Tutti i colori del buio
di Sergio Martino
Siamo nei primi anni settanta e, tra Dario Argento e Lucio Fulci, il giallo all’italiana spopola. In questo contesto fertilissimo, Sergio Martino, regista versatile che in carriera spazierà dai film di genere alla commedia sexy all’italiana, dopo il discreto successo di Lo strano vizio della signora Wardh, torna a collaborare con lo sceneggiatore Ernesto Gastaldi e la sua musa Edwige Fenech per realizzare Tutti i colori del buio, un thriller intriso di esoterismo, traumi infantili e paranoia.
All’epoca non spaccò il botteghino, anzi. Ma col tempo si è preso la sua rivincita, diventando uno di quei titoli che chi ama il genere prima o poi recupera. E se anche Quentin Tarantino dice di essere cresciuto con Martino, forse vale la pena dargli un’occhiata.
Jane Harrison (Edwige Fenech) è una giovane donna che si porta dietro una serie di traumi. Perseguitata dalle visioni di un uomo dagli occhi di ghiaccio che l’ha segnata durante l’infanzia, vive in uno stato di ansia costante. Né l’amore del compagno Richard (George Hilton), né le attenzioni della sorella Barbara (Nieves Navarro) sembrano tranquillizzarla. La situazione degenera quando una vicina di casa, con la promessa di una soluzione alternativa alla terapia tradizionale, la introduce a una setta dedita a rituali orgiastici e messe nere. Perché, si sa, quando la psicanalisi non basta, il sabba è sempre un’opzione. Da quel momento in poi, Jane comincia a perdere il controllo, confondendo la realtà con una serie di incubi sempre più allucinati, fino a rendere quasi impossibile distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è.
Il debito nei confronti di Rosemary's Baby e Repulsion di Roman Polanski è evidente. Il senso di claustrofobia domestica, la paranoia, l’ossessione di essere perseguitata. La sequenza onirica d’apertura è di notevole impatto visivo, quasi inaspettata, e crea i presupposti per un giallo interessante.
La Londra che mette in scena Sergio Martino è filtrata, deformata, quasi onirica. E Edwige Fenech, spesso ricordata più come sex symbol che per altro, qui regge il film sulle spalle con una performance tutta giocata sulla fragilità, sull’ansia, su uno sguardo costantemente sul punto di cedere.
Peccato che a un certo punto la narrazione si faccia confusa, le scene legate al sabba diventino ridondanti e il ritmo complessivo del racconto mostri più di una caduta, risollevandosi solo nel finale, quando si scoprono le carte e viene finalmente a galla la verità.
Tutti i colori del buio è un film imperfetto, a tratti disordinato, ma capace di creare un’atmosfera tutt’altro che banale. E nel cinema di genere italiano degli anni settanta, non è affatto scontato.
Film
Thriller
Giallo
Italia
Spagna
1972