Blood Story (Let Me In)
di Matt Reeves
Solitamente i remake americani di film europei o asiatici li evito con lo stesso istinto con cui schivo i calzini bucati nel cassetto. Questa abitudine tutta statunitense di prendere un film straniero, spesso uscito da pochissimi anni, e rifarlo da capo "americanizzandolo" l’ho sempre trovata irritante. Il pubblico d'oltreoceano ha da sempre questa sorta di allergia congenita per i sottotitoli - evidentemente li distrae dai popcorn - e un'incapacità cronica di accettare che esistano estetiche e culture diverse dalla loro. Così la soluzione diventa quasi sempre la stessa. Si prende il film originale e lo si rimonta in salsa a stelle e strisce.
Il risultato, nella maggior parte dei casi - salvo rarissime eccezioni che si possono contare sulle dita di una mano mozzata - è un’operazione mediamente mediocre, senz’anima, privata proprio di quella specificità culturale e stilistica che aveva reso interessante il film di partenza.
Nonostante questo pregiudizio, spinto probabilmente dalla recente lettura del romanzo di John Ajvide Lindqvist, ho deciso di recuperare Blood Story (titolo italiano piuttosto infelice scelto per Let Me In), il remake diretto da Matt Reeves del Lasciami entrare di Tomas Alfredson, il capolavoro svedese del 2008.
Nessuna aspettativa particolare, soltanto semplice curiosità.
La storia è più o meno la stessa del film svedese, sempre ambientata negli anni Ottanta, ma spostata in una cittadina desertica e innevata del New Mexico. Qui vive Owen (Kodi Smit-McPhee), un ragazzino timido e solitario, bersaglio quotidiano dei bulli della scuola. La sua vita cambia quando nell'appartamento accanto si trasferisce Abby (Chloë Grace Moretz), una ragazzina misteriosa, pallida e silenziosa, che sembra uscita da un altro mondo. Tra i due nasce un legame che diventa sempre più intenso, fino ad assumere i contorni di qualcosa che assomiglia all’amore. Ma Abby non è una ragazzina comune. È un vampiro che ha bisogno di sangue per sopravvivere.
Sottratto quel minimalismo gelido e rarefatto fatto di silenzi, di inquadrature statiche e di quella malinconia tipicamente nordica che sembrava filtrare da ogni immagine, Let Me In resta, nella struttura, molto vicino all’originale svedese. Stessa trama, stesse sequenze chiave, stessa progressione emotiva, ma con ambientazione e attori diversi.
Se da una parte trovo sempre un po' assurdo vedere un film che sembra una copia carbone dell'originale, ricalcando in certi momenti persino le inquadrature, devo riconoscere a Matt Reeves il merito di aver mantenuto l’atmosfera rarefatta della pellicola di Alfredson. Temevo che la macchina hollywoodiana avrebbe adattato il materiale ai propri gusti, enfatizzando le scene d’azione, spettacolarizzando l’orrore e trasformando la storia in qualcosa di più digeribile per il grande pubblico. Invece Reeves, pur aggiungendo più movimento e tensione, mantiene la stessa dimensione intimista, concentrandosi soprattutto sul rapporto tra i due piccoli protagonisti. Probabilmente è anche per questo che il film, all’epoca, fu un flop al botteghino.
Nonostante la sceneggiatura sia quasi identica, Reeves inserisce anche piccoli elementi presi direttamente dal romanzo originale che Alfredson aveva tralasciato, come la sottotrama di Virginia, la donna attaccata da Abby che lentamente si trasforma in vampiro. Registicamente, poi, il film regala momenti di grande impatto visivo, come la scena dell'incidente d'auto ripresa interamente dall'interno dell'abitacolo.
Dove il film decide invece di "pulirsi" rispetto al materiale originale è nell’ambiguità sessuale di Eli, qui diventata Abby. Nel romanzo - e in misura minore anche nel film svedese, attraverso una fugace inquadratura - il personaggio porta con sé una complessità di genere che è parte integrante della sua natura immortale e della sua tragedia. Reeves la elimina completamente. Non un accenno, non una suggestione. Rimane solo lo sguardo di Owen che si sofferma per un istante, e poi passa oltre. Anche il rapporto con il custode, nel romanzo sospeso tra dipendenza affettiva e una dimensione disturbante di pedofilia, viene notevolmente edulcorato, trasformandolo in una figura più neutra di servitore devoto consumato dal tempo. Smussando queste asperità e rimuovendo alcune zone d'ombra, il film perde inevitabilmente parte della ricchezza psicologica che rendeva il materiale di Lindqvist così disturbante e stratificato.
Il cast, però, funziona. Chloe Grace Moretz, che ho iniziato ad amare da Kick-Ass, riesce a essere allo stesso tempo dolce e inquietante (anche se gli "occhioni" vitrei di Lina Leandersson non si dimenticano). Kodi Smit-McPhee, invece, è una vera rivelazione. Il suo Owen è fragile, vulnerabile, con qualcosa di malinconicamente femmineo nei lineamenti che - se si fosse voluto spingere davvero sull’ambiguità sessuale del vampiro presente nel romanzo - sarebbe stato quasi più perfetto a interpretare Abby/Eli che Owen/Oskar. Mia opinione, ovviamente.
In definitiva resto convinto che non ci fosse alcun vero bisogno di rifare Lasciami entrare. Eppure Blood Story riesce a reggersi in piedi con una dignità inaspettata. Grazie anche alla bella colonna sonora di Michael Giacchino, il film di Reeves è tecnicamente molto curato, ben recitato e conserva quella qualità piuttosto rara di mettere le emozioni davanti agli effetti speciali.
Non è il capolavoro di Alfredson. Non potrebbe esserlo, quasi per definizione. Ma è, contro ogni aspettativa, un remake che si guarda senza vergogna.