L'uomo lupo (1941)
di George Waggner
Nel 1941, dieci anni dopo che Dracula e Frankenstein avevano inaugurato l'epoca d'oro dell'horror Universal, la casa di produzione decide che è arrivato il momento di lanciare un nuovo mostro: l'Uomo Lupo. In realtà la stessa Universal sei anni prima aveva già portare un licantropo sullo schermo con Werewolf of London ma è con il film diretto da George Waggner su sceneggiatura di Curt Siodmak, che il mito entra definitivamente nell'immaginario cinematografico, prendendo la forma che tutti noi, ancora oggi, conosciamo.
Larry Talbot (Lon Chaney Jr.) torna nella tenuta di famiglia in Galles dopo la morte del fratello maggiore, riavvicinandosi al padre Sir John (Claude Rains) dopo anni di lontananza. Appena arrivato, comincia a corteggiare Gwen Conliffe (Evelyn Ankers), giovane commessa del paese già promessa a un altro uomo. Durante un'uscita notturna con lei e un'amica per farsi leggere la fortuna da alcuni zingari accampati nei pressi del bosco, Larry viene morso da un lupo mentre tenta di difendere le due donne. Scoprirà presto che la creatura era in realtà un gitano condannato dalla licantropia, e che la maledizione è ormai passata a lui.
Guardato con gli occhi di oggi, L'uomo lupo mostra inevitabilmente il peso dei suoi oltre ottant'anni, soprattutto negli effetti speciali. Il trucco di Jack Pierce, già responsabile di Frankenstein e della Mummia, è fatto di protesi, denti finti e una generosa quantità di peli applicati sul volto di Chaney, mentre la trasformazione viene affidata a poche dissolvenze concentrate su piedi e viso. Per il resto, il licantropo ha ben poco di animalesco: cammina nel bosco in posizione eretta, pantaloni e camicia addosso, e assale le vittime più come uno squilibrato uscito male da una serata al pub che come una belva feroce.
Fermarsi qui, però, sarebbe ingeneroso. È proprio in questo film che prende forma gran parte della moderna mitologia dei licantropi: il morso come trasmissione della maledizione, l'argento come unica arma capace di ucciderli, il pentacolo che segna la futura vittima, la trasformazione vissuta come condanna ciclica e incontrollabile. Manca ancora il tassello più iconico, la luna piena, che diventerà centrale solo nelle rappresentazioni successive.
Sul piano visivo il film conserva parecchio fascino. La cittadina gallese è ricostruita secondo il classico immaginario gotico hollywoodiano, mentre i boschi artificiali immersi nella nebbia, con quegli alberi contorti da fiaba nera, restituiscono un'atmosfera ancora efficace.
Il vero cuore del film, però, è la paura del mostro interiore. Larry è un uomo sostanzialmente buono, condannato da qualcosa che non ha scelto e non riesce a controllare. Eppure la sua insistenza nei confronti di Gwen, prima spiata con un telescopio e poi corteggiata nonostante sia già fidanzata, lascia intravedere una prima manifestazione di quell'impulso predatorio che esploderà del tutto nel licantropo. Diciamocelo, al giorno d'oggi un corteggiamento simile si chiamerebbe molestia. Il mostro, insomma, non nasce dal nulla: è già lì, nascosto sotto la superficie rispettabile dell'uomo perbene.
Interessante anche il rapporto tra Larry e il padre. Sir John incarna la razionalità e l'autorità patriarcale, considera la licantropia una superstizione o una suggestione mentale e, invece di ascoltare il figlio, cerca continuamente di riportarlo alla ragione. È proprio da questa incomunicabilità che nasce la tragedia: nel finale Sir John uccide Larry e scopre la verità solo quando il corpo del mostro riprende forma umana. Uccide il figlio che avrebbe voluto proteggere perché non è stato capace di riconoscerlo. Un epilogo semplice ma efficace, che trasforma il film in una tragedia familiare più malinconica che realmente spaventosa.
Da segnalare il breve cameo di Bela Lugosi nei panni dell'omonimo Bela, lo zingaro all'origine della maledizione, e Maria Ouspenskaya in quelli di Maleva, l'unica a comprendere davvero ciò che sta accadendo. La rappresentazione dei gitani è inevitabilmente stereotipata, tra veggenti, maledizioni e conoscenze occulte, ma contribuisce a dare al film il tono di una leggenda popolare.
Nonostante gli effetti visivi datati, la teatralità della recitazione e l'ingenuità di diversi passaggi, L'uomo lupo resta uno dei grandi classici dell'horror Universal. Non tanto per la paura che riesce ancora a suscitare, praticamente nulla per uno spettatore contemporaneo, quanto per l'influenza esercitata su quasi tutte le opere successive dedicate alla licantropia.
Film
Ginger Snaps - Licantropia Evolution
di John Fawcett
Ci sono film che, almeno dalle nostre parti, partono subito svantaggiati per come vengono presentati al pubblico. Ginger Snaps è uno di questi. Un horror canadese del 2000 diretto da John Fawcett che in Italia è stato ribattezzato con l’improbabile titolo Licantropia Evolution. Un nome che evoca immediatamente l’immagine di un b-movie da cestone delle offerte in un autogrill.
In realtà si tratta di un piccolo horror di culto che, negli anni, è riuscito a ritagliarsi un posto speciale nel cuore degli appassionati, soprattutto nel mondo anglosassone, al punto da dare origine a una vera e propria saga composta da un sequel e un prequel.
Brigitte (Emily Perkins) e Ginger Fitzgerald (Katharine Isabelle) sono due sorelle adolescenti che vivono in una grigia periferia canadese. Emarginate a scuola e ossessionate dalla morte, condividono un legame morboso e un patto che le vuole "unite per sempre, o morte".
La notte in cui Ginger ha il suo primo ciclo mestruale viene aggredita da una misteriosa creatura nel bosco. Da quel momento il suo corpo comincia a cambiare in modo inquietante. Ferite che guariscono troppo in fretta, impulsi sempre più violenti, una personalità che diventa più aggressiva, più sessualizzata, più pericolosa.
Mentre Ginger sembra trasformarsi progressivamente in qualcosa di diverso, Brigitte cerca disperatamente di capire cosa stia accadendo e se esista un modo per fermare quella metamorfosi. Ma ciò che sta crescendo dentro sua sorella potrebbe essere impossibile da controllare.
A prima vista Ginger Snaps potrebbe sembrare l’ennesimo film sui licantropi. In realtà il film di John Fawcett utilizza il mito del lupo mannaro in modo piuttosto originale, trasformandolo in una metafora della pubertà e dei cambiamenti del corpo femminile (solitamente i film sui licantropi hanno raccontato la trasformazione al maschile). Non è un caso che l’aggressione di Ginger avvenga proprio la notte del suo primo ciclo mestruale. Da quel momento la trasformazione in lupo mannaro procede in parallelo con una serie di mutazioni fisiche e psicologiche che rimandano apertamente all’adolescenza. Crescono peli dove non dovrebbero, gli impulsi diventano più aggressivi, la sessualità emerge in modo sempre più istintivo.
Nonostante sia un film orientato a un pubblico adolescente, Ginger Snaps riesce a non scivolare troppo nei soliti cliché del teen horror americano, utilizzando l’horror per raccontare la paura di crescere, la perdita dell’innocenza e il momento in cui l’infanzia condivisa tra due sorelle comincia inevitabilmente a sgretolarsi.
Gli effetti speciali sono artigianali, ma più che dignitosi.
Nulla di trascendentale, insomma. Ma in un panorama horror dei primi anni duemila che abbondava di sequel e remake inutili, Ginger Snaps riesce comunque a ritagliarsi un piccolo spazio tutto suo.
Il segreto del Tibet (Werewolf of London)
di Stuart Walker
Nel 1935, mentre la Universal Pictures consolidava il suo impero degli orrori con Dracula, Frankenstein e La Mummia già saldamente nel pantheon dei mostri cinematografici, mancava ancora all'appello un protagonista destinato a diventare iconico: il lupo mannaro.
Fu Stuart Walker – regista teatrale prestato al cinema con risultati alterni – a colmare questa lacuna con Werewolf of London (da noi in italia intitolato I Segreti del Tibet), primo lungometraggio sonoro dedicato alla figura del licantropo, gettando le fondamenta di un mito che avrebbe raggiunto la sua forma definitiva sei anni dopo con L'Uomo Lupo di George Waggner.
Wilfred Glendon (interpretato da un rigido Henry Hull) è un botanico inglese di fama mondiale che si spinge fino alle vette impervie del Tibet alla ricerca della leggendaria Mariphasa Lupina Lumina, un fiore rarissimo che sboccia solo alla luce della luna.
Durante la spedizione, Glendon viene aggredito da una creatura misteriosa e morsa a un braccio. Tornato a Londra con il prezioso fiore, scopre però che la botanica è l'ultimo dei suoi problemi: il morso lo ha condannato a trasformarsi in un lupo mannaro a ogni plenilunio. A complicare le cose interviene il misterioso Dr. Yogami (Warner Oland), un collega che sembra saperne fin troppo sulla maledizione e che brama l'unico antidoto temporaneo alla metamorfosi: proprio quella Mariphasa che Glendon custodisce gelosamente nel suo laboratorio.
Il film si muove su binari decisamente jekylliani, privilegiando l'allegoria scientifica del doppio rispetto alla dimensione mistica e folkloristica che avrebbe caratterizzato le successive incarnazioni del licantropo sullo schermo. A vederlo oggi il film soffre di una certa eccessiva verbosità con lunghi scambi accademici e salotti londinesi che sembrano non finire mai e non fanno altro che rallentare il ritmo. Il dottor Glendon interpretato da Hull risulta distante, emotivamente ottuso già prima della maledizione. È difficile provare empatia per un protagonista che tratta la moglie come un soprammobile vittoriano e che anche da licantropo mantiene una certa compostezza borghese andando in giro con cappello e sciarpa. La scelta di mantenere riconoscibili i lineamenti umani sotto la peluria dell'Uomo Lupo probabilmente era funzionale alla trama ma il risultato finale è assai discutibile, più che mostro terrificante sembra un distinto gentiluomo con problemi di ipertricosi. Anche le scene di trasformazione mostrano ingegno tecnico ma oggi appaiono inevitabilmente datate.
Werewolf of London è un film imperfetto, prolisso, a tratti lento. Se The Wolf Man è il compimento maturo del mito del licantropo, questo è il primo, incerto, esperimento che ha reso possibile tutto ciò che è venuto dopo.
Un film che consiglio solo agli appassionati del genere.
Wolf Man
di Leigh Whannell
L’horror del 2025 segna il ritorno in grande stile dei mostri classici della Universal. Tra il gotico suggestivo del Dracula di Robert Eggers – sì lo so, è Nosferatu ma è la stessa cosa – e l’attesissimo Frankenstein di Guillermo Del Toro, da un paio di settimane è uscito al cinema il nuovo Wolf Man di Leigh Whannell, una rilettura moderna del classico Uomo Lupo del 1941 con Lon Chaney Jr.
Prodotto da Blumhouse e scritto e diretto dallo stesso Whannell (regista di Upgrade, L’uomo invisibile e co-creatore di Saw e Insidious) il film si propone come un aggiornamento della leggenda dell’Uomo Lupo, mescolando horror e dramma familiare.
La trama è davvero molto semplice. Blake Lovell (Christopher Abbott), uno scrittore in crisi, torna nella remota baita di famiglia in Oregon per occuparsi degli effetti personali del padre, ufficialmente dichiarato deceduto dopo trent’anni di assenza. Insieme a lui ci sono la moglie Charlotte (Julia Garner), donna che pare più protesa alla carriera che alla famiglia, e la loro figlia Ginger, spettatrice silenziosa delle tensioni tra i genitori. Durante il viaggio, proprio in prossimità della baita, i nostri protagonisti hanno un incidente e Blake viene graffiato da una creatura feroce, più lupo che uomo. Blake sopravvive all’aggressione, ma il veleno della bestia si insinua dentro di lui, scatenando una metamorfosi lenta e inesorabile. I suoi sensi si acuiscono, il suo corpo cambia, la sua mente si annebbia. L'istinto prende il sopravvento, e la famiglia che voleva proteggere diventa la sua prossima preda.
Evitando paragoni con il classico di Waggner o con Un lupo mannaro americano a Londra – che considero il miglior film sui licantropi – il film di Whannell si muove tra intuizioni interessanti e scelte poco incisive.
Apprezzabile è il tentativo, seppur non del tutto riuscito, di raccontare la trasformazione dal punto di vista dell'infettato, abbandonando cliché come lune piene, ululati e proiettili d’argento. Qui il licantropismo non è una maledizione sovrannaturale, ma una malattia degenerativa, un virus che consuma il corpo, altera la percezione del mondo e spezza ogni forma di comunicazione. Un'idea intrigante, che però si perde in una sceneggiatura debole, dialoghi a tratti forzati e interpretazioni poco memorabili.
La tensione è presente, ma ripetitiva, e non esplode mai davvero. L’orrore si insinua, ma resta ai margini. Il dramma familiare si fa sentire, ma non lascia il segno. L’eredità paterna, il fallimento coniugale, il contagio, il conflitto tra istinto e ragione: tutti spunti affascinanti, ma mai approfonditi con la giusta incisività.
Dal punto di vista visivo, la trasformazione è realizzata con effetti pratici che evitano l’abuso del digitale, una scelta coraggiosa e lodevole. Tuttavia, il risultato finale è poco efficace: la creatura appare più simile a uno zombie peloso che a un licantropo, privandola di quel senso di terrore primordiale che un film del genere dovrebbe evocare.
In definitiva, Wolf Man è un horror che non è né spaventoso, né emozionante, né davvero incisivo. Un peccato, perché le potenzialità c’erano.
Film