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Milano Calibro 9

di Fernando Di Leo

Ne avevo sentito parlare da anni ma solo oggi sono riuscito a colmare questa lacuna.
Milano calibro 9 di Fernando Di Leo, uscito nel 1972 e primo capitolo della cosiddetta Trilogia del Milieu - completata da La mala ordina e Il boss - è considerato uno dei vertici assoluti del noir e del poliziesco italiano. Quentin Tarantino, che di debiti nei confronti del cinema di genere italiano e di Di Leo in particolare ne ha parecchi, lo ha sempre citato tra le sue influenze. E guardando il film si capisce benissimo perché.
Fernando Di Leo inizia la sua carriera come sceneggiatore, collaborando alla stesura di Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più di Sergio Leone (senza essere accreditato) e a una cinquantina di pellicole che spaziano dal western al poliziesco. Quando passa dietro la macchina da presa, girando diversi film di genere, porta con sé quello stile secco, violento e profondamente malinconico che diventerà la sua cifra stilistica. Con Milano calibro 9 firma probabilmente la sua opera più compiuta.
Il film è liberamente ispirato all'omonima raccolta di racconti di Giorgio Scerbanenco, padre del noir italiano. In realtà Di Leo prende pochissimo dalla fonte letteraria - l'idea dello scambio dei pacchi, qualche tratto del protagonista - e costruisce quasi tutto da zero, comprese alcune delle scene più memorabili della storia del genere.

Ugo Piazza (Gastone Moschin) esce dal carcere di San Vittore dopo tre anni. Occhi di ghiaccio, poche parole, nessuna apparente voglia di tornare a fare il delinquente. Il problema è che durante la rapina per cui ha scontato la pena sono spariti trecentomila dollari. L’Americano (Lionel Stander), il boss che tira i fili della mala milanese, è convinto che Ugo li abbia imboscati e manda il suo uomo di fiducia Rocco (Mario Adorf) a torchiarlo per farlo parlare. Piazza si ritrova così stretto in una morsa. Da una parte la polizia - rappresentata dal commissario vecchio stampo (Frank Wolff) e dal giovane vice ispettore Mercuri (Luigi Pistilli) - che lo pedina sperando che li conduca al bottino. Dall’altra gli scagnozzi del boss, decisamente meno pazienti e molto più inclini a usare le maniere forti. In mezzo c’è Nelly (Barbara Bouchet), donna bellissima e tutt’altro che ingenua, con cui Piazza sogna una fuga che sa già di impossibile.

Milano calibro 9 è un noir nero come la pece e tagliente come un rasoio. La Milano di Di Leo è plumbea, industriale, piena di nebbia e smog, attraversata da una luce fredda e malinconica. I locali notturni al neon, le periferie, i garage, le strade silenziose nel cuore della notte. Una risposta italiana, tutt'altro che provinciale, alle metropoli del noir americano o a quello francese. In Milano calibro 9 Di Leo mette al centro non la polizia ma il mondo criminale, le sue gerarchie, le sue regole interne, i suoi codici d'onore distorti ma fieramente sinceri. E lo fa con una violenza cruda, diretta, che all'epoca doveva sembrare qualcosa di decisamente nuovo per il cinema italiano.
Al centro di tutto c'è Ugo Piazza, un uomo silenzioso che non tradisce mai un’emozione. Gastone Moschin costruisce il personaggio lavorando per sottrazione. Guardandolo mi è venuto in mente il Butch di Bruce Willis in Pulp Fiction. C’è la stessa fisicità compatta, lo stesso modo di subire i colpi senza battere ciglio e quella sensazione che, dietro il silenzio, si nasconda una strategia d'acciaio. Il suo antagonista è l'esatto opposto. Rocco Musco, interpretato da un grande Mario Adorf, è impulsività, irruenza, una maschera di violenza quasi caricaturale che odia Ugo, lo picchia, lo sfida, ma ne riconosce una caratura morale (criminale, certo) che gli altri non hanno. La sua esplosione finale - "Tu a uno come Ugo Piazza non lo devi neanche sfiorare! Tu quando passa uno come Ugo Piazza il cappello ti devi levare!" - è la celebrazione tragica di un mondo criminale che sta scomparendo sotto i colpi di un nuovo cinismo senza regole.
Accanto a loro brilla la sensualissima Barbara Bouchet nel ruolo di Nelly. La celebre scena del ballo nel locale notturno, in cui si muove sinuosa sotto le luci colorate mentre Piazza la osserva con quel suo sguardo impenetrabile, è uno dei momenti più iconici del film. Un frammento sospeso tra erotismo e malinconia che racconta perfettamente l’atmosfera del cinema di Di Leo, dove anche il desiderio sembra sempre attraversato da un senso di fatalismo.
Intorno a questi personaggi, Di Leo costruisce anche un’analisi sociale sottile e spietata. Interessante è il contrasto ideologico tra il commissario capo, tutto ordine e repressione vecchia scuola, e il suo vice, che legge la criminalità come una conseguenza inevitabile delle storture sociali. Un confronto politico che oggi potrebbe risultare un po' didascalico, ma che restituisce con grande lucidità il ritratto di un'Italia del boom economico che inizia a incrinarsi. Un paese dove la criminalità organizzata si è già seduta ai tavoli che contano e la polizia arriva sempre un passo dopo, quando decide davvero di arrivare.

Una menzione particolare la merita la colonna sonora di Luis Bacalov, realizzata con la collaborazione del gruppo Osanna, che mescola rock progressivo, orchestrazioni sinfoniche e atmosfere psichedeliche, diventando una delle musiche più riconoscibili del cinema italiano di genere.

Milano calibro 9 è probabilmente il miglior noir italiano di sempre. Un vero film di culto da vedere assolutamente, senza riserve. La lacuna è colmata.

Film
Noir
poliziesco
Thriller
Italia
1972
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