemmeno per un attimo. Non è il disgusto a prevalere, non lo schifo da corpi mutilati che spesso accompagna certo cinema estremo. Qui si prova dolore, puro e senza filtri. È un horror dell’anima, un’esperienza che annichilisce. Nero come la pece, privo di qualunque ironia o compiacimento, spinge lo spettatore dentro un abisso in cui la tortura non è mai spettacolo, ma accanimento insopportabile.
Eppure, dal punto di vista narrativo, Martyrs non cede mai. La tensione resta costante, serrata. Gli ambienti sono spogli, bui, opprimenti, e il frequente uso della camera a mano amplifica il senso di disorientamento e terrore. Tecnicamente è un film ineccepibile. Girato con rigore, orchestrato con lucidità, interpretato con una credibilità emotiva che toglie il fiato.
Pascal Laugier rilegge il torture porn, lo stravolge, lo svuota del suo compiacimento visivo per restituirci qualcosa di più intimo, più viscerale. Qui non ci sono frattaglie che esplodono sullo schermo come nei film americani. L’orrore è sottopelle, nascosto dietro l’apparenza di una società borghese, anziana e decadente, terrorizzata dall’approssimarsi della fine. Una società che sceglie di infliggere sofferenza a vittime innocenti nel disperato tentativo di trovare una risposta all’unica domanda che davvero ci accomuna: cosa c’è dopo la morte?
Il finale è stato molto discusso. C’è chi lo ha trovato vago, chi pretenzioso. Personalmente lo considero uno dei finali più potenti del cinema horror — forse non al livello di The Mist, ma non lontano. È crudele, definitivo, e probabilmente l’unico possibile. Chiude il film con una nota disturbante che rimane dentro, come un graffio che non si rimargina.

Un horror che riesce a suscitare orrore ha raggiunto il suo scopo. E Martyrs ci riesce benissimo. La prima volta che l’ho visto sono rimasto mezz’ora a fissare il soffitto prima di riuscire ad addormentarmi. La seconda volta ho messo in pausa più volte, costretto ad alzarmi e prendere fiato. È un film che non si dimentica. E proprio per questo, rimane uno dei miei horror preferiti del XXI secolo.

Film
Horror
Disturbante
Francia
2008
Retrospettiva
giovedì, 13 marzo 2025
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Audition

di Takashi Miike

La prima volta che ho visto Audition di Takashi Miike, in una videocassetta a casa di un amico, non avevo idea di cosa mi aspettasse. Mi affascinavano gli horror giapponesi, che in quel periodo stavano proliferando, e avevo già visto film estremi e disturbanti. Tuttavia con Audition, di cui ignoravo la svolta nella trama, avevo un aspettativa diversa. Forse il titolo, forse la premessa da dramma sentimentale. Fatto sta che mi ha colto completamente alla sprovvista.

Quando il film viene presentato in anteprima al Festival di Rotterdam nel gennaio del 2000, Miike ha già diretto una decina di film. È noto per il suo stile prolifico e anticonvenzionale — in trent'anni di carriera girerà più di un centinaio di film spaziando tra i generi più disparati — ma è proprio con Audition, tratto dall’omonimo romanzo di Ryu Murakami, che il suo nome esplode a livello internazionale, consacrandolo come uno dei cineasti più estremi e provocatori del panorama giapponese.

Shigeharu Aoyama (Ryo Ishibashi) è un uomo di mezza età rimasto vedovo, che vive solo con il figlio adolescente. Su insistenza di quest’ultimo, decide di rimettersi in gioco e cercare una nuova moglie. L’amico Yoshikawa (Jun Kunimura), produttore cinematografico, gli propone una idea bizzarra, quella di organizzare un’audizione per un film inesistente, in modo da poter selezionare, tra tante giovani aspiranti attrici, la donna perfetta per Aoyama. È così che l’uomo incontra Asami Yamazaki (Eihi Shiina), una giovane di ventiquattro anni, eterea, timida e misteriosa. Aoyama ne è subito rapito. Asami sembra delicata, quasi irreale, con una storia di sofferenza che la rende ancora più affascinante. Ma dietro quel volto angelico si nasconde qualcosa di oscuro. Un passato di dolore, abusi e violenza repressa, che trascinerà Aoyama in un incubo a occhi aperti.

La forza di Audition sta proprio nella sua costruzione e nella sua messa in scena. Inizialmente il film sembra una semplice storia d’amore, quasi una commedia grottesca, in cui un uomo di mezza età si affida a una finta audizione organizzata dall’amico per trovare moglie, sfogliando i profili delle candidate con la stessa leggerezza con cui oggi si "swippa" su un’app di incontri. La donna perfetta deve essere giovane, bella, gentile, devota, pronta a soddisfare ogni necessità dell’uomo. Ma Asami non è un oggetto. È il riflesso distorto di una società patriarcale che impone alle donne di essere compiacenti, di curare il dolore degli uomini dimenticandosi del proprio. E quando la sua maschera cade, quando Aoyama si dimostra incapace di darle quell’amore assoluto che lei chiede, l’uomo diventa la vittima perfetta su cui riversare tutta la sofferenza accumulata da anni di solitudine, abusi e molestie.

Miike costruisce un film che inizia come un dramma sentimentale, che si trasforma in un noir lynchano sospeso tra realtà e incubo — l'uomo nel sacco ha la stessa potenza inquietante del barbone di Mulholland Drive — per poi virare nel finale in un horror estremo ai limiti della sopportazione visiva. Audition è un film che gioca sull’ambiguità, lasciandoci costantemente nel dubbio su cosa sia reale e cosa sia frutto della mente dei protagonisti.

Un cult movie, un classico moderno sulla violenza inflitta e ricevuta, sulla fragilità che si trasforma in disperazione. Un’illusione d’amore che si sgretola rivelando il volto della follia. Forse non è un horror nel senso più tradizionale del termine, ma una volta visto, è impossibile dimenticarlo. Sicuramente il capolavoro di Miike.

Film
Drammatico
Horror
Disturbante
giappone
1999
Retrospettiva
domenica, 2 marzo 2025
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Titane

di Julia Ducournau

Quando il cinema francese decide di osare, sa essere disturbante come pochi. E per disturbante intendo qualcosa che ti si insinua sotto la pelle, lacera e lascia il segno. Titane, diretto da Julia Ducournau e vincitore della Palma d’Oro a Cannes 2021, è un film estremo, provocatore e spiazzante. 

Alexia (Agathe Rousselle) porta nel cranio una placca di titanio, souvenir di un incidente d’auto avuto da bambina. Forse è per questo che, da adulta, sembra più macchina che umana. Lavora come ballerina di lap dance alle fiere automobilistiche, strusciandosi su auto fiammanti, ipersessualizzata e inaccessibile. Un sogno proibito per chi la osserva, ma non per le automobili, verso cui prova un’attrazione così viscerale da arrivare ad avere un rapporto sessuale con una Cadillac (probabilmente con la leva del cambio, ma meglio non farsi troppe domande). Il rapporto con gli esseri umani invece è un pò più problematico e chiunque osi avvicinarsi troppo, uomo o donna che sia, finisce con un fermaglio da capelli piantato nel cranio. La situazione precipita quando la nostra protagonista compie una strage in una festa privata e si ritrova braccata dalla polizia. In cerca di una via di fuga, Alexia decide di compiere la metamorfosi più estrema, si sfigura il volto e assume l’identità di Adrien, il figlio scomparso di un comandante dei pompieri (Vincent Lindon), un uomo che si aggrappa disperatamente all’illusione di aver ritrovato il figlio perduto. Nel frattempo, piccolo dettaglio da non trascurare, Alexia scopre di essere incinta. Dell'auto.

Titane è un body horror senza freni, disturbante, ed estremo. Il suono delle ossa che si spezzano, il metallo che stride sulla pelle, lo strazio del corpo che si lacera diventa così irritante e fastidioso, che a tratti bisogna distogliere lo sguardo dallo schermo. Le influenze di Crash di Cronenberg e di Tetsuo di Tsukamoto sono evidenti, ma Ducournau ci mette del suo, mescolando il disgusto con un’ironia sottile e irriverente. Basta vedere la scena dell’omicidio compiuto con uno sgabello sulle note di Nessuno mi può giudicare di Caterina Caselli, o il momento surreale in cui Alexia canta la Macarena durante una respirazione bocca a bocca. È un horror del corpo, ma anche dell’identità. In un mondo ossessionato dalle etichette, Alexia diventa un’entità fluida, senza un nome, senza un genere, senza più un’origine chiara. Un corpo in costante trasformazione, né uomo né donna, né carne né metallo.
Dall’altro lato, Vincent, il comandante dei pompieri, è il contrappeso umano, ma non meno devastato. La sua mascolinità ipertrofica è solo un guscio fragile, alimentato da steroidi e disperazione. Il suo bisogno d’amore è così cieco da non voler vedere la realtà, abbracciando l’inganno con una dolcezza straziante. Il loro rapporto è un paradosso che funziona. Un gioco di specchi tra corpi spezzati che cercano di ripararsi a vicenda, senza mai riuscirci davvero.

Probabilmente Titane verrà ricordato come "il film in cui una ragazza resta incinta dopo aver fatto sesso con un’automobile", senza ombra di dubbio, ma è anche una storia d’amore. Malata, deviata, dolorosa e impossibile, ma pur sempre amore. Il bisogno disperato di essere accettati, di essere visti, di essere amati nonostante tutto. Anche se stai secernendo olio motore dalla vagina.
Un film che lascia il segno, come una cicatrice sul metallo.

Film
Drammatico
Horror
Disturbante
Francia
2021
venerdì, 22 dicembre 2023
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Speak No Evil

di Christian Tafdrup

Speak No Evil, film danese del 2022 diretto da Christian Tafdrup, era da tempo nella mia lista dei film da vedere, e quindi mi pareva giusto, in questo bel clima natalizio, concedermi uno dei film più ansiogeni e disturbanti che abbia mai visto.

La storia è quella di due famiglie, una danese e l'altra olandese, che si conoscono durante una vacanza in toscana. La famiglia danese è composta da Bjørn (Morten Burian), Louise (Sidsel Siem Koch) e la loro piccola figlia Agnes, mentra la famiglia olandese è composta da Patrick (Fedja van Huêt), la moglie Karin (Karina Smulders) e il figlio Abel, un bambino scontroso che non può parlare a causa di una malformazione alla lingua. Le due famiglie si piacciono e si divertono insieme durante la vacanza in Italia. Tempo dopo, tornati nelle loro rispettive case, i danesi ricevono l'invito dagli olandesi di trascorrere un week-end nella loro casa di campagna. I danesi inizialmente sono restii, alla fine non si conoscono per niente, ma per non voler essere scortesi e ricordandosi dei giorni passati bene insieme, decidono di accettare la proposta.
Il nuovo incontro però risulta diverso dal precedente. La coppia olandese accoglie la famiglia danese con ospitalità e allegria ma fin da subito ci sono una serie di comportamenti ambigui e irritanti che mettono a disagio Bjørn e Louise. I due non capiscono se si tratta di usanze e abitudini diverse dalla loro quindi in un primo momento soprassiedono. Tuttavia le continue provocazioni della coppia olandese si fanno più pressanti. Quando finalmente la famiglia danese si rende conto di essere caduta nella classica tela del ragno si ritrova incapace di reagire aspettando con rassegnazione l'inevitabile orrore.

Dal punto di vista emozionale il film di Tafdrup raggiunge indiscutibilmente il suo obiettivo: provocare una forte e crescente ansia nello spettatore che finisce da una parte per identificarsi nella coppia danese mentre dall'altra per provare un forte disagio per la loro passività. La musica, il montaggio, la stessa fotografia contribuiscono a creare una costante e disturbante tensione che a un certo punto diventa quasi impossibile da sostenere. E' per questo che il finale - quando l'orrore vero, non quello soprannaturale ma quello reale, esplode in tutta la sua credultà - diventa quasi liberatorio e accolto con accettazione. Nel comportamento passivo delle vittime ci stà l'evidente critica a una società conformistica, perbenista e repressiva - ovviamente parliamo di quella danese - che pur di agire, ribellarsi e accogliere le proprie pulsioni emotive preferisce consegnarsi inerme al proprio carnefice.

Il senso di Speak No Evil si può racchiudere in questo scambio di battutte tra Bjørn e Patrick: "Perché ci fate questo?" Perché ce lo avete permesso".

Ottimo film, peccato per gli evidenti problemi di sceneggiatura. Se accantoniamo l'aspetto emotivo e andiamo ad analizzare razionalmente il film [spoiler on] è impossibile che i due serial killer possano uccidere così tante coppie per rapire i loro figli in maniera così indisturbata e tutto alla luce del sole [spoiler off].
In tutti i modi, tralasciando questo aspetto inverosimile, Speak No Evil è di certo un film che lascia il segno e non si dimentica facilmente con uno dei finali più feroci e crudeli che abbia mai visto.

Film
Thriller
Horror
Disturbante
2022

© , the is my oyster