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martedì, 27 ottobre 2026
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Swans Live Berlin

Ieri sera, al Cinema Troisi di Roma, più che un cinema un vero e proprio centro culturale della capitale, ho assistito alla proiezione di Swans Live Berlin, il film-concerto diretto da Marco Porsia e Peter Harton, presentato per l'occasione dallo stesso Porsia insieme al musicista Teho Teardo.

Due ore e mezza. Quattro pezzi. Sì, avete letto bene, quattro. Perché quando vai a vedere gli Swans, almeno questi Swans, il concetto di canzone da quattro minuti te lo puoi bello che dimenticare.

Per chi non li conoscesse, gli Swans sono uno dei gruppi più estremi e inclassificabili della scena underground americana. Fondati nei primi anni ottanta da Michael Gira, sono passati dal rumore brutale e ossessivo della no wave e dell'industrial degli esordi a una musica sempre più complessa e monumentale, attraversando noise rock, psichedelia, post-rock e qualsiasi altra cosa gli sia venuta in mente. In oltre quarant'anni hanno cambiato pelle parecchie volte, mantenendo però una caratteristica fondamentale: fare esattamente quello che gli pare, senza preoccuparsi troppo di risultare piacevoli all'ascolto.

Swans Live Berlin documenta il concerto tenutosi a Berlino il 28 novembre 2025, l'ultimo della cosiddetta era Big Sound. Secondo Gira, questa incarnazione degli Swans avrebbe raggiunto un'intensità espressiva oltre la quale sarebbe difficile spingersi senza cominciare a ripetersi. Insomma, siamo arrivati al capolinea. O almeno a un capolinea, perché Gira ha già chiarito che il gruppo continuerà, semplicemente cambiando direzione. D'altronde, dopo aver sciolto gli Swans nel 1997 e averli resuscitati nel 2010, sappiamo che con lui la parola fine va sempre presa con una certa cautela.

Il concerto è disponibile anche nel cofanetto dell'ultimo album dal vivo, Newly Sentient Being, pubblicato in doppio CD o quadruplo LP, entrambi accompagnati dal DVD del film.

Dicevamo, quattro lunghissime composizioni che nascono, crescono, si deformano, esplodono e qualche volta sembrano sul punto di morire, salvo poi ripartire più incazzate di prima.

Si comincia con The End of Forgetting, trentanove minuti di lenta e inesorabile progressione. Gira parte praticamente da solo, ripetendo il solito accordo sulla chitarra. Poi entrano gli altri strumenti, uno alla volta, aggiungendo strati a una struttura apparentemente semplicissima. Il suono cresce, si gonfia, diventa sempre più denso e ossessivo, fino a trasformarsi in un muro sonoro di una potenza devastante. E quando pensi che abbiano raggiunto il massimo, quelli continuano a spingere. Ancora. E ancora.
The Merge (da Brithing del 2025) insiste maggiormente sulla componente ritmica, tra bassi pulsanti, percussioni martellanti e progressioni interminabili. Paradise Is Mine (tratta da The Beggar del 2023) si muove invece su territori più oscuri e ritualistici, con la voce profonda di Gira che sembra quella di un predicatore completamente fuori di testa. Infine arriva Newly Sentient Being, oltre cinquanta minuti di musica che riprendono e amplificano tutto quello che abbiamo ascoltato fino a quel momento. La quinta traccia presente nell'album, The End of Regretting, non compare invece nel film.

La cosa affascinante è osservare come tutta questa massa sonora venga costruita dal vivo. Michael Gira non si limita a cantare e suonare, dirige letteralmente il gruppo. Muove le braccia, indica i musicisti, impartisce ordini con lo sguardo, decide quando far entrare uno strumento, quando aumentare l'intensità e quando lasciare respirare la composizione. A un certo punto ondeggia seguendo il flusso della musica e con lui tutto il pubblico. Sembra uno sciamano intento a evocare qualche divinità particolarmente incazzata, con gli altri sei musicisti che lo seguono in questa specie di cerimonia pagana fatta di amplificatori, chitarre e percussioni.

Da questo punto di vista, la regia di Porsia e Harton funziona abbastanza bene. La macchina da presa indugia sui dettagli degli strumenti, sui volti, sui movimenti e sulla fatica fisica dei musicisti. Il montaggio è dinamico, a tratti anche piuttosto eclettico, ma mai invadente. Riesce a seguire l'andamento delle composizioni e a restituire quella dimensione fisica e collettiva che rende gli Swans così particolari dal vivo.

Musicalmente, per certi versi, mi sono tornati in mente i primi Pink Floyd, quelli più psichedelici e sperimentali di A Saucerful of Secrets. Ci ho sentito anche qualcosa dei Silver Mt. Zion, soprattutto nelle lunghe progressioni del post-rock più visionario e orchestrale. Ma sono riferimenti che lasciano il tempo che trovano, perché alla fine gli Swans suonano come gli Swans. Punto.
E infatti, al termine del concerto, Kristof Hahn, il chitarrista di lunga data, rende omaggio alla natura unica della band, dichiarando con orgoglio che nel panorama musicale contemporaneo non esiste nessuno capace di fare quello che fanno loro. Una dichiarazione che potrebbe sembrare un tantino presuntuosa, se non fosse che probabilmente ha ragione.

Certo, bisogna essere predisposti a una musica del genere. Gli Swans non ti vengono incontro e non fanno nulla per metterti a tuo agio. Sei tu che devi entrare nel loro mondo, accettare la ripetizione ossessiva, i tempi smisurati, i crescendo apparentemente infiniti. Devi lasciarti andare, perdere la percezione del tempo e farti trascinare. Altrimenti rischi di passare due ore e mezza a chiederti quando cazzo finisce il pezzo.

Io gli Swans li adoro, praticamente in tutte le loro incarnazioni. Li ho visti anche dal vivo in passato, ma devo ammettere che questo Swans Live Berlin si è rivelato un'esperienza talmente potente e ossessiva che a tratti fa quasi male. Più che a un concerto mi è sembrato di assistere a un rituale collettivo, un viaggio ipnotico e travolgente che richiede una disponibilità quasi fisica all'ascolto.

E pensare che ero comodamente seduto sulla poltrona di un cinema.

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