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sabato, 4 aprile 2026
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Miss Violence

di Alexandros Avranas

Da appassionato di horror, ho imparato presto che il vero orrore molto spesso si nasconde dentro spazi che dovrebbero essere rassicuranti. Un appartamento ordinato, una famiglia riunita attorno al tavolo, un compleanno festeggiato con sorrisi e candeline. È questo l’incipit di Miss Violence, l’opera del regista greco Alexandros Avranas che nel 2013 ha letteralmente gelato il Festival di Venezia, portandosi a casa il Leone d’Argento per la regia e una Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile assegnata a Themis Panou.
A rendere il tutto ancora più pesante è il fatto che Miss Violence è ispirato a una vera storia di abusi familiari avvenuta in Germania, una vicenda che, stando alle parole dello stesso Avranas, era persino più cruda e brutale di quanto il film riesca, o voglia, mostrare.

Durante i festeggiamenti per il suo undicesimo compleanno, Angeliki si alza da tavola, scavalca il parapetto del balcone e si getta nel vuoto. Lo fa con un mezzo sorriso sul volto. Con un’inquietante compostezza, la famiglia guidata da un nonno/padre pulisce il sangue, riordina la casa e continua a vivere come se nulla fosse accaduto, come se qualcosa sotto quella superficie di normalità fosse già profondamente rotto. La polizia apre un’indagine. I servizi sociali bussano alla porta. Il nucleo familiare - composto dai nonni (noti solo come Padre e Madre), dalla figlia trentenne Eleni, dall'adolescente Myrto e dai piccoli Filippos e Alkmini - non si scompone, impermeabile alle domande. Ma fin dalle prime sequenze, tra silenzi pesanti e frasi lasciate a metà, intuiamo che dietro quella facciata borghese si nasconde un mostro. Il patriarca non è soltanto un "padre padrone", ma un orco che abusa sessualmente delle figlie e gestisce figlie e nipoti come merce di scambio. Un sistema di potere tenuto in piedi dalla violenza, dalla paura e da una rassegnazione che nei più deboli ha ormai assunto le sembianze dell’abitudine.

Miss Violence è un pugno allo stomaco. Avranas evita qualsiasi forma di spettacolarizzazione e costruisce la narrazione con freddezza e distacco. Tra prostituzione minorile, pedofilia e incesto, la cosa più raccapricciante è il quadro di complicità che circonda tutto questo. Le donne della casa appaiono come vittime rassegnate, svuotate di ogni morale, trasformate in complici dal peso di un ruolo che non sanno o non possono più rifiutare. È il ritratto di una violenza patriarcale totalizzante, rinchiusa tra quattro mura e celata sotto la patina di una famiglia rispettabile. Tutto accade alla luce del giorno.
Viene spontaneo paragonare questo film a Dogtooth di Yorgos Lanthimos. Entrambi analizzano la famiglia come un sistema di potere chiuso e perverso. Ma dove Lanthimos cercava rifugio nell’assurdo e nel grottesco, Avranas sceglie la strada di un realismo freddo, squallido e spietato. Qui non c’è ironia, solo una crudeltà che non lascia allo spettatore alcun riparo.
Molti critici hanno letto nel film anche una metafora della Grecia durante la crisi economica. Un sistema che, pur di sopravvivere, finisce per divorare i propri figli. In questo senso il film diventa anche un atto d’accusa contro quell’indifferenza collettiva che permette a certi orrori di prosperare nell’ombra. L’ombra di un appartamento rispettabile in un palazzo come tanti.
La regia di Avranas è fredda, glaciale, implacabile. Le inquadrature sono geometriche, spesso fisse, come se volessero intrappolare i personaggi in una gabbia invisibile. Tutto sembra calcolato per eliminare qualsiasi sfogo emotivo. Solo in due momenti la macchina da presa abbandona la sua immobilità. Quando la sorella è costretta a schiaffeggiare il fratello, con la camera che inizia a girare vorticosamente intorno a loro, e quando gli assistenti sociali varcano la soglia dell’appartamento, con la camera che li segue, come se fosse l’unico momento in cui il mondo esterno prova davvero a scalfire quella bolla di orrore. La fotografia è smorta, spenta, e restituisce una quotidianità svuotata di calore e di senso. L’assenza quasi totale di commento musicale amplifica ulteriormente questa sensazione di oppressione. È un film difficile da tollerare, un terribile pugno allo stomaco che non punta sul mostrare tutto, ma sul lasciarti immaginare l’indicibile che accade fuori campo.

Miss Violence non è un film per tutti. Ti lascia addosso un senso di sporco e di impotenza, perché l'orrore che racconta vive nella normalità, nascosto dietro porte chiuse e sorrisi di circostanza. E quando il film finisce, la sensazione più inquietante è che quella porta potrebbe essere ovunque.

Film
Drammatico
Disturbante
Grecia
2013
sabato, 29 marzo 2025
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Dogtooth

di Yorgos Lanthimos

Yorgos Lanthimos, il regista greco conosciuto per il pluripremiato Povere Creature, ha attirato per la prima volta l'attenzione del pubblico internazionale nel 2009 con Dogtooth (Kynodontas), un bizzarro e disturbante dramma familiare che si è aggiudicato il premio Un Certain Regard a Cannes e ottenuto una candidatura come miglior film straniero agli Oscar 2011.

Trovare le parole per descrivere Dogtooth non è semplice. Dramma psicologico? Cinema dell’assurdo? Distopia domestica? Qualunque sia la definizione, il film di Lanthimos non passa inosservato. Può affascinare o respingere, ma di certo non lascia indifferenti.

La trama, in fondo, è abbastanza semplice. Una famiglia composta da padre, madre e tre figli – due ragazze e un ragazzo – vive isolata in una grande villa con giardino e piscina. Fin qui nulla di strano, se non fosse che i ragazzi non hanno mai messo piede fuori casa, non hanno mai visto il mondo esterno e sono cresciuti con una versione completamente distorta della realtà, creata e manipolata dai genitori. Non sanno cosa ci sia oltre il cancello, non hanno accesso alla televisione, ai giornali o alla cultura esterna, e vengono istruiti con un linguaggio alterato per impedirgli di sviluppare una consapevolezza autonoma. Per loro, un gatto è l’essere più pericoloso al mondo, gli aeroplani sono piccoli oggetti che cadono dal cielo e la parola "zombie" indica un innocuo fiorellino giallo. L’unico modo per poter lasciare la casa, dicono i genitori, è perdere un canino superiore. Solo allora si diventa adulti.
Tutto procede secondo questo schema assurdo finché Christina, una donna che il padre porta in casa per soddisfare i bisogni sessuali del figlio, introduce nella fragile bolla familiare piccoli elementi di ribellione. Basta poco per incrinare il sistema, e ciò che segue è una lenta, angosciante discesa verso l’inevitabile.

Dogtooth è un film claustrofobico e disturbante. La regia di Lanthimos è statica, le inquadrature fredde e impersonali, i dialoghi asettici e privi di empatia, come se i personaggi fossero cavie di un esperimento sociale. Il tutto amplifica il senso di disagio, lasciando lo spettatore spaesato e senza punti di riferimento.
Si può leggere Dogtooth come una metafora politica, un’allegoria dei regimi totalitari che mantengono il popolo nell’ignoranza per esercitare il controllo assoluto. Oppure come una critica alla famiglia come istituzione repressiva, un microcosmo che può trasformarsi in una prigione emotiva e culturale. Ma al di là delle interpretazioni, ciò che resta è la sensazione di aver assistito a qualcosa di profondamente perturbante.

Il film non offre facili risposte. Lascia una porta aperta, ma non garantisce alcuna via di fuga. Dogtooth non è un film per tutti, può disturbare e irritare, è un cinema radicale, estremo, più autoriale di ogni altra opera successiva di Lanthimos. Eppure, già qui, si intravede tutta la sua poetica, con quelle tematiche che torneranno nei suoi film più conosciuti dal grande pubblico.

Film
Drammatico
Grottesco
Grecia
2009

© , the is my oyster