Black Bear
di Lawrence Michael Levine
Black Bear è film indipendente americano del 2020 scritto e diretto da Lawrence Michael Levine. Si tratta di un dramma psicologico metacinematografico, un rompicapo narrativo in due parti, sul desiderio, la gelosia e il processo creativo, girato in una casa sul lago delle Adirondack. Un'operazione indubbiamente coraggiosa che, fin dai primi minuti, mette in chiaro le proprie intenzioni: spiazzare, confondere e, forse, persino indispettire.
Allison, interpretata da Aubrey Plaza, è una regista che arriva in una casa sul lago per lavorare a un nuovo progetto e ritrovare l'ispirazione perduta. Ad accoglierla ci sono Gabe (Christopher Abbott) e Blair (Sarah Gadon), la sua compagna incinta, con la quale il rapporto sembra tutt'altro che idilliaco. Quella che dovrebbe essere una tranquilla convivenza rurale si trasforma rapidamente in un gioco al massacro psicologico fatto di attrazione, gelosia e provocazione. Improvvisamene, quando la tensione raggiunge un punto di non ritorno, il film riparte da capo. Gli stessi protagonisti si ritrovano su un set a interpretare una variazione del triangolo iniziale, ma con ruoli invertiti. Questa volta Gabe è il regista del film, Allison è sua moglie e l'attrice protagonista, mentre Blair diventa una collega sul set. Gabe manipola deliberatamente Allison, alimentando la sua gelosia verso Blair, per spingerla oltre il limite e strapparle la migliore performance possibile.
La domanda che si pone lo spettatore è inevitabile: la seconda parte è la realtà, una sceneggiatura, un ricordo deformato, l’ispirazione per la storia raccontata nella prima metà, oppure tutte queste cose insieme? Visto l’epilogo, con Allison sola sul molo davanti al lago, nella stessa immagine che apre entrambe le parti, forse tutto ciò che abbiamo visto non è altro che il suo processo creativo interiore. Probabilmente la forza dell'opera di Levine sta proprio nel non offrire una risposta definitiva. E proprio lì si trovano sia il fascino sia il limite del film.
Fondamentalmente Black Bear affronta il tema della coppia tossica, della manipolazione, del dolore trasformato in materiale narrativo. Solo che tutti questi strati di significato, insieme all’audacia della sceneggiatura e alla decostruzione del processo creativo, mi restituiscono anche la sensazione di un esercizio di stile un po’ troppo intellettuale e autoreferenziale.
Il vero punto di forza è senza dubbio Aubrey Plaza. Nella seconda parte, in particolare, l’attrice si abbandona a una performance fisicamente ed emotivamente totalizzante, in cui il suo stato alterato dall’alcol porta a chiedersi se stia davvero recitando o se sia ubriaca sul serio. Una performance metacinematografica dentro un film in cui realtà e finzione si confondono in perfetto equilibrio.
Black Bear resta un esperimento originale e indubbiamente sopra la media per coraggio formale. Un film drammatico, ma attraversato da un umorismo nero che emerge soprattutto nella seconda parte. Un’opera che vuole provocare lo spettatore, in cui la violenza emotiva, le dinamiche di coppia tossiche, la gelosia e il tradimento vengono affrontati attraverso una messa in scena che gioca molto sull’ambiguità e sul ribaltamento dei ruoli femminili. Mi viene da chiedermi se l'orso nero non rappresenti l'uomo: il maschilista dichiarato, il manipolatore egocentrico, il traditore, la parte più istintiva e feroce dell’essere umano. Vabbè, il periodo storico è questo, noi maschietti dobbiamo farcene una ragione.
Affascinante, ma con riserva.
Film