Come in uno specchio
di Ingmar Bergman
Come in uno specchio di Ingmar Bergman è il primo capitolo della cosiddetta trilogia religiosa, completata poi da Luci d'inverno e Il silenzio. Siamo nel territorio del grande cinema d’autore, quello che per decenni ha tormentato e affascinato generazioni di spettatori. Il film affronta il tema dell’assenza di Dio, dell’incomunicabilità e della fragilità umana.
Vincitore dell'Oscar come miglior film straniero, Come in uno specchio è girato sull’isola di Fårö, nel Mar Baltico, scoperta quasi per caso durante i sopralluoghi e destinata a diventare il rifugio fisico ed esistenziale del regista fino alla fine dei suoi giorni.
Il film si svolge nell'arco di meno di ventiquattr'ore, in una casa su un'isola spoglia e battuta dal vento, con soli quattro personaggi. Karin (Harriet Andersson) è appena uscita da un ospedale psichiatrico. La diagnosi è schizofrenia e pare non essere curabile. Insieme al marito Martin (Max von Sydow), un medico che la ama ma non riesce a comprendere la sua follia, al fratello minore Minus (Lars Passgård), un adolescente tormentato dal desiderio e dall'assenza di una guida, e al padre David (Gunnar Björnstrand), uno scrittore più interessato a documentare il dolore della figlia che a lenirlo, Karin continua a sentire delle voci che la chiamano dall'altra parte di una parete scrostata, in una stanza abbandonata dove è convinta che Dio stia per rivelarsi. Un’attesa di una rivelazione divina, destinata a trasformarsi in incubo.
Girato in un bianco e nero che accentua la drammaticità, Come in uno specchio è una rappresentazione teatrale che diventa cinema, l'essenza pura del Kammerspiel, quel "teatro da camera" che trasporta sullo schermo i principi estetici teorizzati da August Strindberg. Un'isola spoglia che diventa uno spazio chiuso e confinante, elementi scenografici ridotti al minimo, macchina da presa spesso immobile e insistiti primi piani, quattro personaggi costretti a fare i conti con se stessi, protagonisti di un dramma familiare sospeso tra silenzi, sguardi e dialoghi che raccontano ciò che le immagini non mostrano. È una scelta stilistica che potrebbe allontanare chi è abituato a un cinema più veloce e dinamico, ma che nella sua radicalità scava con ostinazione nell'interiorità dei personaggi.
Karin è il cuore tragico di questo dramma familiare. È lei a dettare il ritmo del dramma e a incarnare i temi centrali del film: la follia, l’isolamento e la ricerca di Dio. Per lei la malattia non è soltanto un declino mentale, ma una sorta di apertura verso un’altra dimensione. Harriet Andersson, che avevo amato nella prorompente vitalità di Monica e il desiderio, offre qui un’interpretazione magistrale, passando con inquietante naturalezza dalla lucidità alla follia. Il momento culminante del film è la sua visione di Dio. Karin, in preda a un attacco psicotico, entra nella stanza abbandonata convinta di assistere alla rivelazione divina. Ciò che trova è un ragno enorme e mostruoso che tenta di possederla. Bergman non mostra il ragno - non ne ha bisogno. Il terrore è tutto nei movimenti della Andersson, nell'orrore che lei stessa descrive. È una delle immagini più cupe del cinema bergmaniano, una visione di Dio come creatura predatoria e indifferente.
La critica dell'epoca, e quella successiva, hanno spesso sottolineato come Bergman abbia usato questo film per fare i conti con i propri demoni religiosi. Ma, a guardarlo oggi, colpisce soprattutto la crudeltà del punto di vista. Il personaggio del padre, che annota nel suo diario i progressi della follia della figlia per usarli nel suo prossimo romanzo, è un'autocritica feroce che Bergman rivolge a se stesso e a ogni artista. Quanto c’è di parassitario nell'osservare il dolore per trasformarlo in arte?
Nel dialogo conclusivo tra David e Minus, Bergman, forse in maniera troppo didascalica, suggerisce che l'amore possa essere l’unica possibile prova dell'esistenza di qualcosa di superiore. È però un passaggio che mi convince poco, sembra forzato, come se il regista sentisse il bisogno di lasciare allo spettatore un piccolo spiraglio di speranza. Non a caso, lo stesso Bergman riconobbe in seguito che proprio questa conclusione rappresentava uno dei punti più deboli del film.
In Come in uno specchio Bergman riversa alcune delle sue ossessioni più intime: il rapporto con un padre distante, il senso di colpa dell’artista che trasforma tutto in materia narrativa, la paura di Dio e, forse ancora di più, la paura che Dio non esista affatto. Non è un cinema che consola. È un cinema che mette lo spettatore di fronte al vuoto e lo costringe a guardarlo senza distogliere lo sguardo.
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