Blast
Manu Larcenet
Il termine "disturbante" viene usato sempre più spesso, a volte pure un po' a sproposito, per descrivere film horror, thriller psicologici o libri particolarmente cupi. Nel caso di Blast di Manu Larcenet, però, direi che è il primo aggettivo che mi è venuto in mente per un'opera che aggredisce emotivamente e psicologicamente chi la legge.
Parliamo di una graphic novel monumentale, circa ottocento pagine complessive, pubblicata originariamente in Francia in quattro volumi tra il 2009 e il 2014, poi tradotti in italiano da Coconino e raccolti nel 2019 in un unico volume cartonato. Io mi sono letto quest'ultimo. Un vero e proprio macigno, anche fisicamente. Ed è singolare che il protagonista di questo enorme volume sia proprio un uomo obeso, dal corpo gigantesco, sgraziato e invadente.
Polza Mancini è grasso, sporco, alcolizzato ed è trattenuto dalla polizia per aver ucciso una donna, Carole Oudinot. Durante l'interrogatorio, due poliziotti cercano di ricostruire quello che è successo e soprattutto di capire chi abbiano realmente davanti.
Da qui parte il lungo racconto della vita di Polza, un tempo scrittore di libri di gastronomia, che alla morte del padre, ucciso dal cancro, abbandona la moglie, il lavoro e la sua vecchia vita per iniziare a vagare nelle campagne, vivendo come un barbone. Gli unici momenti in cui sembra finalmente sentirsi in equilibrio con sé stesso sono quelli che lui chiama «Blast», improvvise esperienze di estasi durante le quali perde il contatto con la realtà, il proprio corpo diventa leggero e davanti ai suoi occhi compaiono enormi Moai, le misteriose statue dell'Isola di Pasqua.
Il corpo è uno dei nuclei centrali di tutto il racconto. Polza detesta il proprio. Non accetta quel corpo gigantesco, sgraziato, sporco, malato. Lo trascina, lo maltratta, cerca quasi di distruggerlo attraverso alcool, droghe, fame, dolore e isolamento. Dopo la morte del padre smette di lavorare, di curarsi, di essere presentabile, di vivere secondo le regole degli altri. Solo che la sua libertà è fatta di solitudine, dipendenza, degrado, violenza e perdita progressiva di qualsiasi riferimento morale. Una libertà portata talmente all'estremo da trasformarsi in autodistruzione. Il suo unico vero obiettivo rimane il «Blast», quell'istante in cui il mondo si ferma, il peso del corpo scompare e lui riesce finalmente a superare i propri limiti fisici e mentali.
Durante il lungo interrogatorio racconta l'isolamento nei boschi, gli incontri con altri emarginati, il soggiorno in una specie di comune, il rapporto con lo spacciatore San Jacky, il ricovero in un ospedale psichiatrico, la fuga e infine l'incontro con Carole.
Nonostante sia esteticamente disgustoso, Polza è intelligentissimo, colto, eloquente, capace di affascinare. Sa trasformare il proprio degrado in qualcosa che somiglia quasi a una ricerca spirituale. Ma Polza è anche un manipolatore, un narratore inaffidabile. Seleziona i ricordi, li deforma, li interpreta. Forse mente. Forse mente soprattutto a sé stesso. Ma i due poliziotti, a differenza di noi lettori, conoscono già la terribile verità che si cela dietro ai suoi racconti. L'interrogatorio serve solo a comprendere le sue motivazioni.
Ed è il finale a rimettere tutto violentemente in prospettiva.



A rendere Blast un'opera così potente contribuisce enormemente il lavoro grafico di Manu Larcenet.
Il fumetto è disegnato prevalentemente in un bianco e nero denso e materico, costruito attraverso acquarelli, matite, chine, chiaroscuri e mezzetinte. È un tipo di illustrazione che personalmente apprezzo molto. I personaggi vengono deformati in maniera grottesca, con nasi enormi, corpi caricaturali, facce quasi ridicole. Solo che, inserite dentro un racconto così cupo, quelle deformazioni perdono qualsiasi componente comica e diventano inquietanti.
Larcenet si prende anche tutto il tempo che gli serve. Ci sono intere sequenze mute dedicate a un bosco, a una strada, alla neve, a un volto immobile. La natura non è mai necessariamente un rifugio rassicurante. Al contrario, può diventare enorme, indifferente, persino minacciosa. È uno di quei fumetti che usano davvero il tempo della pagina e della vignetta, invece di limitarsi a riempirle di dialoghi.
Poi ci sono i «Blast».
In un mondo plumbeo, sporco, fatto quasi interamente di bianco e nero, Larcenet li realizza come esplosioni di colore utilizzando i disegni infantili dei suoi figli. L'effetto è straniante e bellissimo. L'unica esperienza di bellezza assoluta vissuta da un adulto devastato prende la forma visiva dell'immaginazione di un bambino.
Testo e immagini finiscono così per diventare inseparabili.
Per quanto mi riguarda, Blast è un capolavoro assoluto. Un thriller psicologico monumentale, cupo, sporco e allo stesso tempo profondamente poetico, capace di portarci dentro la mente di un uomo alla deriva senza mai dirci esattamente dove finisca la verità e dove inizi la sua personale narrazione del mondo.
Più che un fumetto, è un'esperienza visiva ed emotiva devastante.
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