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mercoledì, 1 aprile 2026
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Something Very Bad Is Going to Happen

Haley Z. Boston

Something Very Bad Is Going to Happen è una delle serie Netflix più chiacchierate del 2026. Firmata da Haley Z. Boston - già autrice di Al nuovo gusto di ciliegia (Brand New Cherry Flavor), serie che avevo parecchio apprezzato - e prodotta, tra gli altri, dai fratelli Duffer, quelli di Stranger Things, la serie, il cui titolo suona già come una minaccia, è un horror psicologico composto da otto episodi, quattro dei quali diretti da Weronika Tofilska.

La storia si dipana nei sette giorni che precedono un matrimonio. Rachel (Camila Morrone) e Nicky (Adam DiMarco) raggiungono lo chalet di famiglia di lui - che in realtà è più una immensa villa immersa nella foresta - per conoscere i parenti dello sposo e celebrare le nozze. Fin dal viaggio di avvicinamento, Rachel, cresciuta in un contesto familiare difficile, non riesce però a scrollarsi di dosso una strana sensazione di pericolo. Presagi ambigui, incontri inquietanti e voci locali che sembrano suggerirle di scappare iniziano ad alimentare i suoi dubbi. La famiglia di Nicky, dal canto suo, non fa molto per rassicurarla, rivelandosi fin da subito ambigua, se non apertamente inquietante. Così, in quella casa labirintica immersa nella neve, Rachel comincia a chiedersi se in quel posto ci sia davvero qualcosa di malvagio oppure se le sue paure derivano dal fatto che sposarsi è una cosa seria e forse, solo forse, sta per fare la scelta sbagliata.

Something Very Bad Is Going to Happen è un thriller horror che gioca tutto sull'atmosfera e sulla tensione. Qualcuno l'ha definita un mix tra Rosemary's Baby e Ready or Not, con una spruzzata delll'immancabile Twin Peaks. Una formula strana che però, in alcune sue parti, ci può anche stare.
La tenuta dei Cunningham - con i suoi corridoi labirintici, la luce sempre crepuscolare e il cortile interno che sembra un museo all'aperto - contribuisce a creare un senso di inquietudine costante. Gli autori, invece di usare l'orrore come semplice pretesto per jump scare e sangue (anche se il sangue c'è, e pure a fiumi, soprattutto nel finale), sfruttano il genere per mettere in scena l'ansia culturale che circonda il matrimonio: le aspettative sociali, le eredità familiari che si accettano senza averle scelte, la domanda eterna su se la persona accanto a te sia davvero quella giusta.
Mi sono piaciuti molto i primi episodi, con la fidanzata diffidente, la famiglia del ricco fidanzato che nasconde qualcosa, quella tensione alla Get Out tanto per intenderci, per poi ribaltare tutto lasciando lo spettatore con in mano una mappa che non corrisponde più al territorio. A partire dal quarto episodio - quello in cui entra in scena la storia della maledizione e la vicenda si sposta sul paranormale - la tensione si affievolisce leggermente, e la serie si trasforma in quello che è davvero, una sorta di favola horror sulle aspettative del matrimonio e sull'idea dell'anima gemella.
Dal punto di vista tecnico, la fotografia cupa e crepuscolare mi ha convinto, così come la regia, fatta di movimenti di macchina serpeggianti e lunghi piani sequenza che trasformano la magione in un luogo sempre più minaccioso.
Camila Morrone è bellissima. Questo non è un giudizio critico, è semplicemente un dato di fatto. Si capisce perché Leonardo DiCaprio l'abbia frequentata per anni - anche se poi, con la puntualità di un orologio svizzero, ha optato per qualcuno con meno di venticinque anni. Scelte di vita, rispettiamo. La cosa che mi ha sorpreso è che è anche molto brava, capace di trasmettere quel senso di instabilità emotiva con estrema naturalezza.
Tra gli altri interpreti troviamo Jennifer Jason Leigh, magnetica in ogni scena in cui compare, Ted Levine, Jeff Wilbusch e Gus Birney, anche se non tutti i personaggi sono sviluppati allo stesso modo.
Il finale risponde più o meno a tutte le domande e chiude suggerendo che in amore non esistano certezze, ma solo scelte. Scelte che comportano una perdita, una trasformazione, un sacrificio che non tutti sono disposti ad affrontare.

Era dai tempi di Mike Flanagan che una serie televisiva non mi prendeva così tanto. Certo, con qualche sforbiciata qua e là sarebbe potuto venire fuori anche un bel film. Una serie imperfetta - a causa di alcune lungaggini e situazioni evitabili - ma abbastanza coinvolgente da finirla in due giorni.

Serie TV
Horror
Psicologico
Netflix
USA
2026
venerdì, 26 dicembre 2025
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Pluribus

Vince Gilligan

Niente da fare. Apple TV+ si dimostra ancora una volta sinonimo di qualità puntando su Vince Gilligan. Dopo aver esplorato ogni angolo oscuro dell’animo umano tra metanfetamine e raggiri legali, il creatore di Breaking Bad si tuffa con Pluribus in una fantascienza inquietante e profondamente filosofica. Una scommessa che si è rivelata vincente, visto che la serie è diventata la più vista nella storia della piattaforma.

In Pluribus un misterioso segnale proveniente da seicento anni luce di distanza viene captato dagli scienziati della Terra. È l’origine di un virus galattico che in breve tempo trasforma l’umanità in una mente collettiva, un’unica entità serena, pacifica e terribilmente felice. In questo scenario seguiamo Carol, interpretata da una grandissima Rhea Seehorn, una delle sole tredici persone al mondo rimaste immuni e ancora in possesso della propria coscienza individuale. Carol è una scrittrice frustrata ma famosa per i suoi romanzi fantasy di successo, misantropa, scontrosa, cinica e sospettosa. Vive isolata su una collina con una splendida vista su Albuquerque, la città feticcio di Gilligan. Ha perso la propria compagna e ora si ritrova circondata da miliardi di esseri umani trasformati in una versione inquietante dei testimoni di Geova. Sempre sorridenti, sempre gentili, sempre pronti a convincerti che unirsi all’alveare sia l’unica via per la vera felicità. Apparentemente privi di emozioni negative, questi nuovi esseri umani convivono con un dilemma morale che viene svelato nel corso degli episodi e che diventa il vero fulcro della narrazione. Tra i resti di una società in cui la serenità collettiva sa di anestesia, Carol combatte per la propria individualità, decisa a salvare il mondo dalla felicità.

È proprio su questo paradosso che Pluribus costruisce la sua forza. Gilligan prende uno dei desideri più profondi e universali dell’essere umano, quello di essere felice, e lo trasforma in una minaccia. La felicità che permea il mondo dopo il contagio non è conquistata, non è il risultato di un percorso, ma un’imposizione dolce, sorridente, irrevocabile. Un’utopia che odora di distopia, dove il conflitto non viene eliminato ma semplicemente rimosso, insieme al dolore, alla rabbia, al dubbio e infine alla libertà.
Pluribus è un drama thriller psicologico e filosofico di estrema sottigliezza e intelligenza. Non è una serie mainstream, non ci sono esplosioni, inseguimenti o adrenalina a buon mercato. Non è un prodotto pensato per chi vuole staccare il cervello. È una serie adulta, densa, che richiede attenzione e pazienza. La sua lentezza, la dilatazione dei tempi, diventano una precisa scelta stilistica che permette di entrare nella mente di Carol, un’antieroina in costante subbuglio, costretta a ricalibrare di continuo la propria percezione della realtà. Il contrasto tra la tranquillità alienante del mondo esterno e il tumulto interiore della protagonista genera una tensione narrativa ricca di stravolgimenti, rivelazioni e di un umorismo nero sottilissimo. In questo senso Rhea Seehorn regge l’intera serie con una performance straordinaria, misurata e intensissima. Accanto a lei convince anche Karolina Wydra nel ruolo di Zosia, accompagnatrice di Carol e presenza ambigua, sempre gentile e disponibile. Non è semplice incarnare una serenità costante senza scivolare nell’artificio. Altrettanto efficace è Carlos Manuel Vesga nei panni di Manousos, il paraguayano dalla morale ferrea senza compromessi che incarna la ribellione, l’urgenza assoluta di sconfiggere gli “Altri” e salvare il mondo a qualunque costo.

Gilligan, prendendo spunto da classici come L'invasione degli ultracorpi del 1956 e da Ai confini della realtà, solleva domande filosofiche profonde. Cosa significa davvero essere umani? La libertà vale più della serenità? Eliminare il conflitto significa anche eliminare ciò che ci rende individui? Questioni che riecheggiano temi estremamente attuali, dall’intelligenza artificiale e la minaccia che potrebbe rappresentare per l'individualità, fino al desiderio contemporaneo di comunità perfette dove il dissenso non trova spazio.

Alla fine Pluribus non parla di alieni, virus o fantascienza, ma di scelte. Di quanto sia fragile il confine tra benessere e annullamento, tra armonia e controllo. Perché la domanda che la serie pone, episodio dopo episodio, è semplice e disturbante. Siamo davvero disposti a rinunciare a ciò che ci rende umani pur di non soffrire più.

Quest’anno ho visto poche serie televisive, ma senza ombra di dubbio, insieme a Adolescence e Scissione, Pluribus è una delle migliori. Un’ulteriore conferma che quando Apple TV+ decide di investire in un progetto, raramente sbaglia. E che Vince Gilligan, anche lontano dall’universo di Walter White, sa ancora come sorprendere e inquietare in egual misura.

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