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Angine de Poitrine

Vol. II

Negli ultimi giorni mi è capitato di ricevere da un amico il link di un video accompagnato dall’immancabile "ma hai visto questi?". Mi ritrovo a vedere due tizi mascherati che suonano come se i Primus fossero stati rapiti dagli alieni. Cavalcando l’hype del momento e il piccolo fenomeno virale che sta girando sui social, mi sono quindi ascoltato Vol. II, il nuovo disco degli Angine de Poitrine.

Per chi non li conoscesse, gli Angine de Poitrine sono un duo canadese proveniente dal Québec formato da Khn de Poitrine alla chitarra microtonale e Klek de Poitrine alla batteria. Due musicisti che suonano insieme da anni e che negli ultimi mesi sono diventati una sorta di mistero musicale della rete dopo una session registrata per KEXP e pubblicata su YouTube (qui il link) che nel giro di poche settimane ha superato i sette milioni di visualizzazioni. Si presentano sul palco con maschere di cartapesta e completi monocromatici a pois, come se qualcuno avesse deciso di fondere i Daft Punk con un’installazione di Yayoi Kusama in bianco e nero. Dietro questa estetica volutamente stramba, però, c’è una band incredibilmente tecnica.

Vol. II è un disco di sei tracce per circa trentaquattro minuti totali. Cinque dei sei pezzi superano abbondantemente i quattro minuti. Le prime tre tracce - "Fabienk", "Mata Zyklek" e "Sarniezz" - erano già state eseguite durante la session KEXP.
Musicalmente siamo dalle parti di certo prog storto e funky che può ricordare i Primus, i King Crimson più cervellotici o alcune derive del math rock moderno. Solo che qui tutto viene spinto un po' più in là. L’idea di base è prendere la musica più complessa e inaccessibile che esista - tempi asimmetrici, accordature microtonali, loop stratificati - e renderla ballabile.

Diciamo la verità, probabilmente di dischi del genere se ne trovano tanti su Bandcamp, e il dubbio che tutta questa improvvisa popolarità derivi dai loro bizzarri travestimenti (un po' come fecero i Kiss e i Rockets negli anni settanta) rimane. Ma dietro quest'estetica così forte da diventare virale, la loro musica è densa, viscerale, incredibilmente fisica. I pezzi funzionano quasi come mantra ritmici costruiti su loop e variazioni continue, creando un effetto ipnotico che a tratti sembra più vicino alla musica elettronica che al rock progressive.

Il risultato è un disco che riesce a essere insieme complesso, accessibile e profondamente bizzarro. E, sorprendentemente, funziona benissimo.

Musica
math-rock
avant-prog
Canada
2026
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