L'uomo dei sussurri
di James Ashcroft
L'uomo dei sussurri è una produzione Netflix del 2026 che sembra arrivare direttamente dagli anni novanta. Serial killer, bambino rapito, vecchio detective tormentato da un caso mai davvero chiuso, emulatore che riprende modalità e rituali di un assassino del passato. Insomma, siamo dalle parti de Il silenzio degli innocenti, Seven, Zodiac, Il collezionista di ossa e di tutta quella stagione di thriller cupi popolati da investigatori ossessionati e psicopatici particolarmente creativi.
Tratto dall'omonimo romanzo di Alex North, presumo sia il solito bestseller di facile consumo, il film è diretto da James Ashcroft, che si era fatto notare soprattutto con l'horror psicologico Le regole di Jenny Pen.
Tom Kennedy (Adam Scott) è uno scrittore rimasto vedovo che cerca di ricostruire un rapporto con il figlio Jake. Quando il bambino viene rapito con modalità che ricordano quelle di un famoso serial killer incarcerato anni prima, Tom è costretto a rivolgersi al padre Pete (Robert De Niro), ex detective che aveva lavorato proprio a quel caso. Le indagini finiscono così per riaprire vecchie ferite familiari insieme a quelle lasciate dall'assassino.
Al di là della componente crime, L'uomo dei sussurri affronta soprattutto il rapporto tra padri e figli. Tom cerca di comunicare con Jake, che non ha ancora elaborato la perdita della madre e trova rifugio nella presenza di un'amica immaginaria, ma fatica a capire davvero quello che il bambino sta vivendo. A sua volta Tom porta dentro di sé il peso del rapporto irrisolto con Pete, un padre distante, assorbito per anni dal lavoro. Il film ragiona quindi su incomunicabilità, senso di colpa e ferite che passano da una generazione all'altra. Una tematica interessante, sviluppata però in maniera abbastanza convenzionale.
Il problema principale di questo film non è tanto il fatto di essere derivativo. I thriller con serial killer vivono da sempre di archetipi e formule ricorrenti. È che qui tutto sembra costruito a tavolino, con la sensazione di una produzione studiata soprattutto per mettere insieme un cast di richiamo, una storia facilmente riconoscibile e una confezione sufficientemente elegante da funzionare bene dentro il catalogo Netflix
La regia di Ashcroft è professionale, la fotografia cupa al punto giusto e qualche momento di tensione funziona, ma manca una vera personalità. La sceneggiatura procede lungo binari prevedibili e anche quando prova a inserire suggestioni più ambigue, psicologiche o soprannaturali, torna rapidamente dentro territori molto più rassicuranti.
A sostenere il film resta soprattutto il cast. Adam Scott funziona bene nel ruolo del padre fragile e spaesato, mentre Robert De Niro porta a casa il vecchio detective con il mestiere che ormai gli viene naturale, anche senza particolari guizzi. Michelle Monaghan ha invece un ruolo piuttosto sacrificato. Ma a svettare su tutti è Michael Keaton, che con relativamente poco spazio riesce a costruire il personaggio più inquietante e interessante del film. Gli bastano qualche sguardo e quel modo di parlare apparentemente tranquillo per alzare immediatamente la tensione.
Alla fine L'uomo dei sussurri è il classico thriller con l'emulatore di un noto serial killer e il poliziotto in pensione richiamato sul campo perché, naturalmente, solo lui può capire davvero cosa sta succedendo. Non è brutto. Si lascia vedere senza fatica, è ben recitato e confezionato con mestiere. Ma è anche terribilmente prevedibile e lascia ben poco una volta arrivati ai titoli di coda.
Il precedente film di Ashcroft mi era sembrato decisamente più personale e originale. Qui ho avuto invece la sensazione di un regista ingabbiato dentro una produzione più invasiva, interessata soprattutto a riproporre una formula del thriller serial-killer anni novanta già collaudata fino allo sfinimento
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