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giovedì, 4 giugno 2026
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Beyond the Black Rainbow

di Panos Cosmatos

Se dovessi stilare una classifica dei film più strani degli ultimi decenni, Beyond the Black Rainbow occuperebbe senza dubbio un posto di rilievo. Diretto nel 2010 da Panos Cosmatos, qui al suo debutto dietro la macchina da presa, il film è una sorta di esperimento estetico, una scheggia visionaria nel panorama della fantascienza indipendente, sospesa tra cinema di genere e videoarte.

Ci troviamo nel 1983, in un futuro immaginato dagli anni settanta che non è mai esistito. All’interno dell'Arboria Institute, una struttura di ricerca all’avanguardia nata per guidare l’umanità verso una nuova era di serenità spirituale ed espansione della coscienza, viene tenuta prigioniera Elena (Eva Allan), una giovane donna dotata di poteri psichici e sottoposta a esperimenti di controllo mentale dal dottor Barry Nyle (Michael Rogers). In questo limbo asettico fatto di corridoi geometrici, luci soffuse e ronzii elettronici, Nyle ha ormai preso il controllo della struttura, fondata anni prima dal dottor Mercurio Arboria (Scott Hylands), trasformando un’utopia new age in una prigione mentale. Quando Elena cercherà di fuggire, Nyle finirà per rivelare la sua vera natura.

Più che un film da seguire attraverso la logica degli eventi, Beyond the Black Rainbow è un’esperienza quasi puramente sensoriale. Dal punto di vista visivo e sonoro, la pellicola è semplicemente ineccepibile. Cosmatos mette in scena un’estetica densa, allucinata, vicina al grindhouse psichedelico ma filtrata attraverso lo sguardo di Alejandro Jodorowsky, il cinema d’avanguardia e le illustrazioni fantascientifiche di Moebius, senza dimenticare i poster lisergici e fluorescenti degli anni settanta. Un vero e proprio trip visivo, un’opera che sembrerebbe perfetta per essere proiettata come installazione in qualche museo di arte contemporanea, o come sfondo ipnotico durante un concerto di musica sperimentale.
L’aspetto sonoro non è da meno ed è un altro elemento fondamentale per l'immersione. Non solo per l’ottima colonna sonora affidata a Sinoia Caves, progetto solista di Jeremy Schmidt dei Black Mountain, che con i suoi sintetizzatori analogici costruisce paesaggi sonori riconducibili ai Tangerine Dream e John Carpenter, ma per l'intero ambiente acustico del film, fatto di ronzii opprimenti, disturbi elettronici e rumori di fondo che contribuiscono a creare un'atmosfera ipnotica, cerebrale e inquietante.
Un atmosfera che richiama da vicino il misticismo spaziale di Solaris o, ancor di più, l'algida grandezza di 2001: Odissea nello Spazio, il tutto però riletto attraverso una lente rétro, asettica e decisamente inquietante.
Tuttavia, c’è un prezzo da pagare per tanta bellezza formale. Tutto, all’interno del film, è estremamente dilatato. La lentezza è così esasperata che la narrazione viene quasi privata di ritmo, al punto che molti potrebbero trovare l’esperienza sospesa tra il contemplativo e il terribilmente noioso, a seconda delle proprie inclinazioni personali. Insomma, se siete stanchi, avete avuto una giornata pesante e decidete di guardarlo sdraiati sul divano, il rischio di addormentarvi è decisamente dietro l’angolo.
Beyond the Black Rainbow potrebbe tranquillamente essere catalogato come videoarte, se non fosse per la presenza di una trama che però rimane davvero flebile. È il classico film che, per essere digerito e compreso meglio, richiede probabilmente una seconda visione, magari supportata da una lettura della sinossi su Wikipedia, così come ho fatto io, giusto per essere sicuri che non sia sfuggito qualche passaggio cruciale. La verità è che, dietro la magnificenza della forma e dello stile, c’è poca sostanza narrativa. Il tema del controllo del corpo, della manipolazione emotiva e dell'abuso di potere è presente, ma resta più suggerito che approfondito. Il film prende l'idea affascinante della ricerca spirituale e della cura attraverso la tecnologia per trasformarla in qualcosa di freddo, autoritario e violento, ma si fa una fatica immensa a empatizzare con i personaggi o a seguire un canovaccio così rarefatto per quasi due ore.
La storia, in sostanza, sembra quasi un pretesto per mettere in scena immagini e suoni. E forse è proprio questo il punto. Se si sceglie di guardare il film come esperienza sensoriale, come visione, appunto, allora Beyond the Black Rainbow appaga l’occhio e stimola i sensi in modo autentico e raro. La sequenza del flashback al 1966, in bianco e nero e ad altissimo contrasto, è da sola un piccolo capolavoro.

In conclusione, ci troviamo di fronte a un lavoro affascinante, magnetico e visivamente potentissimo, ma al tempo stesso esasperante, narrativamente esile e non sempre capace di trasformare le sue potentissime suggestioni in una vera tensione emotiva. È un film in cui la forma diventa essa stessa il contenuto. Una visione estrema, che mi sento di consigliare solo a chi apprezza i film dal forte impianto estetico, la fantascienza indipendente e sperimentale, e l'arte visiva in senso lato.  A tutti gli altri, fatevi una bella dormita preventiva. O almeno un caffè.

Film
Fantascienza
Horror
Canada
2010
venerdì, 27 marzo 2026
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Blood Story (Let Me In)

di Matt Reeves

Solitamente i remake americani di film europei o asiatici li evito con lo stesso istinto con cui schivo i calzini bucati nel cassetto. Questa abitudine tutta statunitense di prendere un film straniero, spesso uscito da pochissimi anni, e rifarlo da capo "americanizzandolo" l’ho sempre trovata irritante. Il pubblico d'oltreoceano ha da sempre questa sorta di allergia congenita per i sottotitoli - evidentemente li distrae dai popcorn - e un'incapacità cronica di accettare che esistano estetiche e culture diverse dalla loro. Così la soluzione diventa quasi sempre la stessa. Si prende il film originale e lo si rimonta in salsa a stelle e strisce.
Il risultato, nella maggior parte dei casi - salvo rarissime eccezioni che si possono contare sulle dita di una mano mozzata - è un’operazione mediamente mediocre, senz’anima, privata proprio di quella specificità culturale e stilistica che aveva reso interessante il film di partenza.
Nonostante questo pregiudizio, spinto probabilmente dalla recente lettura del romanzo di John Ajvide Lindqvist, ho deciso di recuperare Blood Story (titolo italiano piuttosto infelice scelto per Let Me In), il remake diretto da Matt Reeves del Lasciami entrare di Tomas Alfredson, il capolavoro svedese del 2008.
Nessuna aspettativa particolare, soltanto semplice curiosità.

La storia è più o meno la stessa del film svedese, sempre ambientata negli anni Ottanta, ma spostata in una cittadina desertica e innevata del New Mexico. Qui vive Owen (Kodi Smit-McPhee), un ragazzino timido e solitario, bersaglio quotidiano dei bulli della scuola. La sua vita cambia quando nell'appartamento accanto si trasferisce Abby (Chloë Grace Moretz), una ragazzina misteriosa, pallida e silenziosa, che sembra uscita da un altro mondo. Tra i due nasce un legame che diventa sempre più intenso, fino ad assumere i contorni di qualcosa che assomiglia all’amore. Ma Abby non è una ragazzina comune. È un vampiro che ha bisogno di sangue per sopravvivere.

Sottratto quel minimalismo gelido e rarefatto fatto di silenzi, di inquadrature statiche e di quella malinconia tipicamente nordica che sembrava filtrare da ogni immagine, Let Me In resta, nella struttura, molto vicino all’originale svedese. Stessa trama, stesse sequenze chiave, stessa progressione emotiva, ma con ambientazione e attori diversi.
Se da una parte trovo sempre un po' assurdo vedere un film che sembra una copia carbone dell'originale, ricalcando in certi momenti persino le inquadrature, devo riconoscere a Matt Reeves il merito di aver mantenuto l’atmosfera rarefatta della pellicola di Alfredson. Temevo che la macchina hollywoodiana avrebbe adattato il materiale ai propri gusti, enfatizzando le scene d’azione, spettacolarizzando l’orrore e trasformando la storia in qualcosa di più digeribile per il grande pubblico. Invece Reeves, pur aggiungendo più movimento e tensione, mantiene la stessa dimensione intimista, concentrandosi soprattutto sul rapporto tra i due piccoli protagonisti. Probabilmente è anche per questo che il film, all’epoca, fu un flop al botteghino.
Nonostante la sceneggiatura sia quasi identica, Reeves inserisce anche piccoli elementi presi direttamente dal romanzo originale che Alfredson aveva tralasciato, come la sottotrama di Virginia, la donna attaccata da Abby che lentamente si trasforma in vampiro. Registicamente, poi, il film regala momenti di grande impatto visivo, come la scena dell'incidente d'auto ripresa interamente dall'interno dell'abitacolo.
Dove il film decide invece di "pulirsi" rispetto al materiale originale è nell’ambiguità sessuale di Eli, qui diventata Abby. Nel romanzo - e in misura minore anche nel film svedese, attraverso una fugace inquadratura - il personaggio porta con sé una complessità di genere che è parte integrante della sua natura immortale e della sua tragedia. Reeves la elimina completamente. Non un accenno, non una suggestione. Rimane solo lo sguardo di Owen che si sofferma per un istante, e poi passa oltre. Anche il rapporto con il custode, nel romanzo sospeso tra dipendenza affettiva e una dimensione disturbante di pedofilia, viene notevolmente edulcorato, trasformandolo in una figura più neutra di servitore devoto consumato dal tempo. Smussando queste asperità e rimuovendo alcune zone d'ombra, il film perde inevitabilmente parte della ricchezza psicologica che rendeva il materiale di Lindqvist così disturbante e stratificato.
Il cast, però, funziona. Chloe Grace Moretz, che ho iniziato ad amare da Kick-Ass, riesce a essere allo stesso tempo dolce e inquietante (anche se gli "occhioni" vitrei di Lina Leandersson non si dimenticano). Kodi Smit-McPhee, invece, è una vera rivelazione. Il suo Owen è fragile, vulnerabile, con qualcosa di malinconicamente femmineo nei lineamenti che - se si fosse voluto spingere davvero sull’ambiguità sessuale del vampiro presente nel romanzo - sarebbe stato quasi più perfetto a interpretare Abby/Eli che Owen/Oskar. Mia opinione, ovviamente.

In definitiva resto convinto che non ci fosse alcun vero bisogno di rifare Lasciami entrare. Eppure Blood Story riesce a reggersi in piedi con una dignità inaspettata. Grazie anche alla bella colonna sonora di Michael Giacchino, il film di Reeves è tecnicamente molto curato, ben recitato e conserva quella qualità piuttosto rara di mettere le emozioni davanti agli effetti speciali.
Non è il capolavoro di Alfredson. Non potrebbe esserlo, quasi per definizione. Ma è, contro ogni aspettativa, un remake che si guarda senza vergogna.

Film
Horror
Vampiri
USA
2010
martedì, 28 maggio 2024
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Confessions

di Tetsuya Nakashima

Thriller psicologico giapponese del 2010 diretto dal giapponese Tetsuya Nakashima basato sul romanzo omonimo di Kanae Minato.

La storia ruota attorno a Yuko Moriguchi (Takako Matsu), una insegnante di scuola media la cui vita viene devastata dal ritrovamento del cadavere della propria figlia di quattro anni affogata nella piscina scolastica. Inizialmente considerato un incidente, la morte della bambina si rivela presto essere un omicidio, commesso da due studenti della stessa classe dove insegna. 
Nel giorno del suo ultimo discorso prima di lasciare l'insegnamento, la signora Moriguchi rivela alla sua classe di essere a conoscenza della vera natura della morte della figlia e dell'identità dei colpevoli. Sapendo che in Giappone i minori non possono essere incriminati, Moriguchi inizia a elaborare un lento ed inesorabile piano di vendetta avviando una catena di eventi che porterà entrambi i colpevoli a confrontarsi con le conseguenze delle loro azioni in modi profondamente disturbanti e tragici.

Confessions è un revenge movie che offre molteplici spunti di riflessione sul fallimento del sistema scolastico e familiare giapponese, esplorando tematiche come il bullismo, la solitudine e la violenza tra i giovani. Le azioni crudeli compiute dagli adolescenti nel film rivelano una complessità e un malessere esistenziale profondi. Temi come il suicidio, l'isolamento e la costante pressione competitiva sono ricorrenti sia nella letterature che nel cinema e riflettono problemi ben radicati nella società giapponese.

Dal punto di vista realizzativo Nakashima confeziona un film visivamente bello da vedere ma con una fotografia, un montaggio e sopratutto un uso smodato del rallenty che richiama un pò troppo l'estetica dei videoclip. Sembra come che il regista si sia fatto un pò prendere la mano, enfatizzando e portando all'estremo alcuni virtuosismi e soluzioni visive che, se non dosate bene, perdono della lora efficacia finendo per appesantire - anzi in questo caso il termine adatto è rallentare - una storia che secondo me poteva essere molto più cupa e cruda di quanto non sia stata raccontata.

Film
Drammatico
Thriller
giappone
2010
mercoledì, 6 marzo 2024
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IQ84

Haruki Murakami

Senza dubbio Haruki Murakami è il mio scrittore contemporaneo preferito.
Da quando, parecchi anni fa, lessi Tokyo Blues ogni suo libro mi ha coinvolto emotivamente fino a raggiungere l'apice con quelli che ritengo i suoi capolavori, L'uccello che girava le viti del mondo e La fine del mondo e il paese delle meraviglie. Scorrendo la sua bibliografia vedo che me ne mancano molti degli anni duemila che vorrei presto recuperare.

1Q84 è una trilogia. I primi due libri sono stati pubblicati in Giappone in contemporanea nel 2009, mentre il terzo è uscito l'anno successivo. Nell'edizione che ho io, Einaudi, i primi due libri sono stati accorpati in un unico libro. In totale siamo sulle 1200 pagine circa.

La storia, ambientata nel 1984, è quella di Aomame e Tengo, compagni di classe alle elementari, innamorati l'uno dell'altro, senza che l'altro lo sappia. I due non si vedono da vent'anni ma entrambi si ricordano di un particolare evento, una semplice, breve stretta di mano che ha segnato la loro esistenza e che, anche da adulti, rivivono con una intensa passione.
Aomame è una istruttrice di arti marziali e ginnastica distensiva che nel tempo libero si trasforma in una letale e spietata serial killer in minigonna e tacchi a spillo che uccide, con una tecnica micidiale e invisibile, gli uomini che hanno compiuto violenza sulle donne.
Tengo è un insegnante di matematica e aspirante scrittore che, contattato dal suo editore, accetta di riscrivere un romanzo intitolato "La crisalide d'aria", scritto da una ragazza di diciassette anni di nome Fukada Eriko che racconta di un mondo alternativo che ha due lune nel cielo e degli strani personaggi chiamati Little People.
Un giorno Aomame, mentre si appresta a raggiungere il suo prossimo obiettivo, rimane imbottigliata nel traffico, così per arrivare in tempo scende dal taxi in cui stava, prende una scala di emergenza della tangenziale, e non rendendosi subito conto si ritrova catapultata nella realtà alternativa di 1Q84, un mondo simile al suo tranne per alcuni particolare e per il fatto che nel cielo risplendono due lune. 

Nei primi due libri ogni capitolo racconta, alternandosi, la storia di Aomame e Tengo, mentre dal terzo, subentra nella rotazione Ushikawa, un astuto investigatore privato dall'aspetto raccapricciante che ha il compito di trovare Aomame dopo che quest'ultima ha ucciso il leader di una misteriosa setta religiosa.

IQ84 contiene tutti i tratti che ho sempre apprezzato nei romanzi di Murakami, raccontando con una scrittura scorrevole e accattivante personaggi solitari e malinconici in un mondo surreale, fantastico e onirico. La prosa è ipnotica, alterna momenti intensi a passaggi quasi sospesi, a tratti rallentati dalla minuzia delle descrizioni – soprattutto nel secondo volume, che in alcuni punti rischia di perdersi un po’. Superata questa parte, però, la trama è tornata a catturarmi, e mi sono ritrovato ad affezionarmi visceralmente ai due protagonisti.
È stato un viaggio magico ed emozionante, che mi ha accompagnato in un momento di transizione della mia vita e che per me resterà una lettura da portare dentro per parecchio tempo.

Libri
Surreale
giappone
2010

© , the is my oyster