Cabin Fever
di Eli Roth
Ho sempre trovato abbastanza curioso che il nome di David Lynch sia legato, anche se in maniera non ufficiale, a Cabin Fever. Eli Roth aveva lavorato per anni nell'orbita di Lynch e, quando cercava disperatamente soldi per il suo primo film, il regista di Velluto Blu e tanti altri capolavori, gli diede una mano sostenendo il progetto. Nei titoli di coda rimase solo uno special thanks, ma il collegamento esiste. E devo dire che, guardando il film, ogni tanto si sente pure.
Uscito nel 2002, Cabin Fever parte da una premessa semplicissima. Cinque ragazzi vanno a passare qualche giorno in una baita nei boschi. Uno di loro entra in contatto con un uomo devastato da una spaventosa malattia della pelle e, poco dopo, l’acqua della zona viene contaminata. Da quel momento inizia la gara a chi comincia a marcire per primo.
L'esordio di Eli Roth non si può certo definire originale. Roth è cresciuto a pane e horror e in Cabin Fever ci butta dentro un po' di tutto: La casa, Non aprite quella porta, La notte dei morti viventi, Un tranquillo weekend di paura e chi più ne ha più ne metta.
Eppure il film, pur essendo derivativo, ha avuto un merito. Nei primi anni duemila ha dimostrato che un horror più sporco, fisico e gore poteva ancora funzionare al botteghino. In un periodo in cui il genere sembrava più interessato al meta-horror, al found footage o ai fantasmi giapponesi, Roth rimette al centro carne, sangue, pustole e schifezze assortite.
Il serial killer, qui, viene sostituito da un virus. Non lo puoi colpire con un'ascia e non puoi sapere chi sia già infetto. Pare che l'idea sia nata da una brutta infezione cutanea avuta dallo stesso Roth da ragazzo, e in effetti il film sembra ossessionato dal corpo che si deteriora.
Gli effetti pratici, a distanza di anni, funzionano ancora. Pelle che si sfalda, ferite, sangue, trucco prostetico. La scena della depilazione nella vasca resta una delle più riuscite, proprio perché parte da una cosa normalissima e la trasforma in qualcosa di parecchio sgradevole.
Ma la vera particolarità del film è che Roth non si prende mai troppo sul serio.
A cominciare dai protagonisti. I cinque ragazzi sono egoisti, stupidi, cinici e spesso privi del minimo senso morale. Empatizzare con loro è praticamente impossibile e così, quando il virus comincia a fare il suo lavoro, più che sperare che si salvino finiamo per aspettare di vedere chi sarà il prossimo. La prima a essere contagiata, peraltro, è la meno irritante del gruppo.
Ovviamente, appena qualcuno si ammala, l'infetto viene isolato e l'amicizia sparisce nel giro di trenta secondi. Una cinica dimostrazione di quanto l'istinto di sopravvivenza e la paura del contagio possano far saltare qualsiasi forma di solidarietà.
E poi ci sono gli abitanti del posto.
Qui il film diventa quasi più interessante. Il bambino biondo davanti all’emporio che urla, morde e si mette a fare karate non serve praticamente a nulla. Non viene spiegato. Succede e basta. Ed è proprio questa assurdità gratuita a riportarmi a Lynch.
Non perché Roth ne copi l'estetica, Cabin Fever visivamente ha ben poco di lynchiano, ma perché riprende quel modo di rendere inquietante la normalità introducendo persone che sembrano leggermente "sbagliate". Un po' come accadeva in Twin Peaks, con situazioni o personaggi potenzialmente minacciosi ma allo stesso tempo così assurdi o ridicoli che non capivi bene se dovevi ridere o preoccuparti. Anche il poliziotto locale Winston, più interessato alle feste che a fare il proprio lavoro, sembra quasi una caricatura uscita da una provincia americana parallela.
A chiudere il cerchio c’è anche Angelo Badalamenti, storico compositore di Lynch, coinvolto nella colonna sonora insieme a Nathan Barr.
Detto questo, Cabin Fever non è un capolavoro e probabilmente il successo che ha avuto all’epoca è stato pure un po' sproporzionato. Ha generato sequel, prequel e persino un remake che nessuno sentiva il bisogno di vedere.
Però resta un piccolo cult. Derivativo, scemo, disgustoso e stranamente divertente. E soprattutto ha contribuito a riportare nel mainstream americano un horror più fisico, fatto di sangue, carne marcia ed effetti pratici.
Poi Roth avrebbe alzato decisamente il tiro con Hostel. Ma questa è un'altra storia.
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