Lasciami entrare
John Ajvide Lindqvist
Non amo molto leggere libri di cui ho visto il film. Quando una storia l’ho già vissuta su pellicola, con volti e atmosfere ben definiti, faccio fatica a liberarmene tra le pagine. Eppure, Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist, che avevo da tempo nella mia libreria, è il romanzo da cui è stato tratto uno dei miei film preferiti degli ultimi anni (quello svedese di Tomas Alfredson, s’intende), quindi alla fine ho ceduto. E ho fatto bene, perché in questo modo ho potuto rivivere la storia tenera e inquietante di Oskar ed Eli, un dodicenne bullizzato e un vampiro suo coetaneo, due solitudini che si incontrano nel gelo della periferia di Stoccolma.
Pubblicato in Svezia nel 2004 e arrivato in Italia due anni dopo per Marsilio, nella traduzione di Giorgio Puleo, Lasciami entrare è il romanzo d’esordio di Lindqvist. Un debutto che gli ha portato diversi premi e una certa fama internazionale, ma che ha soprattutto il merito di rileggere il mito del vampiro in una chiave più tragica e profondamente umana, lontana dall’estetica patinata e romantica resa popolare proprio in quel periodo da Twilight.
La storia è ambientata nell'inverno del 1981, a Blackeberg, periferia di Stoccolma. In un appartamento di un grigio condominio di un quartiere di cemento nato dal nulla, vive Oskar, dodici anni, un ragazzino che colleziona ritagli di cronaca nera e che ogni giorno a scuola subisce il bullismo feroce di alcuni suoi coetanei. Una sera, nel cortile del condominio, Oskar incontra Eli. Una ragazzina dai capelli scuri, il viso smunto, gli occhi grandi e profondi, che non sente il freddo, che esce solo di notte e che ha un odore strano, difficile da definire. Vive nell'appartamento accanto con un uomo di mezza età di nome Håkan, che non è suo padre, anche se all'inizio tutto sembra suggerirlo. Tra i due nasce un legame che è più di un'amicizia, è un sentimento che lega due solitudini. Ma Eli non è una ragazzina come le altre, è una vampira che per sopravvivere ha bisogno di sangue, che sembra essere legata a serie di brutali omicidi che stanno scuotendo i residenti di Blackeberg.
La prosa di Lindqvist è scorrevole, fluida, cinematografica nel senso migliore del termine. Una scrittura capace di trascinarti avanti senza che te ne accorga, capitolo dopo capitolo, in quasi cinquecento pagine, mantenendo sempre viva quella sottile tensione tra tenerezza e inquietudine che attraversa tutta la storia.
Chi arriva al romanzo dopo aver visto il film svedese di Alfredson troverà intatta la tenerezza del rapporto tra Oskar ed Eli, quella qualità emotiva che aveva reso il film così speciale. Ma il libro è un'altra cosa. Alfredson ha scelto consapevolmente di alleggerire la storia, di affidarsi alle immagini e ai silenzi, e di togliere l’orrore più estremo. Il personaggio di Håkan, nel film, è semplicemente un uomo anziano al servizio di Eli, una sorta di "padre" o custode tragico. Nel romanzo, invece, è un ex insegnante radiato per pedofilia, un uomo la cui devozione verso Eli nasce da un intreccio malato di ossessione, desiderio e sottomissione. In questo senso è lui il vero mostro della storia.
Un altro personaggio interessante, assente nel film di Alfredson, è Virginia. Dopo essere stata attaccata da Eli, la seguiamo nel lento e angosciante processo di trasformazione in vampiro, passando per la terrificante scena dei gatti che la assalgono fino al suo drammatico epilogo.
Rispetto al film, anche il bullismo che subisce Oskar è descritto con una ferocia psicologica molto più brutale e disturbante. Non è solo vittima di violenza fisica, non sono solo spintoni, ma è l'indifferenza sistematica che circonda il bullismo: i genitori troppo distanti per accorgersene, gli insegnanti troppo occupati per intervenire, i compagni di classe troppo codardi per schierarsi. Il percorso di Oskar, da ragazzo schiacciato e pieno di rabbia repressa a qualcuno che impara, grazie a Eli, a reagire, è uno dei fili narrativi più convincenti del romanzo.
Eli è il cuore pulsante del romanzo, e anche il suo elemento più complesso. Eli non è solo un vampiro che vive in un corpo da dodicenne, è un essere che porta su di sé il peso di un'identità lacerata, di un genere imposto con la violenza, di una trasformazione che non ha mai chiesto. Nel film la questione viene sfiorata con un’inquadratura di pochi secondi, ma nel romanzo la verità è esplicita e straziante: Eli è Elias, un bambino che secoli prima venne brutalmente castrato e trasformato in vampiro da un nobile sadico, costretto da allora a sopravvivere nutrendosi di sangue e a restare prigioniero per sempre in un corpo che non può crescere né cambiare, sospeso in un’esistenza che non è più davvero vita, in un’identità che non è più né maschile né femminile.
In mezzo a tutto questo – violenza, sangue, pedofilia, mutilazioni, cadaveri dissanguati –scorre però un filo di tenerezza che non si spezza mai. È proprio questo contrasto a rendere Lasciami entrare un romanzo così potente. Sullo sfondo di una Svezia lontana dall’immagine rassicurante che spesso immaginiamo, fatta di periferie grigie, appartamenti anonimi e adulti che affogano la propria frustrazione nell’alcol, Lindqvist costruisce una storia difficile da incasellare in un solo genere.
È horror, certo, ma anche racconto di formazione, ritratto sociale e storia d’amore tra due creature solitarie che cercano disperatamente qualcuno capace di vederle davvero. Ed è proprio questa ambivalenza a renderlo così memorabile. Lasciami entrare riesce a essere allo stesso tempo dolcissimo e spietato, ricordandoci che il vero orrore non arriva da luoghi remoti o da mostri leggendari, ma può nascondersi nel pianerottolo accanto, tra i banchi di scuola o nel silenzio degli adulti che scelgono di non vedere. È un libro che ti chiede il permesso di entrare e poi, una volta dentro, non ti lascia più andare via.