Digger
di Alejandro González Iñárritu
Digger, l'ultimo film di Alejandro González Iñárritu con protagonista Tom Cruise, è stato sonoramente stroncato da critica e pubblico. Circa 125 milioni di dollari di budget e incassi che rischiano di trasformarlo in uno dei flop più pesanti della carriera di Cruise. Ma è davvero così brutto? Siccome mi fido poco del giudizio degli altri, sono voluto andare a vederlo al cinema.
Digger Rockwell è un magnate del petrolio, probabilmente l'uomo più potente del mondo, al quale non importa assolutamente nulla delle conseguenze delle proprie azioni. A parte il suo vecchio e spelacchiato gatto, tenuto artificialmente in vita, l'unica cosa che gli interessa è estrarre petrolio e accumulare ricchezza. Quando la sua avidità provoca una catastrofe ambientale di proporzioni planetarie, invece di assumersene la responsabilità mette in moto una gigantesca macchina di disinformazione, manipolando politici, media e opinione pubblica per trasformarsi da responsabile del disastro a salvatore dell'umanità.
Digger è una satira feroce, grottesca e politicamente scorretta sulla società contemporanea. Un film eccessivo, caricaturale e volutamente didascalico, che mette alla berlina politici incompetenti e asserviti al potere economico, miliardari avidi e senza scrupoli e un popolo talmente stupido da non rendersi nemmeno conto di essere manipolato. Una società che sembra regredire culturalmente, sempre più ignorante e pronta a farsi infinocchiare dal politico autoritario di turno, che sia un miliardario fascista o un aspirante dittatore. Basta indicare un nemico, gli immigrati, gli stranieri, i cinesi, e il gioco è fatto. Mentre il pianeta sta morendo, la gente continua a farsi la guerra tra poveri, per la gioia di chi detiene il potere e continua ad arricchirsi.
Una delle scene più riuscite del film è il discorso di Digger davanti all'assemblea internazionale, quando il nostro simpatico petroliere manda praticamente tutti a quel paese. Volete eliminare il petrolio? Benissimo. Però poi rinunciate all'energia, alle macchine, ai trasporti e a buona parte della tecnologia che utilizzate quotidianamente per scrollare inebetiti sui cellulari. Un discorso ovviamente manipolatorio, che ignora le alternative e le responsabilità di chi controlla il mercato energetico, ma che contiene anche una verità piuttosto scomoda. La responsabilità non è soltanto di chi detiene il potere, ma anche del sistema che gli ha permesso di conquistarlo e conservarlo.
Tutto questo ci viene raccontato attraverso una comicità a tratti esasperata e sopra le righe. I personaggi sono degli idioti, i potenti dei deficienti arroganti e le situazioni talmente assurde da sembrare uscite da una commedia demenziale. Ed è proprio questo che buona parte della critica ha rimproverato a Iñárritu. Troppo didascalico, troppo eccessivo, troppo esplicito, troppo aggressivo, troppo compiaciuto. Tutto troppo.
Ma scusate, avete dato un'occhiata al mondo ultimamente? Abbiamo miliardari che giocano a fare i padroni del pianeta e vorrebbero mettere le mani sulla Groenlandia, politici incompetenti che negano evidenze scientifiche e milioni di persone convinte che qualsiasi scemenza letta su Facebook sia più attendibile di uno studio scientifico. Davvero pensiamo che tutto questo possa essere raccontato con una satira elegante, sottile e possibilmente educata? Se vent'anni fa Idiocracy sembrava una commedia demenziale, oggi rischia di sembrare un documentario.
Dal punto di vista visivo, Digger è spettacolare, sostenuto dalla splendida fotografia di Emmanuel Lubezki e da una messa in scena volutamente artificiale ed eccessiva, che contribuisce a sottolineare l'assurdità dei personaggi e delle situazioni.
Da qui in avanti, spoiler.
Per buona parte della visione ci si chiede perché tutto sembri così finto. Le bellissime scenografie palesemente costruite, i fondali artificiali, i personaggi che recitano sopra le righe, come fossero su un palcoscenico. Persino il gatto di Digger sembra un pupazzo (in realtà lo è). Poi arriva il colpo di scena. Quello a cui abbiamo assistito è davvero una rappresentazione teatrale, uno spettacolo che utilizza tecnologie sofisticate per raccontare una catastrofe realmente avvenuta. E improvvisamente tutto torna.
Iñárritu non sta soltanto prendendo per il culo la politica, il capitalismo e la stupidità umana. Sta mettendo in discussione anche il ruolo del cinema, del teatro e dell'arte stessa. Possiamo realizzare tutti i film di denuncia che vogliamo, ridicolizzare i potenti e applaudire soddisfatti alla fine dello spettacolo. Ma poi? Fuori dal teatro, cosa cambia?
È proprio questo il senso del monologo di Jesse Plemons, probabilmente il momento più lucido e malinconico del film. Una riflessione sull'utilità della satira e sul senso di trasformare una tragedia collettiva in spettacolo quando il disastro è ormai avvenuto.
Il finale è amarissimo. Terminata la rappresentazione, tra applausi e celebrazioni, un allarme riporta tutti alla realtà. Fuori dal teatro il mondo è devastato, tra allagamenti, epidemie e miseria. Insomma, abbiamo fatto una bellissima rappresentazione della fine del mondo. Peccato che il mondo sia finito davvero.
Due parole su Tom Cruise, praticamente irriconoscibile sotto chili di trucco prostetico, pancione e capelli radi. Dopo decenni passati a salvare il mondo correndo, saltando dai grattacieli e aggrappandosi agli aerei in volo, interpreta un vecchio miliardario grasso, volgare e profondamente odioso. Il sospetto è che voglia dimostrare di essere un grande attore e vincere l'Oscar. Dubito però che ci riuscirà. Cruise è bravo, ma paradossalmente è il film stesso a rubargli la scena, facendolo diventare uno dei tanti elementi della giostra.
Quanto al cast di contorno, John Goodman è irresistibile nei panni di un presidente americano completamente idiota, una caricatura grottesca e inquietantemente familiare. Più sacrificata Sandra Hüller, nella parte della sorellastra di Digger, mentre il già citato Jesse Plemons acquista un'importanza fondamentale soltanto nella parte conclusiva.
Alla fine, il disastro commerciale di Digger non mi sorprende affatto. Anzi, mi sarei stupito del contrario. Un film hollywoodiano costosissimo, ambizioso, forse persino autocompiaciuto, che attacca frontalmente il potere politico ed economico facendoci ridere amaramente della stupidità umana che sta contribuendo alla propria fine. Non proprio quello che il grande pubblico si aspetta andando al cinema a vedere Tom Cruise.
Per quanto mi riguarda, un gran bel film, magari imperfetto, ma sicuramente coraggioso. Sono convinto che verrà rivalutato nel tempo. Non so se diventerà il nuovo Dottor Stranamore, ma per me è un ottimo esempio di come dovrebbe essere fatta la satira nel cinema contemporaneo.
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