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Host - Chiamata mortale

di Rob Savage

Ai tempi del lockdown del 2020 sarà capitato a molti di fare quei finti aperitivi in videochiamata, magari brindando contro la webcam con un calice di vino, convinti che fosse un’ottima idea per sconfiggere la noia. Ecco, Rob Savage, giovane regista britannico immerso nella stessa identica situazione, decise di trasformare proprio la videochiamata in uno strumento creativo e produttivo. Unendo il terrore dell’isolamento al soprannaturale demoniaco, realizza così Host (da noi con l'originale sottotitolo Chiamata mortale). Girato in sole dodici settimane, con gli attori costretti a improvvisarsi cameraman, macchinisti e rumoristi sotto la direzione del regista via chat, il film (a tutti gli effetti un mediometraggio visto la breve durata) è, detta in soldoni, una seduta spiritica su Zoom ai tempi del lockdown finita malissimo.

Sei amici, per lo più ragazze, distanti fisicamente ma unite dallo schermo di un computer, decidono di spezzare la routine della quarantena ingaggiando Seylan, una medium che conduce sedute spiritiche a distanza. L’atmosfera è quella classica dell’aperitivo serale. C’è chi è curiosa, chi scettica, chi è già alla seconda birra e non prende la faccenda troppo sul serio. Quando una delle ragazze commette l’imperdonabile errore di deridere il rituale, inventando una storia di sana pianta, finisce per aprire una porta che sarebbe stato molto meglio lasciare chiusa. Da quel momento, le sei ragazze iniziano a notare presenze nelle proprie case, oggetti che si muovono da soli, rumori inesplicabili. E la serata tra amici prende decisamente una brutta piega.

La cosa interessante di Host è che prende una limitazione produttiva e la trasforma nel suo linguaggio. Gli attori recitano dalle proprie abitazioni, usando spazi, computer e oggetti reali, e questo dà al film una credibilità immediata. Non sembra un set travestito da casa, ma una vera videochiamata tra persone chiuse nei propri appartamenti, con tutto il disagio, l’imbarazzo e la familiarità del caso. Le finestre di Zoom diventano stanze, cornici, piccole trappole domestiche. Il riferimento a Paranormal Activity e ai suoi epigoni è evidente, ma qui la videocamera fissa viene sostituita dalla griglia delle webcam. Ogni riquadro è un ambiente chiuso, ogni sfondo una possibile minaccia. Lo spettatore è costretto a scrutare l’immagine, a cercare un'ombra, una porta che si apre, un dettaglio fuori posto.
Dentro i limiti che si è dato, il film funziona. L’orrore non nasce solo dalla presenza demoniaca evocata durante la seduta, ma soprattutto dall’impotenza. I personaggi si vedono, si sentono, urlano, ma non possono davvero aiutarsi. Sono insieme e allo stesso tempo soli, ognuno intrappolato nella propria casa. Ognuno nel proprio riquadro.
Il punto debole è che, sul piano narrativo, Host non inventa quasi nulla. La seduta spiritica finita male, il demone evocato per leggerezza, gli oggetti che si muovono, le presenze alle spalle, i rumori improvvisi. Siamo in un territorio molto riconoscibile, e i personaggi restano appena abbozzati.
Eppure il film ha il grande pregio di non annoiare mai. È piccolo, rapido, essenziale, costruito con pochi mezzi e una serie di jumpscare dosati con intelligenza. Non rivoluziona il genere e non ha grandi profondità psicologiche, ma fa esattamente quello che deve fare. In meno di un’ora trasforma la videochiamata di gruppo, con le sue connessioni instabili e la sua triste familiarità da pandemia, in qualcosa di davvero inquietante.
Nulla di nuovo, certo, ma efficace.

Film
Horror
UK
2020
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