Alice
di Jan Švankmajer
Quando pensiamo a un adattamento cinematografico di Alice nel Paese delle Meraviglie, il celebre romanzo di Lewis Carroll, ci viene subito in mente la classica fiaba colorata della Disney, oppure la più recente trasposizione sgargiante, digitale e, secondo me, poco riuscita di Tim Burton. Esiste però un terzo Paese delle Meraviglie, dimenticato in qualche angolo buio della storia del cinema, che non ha nulla a che fare con meraviglie zuccherose o simpatici animaletti parlanti. È quello realizzato nel 1988 da Jan Švankmajer, maestro indiscusso del surrealismo ceco. Alice, in originale Něco z Alenky, che tradotto suona più o meno come Qualcosa di Alice, è il primo lungometraggio di Švankmajer, artista che ha attraversato quasi settant'anni di carriera muovendosi tra cortometraggi sperimentali, animazione in stop motion, pittura e collage, sempre fedele a un’estetica profondamente perturbante. Švankmajer spoglia il racconto di Carroll da qualsiasi residuo di favola infantile. Qui non ci sono colori pastello, canzoncine o bizzarri personaggi sopra le righe. C'è una bambina vera, interpretata da Kristýna Kohoutová, che entra in un mondo costruito con oggetti consumati, creature meccaniche, scheletri, chiavi, forbici e barattoli. Una dimensione domestica, sporca e meravigliosamente malsana, che dà vita all'Alice nel Paese delle Meraviglie più autenticamente anarchica e anti-disneyana mai apparsa sullo schermo, ma sorprendentemente anche a una delle più fedeli allo spirito del romanzo di Carroll.
La storia, più o meno, è quella che conosciamo tutti. Alice si sta annoiando in camera sua quando vede uno dei suoi pupazzi, un coniglio bianco, animarsi e scappare dalla teca in cui si trovava. La bambina lo segue attraverso il cassetto di una scrivania e si ritrova catapultata in uno strano mondo sotterraneo, simile a un teatrino grottesco e perturbante. Da qui in avanti la trama ricalca sostanzialmente le tappe che tutti conosciamo, il bere e il mangiare per rimpicciolire e ingrandire, il Bruco, il Cappellaio Matto, la Lepre Marzolina, il processo finale davanti alla Regina di Cuori. Tutto però è filtrato attraverso uno sguardo completamente diverso da quello a cui siamo abituati.
Fin dai primi minuti è chiaro che Alice non vuole essere un film per bambini, almeno non nel senso rassicurante del termine. Il Paese delle Meraviglie di Švankmajer non è un altrove fantastico e colorato, ma assomiglia piuttosto a una vecchia soffitta scolorita dal tempo, piena di oggetti quotidiani fatti di stoffa, legno, ossa e metallo arrugginito, tutti apparentemente dotati di una propria inquietante volontà. Alice è un film quasi tattile. Non si limita a mostrare immagini strane, ti fa sentire la materia di cui sono fatte. E il fatto che molti oggetti sembrino marcire, sfaldarsi e perdere pezzi non è esattamente rassicurante.
Tolta la presenza della protagonista bambina, che quando mangia i biscotti che la fanno rimpicciolire diventa una bambola con le sue fattezze, il film è realizzato quasi completamente in stop motion, la tecnica di animazione a passo uno. Questo conferisce alla pellicola movimenti scattosi, sgraziati e a tratti disturbanti. Basti pensare al Brucaliffo, "interpretato" da un calzino da uomo a cui è stata applicata una dentiera di porcellana. Il risultato è un insieme tanto surreale quanto inquietante, macabro e meravigliosamente sgradevole.
A rafforzare questa sensazione di straniamento contribuiscono i dialoghi ridotti all’osso, praticamente affidati solo alla voce della piccola Alice, che recita anche le battute degli altri personaggi, e la totale assenza di una vera colonna sonora, sostituita da un sound design quasi invadente fatto di scricchiolii, tonfi, sfregamenti e rumori secchi di tutti gli oggetti che prendono vita.
Certo, la sua natura straniante e ipnotica rende il film poco scorrevole e potrebbe spiazzare chi è abituato ai tempi serrati del cinema d’animazione moderno. Non è un’opera nata per intrattenere in modo tradizionale e la sua lentezza, a tratti, si sente. Personalmente, però, è un prezzo che sono disposto ad accettare, considerando quanto il resto di questo delirante Paese delle Meraviglie funzioni.
Alice di Jan Švankmajer è una fiaba senza zucchero, senza tenerezza e senza peluche da abbracciare. Un film affascinante, visionario, e artigianale, ma anche ostico, disturbante e poco accomodante. Non è il Paese delle Meraviglie come luogo di evasione, ma una stanza chiusa dell'inconscio, piena di oggetti che hanno assorbito tutte le paure dell’infanzia.
Per chi ama l’animazione più artigianale e visionaria, e per chi non ha paura di vedere un classico per bambini trasformato in qualcosa di decisamente più torbido, resta un film imprescindibile.