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Inferno

di Dario Argento

Nel 1980, tre anni dopo Suspiria, Dario Argento realizza Inferno, secondo capitolo della cosiddetta Trilogia delle Tre Madri, che si concluderà soltanto nel 2007 con La terza madre. Considerato uno dei lavori più sperimentali e onirici del regista romano, il film prosegue il percorso iniziato con Suspiria, allontanandosi definitivamente dalle atmosfere del giallo per immergersi nel soprannaturale e nell'esoterismo.

Prendendo spunto da Suspiria de Profundis di Thomas De Quincey, Argento costruisce una propria mitologia intorno alle Tre Madri, Mater Suspiriorum, Mater Tenebrarum e Mater Lacrimarum, antiche e malvagie streghe capaci di influenzare gli eventi del mondo attraverso i loro poteri occulti. Se in Suspiria avevamo incontrato la Madre dei Sospiri, questa volta tocca a Mater Tenebrarum, la Madre delle Tenebre, il cui dominio si estende su New York.

Rose Elliot (Irene Miracle), una giovane poetessa americana che vive in un misterioso palazzo newyorkese, acquista un antico libro intitolato Le Tre Madri, scritto dall'architetto e alchimista Varelli. Il volume racconta dell'esistenza di tre potenti streghe e delle dimore costruite appositamente per ospitarle. Rose comincia a sospettare che il palazzo in cui abita sia proprio una di queste. Dopo alcune scoperte inquietanti, scrive al fratello Mark (Leigh McCloskey), studente di musicologia a Roma, chiedendogli di raggiungerla. Da quel momento prende forma una serie di eventi misteriosi e omicidi brutali, che porteranno Mark a confrontarsi con qualcosa di molto più antico e terrificante di quanto potesse immaginare.

Inferno è forse il film più visionario di Argento, quello in cui la forza delle immagini prende decisamente il sopravvento sulla narrazione, trasformando il racconto in un'esperienza visiva, sensoriale e profondamente irrazionale. Esteticamente, secondo me, supera persino Suspiria per ricchezza e cura della messa in scena. Le scenografie sono straordinarie, barocche, piene di oggetti, arredi e dettagli. Gli edifici stessi sembrano avere una vita propria. Dall'esterno appaiono imponenti e minacciosi, mentre all'interno si trasformano in labirinti di stanze nascoste, corridoi, sotterranei e passaggi improbabili. Ambienti che sembrano non rispettare alcuna logica architettonica, come se appartenessero a un mondo diverso dal nostro.

A rendere tutto ancora più suggestivo c'è la splendida fotografia di Romano Albani, che utilizza il colore in maniera completamente innaturale. Rossi, blu elettrici, luci che sembrano arrivare dal nulla e che trasformano ogni stanza in un luogo inquietante, quasi fosse contaminato dalle forze maligne che lo abitano. Un'estetica evidentemente debitrice del cinema di Mario Bava, che peraltro collaborò al film senza essere accreditato, occupandosi di alcuni effetti visivi, trucchi ottici e modellini. Il figlio Lamberto lavorò invece come aiuto regista.

Il problema di Inferno, almeno secondo molti, è la sceneggiatura. Parliamoci chiaro, Argento non è mai stato un grande sceneggiatore. I dialoghi dei suoi film non sono certo memorabili e spesso la logica narrativa viene sacrificata in favore dell'effetto visivo. Qui, però, non me la sento di dargli completamente contro. È vero, il film introduce situazioni e misteri che non sempre vengono sviluppati, i personaggi entrano ed escono dalla storia senza lasciare particolare traccia, alcuni comportamenti sono assurdi e a tratti sembra di assistere soltanto a una successione di omicidi particolarmente fantasiosi e violenti.
Eppure, se l'intenzione era quella di realizzare un film immerso in una dimensione onirica, dove gli eventi non seguono una logica precisa, proprio come accade nei sogni, o meglio, negli incubi, allora il risultato è tutt'altro che fallimentare. Inferno non sembra interessato a raccontare una storia nel senso tradizionale. Preferisce trascinare lo spettatore da una visione all'altra, senza preoccuparsi troppo di spiegare perché certe cose accadano. Una scelta che può apparire come una libertà artistica oppure come una comoda giustificazione per una sceneggiatura debole. Probabilmente c'è un po' di entrambe le cose.

Alcune sequenze, comunque, sono davvero magnifiche. Su tutte quella della stanza sommersa, con Rose che nuota in un ambiente completamente arredato, una delle immagini più surreali e affascinanti dell'intera filmografia argentiana. Ma anche la biblioteca romana, con i suoi passaggi segreti, oppure la macabra scena dell'attacco dei ratti. Quella che mi ha disturbato maggiormente, però, è stata la sequenza dei gatti. Non tanto per la violenza rappresentata, quanto perché mi è sembrato che i gatti venissero letteralmente lanciati addosso alla malcapitata di turno.

Un discorso a parte merita la colonna sonora. Al posto dei Goblin, Argento sceglie Keith Emerson, fondatore degli Emerson, Lake & Palmer. Il regista ha sempre avuto un debole per il rock progressivo e il virtuosismo di Emerson si sente tutto, tra sintetizzatori, orchestrazioni classiche e passaggi decisamente eclettici. Non dico che le musiche siano brutte, anzi, tutt'altro, ma forse in alcuni momenti le ho trovate un po' forzate, poco adatte a ciò che accade sullo schermo. Le immagini sono già così elaborate e barocche che aggiungerci una colonna sonora altrettanto enfatica mi è sembrato un po' eccessivo. 

Inferno resta quindi un film imperfetto, con una sceneggiatura fragile e personaggi poco incisivi. Eppure possiede una potenza visiva straordinaria, capace di renderlo uno dei lavori più ambiziosi e affascinanti di Argento.
Un horror esoterico e surreale in cui la storia sembra diventare quasi un pretesto per mettere in scena una successione di immagini da incubo. E forse è proprio questo il modo migliore per guardarlo. Senza cercare necessariamente una spiegazione a tutto, lasciandosi trascinare dentro quel mondo assurdo e inquietante che Argento riesce a costruire con un talento visivo che, soprattutto in quegli anni, aveva davvero pochi rivali.

Film
Horror
Italia
1980
Retrospettiva
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