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giovedì, 2 luglio 2026
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From (stagione 3-4)

Tempo fa, nel concludere la mia disamina sulle prime due stagioni di From, avevo confessato il timore di essermi imbattuto in una vera e propria boiata. Una boiata elegante, certo, con un'atmosfera intrigante e qualche buona intuizione, ma pur sempre una boiata.
Ora manca ancora una stagione alla conclusione definitiva di questa interminabile serie, ma dopo aver visto la quarta (la terza l'avevo recuperata quando uscì, ormai un paio d'anni fa) posso dire che quella prima impressione non si è attenuata. Anzi, si è rafforzata.
Stiamo parlando di From, serie horror-mystery targata MGM+, creata da John Griffin e sviluppata insieme a Jeff Pinkner (già dietro Lost, Fringe, Alias) e Jack Bender, che di Lost è stato uno dei registi storici. Non è un caso, quindi, che la serie venga spesso paragonata proprio a Lost, con cui condivide alcuni pregi e parecchi difetti. 
La premessa era intrigante, anche se non proprio originale. Una cittadina americana apparentemente normale intrappola chiunque vi entri. Le strade non portano da nessuna parte, ogni tentativo di fuga riporta sempre al punto di partenza e, di notte, dalle foreste circostanti emergono creature dall’aspetto umano che sorridono, bussano alle finestre e fanno a pezzi chiunque non si protegga dietro misteriosi talismani.

La terza stagione riprende con gli abitanti sempre più disperati, le risorse che iniziano a scarseggiare, il freddo che arriva, il cibo che manca e Boyd sempre più logorato dal ruolo di leader. Scopriamo che le creature notturne sono gli abitanti originari del luogo, che avrebbero sacrificato i propri figli in cambio dell'immortalità, e che Tabitha e Jade sembrano essere reincarnazioni di una coppia legata a una precedente vita nella cittadina. Il loro compito, ora, sarebbe quello di cambiare il ciclo degli eventi e "salvare" i bambini. In tutto questo Victor ritrova il padre, portato da Tabitha dopo essere riuscita, almeno temporaneamente, a uscire dalla città, mentre Fatima partorisce la creatura sorridente uccisa da Boyd nella seconda stagione. Nel finale, Jim viene ucciso dall'Uomo in Giallo.

La quarta stagione si apre proprio con l'Uomo in Giallo che arriva a Fromville con le sembianze della giovane e innocente Sophia. Si susseguono diverse sottotrame apparentemente marginali, come quella dello spaventapasseri del lago, il golem creato da Fatima e i tentativi di Julie di comprendere le sue capacità temporali. Nel finale tutto si concentra sul recupero delle ossa dei bambini sepolti nei cunicoli, nella convinzione che questo possa spezzare la maledizione, mentre Sophia/Uomo in Giallo fa sparire i talismani, lasciando l'intera comunità priva di protezione proprio mentre si affaccia la quinta e ultima stagione.

Se nelle prime due stagioni From funzionava soprattutto grazie al mistero, arrivati a questo punto la domanda non è più soltanto “che cosa sta succedendo?”, ma “quanto ancora vogliono tirarla per le lunghe?”.

Il costante parallelismo tra From e Lost non è solo una suggestione legata alla presenza di alcuni autori in comune, ma sembra quasi una dichiarazione d'intenti. Alla fine, da quanto ho capito, il Ragazzo in Bianco e l’Uomo in Giallo non sarebbero altro che la contrapposizione tra Bene e Male. Maddai, davvero originale. Tuttavia, mentre Lost veniva scritta palesemente a braccio, modificando la rotta a seconda degli umori del pubblico e degli ascolti, in From si percepisce che gli autori abbiano ben chiaro il punto d'arrivo. La mia speranza è che il finale sia potente, circolare e capace di dare un senso logico a ogni tassello del puzzle. Il vero, enorme problema della serie sta in tutto ciò che si trova nel mezzo.
Non è una questione di lentezza o di complessità strutturale. Il cinema d'autore, e restando alle serie basterebbe pensare a quelle di Nicolas Winding Refn, mi ha abituato a narrazioni rarefatte e dilatate, dove l'attesa diventa una scelta stilistica precisa e, quando funziona, anche affascinante. In From, invece, l'allungamento del brodo non sembra rispondere a un'esigenza artistica, ma al più cinico imperativo commerciale di battere il ferro finché è caldo, accumulando misteri su misteri solo per gonfiare il minutaggio e moltiplicare le stagioni.
From, soprattutto nella quarta stagione, mi ha dato esattamente questa sensazione. Non quella di una serie lenta, ma di una serie allungata. Che è una cosa diversa.
Ti dirò, volendo mi andrebbe pure bene se il viaggio fosse accompagnato da personaggi capaci di restituirmi almeno una qualche forma di empatia. Invece niente. Difficile che mi sia capitato di arrivare alla quarta stagione di una serie senza riuscire a legarmi davvero a nessuno dei protagonisti. Non dico amarli tutti, ci mancherebbe. Ma almeno provare simpatia, affezionarmi a qualcuno, temere davvero per la sua sorte.
In From, invece, la maggior parte dei personaggi mi irrita profondamente, a partire da Julie, Fatima, Ellis e, a seguire, praticamente tutti gli altri. Lo stesso Boyd, che da un paio di stagioni sembra sempre sul punto di crollare, non crolla mai davvero. O meglio, crolla sempre allo stesso modo. Soffre, urla, si tormenta, prende decisioni estreme, poi torna al punto di partenza.
Per non parlare del fatto che alcuni personaggi compiono scelte che definire discutibili significa fare un favore a chi ha scritto la sceneggiatura. E non stiamo parlando solo di Elgin. Manca qualcosa a livello di profondità, di emozione, persino i dialoghi sono spesso superficiali. È una serie piatta, priva di veri scossoni, che procede quasi esclusivamente per accumulo.

From finisce così per rappresentare bene tutta la disillusione che negli ultimi anni ho maturato verso quelle serie televisive pensate per trascinarsi il più a lungo possibile.

La quarta stagione, tra quelle viste finora, resta senza dubbio la più mediocre, perché si vede perfettamente che è stata pensata come stagione ponte, un riempitivo necessario più a preparare il terreno per il gran finale che a raccontare davvero qualcosa.

Vedremo se la quinta stagione riuscirà a chiudere il cerchio con la stessa potenza con cui questo viaggio era iniziato. Per ora, resto in attesa. Ma con più scetticismo che entusiasmo.

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mercoledì, 1 aprile 2026
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Something Very Bad Is Going to Happen

Haley Z. Boston

Something Very Bad Is Going to Happen è una delle serie Netflix più chiacchierate del 2026. Firmata da Haley Z. Boston - già autrice di Al nuovo gusto di ciliegia (Brand New Cherry Flavor), serie che avevo parecchio apprezzato - e prodotta, tra gli altri, dai fratelli Duffer, quelli di Stranger Things, la serie, il cui titolo suona già come una minaccia, è un horror psicologico composto da otto episodi, quattro dei quali diretti da Weronika Tofilska.

La storia si dipana nei sette giorni che precedono un matrimonio. Rachel (Camila Morrone) e Nicky (Adam DiMarco) raggiungono lo chalet di famiglia di lui - che in realtà è più una immensa villa immersa nella foresta - per conoscere i parenti dello sposo e celebrare le nozze. Fin dal viaggio di avvicinamento, Rachel, cresciuta in un contesto familiare difficile, non riesce però a scrollarsi di dosso una strana sensazione di pericolo. Presagi ambigui, incontri inquietanti e voci locali che sembrano suggerirle di scappare iniziano ad alimentare i suoi dubbi. La famiglia di Nicky, dal canto suo, non fa molto per rassicurarla, rivelandosi fin da subito ambigua, se non apertamente inquietante. Così, in quella casa labirintica immersa nella neve, Rachel comincia a chiedersi se in quel posto ci sia davvero qualcosa di malvagio oppure se le sue paure derivano dal fatto che sposarsi è una cosa seria e forse, solo forse, sta per fare la scelta sbagliata.

Something Very Bad Is Going to Happen è un thriller horror che gioca tutto sull'atmosfera e sulla tensione. Qualcuno l'ha definita un mix tra Rosemary's Baby e Ready or Not, con una spruzzata delll'immancabile Twin Peaks. Una formula strana che però, in alcune sue parti, ci può anche stare.
La tenuta dei Cunningham - con i suoi corridoi labirintici, la luce sempre crepuscolare e il cortile interno che sembra un museo all'aperto - contribuisce a creare un senso di inquietudine costante. Gli autori, invece di usare l'orrore come semplice pretesto per jump scare e sangue (anche se il sangue c'è, e pure a fiumi, soprattutto nel finale), sfruttano il genere per mettere in scena l'ansia culturale che circonda il matrimonio: le aspettative sociali, le eredità familiari che si accettano senza averle scelte, la domanda eterna su se la persona accanto a te sia davvero quella giusta.
Mi sono piaciuti molto i primi episodi, con la fidanzata diffidente, la famiglia del ricco fidanzato che nasconde qualcosa, quella tensione alla Get Out tanto per intenderci, per poi ribaltare tutto lasciando lo spettatore con in mano una mappa che non corrisponde più al territorio. A partire dal quarto episodio - quello in cui entra in scena la storia della maledizione e la vicenda si sposta sul paranormale - la tensione si affievolisce leggermente, e la serie si trasforma in quello che è davvero, una sorta di favola horror sulle aspettative del matrimonio e sull'idea dell'anima gemella.
Dal punto di vista tecnico, la fotografia cupa e crepuscolare mi ha convinto, così come la regia, fatta di movimenti di macchina serpeggianti e lunghi piani sequenza che trasformano la magione in un luogo sempre più minaccioso.
Camila Morrone è bellissima. Questo non è un giudizio critico, è semplicemente un dato di fatto. Si capisce perché Leonardo DiCaprio l'abbia frequentata per anni - anche se poi, con la puntualità di un orologio svizzero, ha optato per qualcuno con meno di venticinque anni. Scelte di vita, rispettiamo. La cosa che mi ha sorpreso è che è anche molto brava, capace di trasmettere quel senso di instabilità emotiva con estrema naturalezza.
Tra gli altri interpreti troviamo Jennifer Jason Leigh, magnetica in ogni scena in cui compare, Ted Levine, Jeff Wilbusch e Gus Birney, anche se non tutti i personaggi sono sviluppati allo stesso modo.
Il finale risponde più o meno a tutte le domande e chiude suggerendo che in amore non esistano certezze, ma solo scelte. Scelte che comportano una perdita, una trasformazione, un sacrificio che non tutti sono disposti ad affrontare.

Era dai tempi di Mike Flanagan che una serie televisiva non mi prendeva così tanto. Certo, con qualche sforbiciata qua e là sarebbe potuto venire fuori anche un bel film. Una serie imperfetta - a causa di alcune lungaggini e situazioni evitabili - ma abbastanza coinvolgente da finirla in due giorni.

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