L'estranea
di Paolo Strippoli
Dopo La valle dei sorrisi, Paolo Strippoli torna al cinema con L'estranea, proseguendo un percorso iniziato con A Classic Horror Story e Piove, che lo sta rendendo uno dei registi più interessanti dell'horror italiano contemporaneo.
La storia si apre a Roma, nel 2026, durante una notte di pioggia torrenziale. Anna (Jasmine Trinca) si presenta improvvisamente a casa della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) per confessarle un terribile segreto che riguarda il passato della loro famiglia.
Torniamo così nella Bari del 1999, dove Anna vive con il marito Walter (Adriano Giannini) e i due figli, Tobia e Alice. Una famiglia borghese praticamente perfetta. Villa con piscina, soldi, figli belli e talentuosi. Lui imprenditore di successo, il maschietto promessa del calcio, la bambina già avviata verso una carriera nello spettacolo.
Poi arriva una tragedia, un tragico incidente che manda in frantumi quella perfezione e spinge Anna ad accettare la proposta di una misteriosa donna (Valeria Bruni Tedeschi), capace di modificare il destino in cambio di un sacrificio. Un patto che avrà conseguenze devastanti sull'intera famiglia.
Più che un vero horror, L'estranea è un dramma psicologico, una tragedia familiare con elementi soprannaturali. E il vero mostro, a ben guardare, non è nemmeno la misteriosa signora mefistofelica, ma la famiglia apparentemente impeccabile, costruita sull'apparenza, sul successo e sulle ambizioni frustrate dei genitori. Walter vede nel figlio un futuro campione di calcio, Anna immagina per la piccola Alice una carriera come attrice. Sono quei genitori convinti di sacrificarsi per i figli, quando in realtà stanno cercando di realizzare attraverso di loro quello che non sono riusciti a ottenere personalmente. Il bisogno patologico di controllare il destino dei figli, rifiutando persino l'idea che possano fallire, diventa così il vero motore della tragedia.
Strippoli racconta questa disgregazione familiare attraversando quasi trent'anni di storia italiana. Tra le sequenze migliori c'è quella ambientata durante i Mondiali del 2006, con Anna distrutta dal dolore, intrappolata in macchina mentre fuori un'intera città festeggia la vittoria dell'Italia. Una scena davvero riuscita, dove la felicità collettiva diventa quasi una forma di crudeltà involontaria.
È anche da dettagli come questo che emerge la natura profondamente italiana del film. Strippoli non cerca di imitare l'horror americano, ma costruisce un racconto radicato nella nostra cultura, nelle convenzioni sociali di una famiglia meridionale benestante.
Visivamente il film funziona molto bene. La fotografia di Cristiano Di Nicola passa dalla Puglia luminosa e patinata degli anni novanta agli ambienti freddi e desaturati del presente. La regia è buona concedendosi anche qualche bella trovata, come la sequenza finale in cui Alice attraversa fisicamente i ricordi della propria famiglia mentre cerca di sfuggire alla madre. Un passaggio surreale che mi ha ricordato parecchio il cinema di Charlie Kaufman.
E poi c'è la pioggia. Tanta. Strippoli deve avere qualche conto in sospeso con l'acqua, perché già in Piove dalle fogne di Roma risaliva una melma capace di far impazzire la gente. Qui invece sembra avere una funzione quasi purificatoria, come se tutta quell'acqua, che aumenta d'intensità insieme alla gravità dei segreti che Anna rivela alla figlia, potesse lavare via le colpe accumulate nel corso degli anni.
Non mancano momenti decisamente disturbanti, anche senza ricorrere all'orrore esplicito. Penso soprattutto alla scena in cui Tobia, ormai diventato obeso, viene denudato e umiliato davanti alla sorella impotente. Una sequenza psicologicamente crudele, che fa decisamente più male del sangue o di qualche apparizione improvvisa.
Ottimo anche il cast. Jasmine Trinca, che continuo a ricordare come la ragazzina problematica de La meglio gioventù, interpreta benissimo una madre che confonde amore, possesso e controllo, fino a trasformare il desiderio di proteggere i figli in qualcosa di patologico. Molto brava anche Romana Maggiora Vergano, capace di restituire tutta la fragilità e il rancore di una figlia cresciuta dentro una famiglia devastata dai segreti. Adriano Giannini è convincente nei panni del padre meridionale ossessionato dai soldi e dal successo sociale. Ma a rubare la scena è Valeria Bruni Tedeschi, che interpreta una specie di diavolo in versione borghese, ironico, seducente, inquietante e persino un po' cialtrone.
La storia, una volta compreso il meccanismo del patto, può risulatare abbastanza prevedibile nel suo svolgimento. Puoi anche provare a fregare la morte, ma prima o poi qualcuno dovrà saldare il conto. Siamo dalle parti del patto faustiano, con una spruzzata di Final Destination.
Eppure rimane un'ambiguità che ho trovato particolarmente interessante. E se tutti questi patti non fossero altro che il prodotto della mente disturbata di Anna? Se l'Estranea fosse semplicemente la manifestazione del suo lato oscuro, un modo egocentrico e punitivo di dare una spiegazione al dolore, attribuendo a una misteriosa entità soprannaturale la responsabilità delle proprie scelte?
In fondo il meccanismo narrativo del film è soltanto il pretesto per raccontare una spirale di dolore, egoismo e senso di colpa che si alimenta continuamente. Non a caso il titolo internazionale è The Spiral, così come non è un caso che Anna continui a mangiare le spirali di liquirizia.
L'estranea per certi versi mi ha ricordato molto il cinema del primo Yorgos Lanthimos, soprattutto Il sacrificio del cervo sacro, con la sua famiglia borghese costretta a pagare un prezzo terribile per una colpa. Solo che al posto della freddezza di Lanthimos, Strippoli ci mette dentro tutta l'emotività, il melodramma e le nevrosi della famiglia italiana. Il risultato è meno rigoroso, ma decisamente personale.
Con L'estranea, Paolo Strippoli conferma una crescita artistica davvero sorprendente. Un film solido, ben diretto e soprattutto lontano dalle solite produzioni italiane.
Nel frattempo è stato scelto per rappresentare l'Italia nella corsa all'Oscar per il miglior film internazionale. Dire che la cosa mi abbia sorpreso è poco. Vuoi vedere che anche i produttori italiani hanno finalmente capito che l'horror non è necessariamente roba da ragazzini, maniaci dello splatter e frequentatori di festival underground?
Chiamatelo elevated horror, horror d'autore o come vi pare. A me basta che si cominci a prenderlo sul serio. E magari, ogni tanto, anche a finanziarlo come si deve.