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Pinocchio

di Matteo Garrone

Non ho mai letto Le avventure di Pinocchio, il romanzo di Carlo Collodi. Ho letto diversi adattamenti, ma mai il testo originale. Da bambino, come molti della mia generazione, sono cresciuto con due Pinocchi ben piantati nell’immaginario. Da una parte il rassicurante e bidimensionale classico della Disney, che in realtà non mi è mai piaciuto, dall'altra lo sceneggiato Rai di Luigi Comencini del 1972, quello con Nino Manfredi nei panni di Geppetto, per intenderci. Probabilmente la versione più radicata nella memoria collettiva.
Nel 2019 Matteo Garrone, regista che aveva già esplorato il lato più fiabesco e grottesco del proprio immaginario con Il racconto dei racconti, decide di realizzare uno dei suoi sogni e mettere in scena il suo Pinocchio, un film visivamente magnifico, artigianale e autentico, considerato da molti uno degli adattamenti cinematografici più fedeli al testo originale di Collodi.

La storia la conosciamo tutti. Un vecchio falegname di nome Geppetto, consumato dalla solitudine e dalla fame, costruisce un burattino con un pezzo di legno speciale. Da quel ciocco nasce un bambino di legno vivo, ribelle, ingenuo e costantemente attratto dalle lusinghe di un mondo che non capisce. Pinocchio vuole diventare un bambino vero, ma prima deve attraversare un percorso fatto di bugie, errori, cattive compagnie, promesse mancate e punizioni esemplari. Incontra il Gatto e la Volpe, Mangiafuoco, il Grillo Parlante, la Fata Turchina, Lucignolo, il Paese dei Balocchi e, naturalmente, il gigantesco mostro marino dentro cui ritroverà Geppetto.

Il Pinocchio di Garrone è una fiaba nera, sporca, grottesca, piena di miseria, inganni, punizioni e personaggi ambigui. Una favola per bambini, forse, ma per quei bambini di una volta, abituati a sentirsi raccontare storie dove si finiva impiccati a un albero, trasformati in asini o divorati da un enorme balena.
Visivamente il film è davvero magnifico. La scelta di puntare sul trucco prostetico, sui costumi, sulle maschere e sugli effetti artigianali, invece di appoggiarsi in modo eccessivo alla computer grafica, si rivela vincente. Pinocchio, interpretato dal bravo Federico Ielapi, ha una consistenza fisica, quasi tattile. Lo senti fatto di legno, di nodi, di corteccia, di materia viva. Anche le creature che incontra hanno una presenza concreta. Sono buffe e disturbanti allo stesso tempo, dotate di una fisicità precisa e riconoscibile. In questo senso è un film molto materico, sporco e polveroso, dove i personaggi si muovono in paesi rurali e campagne che conferiscono alla storia una grande autenticità. C’è fango, c’è fame, ci sono vestiti rattoppati, facce segnate, case povere, locande poco raccomandabili. Una specie di Italia contadina fuori dal tempo, dove se qualcuno ti offre qualcosa probabilmente ti sta fregando. Tra le figure più riuscite spiccano il Gatto e la Volpe, interpretati da Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini, Mangiafuoco, con il volto di Gigi Proietti, e ovviamente Geppetto, interpretato da Roberto Benigni. Garrone riesce a contenere la tipica esuberanza dell’attore toscano, che in questa pellicola ha modo di riscattarsi dal suo improponibile Pinocchio del 2002, accettando finalmente un ruolo che gli calza addosso in modo naturale. Non più il burattino adulto e fuori tempo massimo, ma un padre vecchio, povero, solo, affettuoso, pieno di tenerezza e debolezze senili.

Nonostante sia una fiaba rivolta anche ai bambini, il Pinocchio di Garrone non è un film rassicurante. Ha un tono oscuro, a tratti quasi horror, vicino a quelle fiabe di una volta che non avevano paura di raccontare la paura, la morte e la crudeltà del mondo. Non c’è la volontà di traumatizzare gratuitamente lo spettatore, ma nemmeno quella di proteggerlo troppo. E questa, secondo me, è una scelta giusta. Le fiabe, prima di essere edulcorate dalla Disney, servivano anche a mettere in scena il pericolo, la fame, la crudeltà del mondo adulto che ti sorride mentre ti sfila il portafoglio.
Probabilmente proprio la fedeltà al romanzo lo limita un po’ sul ritmo. A tratti la storia sembra un susseguirsi di episodi e tende a essere più illustrativa che emotiva. Per esempio, la scelta di mantenere la Fata Turchina fredda come uno spettro di Mario Bava toglie effettivamente un po’ di calore al racconto. Anche il Grillo Parlante, per quanto mi riguarda, è bocciato.
Tolte queste piccole imperfezioni, alla fine il film mi è piaciuto molto. Bellissime le ambientazioni rurali, notevoli le scenografie, le maschere e i costumi, ottima la colonna sonora, che in alcuni passaggi sembra richiamare quella del Pinocchio di Comencini, e soprattutto riuscito quel tono cupo e inquietante che restituisce una versione più cruda, fisica e reale del personaggio. Una favola nera sulla fatica di diventare umani.

Film
Fantastico
Avventura
Italia
2019
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