Cloud
di Kiyoshi Kurosawa
Nel 2001, con il cult Pulse (Kairo), il regista giapponese Kiyoshi Kurosawa ci aveva avvertito che internet avrebbe presto smaterializzato le nostre anime, trasformando la rete in una sorta di purgatorio popolato da spettri solitari. Ventitré anni dopo, con Cloud, film del 2024 presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, Kurosawa torna a parlarci del mondo digitale, spostando però lo sguardo sul commercio online.
Il protagonista è Ryosuke Yoshii (Masaki Suda), un giovane operaio che arrotonda comprando prodotti a basso prezzo per poi rivenderli su internet con forti rincari, nascosto dietro lo pseudonimo di Ratel. Poco importa se la merce sia difettosa, contraffatta o acquistata approfittando delle difficoltà economiche altrui. L’unica cosa che conta è il margine di guadagno. Quando una vendita particolarmente fortunata di macchinari medici gli frutta una piccola fortuna, Yoshii lascia il lavoro, si trasferisce con la fidanzata Akiko in una grande casa fuori città e assume come assistente il giovane Sano. Ma dietro quella tranquilla attività digitale comincia presto ad accumularsi qualcosa di molto meno rassicurante. Clienti truffati, fornitori umiliati e conoscenti invidiosi iniziano infatti a fare rete nel web, coalizzandosi in una vera e propria caccia all’uomo che trasformerà il suo tranquillo commercio online in un incubo molto meno virtuale.
Kurosawa costruisce una prima metà da thriller psicologico, per poi sterzare bruscamente verso un action grottesco fatto di sparatorie e inseguimenti. La prima parte è senza dubbio la più riuscita, soprattutto per l’atmosfera e per quella tensione che nasce dai piccoli dettagli. Yoshii compra, vende, contratta e aggiorna ossessivamente le inserzioni. Protetto da un nickname, può fare soldi senza vedere le facce di chi sta fregando. La tecnologia, che dovrebbe connetterlo al mondo, diventa così lo strumento perfetto del suo isolamento.
Nella seconda metà entra in scena il gruppo di vendicatori, le persone truffate, sfruttate o umiliate dal protagonista. Il problema è che tutto appare volutamente eccessivo e sproporzionato rispetto alle colpe di Yoshii. Sì, è un egoista, un piccolo truffatore e uno speculatore. Eppure i suoi persecutori sembrano più meschini, instabili e feroci di lui.
Takimoto, il suo ex datore di lavoro, per esempio, vive il rifiuto di una promozione e la scelta di licenziamento di Yoshii come un affronto personale. Capisco che, in una cultura dove il prestigio e il rispetto delle gerarchie hanno un peso particolarmente forte, la cosa possa bruciare. Ma passare da "non ha accettato la mia proposta" a "adesso lo ammazzo" resta comunque un salto notevole. Aiuta il fatto che l'uomo fosse già completamente fuori di testa, avendo sterminato la propria famiglia. Lo stesso vale per Muraoka, l’ex compagno di scuola, il cui astio nasce soprattutto dall'invidia sociale, dal risentimento di chi è rimasto indietro e non tollera il successo altrui. Molto rappresentativa, in questo senso, è la scena del ragazzino che lancia non so quale marchingegno contro la finestra di Yoshii perché non sopporta che qualcuno arrivato da Tokyo sia riuscito a costruirsi una vita migliore in provincia. In pratica: la mia vita fa schifo, quindi almeno ti rompo un vetro.
L'unica reazione che non sorprende più di tanto è quella di Akiko, la fidanzata, attaccata al denaro, alla casa più grande e agli oggetti da possedere. Prima stuzzica Sano, poi se ne va e infine ricompare insieme agli altri nel luogo scelto per l’esecuzione del protagonista.
C'è una forte componente di umorismo nero nella rappresentazione di questi vendicatori, un gruppo di frustrati e psicopatici assortiti, che si coalizza online, elegge un bersaglio a simbolo del male assoluto e decide di distruggerlo per dare un senso al proprio vuoto.
In questo campionario di anime alla deriva, il personaggio più indecifrabile resta Sano, il giovane assistente interpretato da Daiken Okudaira. Non è chiaro se voglia proteggere Yoshii, sostituirlo o semplicemente imparare da lui. In qualche modo sembra una versione ancora più fredda del protagonista, una specie di demone custode cresciuto alla sua ombra.
Cloud probabilmente non è il miglior film di Kiyoshi Kurosawa, ma ha comunque il merito di suscitare riflessioni su una società in cui ogni rapporto è diventato una transazione, ogni fallimento un'umiliazione e ogni frustrazione individuale può trovare online una folla pronta ad amplificarla fino alle estreme conseguenze.
Meno male che con gli articoli che ho messo su Vinted non ci ho mai guadagnato niente. Anzi, a conti fatti ci ho quasi sempre rimesso. Almeno posso dormire tranquillo.
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