L'Arminuta
Donatella Di Pietrantonio
L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio mi è arrivato tra le mani come un regalo.
Pubblicato nel 2017 da Einaudi, il romanzo ha vinto il Premio Campiello e il Premio Napoli diventando in poco tempo un vero e proprio caso letterario. La scrittrice, abruzzese e al suo terzo libro, di mestiere fa la dentista pediatrica.
Nel 2021 è stato realizzato un film omonimo diretto da Giuseppe Bonito.
La storia è ambientata nell’Abruzzo degli anni Settanta. Una ragazzina di tredici anni, che fino a quel momento ha vissuto in una famiglia borghese di città, tra lezioni di danza e una vita agiata, scopre di non essere la figlia di chi l’ha cresciuta. Improvvisamente, senza spiegazioni e senza preavviso, viene "restituita" - da qui il termine dialettale arminuta, la ritornata - ai suoi veri genitori, una famiglia povera e numerosa che vive in un appartamento piccolo e caotico. Si ritrova a condividere un letto imbrattato di urina con la sorella Adriana, circondata da fratelli che non conosce e da una madre che la guarda come si guarda un peso.
La scrittura della Di Pietrantonio è estremamente leggibile, asciutta, priva di fronzoli. Siamo sulle 160 pagine, uno di quei libri che si divorano in pochi giorni. Una prosa essenziale, scarna come il paesaggio abruzzese che fa da sfondo alla storia. Nessuna concessione al melodramma, nessun compiacimento.
Il problema, per me, sta proprio nella protagonista. L’Arminuta, nonostante le tragedie che le piovono addosso - il rifiuto di due madri, lo sradicamento, l'improvvisa miseria - l’ho percepita a tratti fredda, distante dalle sue stesse sventure. Come se avesse costruito intorno a sé un guscio protettivo talmente solido da non lasciar filtrare quasi nulla, nemmeno verso il lettore.
Psicologicamente è comprensibile. Una tredicenne traumatizzata si chiude in se stessa, per sopravvivere. Ma sul piano narrativo, quella distanza finisce per tenere il lettore fuori dalla storia, più che portarcelo dentro. Il paradosso è che il personaggio più vivo, più tridimensionale, quello che davvero buca la pagina, è Adriana. La sorella minore, teoricamente una spalla. Selvatica, schietta, imprevedibile, capace di una tenerezza quasi brutale. Ogni scena in cui compare si accende. È lei il battito irregolare del romanzo. Anche il rapporto ambiguo con Vincenzo, il fratello maggiore, avrebbe potuto essere approfondito con maggiore coraggio. È come se la Di Pietrantonio avesse scelto sempre la misura, l’eleganza del controllo, invece di concedersi alla dismisura emotiva che una storia del genere avrebbe potuto permettersi.
Forse è proprio questa la cifra del libro. Una sottrazione continua. Un dolore raccontato sottovoce. Ci si interroga sul gesto della madre adottiva, su quel distacco improvviso e apparentemente inspiegabile. Si formulano ipotesi, si cercano motivazioni. La risposta arriva, ma senza effetti speciali, senza esplosioni drammatiche.
Il contrasto tra le due madri resta uno dei punti più interessanti. Da una parte quella "adottiva", affettuosa ma capace di un taglio netto. Dall’altra la madre biologica, dura, pratica, quasi anaffettiva, schiacciata dalla povertà e da una vita che non le ha lasciato spazio per la tenerezza. Nessuna delle due è un mostro. Nessuna è completamente innocente.
In conclusione, L'Arminuta resta un buon libro. Racconta il trauma dell’abbandono, l'impotenza di non appartenere davvero a nessuno, di essere un’orfana con due madri.
Non è il romanzo che ti sconvolge o ti cambia la vita, ma è comunque una storia che si legge con piacere.
Libri
Qui, altrove
Matthieu Simard
Attirato dalla recensione del libro: "un romanzo dove il perturbante si incarna in un’atmosfera densa di enigmi e di mistero ...degna del miglior cinema di David Lynch", mi sono letto Qui, Altrove di Matthieu Simard, un romanzo breve pubblicato da Zona 42 nella sua nuova collana Caronte curata da Luigi Musolino, dedicata al lato più oscuro della narrativa fantastica.
Nel tentativo di fuggire da un passato doloroso, Marie e Simon decidono di trasferirsi in un paesino sperduto tra i boschi sperando di concepire un figlio e ritrovare la serenità perduta. Ma il paese non è il rifugio accogliente che speravano. Gli abitanti rimasti, segnati da un’esistenza ruvida e da segreti non detti, li accolgono con freddezza o con un’inquietante invadenza. Da quando la fabbrica locale ha chiuso e una misteriosa antenna è stata installata, il posto sembra aver assunto un’aura di sospensione irreale, come se qualcosa di indefinibile lo stesse corrodendo dall’interno.
Matthieu Simard, autore canadese, costruisce la tensione giocando tutto sulle atmosfere. La sua scrittura è scarna ma evocativa, capace di insinuare una sottile inquietudine nel lettore. Il romanzo si muove tra le voci di Marie e Simon, restituendoci un’immersione intima nei loro pensieri, nelle loro paure, nelle ferite ancora aperte che li accompagnano. Il villaggio in cui si stabiliscono è descritto come un luogo enigmatico e ostile, immerso in un silenzio irreale. L’assenza di suoni – il violoncello di Marie che non viene mai suonato, il canto degli uccelli che sembra essersi estinto – amplifica il senso di isolamento e perdita.
La prima parte procede con un ritmo lento, quasi ipnotico, scandito da giorni che si ripetono uguali e da interazioni cariche di ambiguità. Poi, nella seconda metà, le crepe si aprono e scopriamo i motivi della fuga di Marie e Simon, il loro dolore prende forma, e il loro comportamento inizialmente criptico assume un senso più nitido.
Qui, Altrove è un romanzo sospeso, costruito su un dolore mai dichiarato del tutto, su spazi vuoti che parlano più delle parole. Ci sono momenti di rara poesia, malinconici e struggenti, e l’atmosfera è senza dubbio riuscita. Eppure, alla fine, non mi ha convinto fino in fondo. Forse mi aspettavo qualcosa di meno etereo, più incisivo. È come se il romanzo sfiorasse continuamente il mistero senza mai afferrarlo del tutto. Rimane un’esperienza affascinante, ma anche elusiva, come un sogno che al risveglio ti lascia addosso solo un vago senso di inquietudine.
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