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The Cure

Pornography

Nei primi anni del liceo, a metà degli anni ottanta, dopo essere cresciuto musicalmente con i Genesis, i Pink Floyd e il rock degli anni settanta, inizio ad ascoltare la new wave, i Depeche Mode e tutta quella miriade di gruppi inglesi del periodo. Tra le mani mi arriva anche un disco dei The Cure, The Head on the Door, ma ancora ignoro quasi completamente quel vasto sottobosco musicale che ruota intorno al post-punk.

Un giorno, insieme alla classe, vado a visitare una mostra di Edvard Munch e Daniele, un mio compagno di liceo, uno di quei ragazzi vestiti sempre di nero, dall'aria perennemente malinconica, mi regala una cassetta dopo aver scoperto, qualche giorno prima, la mia passione per la musica.

Una compilation, come si usava allora. Dentro ci sono i Bauhaus, i Play Dead, i Red Lorry Yellow Lorry, persino i CCCP. Ma soprattutto ci sono i Cure. Non quelli relativamente accessibili e melodici che conoscevo, ma una versione decisamente più cupa, glaciale e inquietante.

Ascolto quella cassetta aggirandomi nelle sale della mostra, con le cuffie sulle orecchie, circondato dalle figure tormentate di Munch. Ancora oggi faccio fatica a immaginare un accompagnamento sonoro più appropriato. Quei volti deformati dall'angoscia, la solitudine, l'alienazione, il disagio esistenziale, e nelle orecchie una musica fredda, ossessiva, completamente diversa da tutto quello che avevo ascoltato fino a quel momento.

Fu una folgorazione. Non soltanto musicale. In quei suoni sembravo riconoscere qualcosa che avevo sempre avuto dentro, ma a cui non ero mai riuscito a dare una forma. Una sensibilità, un'inquietudine, un modo di guardare il mondo che improvvisamente trovavano una corrispondenza fuori da me. Nel giro di poco tempo scoprii decine di gruppi che avrebbero segnato profondamente i miei gusti. Un universo musicale e culturale che si intrecciava perfettamente con la mia attrazione per le atmosfere oscure, malinconiche e introspettive.

Tra tutti quei gruppi, i Cure diventarono ben presto i miei preferiti. Nonostante una discografia piuttosto discontinua, capace di passare dalle atmosfere più cupe al pop spensierato, ci sono due o tre album che considero dei capolavori assoluti.

Uno di questi è Pornography.
Senza ombra di dubbio il loro disco più lacerante, intimo e doloroso.

Pubblicato nel maggio del 1982, è il quarto album dei Cure e il capitolo conclusivo della cosiddetta trilogia dark, iniziata con Seventeen Seconds e proseguita con Faith. Tre dischi che sembrano accompagnare l'ascoltatore in una progressiva discesa nell'oscurità. Ma se i primi due conservano ancora una certa delicatezza malinconica, Pornography abbandona qualsiasi forma di consolazione.

È forse il disco più soffocante e disperato che Robert Smith e compagni abbiano mai realizzato. Un album in cui la musica sembra diventare la rappresentazione sonora di una mente sull'orlo del collasso. Eppure, ed è questo il suo straordinario paradosso, riesce a essere anche di una bellezza devastante.

All'epoca i Cure sono ridotti a un trio. Robert Smith alla voce e alla chitarra, Simon Gallup al basso e Lol Tolhurst alla batteria. I tre attraversano un periodo turbolento, segnato da tensioni personali, eccessi di alcol e droghe e un equilibrio psicologico sempre più precario. Un clima che sembra riversarsi interamente nella musica.

Il disco si apre con One Hundred Years. Ritmica ossessiva, basso pulsante, chitarre distorte. Poi entra la voce di Smith, disperata, a pronunciare It doesn't matter if we all die. Non importa se moriamo tutti. Difficile immaginare un'apertura più nichilista.
Da lì in avanti Pornography procede come una discesa senza possibilità di risalita. A Short Term Effect e The Hanging Garden hanno qualcosa di tribale, quasi rituale, con le percussioni che martellano incessantemente mentre le chitarre costruiscono un muro di suoni dissonanti e allucinati. Siamese Twins, uno dei miei pezzi preferiti, rallenta il ritmo fino a trasformarsi in una danza macabra sospesa tra alienazione e disperazione.
Poi arriva The Figurehead, uno dei brani più dolorosi e introspettivi mai scritti da Robert Smith. Una lunga confessione attraversata da una sofferenza che sembra non trovare alcuna possibilità di redenzione. A Strange Day, con la sua melodia malinconica e quasi romantica, concede un attimo di respiro, prima che Cold riporti tutto dentro un paesaggio gelido e spettrale, dominato da sintetizzatori funerei e da una voce che sembra arrivare dall'oltretomba.
Infine la title track, Pornography, chiude l'album in un vortice di rumori, distorsioni, percussioni e voci sovrapposte, come se l'intera struttura musicale stesse lentamente collassando su se stessa.

Otto brani, poco più di quaranta minuti, durante i quali è difficile trovare anche soltanto un momento di autentica serenità.

Eppure sarebbe sbagliato considerare Pornography un semplice disco deprimente. È una musica angosciante, certamente tra le più cupe che abbia mai ascoltato, ma dotata di una forza espressiva straordinaria. Un disco talmente bello e oscuro da sfiorare l'inascoltabile. Non cerca il consenso immediato e non fa praticamente nulla per rendersi accessibile. Forse è proprio questa sua natura respingente a renderlo così affascinante. La sua bellezza non sta nelle melodie rassicuranti o nei ritornelli memorabili, ma nella capacità di trasformare sentimenti oscuri e dolorosi in qualcosa di artisticamente potente, producendo un effetto quasi catartico.

Dopo Pornography, i Cure rischiano seriamente di sciogliersi. Le tensioni tra Robert Smith e Simon Gallup portano all'uscita del bassista, mentre Smith decide di cambiare radicalmente direzione, sorprendendo tutti con singoli decisamente più leggeri e pop come Let's Go to Bed e The Lovecats. Una trasformazione quasi schizofrenica, soprattutto se confrontata con l'oscurità del disco precedente.

Ma forse era inevitabile. Con Pornography i Cure erano arrivati al limite, sia musicalmente che umanamente. Continuare su quella strada avrebbe probabilmente significato consumarsi definitivamente.

Musica
Post-Punk
darkwave
UK
1982
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