Undertone
di Ian Tuason
Ogni tanto l’horror torna a ricordarci una cosa molto semplice. Non servono per forza sangue, urla e apparizioni improvvise per fare paura. A volte basta un rumore al momento giusto, un angolo buio del sottoscala, un’inquadratura fissa che resta lì qualche secondo di troppo, fino a farci credere che in quel buio ci sia davvero qualcosa. Uscito negli Stati Uniti da poco più di un mese, Undertone è diventato in breve tempo un piccolo caso, incassando 21 milioni di dollari a fronte di un budget irrisorio di appena 500.000.
Scritto e diretto dall’esordiente Ian Tuason, presentato al Fantasia International Film Festival, passato poi dal Sundance e distribuito da A24, il film - al momento ancora inedito in Italia - prende l’idea del found footage e la ribalta sul piano sonoro. Qui l’orrore non arriva da immagini sgranate o videocamere puntate nel buio, ma da registrazioni audio, rumori domestici e messaggi che sembrano emergere dal fondo, come se il male non avesse bisogno di farsi vedere per entrare in casa.
Evy (Nina Kiri) si è trasferita nella casa d’infanzia per assistere la madre morente, una donna in stato quasi comatoso, immobile e incosciente, che giace in un letto al piano di sopra. Tra reliquie religiose e opprimenti silenzi, le sue giornate scorrono dentro una routine fatta di medicine, stanze buie e piccoli gesti ripetuti. Per sfuggire a questo senso di isolamento sempre più soffocante, Evy conduce insieme a Justin (Adam DiMarco, di cui sentiamo solo la voce) un podcast dedicato al paranormale, in cui lui interpreta il ruolo del credente entusiasta e lei quello della scettica razionale, in una dinamica che ricorda un po' quella tra Mulder e Scully. L'ultimo episodio del podcast riguarda dieci file audio arrivati tramite una mail anonima, in cui una coppia, Mike e Jessa, sostiene di essere perseguitata da strani fenomeni domestici, registrando ciò che accade durante la notte. Ascoltando e analizzando uno dopo l’altro i files, tra voci disturbate, rumori di fondo e cantilene registrate al contrario, lo scetticismo di Evy inizia lentamente a incrinarsi, mentre il confine tra ciò che è reale e ciò che è frutto di una mente stremata si fa sempre più sottile.
Undertone è un horror la cui paura si basa soprattutto sull’immaginazione e sulla suggestione. La mente umana resta il miglior generatore di immagini spaventose che esista. Non ha bisogno di vedere il demone per temerlo. A volte basta sentirlo. O credere di averlo sentito. Tuason ha dichiarato di essersi ispirato a Babadook, soprattutto per quel modo di suggerire la paura senza mostrarla, e si vede. O meglio, si sente.
Il sound design è il vero protagonista del film. Non accompagna semplicemente la messa in scena, ma diventa il mezzo attraverso cui il male si insinua nella realtà di Evy. Ogni registrazione porta dentro casa un frammento di una ossessione, ogni file audio sembra aprire una crepa nella fragilità mentale della protagonista. Anche la ninna nanna che la madre le cantava da bambina, apparentemente innocua, riappare nelle registrazioni e, riascoltata al contrario, rivela messaggi inquietanti.
A rendere tutto più disturbante è il legame tra quei files e il momento che Evy sta attraversando. Prendersi cura di un genitore o di una persona cara negli ultimi giorni di vita significa entrare in una zona emotiva fatta di amore, fatica, senso di colpa e persino del desiderio inconfessabile che quel tormento finisca presto. Undertone lavora proprio su questa frattura. Evy vive in una casa silenziosa, piena di crocifissi, immagini sacre e reliquie religiose che non sembrano proteggerla, ma quasi giudicarla. Il fatto che il film sia stato girato nella casa d’infanzia del regista aggiunge un ulteriore livello di inquietudine.
Tuason filma questi spazi attraverso inquadrature fisse, angoli bui, porte socchiuse e stanze in penombra. Mentre ascoltiamo le registrazioni, la macchina da presa si muove dentro la casa, lasciandoci sospesi davanti a zone d'ombra apparentemente immobili. Non succede quasi nulla, eppure la tensione è insopportabile. L’orrore nasce dalla paura che qualcosa possa entrare nell’inquadratura da un momento all’altro, oppure che sia già lì, nascosto dietro l'angolo, appena fuori dalla nostra percezione. Sotto questo punto di vista il film è magistrale. Fa paura senza ricorrere neanche a un jump scare, accumulando una tensione che non viene mai scaricata.
Evy è praticamente l’unico personaggio che vediamo davvero. Justin esiste quasi solo come voce, mentre la madre è una presenza immobile, incosciente, ridotta in stato vegetativo. Tutto passa attraverso di lei: il suo volto, il suo ascolto, la sua stanchezza. E man mano che i file si susseguono, le connessioni con la sua vita diventano sempre più inquietanti. Evy scopre di essere incinta, proprio mentre nelle registrazioni anche Jessa aspetta un bambino - una coincidenza troppo precisa per essere casuale.
Da qui in avanti entro in zona spoiler. Ascoltando i file audio uno dopo l'altro, il male viene evocato smettendo di sembrare una presenza lontana, confinata dentro le registrazioni di qualcun altro. Quel male ha un nome: Abyzou, un demone legato alla maternità negata, all'infertilità e alla morte dei bambini. Non arriva per caso, ma trova una via d'accesso, nelle crepe emotive della protagonista, nel suo senso di colpa, nella solitudine, nella paura di diventare madre mentre sta perdendo la propria. Il finale, perturbante e disperato, porta a compimento questo processo. Il crollo psicologico di Evy permette al demone di varcare definitivamente la soglia, trasformando il suono in presenza, l'ossessione in realtà, il trauma in manifestazione demoniaca.
Al momento, ritengo Undertone il miglior horror del 2026. Un film che mette davvero paura riuscendo a tenere alta la tensione con la sola forza della suggestione.
Film
The Exorcism of Emily Rose
di Scott Derrickson
Diciamo la verità. Il primo e unico vero film sulle possessioni demoniache resta L'Esorcista, ancora oggi uno dei migliori horror della storia del cinema. Tutto ciò che è venuto dopo è stato, nella migliore delle ipotesi, una variazione sul tema e, nella peggiore, una sfilata di caricature e scopiazzature più o meno riuscite. All'inizio degli anni duemila, dopo un lungo periodo di assenza dal grande schermo di questo particolare sottogenere, The Exorcism of Emily Rose di Scott Derrickson porta l’attenzione sulle possessioni demoniache, riaccendendo l’interesse del pubblico ma spalancando anche le porte a una valanga di film su indemoniati assortiti, a mio avviso quasi tutti dimenticabili.
Il film è ispirato al caso giudiziario dell'esorcismo di Anneliese Michel, giovane ragazza tedesca morta nel 1976 dopo essere stata sottoposta a sessantasette esorcismi nel corso di dieci mesi. La vicenda ebbe enorme risonanza mediatica e si concluse con la condanna per omicidio colposo dei genitori e dei due sacerdoti coinvolti. Derrickson, insieme allo sceneggiatore Paul Harris Boardman, sposta la storia dalla Germania bavarese degli anni settanta agli Stati Uniti contemporanei, americanizza nomi e contesto e sceglie di raccontare la tragedia attraverso la cornice di un processo.
L'ambiziosa avvocata Erin Bruner (Laura Linney) accetta di difendere Padre Richard Moore (Tom Wilkinson), un sacerdote cattolico accusato di omicidio colposo dopo la morte della diciannovenne Emily Rose (Jennifer Carpenter) durante un tentativo di esorcismo. Mentre la Chiesa preferirebbe che il prete si dichiarasse colpevole per evitare ulteriore attenzione mediatica, Moore insiste sulla propria innocenza e chiede un processo pubblico per raccontare la vera storia di Emily. Attraverso flashback che si alternano alle udienze in tribunale, scopriamo che Emily era una studentessa universitaria brillante e profondamente religiosa che inizia a essere tormentata da visioni terrificanti sempre alle tre del mattino. Dopo diagnosi di epilessia e schizofrenia rivelatesi inefficaci, la famiglia si convince che la ragazza sia posseduta e si affida a Padre Moore per un esorcismo.
The Exorcism of Emily Rose è una sorta di "legal horror", un film che oscilla tra due interpretazioni opposte dei fatti. Da un lato quella scientifica, sostenuta dal pubblico ministero Ethan Thomas (Campbell Scott) che riconduce il caso a una forma di epilessia psicotica. Dall’altro quella spirituale, difesa dal sacerdote, che parla apertamente di possessione demoniaca. Sulla carta l’idea poteva risultare intrigante, persino originale, se non fosse che il film pende in modo evidente verso la spiegazione soprannaturale. Del resto si tratta pur sempre di un horror da vendere al pubblico, e così la razionalità diventa inevitabilmente l’antagonista, un ostacolo da superare per dare voce alla "verità".
Il vero problema è che questo connubio tra legal thriller e horror finisce per essere anche il principale limite del film. L'alternanza continua tra le scene in tribunale e i flashback della tragedia di Emily spezza sistematicamente la tensione, rendendo il racconto prevedibile e diluito. È come se Derrickson non riuscisse mai a scegliere una direzione precisa, oscillando tra il desiderio di spaventare e quello di riflettere, senza riuscire davvero a fare né l’una né l’altra cosa. Il risultato è un film che rischia di scontentare sia gli amanti dell'horror puro, che cercano brividi e tensione costante, sia chi apprezza i drammi processuali più cerebrali.
Dal punto di vista tecnico, il film è realizzato con una certa cura. Derrickson dimostra un buon controllo dell’atmosfera e della fotografia, ma quando si entra nel territorio dell’orrore vero e proprio, il film scivola nei cliché più abusati del genere. Urla gutturali, contorsioni del corpo, repulsione verso gli oggetti sacri, voci demoniache. Un repertorio già visto troppe volte e ormai poco efficace sul piano del terrore autentico.
Se poi si guarda alla vicenda reale, emerge come il film stravolga la tragica vivenda di Anneliese Michel privilegiando la spettacolarizzazione rispetto a una riflessione davvero onesta e complessa. Da questo punto di vista appare molto più interessante Requiem di Hans-Christian Schmid, film tedesco del 2006 ispirato alla stessa storia, che ho scoperto esistere ma non ho ancora visto.
In definitiva, The Exorcism of Emily Rose mi è sembrato un film modesto e decisamente sopravvalutato. Non spaventa, non inquieta davvero e la sua ambizione di mettere in dialogo fede e ragione si perde in una struttura narrativa che non riesce a valorizzare nessuno dei due poli.
L’unica vera inquietudine che questo film mi ha lasciato è la paura di svegliarmi nel cuore della notte, e scoprire che sono esattamente le tre in punto. Ecco, quello sì che mi disturberebbe.
Film
The Conjuring - Il caso Enfield
di James Wan
Nel 2016 James Wan ritorna dietro la macchina da presa per portare avanti la saga che ha ridefinito l’horror soprannaturale contemporaneo. Dopo il successo del primo The Conjuring, questo secondo capitolo sposta l’azione dall’America all’Inghilterra degli anni settanta riportando al centro la coppia di investigatori del paranormale Ed e Lorraine Warren. Questa volta la storia prende spunto da uno dei casi più noti e documentati di presunta attività poltergeist: il caso Enfield.
In una modesta casa di periferia londinese, nel quartiere popolare di Enfield, Peggy Hodgson (Frances O’Connor), madre divorziata, e i suoi quattro figli vengono tormentati da fenomeni inspiegabili che sembrano concentrarsi sulla giovane Janet. Oggetti che si muovono da soli, voci gutturali che escono dal corpo della bambina, presenze oscure che infestano l’abitazione. I Warren (Vera Farmiga e Patrick Wilson) vengono chiamati a indagare ritrovandosi a dover fronteggiare entità che mettono a dura prova non solo la loro fede, ma anche il loro legame personale.
Tralasciando la cronaca degli eventi riportati dai testimoni dell’epoca – per chi fosse interessato esistono numerosi documentari reperibili online – il film attinge al vasto materiale disponibile ricostruendo con cura sia l’atmosfera degli anni settanta sia i momenti chiave che coinvolsero la famiglia Hodgson. James Wan conferma la sua abilità nel fondere suggestioni da horror classico con un linguaggio moderno, sfruttando al meglio il budget a disposizione per orchestrare sequenze dal grande impatto visivo. Con movimenti di macchina fluidi e lunghi piani sequenza trasforma la casa degli Hodgson in un labirinto di angoscia, dosando jumpscare e tensione atmosferica. È qui che prende forma la figura demoniaca di Valak – una sorta di Marilyn Manson travestito da suora – destinata a diventare un’icona del genere e protagonista di futuri spin-off.
Pur senza brillare per originalità, The Conjuring 2 rimane un esempio riuscito di horror mainstream di facile consumo. Wan dimostra ancora una volta di essere uno dei registi più efficaci nel confezionare paura e spettacolo di intrattenimento, alternando momenti di puro terrore a una dimensione più intima e umana, in cui emergono i Warren come figure tragiche e coraggiose.
Film
The Conjuring - L'Evocazione
di James Wan
James Wan non è mai stato un regista che mi appassiona più di tanto. Il suo nome è legato principalmente a Saw (di cui ha diretto il primo capitolo), e diversi horror di facile consumo fatti di jumpscare ben realizzati, un estetica da manuale e un’estrema pulizia visiva. Un regista che conosce il mestiere, ha capito cosa vuole il pubblico e sa come offrirglielo, ma il cui cinema sembra più attento al confezionamento che alla sostanza.
The Conjuring del 2013 rappresenta la sintesi perfetta delle sue abilità e dei suoi limiti, un film che prende il gotico classico, lo aggiorna con una regia moderna e lo arricchisce di jumpscare perfettamente calcolati. Il risultato è un film elegante nella messa in scena, efficace nell’intrattenimento, ma che difficilmente lascia il segno.
Il film (distribuito in Italia con il sottotitolo L'Evocazione) si basa su una delle tante indagini condotte da Ed e Lorraine Warren, celebri demonologi e studiosi del paranormale, il cui archivio di presunti casi reali ha ispirato numerosi film, tra cui il più famoso Amityville Horror.
La vicenda segue la famiglia Perron, che nel 1971 si trasferisce in una casa di campagna nel Rhode Island, ignara del male che vi si annida. Quando eventi inspiegabili iniziano a tormentare i due coniugi e le loro cinque figlie, Carolyn Perron (Lili Taylor) si rivolge agli investigatori del paranormale Ed e Lorraine Warren (Patrick Wilson e Vera Farmiga). La coppia di demonologi scopre che la casa è infestata dallo spirito di una strega, Bathsheba, e che l’entità sta prendendo il controllo di Carolyn. Mentre la possessione si intensifica, i Warren devono affrontare il male in una lotta contro il tempo per salvare la famiglia.
The Conjuring è un film che fa esattamente quello che promette. Spaventa, intrattiene e confeziona un’esperienza horror accessibile a un pubblico ampio. Wan costruisce la tensione con un ritmo perfettamente studiato, giocando con movimenti di macchina fluidi, suoni diegetici e un uso calibrato del silenzio per amplificare l’effetto degli spaventi. Ogni jumpscare è progettato con precisione matematica, e il risultato è un horror che funziona come una giostra dell'orrore. Nonostante il film sia pieno zeppo di cliché – dai battiti insistenti sulle pareti al gioco del battimani, dal carillon inquietante alla bambola posseduta – la regia attenta e il montaggio chirurgico riescono comunque a far sobbalzare lo spettatore meno smaliziato. Sul piano visivo, il film richiama il cinema gotico con le sue case scricchiolanti, le ombre minacciose e una fotografia dalle tonalità desaturate.
Rivedendolo oggi, The Conjuring si conferma un horror costruito con grande mestiere, curato nella regia e impeccabile sul piano tecnico. Funziona nell’immediato, con una tensione ben calibrata e momenti di puro spavento, ma, almeno per me, manca di quel senso di inquietudine duraturo che distingue gli horror più incisivi. Ovviamente il film ha incassato milioni, conquistato il pubblico e dato il via a un’intera saga fatta di sequel e spin-off, segno che Wan ha saputo intercettare esattamente ciò che gli spettatori volevano.
Film
Late Night with the Devil
di Cameron Cairnes, Colin Cairnes
Late Night With the Devil è un film horror soprannaturale del 2024 scritto e diretto da Cameron e Colin Cairnes, due giovani registi australiani.
Negli Stati Uniti il film sta riscuotendo un inaspettato successo a fronte del budget limitato con cui è stato realizzato - parliamo sempre di numeri relativi a un prodotto di nicchia - e sui social, ancora prima di essere distribuito in Italia, sta facendo parlare molto di sé.
Il film è girato con la tecnica del found footage e ci viene presentato come il documentario di una puntata di un talk show televisivo americano degli anni settanta con tanto di scene dietro le quinte che approfondiscono gli avvenimenti.
Jack Delroy (David Dastmalchian) è il conduttore di Night Owls, un talk show notturno che da anni fa concorrenza al noto programma televisivo di Johnny Carson senza però essere mai riuscito a superarlo negli ascolti. Tornato in televisione da poco a seguito della morte di sua moglie, Delroy, insieme ai suoi produttori, sta cercando disperatamente di risollevare le sorti dello spettacolo per fronteggiare un improvviso calo di ascolti. Nella notte di Halloween del 1977 si decide di fare una puntata a tema invitando degli ospiti legati al paranormale. Tra questi troviamo un medium in grado di parlare coi morti, uno scettico prestigiatore esperto di truffe, e sopratutto una parapsicologa nonchè autrice del libro "Conversations With The Devil" che ha preso in affidamento la giovane Lily, unica sopravissuta al suicidio di massa di una setta satanica adoratrice del demone Abraxas. La dottoressa spiega che la bambina è in grado di comunicare con l'entità che ora vive dentro di lei e che Lily chiama Mr. Wriggles. Nonostante le resistenze della dottoressa, Jack spinge la bambina posseduta a manifestare il suo demone per poter parlare in diretta televisiva con il diavolo in persona.
Il film prende spunto da Ghostwatch, un lungometraggio trasmesso dalla BBC la notte di Halloween del 1992 girato come se fosse un programma televisivo in cui si racconta la storia di una casa infestata. Il film provocò numerosi disagi e denunce tra gli spettatori convinti di stare assistendo a un vero programma in diretta.
Nei film horror la tecnica del found footage è un sottogenere che fin dai tempi di Blair Witch Project (ma sopratutto di Cannibal Holocaust di Deodato) è stato ampiamente trattato, ma il film dei fratelli Cairnes, oltre all'ottima ricostruzione scenografica ed estetica del periodo storico, ha il merito di lanciare un forte messaggio contro la tv del dolore e il sensazionalismo dei media utili solo a creare audience.
Pur mantenendo un sottile senso dell'umorismo, il film trasmette una suggestiva tensione - sopratutto quando entra in scena la bambina che risulta inquietante ancora prima di manifestare la sua possessione - sfociando in un finale decisamente splatter e spiccatamente psichedelico.
Mi sarebbe piaciuto un approfondimento sugli "scheletri nell'armadio" del protagonista e del suo rapporto con la moglie, ma probabilmente mi è sfuggito qualcosa. In tutti i modi, tralasciando tutte le polemiche sul fatto che è stata usata l'intelligenza artificiale per generare un paio di cartelli, ho trovato questo film assai coinvolgente con un espediente narrativo originale applicato a un genere abbastanza inflazionato.
When Evil Lurks
di Demián Rugna
When Evil Lurks è un horror indipendente del 2023 di coproduzione argentino-americana scritto e diretto da Demián Rugna. In Italia non è ancora stato distribuito.
In un villaggio della campagna argentina ("nel buco del culo del mondo" come sottolinea uno dei protagonisti), due fratelli, Pedro e Jimi, trovano in una casa vicina un Posseduto, un Marcio, ovvero un uomo contaminato dal Male, il cui corpo è diventato un ammasso gonfio e putrido e aspetta solo che qualcuno ponga fine alle sue sofferenze. Le istituzioni sono al corrente della situazione, da più di un anno, ma se ne fregano non applicando la procedura di contenimento. Il maligno, una sorta di virus che possiede prima gli animali e poi le persone, è una specie di pendemia conclamata in un mondo dove la chiesa è morta e il male dilaga dovunque. Se si uccide un posseduto senza gli strumenti adatti e le dovute maniere si viene infettati dal male. Sono gli anziani che ripetono, quasi come se si trattasse di una leggenda folcloristica da tramandare ai nipoti, le regole da seguire. Non usare un arma da fuoco per uccidere un posseduto. Non usare energia elettrica. Non stare vicino ad animali. E sopratutto non avere paura perchè il Male si alimenta della tua angoscia. Ovviamente i due fratelli, con la complicità di un cinico proprietario terreno, cercano di sbarazzarsi del putrescente infettato, trascinandolo lontano dalla loro terra, ma nel fare questo provocano una reazione a catena favorendo la propagazione del male che andrà ad insidiarsi tra gli affetti più cari dei nostri protagonisti.
La possessione demoniaca, così come gli zombie, è uno dei temi più usati nei film dell'orrore. Il film di Demián Rugna ha però il pregio di trattarlo in maniera originale, lontano dai soliti schemi, fornendo una chiave coraggiosa e innovativa. Alcune sequenze sono davvero violenti e disturbanti (memorabile quella del cane nella casa della ex del protagonista) mentre la tensione è presente in buona parte del film calando solo un po' nel finale. Film crudele, ruvido e senza speranza in cui il male vince inesorabilmente.
Film
February - L'innocenza del male
di Oz Perkins
February - L'innocenza del male (The Blackcoat's Daughter) è un horror psicologico del 2015, opera prima di Oz Perkins, il figlio di Anthony Perkins (il protagonista di Psycho). In Italia il film non è mai apparso nella sale e attualmente si può vedere su Prime.
La storia è ambientata durante un freddo inverno in un austero collegio cattolico femminile e vede come protagoniste due adolescenti, Kat (Kiernan Shipka) e Rose (Lucy Boynton) costrette per diversi motivi a passare le vacanze invernali dentro la struttura vuota in compagnia solo di due suore. I genitori di Kat non sono venuti a prenderla mentre Rose ha intenzionalmente comunicato loro una data sbagliata per potersi vedere con il fidanzato. Sole, tutt’altro che amiche, le due ragazze si ritrovano a vivere una convivenza forzata che da lì a breve si trasforma in un bagno di sangue. Parallelamente seguiamo le vicende di Joan (Emma Roberts), un ambigua ragazza scappata da un ospedale psichiatrico che accetta un passaggio in macchina da una coppia.
February è un horror d'atmosfera, sospeso, minimale ma anche cruento, caratterizzato da una fredda ambientazione invernale e da una malinconica e profonda solitudine. Il film ha un ritmo lento, sopratutto nella prima parte, con delle inquadrature, delle sequenza dilatate e una crescente tensione che per certi versi mi ha ricordato il David Lynch di Twin Peaks. La trama è volutamente contorta, e solo alla fine, quando abbiamo tutti gli elementi al posto giusto, diventa leggibile. È un film soprannaturale, sulla possessione demoniaca ma che affronta in maniera esplicita il tema dell'abbandono e della solitudine. Ottima la colonna sonora realizzata dal fratello di Perkins con dei suoni disturbanti e stridenti che rendono bene il tormento e il disagio delle protagoniste.
Un horror demoniaco originale. Buona la prima Oz!
