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martedì, 8 settembre 2026
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Ghost in the cell

di Joko Anwar

Già il titolo Ghost in the Cell mi fa ridere. Non so se sia voluto, ma è impossibile non pensare a Ghost in the Shell, il capolavoro di Oshii tratto dall'omonimo manga. Solo che qui di androidi, reti neurali e crisi d'identità digitali non c'è neanche l'ombra. In compenso ci sono carcerati fuori di testa, guardie corrotte, risse, morti assurde e un fantasma parecchio creativo.
Ghost in the Cell è l'ultimo film di Joko Anwar, probabilmente uno dei nomi più importanti del cinema indonesiano contemporaneo. Non lo conoscevo, ma ho scoperto che ha all'attivo numerosi film di genere e anche una serie televisiva Netflix, Incubi e sogni. Un regista che con l'horror ha una certa dimestichezza e che questa volta decide di mischiarlo con la commedia, il prison movie, l'action e la satira sociale. Il risultato è un film divertente, schizzato e volutamente sopra le righe.

Dimas (Endy Arfian) è un giovane giornalista che sta indagando su un giro di deforestazione illegale e corruzione politica. Accusato di aver ucciso il suo caporedattore, viene spedito nel carcere di massima sicurezza di Labuan Angsana, un posto dove detenuti, bande criminali, guardie e personaggi più o meno potenti convivono secondo una gerarchia che ha ben poco a che vedere con il regolamento penitenziario. A complicare ulteriormente la situazione arriva una presenza soprannaturale che comincia a fare fuori le persone in modi decisamente fantasiosi. 

Ed è proprio l'elemento comico e grottesco a caratterizzare Ghost in the Cell.  Anwar mette insieme risse, gag fisiche, personaggi caricaturali, splatter, religione, corruzione e varie assurdità, passando continuamente da un tono all'altro. A volte sembra quasi una commedia d'azione asiatica alla Kung Fu Hustle, solo che ogni tanto qualcuno viene smembrato o trasformato in una specie di installazione artistica di carne.
La cosa più riuscita sono probabilmente proprio le morti. Il fantasma non si limita a eliminare le proprie vittime, ma le trasforma in una specie di installazioni artistiche di carne, con corpi incastrati, piegati, trafitti e ricomposti negli ambienti del carcere. Il tutto realizzato con buoni effetti pratici e una discreta dose di fantasia splatter. 
Dietro a tutto questo casino, però, Anwar prova anche a dire qualcosa. Il carcere funziona come una piccola rappresentazione della società indonesiana. Da una parte i poveracci ammassati nelle celle, dall'altra i potenti che continuano a godere dei propri privilegi. Nel mezzo le guardie corrotte e il denaro che compra praticamente tutto. Anche il fantasma, che si alimenta della rabbia e dell'energia negativa delle persone, diventa una metafora abbastanza evidente di un sistema che genera violenza e poi finisce per nutrirsene.
Da qui nasce anche una delle idee più divertenti del film. Per evitare di attirare la creatura, i detenuti cercano disperatamente di mantenere la calma, interrompono le risse, pregano, ballano e provano a pensare positivo. Una specie di corso collettivo di gestione della rabbia con la piccola differenza che, se perdi la pazienza, rischi di finire appeso al soffitto con le budella che ti penzolano.

Senza dubbio Ghost in the Cell è un film assai caotico. Dentro ci finisce di tutto e non sempre il miscuglio resta sotto controllo. La satira è piuttosto esplicita, i personaggi sono più macchiette che figure davvero approfondite e a tratti sembra che Anwar abbia avuto dieci idee diverse e abbia deciso di usarle tutte.
Però il film diverte. Ha energia, personalità e soprattutto non si prende troppo sul serio. Uno splatterone assurdo e cazzone, più interessato a far ridere e disgustare che a mettere davvero paura.

Film
Horror
Commedia
Indonesia
2026

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