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giovedì, 17 settembre 2026
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Delicatessen

di Jean-Pierre Jeunet, Marc Caro

Quando vidi Delicatessen per la prima volta fu amore a prima vista. Ho sempre avuto un debole per le fiabe storte, il grottesco e quel tipo di immaginario sporco, assurdo e bizzarro.

Uscito nel 1991, Delicatessen è il primo lungometraggio di Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro e contiene già buona parte dell'immaginario che Jeunet svilupperà negli anni successivi, prima ancora insieme a Caro ne La città perduta e poi da solo, fino naturalmente a Il favoloso mondo di Amélie. Ma qui c'è qualcosa di più cattivo. Probabilmente molto viene proprio da Marc Caro, responsabile soprattutto dell'aspetto visivo del film, mentre Jeunet si occupava maggiormente degli attori e della messa in scena.

In un futuro post-apocalittico il cibo è praticamente scomparso e mais e lenticchie vengono usati come moneta di scambio. In un fatiscente condominio il proprietario Clapet (Jean-Claude Dreyfus) gestisce una macelleria attirando nuovi lavoratori con la promessa di un impiego, per poi ucciderli, macellarli e vendere la loro carne agli inquilini.
La prossima vittima è Louison (Dominique Pinon), un ex clown ingenuo e di buon cuore che, attirato dalla possibilità di avere vitto e alloggio, accetta il lavoro di tuttofare. Julie (Marie-Laure Dougnac), la timida figlia del macellaio, si innamora di lui e tenta di salvarlo.

La trama, a raccontarla, sembra quasi Non aprite quella porta. Solo che Jeunet e Caro trasformano tutto in una specie di cartone animato macabro, dove anche le situazioni più nere vengono trattate con un umorismo assurdo e surreale. In questo condominio nessuno sembra nemmeno troppo sconvolto dalla fine del mondo. Si continua a litigare, scopare, lavorare, innamorarsi, allevare lumache e cercare di suicidarsi attraverso complicatissimi marchingegni che puntualmente non funzionano. L'apocalisse è diventata quotidianità.

Al di là delle situazioni assurde, e ce ne sono parecchie (a partire dai due fratelli che in un mondo ridotto alla fame passano le giornate a fabbricare quei cilindri che, capovolti, riproducono i versi degli animali) a rendere Delicatessen ancora oggi così riconoscibile è soprattutto la sua messa in scena.
La fotografia di Darius Khondji, tutta gialli sporchi, marroni, verdi e ocra, rende il palazzo un luogo marcio, soffocante e quasi fuori dal tempo. Più che un vero futuro steampunk, quello di Jeunet e Caro sembra un futuro costruito con i resti del passato. Lo si capisce già dai titoli di testa, con la macchina da presa che scorre su ferraglia, vecchi utensili, fotografie, giocattoli meccanici e oggetti consumati dal tempo. Non c'è quasi nulla che sembri davvero appartenere al futuro.
Per certi versi ricorda il retrofuturismo di Brazil di Terry Gilliam, solo ancora più sporco e post-apocalittico.

Jeunet e Caro deformano continuamente gli spazi con grandangoli, primi piani esasperati e prospettive improbabili, riempiendo ogni stanza di oggetti e piccoli dettagli. Il palazzo finisce per diventare una specie di organismo in cui tutto passa attraverso muri, tubature e soprattutto rumori.
La sequenza del letto che cigola rimane ancora oggi leggendaria. Clapet fa sesso con la bella del condominio mentre, appartamento dopo appartamento, il cigolio delle molle si sincronizza con Louison che dipinge il soffitto, Julie che suona il violoncello, qualcuno che pompa una ruota, qualcun altro che batte un tappeto. Il montaggio accelera seguendo il ritmo fino a trasformare l'intero condominio in una gigantesca macchina musicale. È una scena assurda, senza effetti particolari, eppure basta da sola a spiegare quanto fosse creativo questo cinema.

In mezzo a tutta questa umanità grottesca, Dominique Pinon, solo con la sua faccia e le sue movenze, riesce a rendere Louison buffo, malinconico e tenero praticamente senza fare nulla. Sembra un personaggio uscito da un fumetto, oppure da un film muto alla Buster Keaton, eppure tra tutti è quello più normale. Quando si innamora di Julie, improvvisamente la storia di cannibali diventa una piccola commedia romantica. Il loro rapporto è ingenuo, quasi infantile, e funziona proprio perché Jeunet e Caro non hanno bisogno di sottolinearlo troppo.

Rivedendolo oggi, forse Delicatessen perde qualcosa nella seconda parte. Con l'entrata in scena dei Trogloditi, i vegetariani che vivono nelle fogne, il film diventa più movimentato e perde un po' dell'atmosfera della prima parte. Tra l'altro i Trogloditi mi hanno sempre ricordato il Tuttle di Brazil, altro evidente punto di contatto con il film di Terry Gilliam.

Il finale è più caotico e probabilmente meno originale di tutto quello che lo precede.
Ma cambia poco.

Delicatessen rimane per me un piccolo capolavoro. Una commedia condominiale dopo l'apocalisse, una fiaba nera, un gigantesco giocattolo cinematografico, sporco, crudele, romantico, stupidamente divertente e pieno di idee.
A distanza di tanti anni, continuo ad adorarlo.

Film
Grottesco
Commedia
Distopia
Francia
1991
Retrospettiva

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