Mamma Roma
di Pier Paolo Pasolini
Nel mio percorso di recupero di alcuni classici del cinema italiano che non ho mai visto, un po' per lacune accumulate negli anni e un po' perché lontani dal mio immaginario cinematografico, mi sono visto Mamma Roma, film del 1962 diretto da Pier Paolo Pasolini.
Ammetto di conoscere pochissimo il cinema di Pasolini. L'unico suo film che avevo visto fino ad oggi era Salò o le 120 giornate di Sodoma, che considero ancora oggi uno dei film più disturbanti che mi sia mai capitato di vedere in vita mia. Mamma Roma appartiene però a una fase completamente diversa della sua carriera e del suo cinema. Siamo all'inzio degli anni sessanta. L'Italia è in pieno boom economico: la Fiat 500, il carosello in televisione, l'illusione collettiva che il benessere sia finalmente alla portata di tutti.
Pier Paolo Pasolini - poeta, romanziere, intellettuale scomodo, già espulso dal PCI per la sua omosessualità, già processato per le "oscenità" di Ragazzi di vita - gira il suo secondo film da regista, dopo l'esordio con Accattone dell'anno precedente. Non è un regista nel senso convenzionale: non viene dal cinema, viene dalla letteratura e dalla strada. Dalla borgata, per essere precisi. E alla borgata torna con questa pellicola raccontando la storia di una donna che sogna disperatamente di lasciarsi alle spalle quel mondo fatto di miseria, espedienti e umiliazioni.
Una storia di riscatto sociale che però, fin dall'inizio, sembra portarsi dietro l'ombra della tragedia.
Mamma Roma (interpretata da Anna Magnani) è una prostituta che, finalmente libera dal suo protettore (che si è sposato e ritirato in campagna), decide di cambiare vita. Compra un banco di frutta e verdura al mercato rionale, prende in affitto un appartamento in un quartiere di periferia e, soprattutto, si riprende il figlio Ettore (Ettore Garofolo), un ragazzo di sedici anni cresciuto in provincia, che non sa nulla del passato della madre.
Il sogno di Mamma Roma è dare a Ettore una vita normale, rispettabile, piccolo-borghese. Un lavoro, una casa decente, un futuro diverso da quello che ha avuto lei. Ma Ettore è un ragazzo apatico, fatica a trovare il proprio posto, e presto viene trascinato dai piccoli criminali di borgata. Quando il passato di Mamma Roma torna a galla il tentativo di riscatto finisce per trasformarsi in una tragedia annunciata.
Parliamoci chiaro. I film sociali italiani, dai classici del neorealismo fino a opere contemporanee su degrado urbano e umano, precariato e mafia, sono un tipo di cinema che proprio non mi appartiene. È una questione di gusti, di sensibilità.
Fatta questa doverosa premessa, Mamma Roma è universalmente considerato uno dei capolavori del cinema italiano del dopoguerra.
Nell’autenticità di una periferia romana sospesa tra palazzoni e campagna, i personaggi che abitano questo mondo non sono semplicemente individui, ma sembrano incarnare un destino sociale da cui è impossibile fuggire. L’ascesa sociale di Mamma Roma - dal sottoproletariato alla piccola borghesia - è dipinta come un’illusione pericolosa. Non perché il sogno sia sbagliato in sé, ma perché il sistema sembra costruito proprio per impedirne la realizzazione.
In questo senso il film assume i contorni di una vera e propria tragedia moderna. Mamma Roma lotta disperatamente per conquistare un riscatto e offrire al figlio una vita diversa dalla sua, ma ogni tentativo sembra destinato a infrangersi contro una realtà sociale che non lascia vie di uscita.
Uno degli elementi più riconosciuti dalla critica è senza dubbio la straordinaria interpretazione di Anna Magnani. Anche per chi, come me, non ha grande familiarità con la sua filmografia, è impossibile non riconoscere la forza della sua presenza scenica. La sua Mamma Roma è vitale, sguaiata, orgogliosa, disperata. Un personaggio che vive costantemente sul filo tra ironia e tragedia, tra la voglia di ridere e la consapevolezza di essere intrappolata in una vita da cui è difficile liberarsi.
Anche la regia di Pier Paolo Pasolini contribuisce a costruire questa dimensione tragica. Le inquadrature spesso frontali, i movimenti di macchina controllati e la composizione quasi pittorica delle immagini conferiscono al film un tono solenne che a tratti richiama la tragedia classica e i quadri dei pittori rinascimentali. La celebre scena finale, con Ettore disteso sul letto di contenzione, è stata letta da molti critici come una citazione del Cristo morto di Andrea Mantegna. Al di là di questa interpretazione simbolica, quello che mi è arrivato più chiaramente è soprattutto la cronaca di un fallimento.
Mamma Roma è infatti anche un atto d’accusa contro un’Italia che stava cambiando pelle fingendo di non cambiare anima. La Roma del boom economico, con le sue periferie in costruzione e le sue borgate dimenticate, è osservata con una precisione quasi documentaristica.
Se valutato come testimonianza storica, sociale e culturale, il valore del film è indiscutibile.
Personalmente però, e lo dico come giudizio del tutto soggettivo, devo ammettere che la storia e quell’insistenza sulla miseria urbana non è riuscita a coinvolgermi sul piano emotivo.
Questo naturalmente non toglie nulla alla sua importanza. Mamma Roma resta una delle opere più rappresentative del primo Pasolini e uno dei ritratti più intensi delle borgate romane nel cinema italiano.
Ma a volte capita anche questo.
Si riconosce il valore di un film, se ne comprendono le ragioni storiche e culturali, eppure qualcosa dentro rimane immobile.
E la visione scivola via senza lasciare davvero il segno.
La ragazza che sapeva troppo
di Mario Bava
La ragazza che sapeva troppo è un film del 1962 diretto da Mario Bava in cui il regista ligure si cimenta con il thriller anticipando di fatto il giallo all'italiana.
La storia racconta di una giovane ragazza americana appassionata di gialli, Nora Davis (interpretata da Leticia Roman) giunta a Roma per passare una vacanza ospite di una anziana signora. Durante la prima notte, la signora ha una crisi e muore. Sconvolta, Nora esce di casa in cerca di aiuto, ritrovandosi a vagare in una piazza di Spagna deserta, dove prima subisce uno scippo e poi assiste al brutale omicidio di una donna accoltellata alla schiena. Nora viene trovata la mattina dopo, priva di sensi, da un poliziotto che la porta in ospedale. Il cadavere è sparito e non c'è nessuna traccia dell'omicidio, così Nora non viene creduta. Fortunamente un giovane dottore (John Saxon) che Nora aveva già incontrato la notte prima dalla signora che la ospitava, gli da retta - anche perchè è palesemente attratto da lei - e insieme decidono di investigare sul misterioso omicidio.
Non ci vuole un genio per trovare in questo film, quanto meno a livello di sceneggiatura, le influenze di Alfred Hitchcock - che in questo periodo negli Stati Uniti stava spopolando con suoi capolavori - basta leggere il titolo che si rifà palesemente a L'uomo che sapeva troppo. Tralasciando la storia, la teatrale recitazione degli attori protagonisti e alcune bislacche trovate intente a smorzare la tensione, la forza in questo film sta tutta nella regia, la fotografia, il montaggio e nei tagli delle inquadrature di Mario Bava.
Girato in un bianco e nero, con ombre scure e luci taglienti, Bava da vita al genere del thriller all'italiana catturando una Roma notturna, affascinante e a tratti inquietante, che ha fatto da scuola per i film a venire. Tanto per citarne uno, sono scene che verranno riprese da Dario Argento una decina di anni più tardi nei film che lo hanno reso famoso.
Un film importante in quanto precursore del thriller all'italiana ma lo consiglio solo ai cultori del genere.
Ma davvero negli anni sessanta esistevano le sigarette alla marijuana?
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