Holy Motors
di Leos Carax
Sono sempre stato attratto dal cinema surreale, criptico, fuori dall'ordinario.
Holy Motors, film scritto e diretto dal regista francese Leos Carax, viene spesso inserito nelle liste dei film "più strani di sempre". Dopo aver visto e apprezzato recentemente Resurrection di Bi Gan, del quale avevo letto che avrebbe preso ispirazione proprio da quest'opera, ho deciso finalmente di recuperarlo.
Carax ha alle spalle una filmografia sostanziosa, ma ammetto che prima di questo film non lo conoscevo. Presentato in concorso al Festival di Cannes nel 2012, Holy Motors segnava il suo ritorno al lungometraggio dopo tredici anni e si sarebbe rapidamente trasformato in uno dei film più discussi, divisivi e celebrati del decennio.
La storia, ammesso che di storia si possa davvero parlare, segue Monsieur Oscar (Denis Lavant), durante una lunga giornata trascorsa attraversando Parigi a bordo di una limousine bianca guidata dalla fedele Céline (Edith Scob). All'interno dell’automobile, un vero e proprio camerino mobile, l'uomo si trucca, indossa parrucche e costumi, preparandosi per una serie di misteriosi appuntamenti.
A ogni fermata Oscar assume una nuova identità. Diventa un'anziana mendicante, un uomo in tuta per il motion capture che simula un amplesso digitale, una creatura mostruosa che vive nelle fogne e rapisce una modella, un padre di famiglia, un assassino, una vittima, un uomo sul letto di morte. Non ci sono telecamere visibili, non c'è un pubblico apparente, eppure Oscar recita, consumando i suoi corpi e le sue identità fino a tarda notte.
Holy Motors è un film decisamente spiazzante. Prima di scrivere queste righe mi sono letto qualche recensione in giro, nel tentativo di fare chiarezza su ciò che avevo appena visto. La critica lo considera un capolavoro assoluto, una delle più grandi dichiarazioni d'amore nei confronti della settima arte. Altri, soprattutto tra il pubblico, lo detestano e lo considerano incomprensibile, lento, frammentario, un esercizio di stile pretenzioso e autoreferenziale.
Credo che, per affrontare un film del genere, si debba innanzitutto essere preparati all’esperienza, abbandonarsi al delirio e rinunciare alla ricerca di una struttura narrativa tradizionale. Holy Motors non è interessato a raccontare una storia nel senso classico del termine. È piuttosto un film sul cinema, sui suoi generi, sulle sue trasformazioni e forse persino sulla sua morte. Un'opera che si rivolge a un pubblico molto specifico, quello dei cinefili incalliti, capaci di riconoscere riferimenti e citazioni provenienti da oltre un secolo di cinema. Da spettatore che ama profondamente la settima arte, ma che è anche consapevole di avere grandi lacune storiche, il film non mi ha coinvolto come speravo. Probabilmente mi mancano alcune coordinate, a partire dalla conoscenza del cinema di Carax e di quello francese in generale, per apprezzarlo fino in fondo. E questo, in modo quasi paradossale, è più un limite dello spettatore che del film.
Dentro Holy Motors sono stati individuati il surrealismo di Luis Buñuel, il cinema poetico di Jean Cocteau, la destrutturazione narrativa di Jean-Luc Godard e persino la fisicità degli attori del muto. Nel finale, quando Edith Scob indossa una maschera, il riferimento a Occhi senza volto di Georges Franju è esplicito, anche perché la stessa attrice era stata la protagonista del film del 1960.
Per quanto mi riguarda, più che a Lynch, accostamento quasi automatico ogni volta che un film rinuncia alla logica convenzionale, Holy Motors mi ha fatto pensare al cinema come a un enorme teatro itinerante. Nell'arco di una giornata vengono messi in scena frammenti di film sempre diversi, mentre il protagonista si muove da un ruolo all’altro come un personaggio pirandelliano privo di identità al di fuori delle maschere che indossa. Denis Lavant è straordinario nel dare corpo a queste trasformazioni. Modifica il volto, la postura, la voce, l’età e l’energia, passando da un personaggio all’altro con una fisicità impressionante. È praticamente lui il motore del film.
Alcune sequenze sono indubbiamente memorabili. Quella della motion capture, in cui due corpi reali vengono trasformati in creature digitali. Monsieur Merde che rapisce una modella interpretata da Eva Mendes e la trascina nel proprio rifugio sotterraneo. L’intermezzo delle fisarmoniche dentro una chiesa. Oppure l'episodio maliconico con Kylie Minogue che accenna al musical tragico romantico.
Gli episodi, bisogna ammetterlo, non hanno tutti la stessa forza. Sembrano tessere appartenenti a puzzle differenti, frammenti catturati dentro una giostra che attraversa la storia del cinema. Un sogno sul cinema che cambia forma, muore e rinasce continuamente, in cui gli attori possono morire infinite volte, tornare nella loro limousine, cambiarsi d'abito e prepararsi per la scena successiva.
Holy Motors è un film coraggioso, complesso e sicuramente compiaciuto. Non posso dire di averlo amato né di averlo compreso pienamente, ma è una di quelle opere capaci comunque di affascinare e che vale la pena vedere, quantomeno per chi ama il cinema cosiddetto "strano" e non ha paura di perdersi dentro le sue immagini.
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