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giovedì, 14 maggio 2026
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The Lonely Hearts Killers - Alleluia

di Fabrice Du Welz

La storia di Martha Beck e Raymond Fernandez, la coppia di serial killer nota come i "Lonely Hearts Killers" (i killer dei cuori solitari), è uno dei casi di cronaca nera più saccheggiati dal cinema. Tra la fine degli anni quaranta e l’inizio dei cinquanta, i due adescavano donne sole attraverso annunci matrimoniali, le derubavano e, spesso, le uccidevano. Una vicenda torbida, già cinematografica di suo, fatta di solitudine, desiderio, manipolazione e morte.
Nel 2014 Fabrice Du Welz decide di rileggerla con The Lonely Hearts Killers - Alleluia, secondo capitolo della sua ideale Trilogia delle Ardenne, iniziata con Calvaire e conclusa con Adoration. Più che ricostruire fedelmente i fatti, il regista belga li usa come punto di partenza per raccontare un amore tossico, carnale e disperato, trasformando la cronaca nera in un disturbato racconto sulla dipendenza affettiva.

Gloria (Lola Dueñas) è una donna sola. Lavora in un obitorio, ha una figlia piccola e un matrimonio fallito alle spalle. Convinta da un’amica, si iscrive a un sito di incontri online, dove conosce Michel (Laurent Lucas), un truffatore seducente, abituato ad adescare donne vulnerabili per derubarle. Tra i due nasce subito un legame immediato e malato. Gloria, travolta dalla passione, abbandona la figlia da un’amica, si finge la sorella di Michel e diventa sua complice nelle truffe sentimentali.
Ma Gloria è gelosa, instabile, incapace di sopportare che Michel seduca altre donne, anche solo per raggirarle. Così, ogni nuova vittima diventa una minaccia, e ogni truffa rischia di trasformarsi in un’esplosione di violenza. Quello che sembrava un patto criminale diventa presto una discesa sempre più feroce, dove amore, possesso e morte finiscono per confondersi.

Alleluia è un film estremamente intrigante, forse non pienamente riuscito. La struttura narrativa, divisa in capitoli che prendono il nome dalle sfortunate vittime della coppia, tende a farsi ripetitiva nella parte centrale, ma il film conserva comunque un fascino morboso e malsano, a tratti quasi allucinato.
Grande merito va ai due ottimi interpreti. Laurent Lucas tratteggia un Raymond viscido ma stranamente fragile, un manipolatore che finisce a sua volta per essere manipolato. Ma è Lola Dueñas a offrire un’interpretazione che non si dimentica. L’avevo già vista in un paio di film di Almodóvar, ma qui è una vera forza della natura. Interpreta una psicopatica assoluta, una donna disposta ad accettare qualsiasi compromesso e a compiere qualsiasi atrocità pur di non perdere l’uomo che ama. Gloria non uccide per sadismo, uccide perché la gelosia la consuma viva, e proprio in questo risiede la sua umanità disturbante. Du Welz lavora molto sui primi piani, lasciando che siano gli occhi dei due protagonisti a dire più delle parole. La violenza, invece, esplode dentro spazi di inquietante normalità, alternandosi a episodi decisamente più grotteschi. Prendiamo la scena, squisitamente surreale, in cui la protagonista, con il cadavere di una vittima steso sul tavolo della cucina, si mette a cantare guardando in camera, per poi, finita la canzone, iniziare a segare un piede per smaltire il corpo. È un cortocircuito visivo tra commedia nera e orrore puro. Altrettanto potente, sul piano simbolico, è la sequenza della danza tribale della coppia attorno al fuoco. Spogliati di qualsiasi residuo di civiltà o morale borghese, i due amanti celebrano il loro legame di sangue in un rituale pagano e ancestrale.

In definitiva, pur con i suoi difetti di ritmo e una storia abbastanza prevedibile, Alleluia è un film affascinante, capace di raccontare passioni estreme e solitudine attraverso sprazzi di cinema folle, sporco e morboso. Non perfetto, ma sicuramente da vedere.

Film
Thriller
Horror
Francia
2014
venerdì, 8 maggio 2026
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The Taking of Deborah Logan

di Adam Robitel

The Taking of Deborah Logan è il film d’esordio di Adam Robitel, un horror found footage del 2014 prodotto, tra gli altri, da Bryan Singer e distribuito direttamente in home video e on demand. Uno di quei titoli arrivati quasi in sordina, senza il passaggio in sala, ma che non gli ha impedito di costruirsi, con il tempo, una piccola reputazione tra gli appassionati del genere.

La storia segue una troupe di studenti che sta realizzando un documentario su Deborah Logan (Jill Larson), un’anziana donna affetta dal morbo di Alzheimer. La figlia Sarah accetta di far riprendere la quotidianità della madre per ottenere un aiuto economico, ma con il passare dei giorni i comportamenti di Deborah diventano sempre più inquietanti. Quella che all’inizio sembra una degenerazione della malattia comincia presto ad assumere i contorni di una vera e propria possessione demoniaca.

Non sono esattamente un fanatico del found footage. L’idea di seguire per novanta minuti una macchina da presa traballante tra cantine, scale e corridoi immersi nel buio, con l'inevitabile faretto che illumina solo quello che lo spettatore non vorrebbe vedere, di solito mi provoca più nausea che terrore. Detto questo, la prima metà di The Taking of Deborah Logan è senza dubbio la più efficace e disturbante. Chiunque abbia avuto un genitore o un parente malato di Alzheimer sa di cosa si parla. Vedere una persona cara che lentamente perde le capacità di compiere i gesti più elementari, quella profonda tristezza nel guardare negli occhi qualcuno che non ti riconosce più, è qualcosa che non ha bisogno di demoni per fare paura. È un orrore reale, tangibile, straziante. E proprio per questo molto più inquietante di qualunque entità soprannaturale.
Poi arriva la possessione, l’elemento paranormale prende il sopravvento e, nel momento in cui la spiegazione razionale viene sostituita da quella demoniaca, la tensione si allenta. Paradossalmente, il demone è meno spaventoso della malattia. Un’entità invisibile è lontana, astratta, appartiene a un universo di finzione che il cervello riesce a catalogare sotto la voce "non mi riguarda". L’Alzheimer, invece, è reale. E proprio per questo fa davvero paura.

Spostare il racconto dal piano del reale a quello del soprannaturale è una scelta narrativa comprensibile, ma il risultato è che nella seconda metà il film perde parte della sua forza e scivola in territori più prevedibili, tra jumpscare, urla e situazioni già viste. Tolta la notevole interpretazione di Jill Larson, The Taking of Deborah Logan resta un horror onesto, non privo di momenti efficaci, e qualche scena davvero inquietante, ma incapace di aggiungere davvero qualcosa di nuovo al grande calderone del genere.

Film
Horror
found footage
USA
2014
mercoledì, 15 aprile 2026
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Annabelle

di John R. Leonetti

Sull'onda del clamoroso successo di The Conjuring - L'evocazione, nell'autunno dello stesso anno, la New Line Cinema annunciò contemporaneamente un sequel e uno spin-off. Annabelle è lo spin-off, un film a basso budget diretto da John R. Leonetti - già direttore della fotografia di James Wan - incentrato sull'inquietante pupazzo che abbiamo visto custodito in una teca dai demonologi Ed Warren e Lorraine Warren in poche, ma memorabili, scene del primo film della saga.

Siamo nel 1967, in California. John e Mia Form sono una coppia giovane e perfetta in attesa del loro primo figlio. John regala a Mia una rara bambola d’epoca, un pezzo da collezione dal volto grottesco che lei aggiunge con entusiasmo alla sua già inquietante collezione nella stanza del nascituro. Una notte, i vicini di casa vengono brutalmente assassinati da membri di una setta satanica. Tra gli aggressori c’è anche la figlia dei vicini, Annabelle Higgins, che prima di morire stringe tra le mani la bambola di Mia, trasferendole qualcosa di oscuro. Da quel momento, Mia inizia a essere perseguitata da una presenza maligna che non sembra intenzionata a lasciare in pace la famiglia, nemmeno dopo un trasloco in un lussuoso appartamento di Pasadena.

Annabelle è un film derivativo e prevedibile. I riferimenti sono così espliciti da sembrare quasi sfrontati. La protagonista si chiama Mia come Mia Farrow, il film si apre con un servizio televisivo sull’omicidio di Sharon Tate e sulle gesta della Manson Family, e l’intera architettura narrativa è un omaggio dichiarato, fin troppo, a Rosemary's Baby di Roman Polanski. Non sarebbe un difetto in sé. Il cinema horror vive di rimandi e citazioni. Qui però si ha la sensazione di trovarsi davanti a un’operazione meramente commerciale, un compitino svolto per capitalizzare il successo del capitolo principale. I personaggi sono piatti, prevedibili, poco più che funzioni narrative, e nonostante una discreta cura per l’atmosfera e per l’ambientazione, la pellicola soffre di una cronica mancanza di idee originali.
Tolto qualche momento isolato - su tutti la scena dell’ascensore, probabilmente la più riuscita - il film fatica davvero a fare paura, limitandosi ad alternare jump scare prevedibili a sequenze che si trascinano senza costruire una reale tensione. Paradossalmente, la stessa Annabelle finisce per essere meno inquietante di quanto fosse nel film di Wan.

Annabelle è un horror che funziona come prodotto di consumo. Ben impacchettato, con picchi sonori piazzati al punto giusto, il demone, il prete rassicurante, la famiglia da salvare e la bambola che puoi anche buttare nella spazzatura… tanto il giorno dopo te la ritrovi di nuovo in camera. Si lascia guardare senza troppo fastidio, ma resta fondamentalmente superfluo. E poi… ma a chi verrebbe mai in mente di mettere una bambola del genere nella stanza di un neonato?

Film
Horror
USA
2014
giovedì, 19 febbraio 2026
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Zombeavers

di Jordan Rubin

Non sono mai stato un grande amante del genere, ma ogni tanto sento il bisogno fisiologico di una bella "trashata" liberatoria. È così che sono finito davanti a Zombeavers, film del 2014 diretto da Jordan Rubin che si inserisce a pieno titolo in quel filone di piccoli cult alla Sharknado o Dead Sushi. È quel tipo di cinema che nasce per far ridere e disgustare in ugual misura. B-movie da serata a cervello spento, da giudicare solo e soltanto secondo questi parametri.

La storia parte nel più classico dei cliché. Un gruppetto di universitari, tre ragazze a cui si aggiungono poco dopo i rispettivi fidanzati, decide di passare il weekend in una baita isolata accanto a un placido fiumiciattolo. Relax, birra, sesso e zero responsabilità. Tutto assolutamente prevedibile, se non fosse che due camionisti decisamente poco attenti smarriscono lungo la strada un barile di sostanze tossiche, che finisce dritto in una diga abitata da operosi castori, proprio nel corso d’acqua accanto alla baita.
Il risultato è una mutazione che trasforma i simpatici roditori in inarrestabili macchine di morte non-morte. Da qui in poi la vacanza si trasforma in una lotta per la sopravvivenza contro creature che, invece di limitarsi ad abbattere alberi, hanno deciso di dedicarsi con entusiasmo alle gambe dei protagonisti.

Quello che rende Zombeavers un film, se non riuscito quantomeno simpatico, una commedia horror a metà strada tra le follie della Troma e le provocazioni dell'Asylum, è la sua assoluta onestà. Sa perfettamente di essere una cazzatona gigantesca e la abbraccia con entusiasmo, senza mai fingersi qualcosa di diverso. In un panorama di b-movie contemporanei soffocati da una CGI spesso imbarazzante, Rubin sceglie la via nostalgica degli effetti pratici anni ottanta. Quei castori sono pupazzi di gomma, animatronic che paiono scappati da una versione malata dei Muppet, e proprio per questo risultano incredibilmente più simpatici e memorabili di tante creature digitali senz’anima. Vederli saltare, mordere e strisciare fa parte del gioco, ed è anche parte del divertimento. Il vero colpo di genio è l’idea della “castorizzazione”. Una volta morsi, i malcapitati protagonisti non si limitano a diventare zombie qualsiasi, ma si trasformano in inquietanti ibridi con dentoni prominenti e improbabili codone. Una trovata talmente stupida da diventare, in qualche modo, brillante. Gli attori fanno quello che possono, la sceneggiatura ha più buchi della diga dei castori zombizzati, ma con un po' di splatter artigianale, qualche risata e tanta consapevole mediocrità, il film si lascia guardare. 

Film
Horror
Commedia
USA
2014
sabato, 31 gennaio 2026
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The One I Love

di Charlie McDowell

The One I Love, opera d’esordio di Charlie McDowell del 2014, è un film poco noto ma alquanto particolare. In apparenza si presenta come una commedia sentimentale, la storia di una giovane coppia in crisi che, su consiglio del terapeuta, decide di trascorrere un weekend in una villa isolata per provare a rimettere insieme i pezzi del proprio rapporto. Ma se vi aspettate la classica riconciliazione al tramonto, siete decisamente fuori strada. Perché molto presto il film devia verso territori sempre più strani, surreali e inquietanti, al punto che gli stessi protagonisti parlano apertamente di roba da Ai confini della realtà.

Ethan e Sophie, interpretati da Mark Duplass ed Elisabeth Moss, stanno attraversando una fase delicata del loro matrimonio. Lui l’ha tradita e, nonostante abbiano scelto di provarci ancora, la scintilla iniziale sembra essersi spenta, soffocata dalla routine e dalle frustrazioni accumulate. Il terapeuta suggerisce loro una soluzione insolita, un fine settimana in una tenuta isolata e lussuosa, descritta come un luogo quasi magico dove ogni coppia che vi ha soggiornato è tornata “rinata”.
Una volta arrivati, l’atmosfera appare subito idilliaca, finché qualcosa non comincia a incrinarsi. Ethan e Sophie scoprono che nella dependance della villa vivono delle versioni alternative di loro stessi, più premurose, più affascinanti, perfettamente aderenti a ciò che l’altro ha sempre desiderato. Quello che inizia come un’esperienza curiosa e seducente scivola progressivamente in una spirale psicologica sempre più inquieta, dove il confine tra realtà, desiderio e proiezione personale diventa impossibile da controllare.

Con un budget ridotto all’osso, un cast limitato a due attori principali e un’unica location, il film oscilla con naturalezza tra commedia surreale, dramma esistenziale e fantascienza minimale. McDowell usa il fantastico come strumento narrativo per interrogarsi su cosa significhi davvero conoscere qualcuno, e su quanto spesso finiamo per amare non una persona reale, ma l’immagine che ci siamo costruiti di lei.
Duplass e Moss reggono il film quasi interamente sulle loro spalle, sdoppiandosi con grande efficacia. Se Elisabeth Moss restituisce il senso di smarrimento e desiderio del suo personaggio, è Mark Duplass a rubare la scena con una performance davvero notevole.  La sua capacità di rendere immediatamente riconoscibili le due versioni di Ethan, quella autentica, più insicura e goffa, e quella idealizzata, sicura di sé e affascinante, attraverso minimi cambiamenti di postura, sguardo e timbro di voce, è una prova attoriale che merita di essere sottolineata.
Il finale, volutamente ambiguo, potrebbe spiazzare. Non ci sono spiegazioni razionali né risoluzioni rassicuranti. La domanda che il film pone, se sia preferibile vivere con una persona reale, con tutti i suoi difetti, o con un’idea perfetta di persona, resta sospesa, senza una risposta definitiva. E proprio questa sospensione diventa il senso ultimo del film.

Se apprezzate storie che utilizzano il fantastico per raccontare qualcosa di profondamente umano, The One I Love merita senz’altro una possibilità. Nulla di clamoroso, sia chiaro, ma un film capace di intrattenere e far riflettere con naturalezza, affidandosi a idee semplici e a interpretazioni solide, come spesso accade nel cinema indipendente più ispirato.

Film
Drammatico
sentimentale
Fantastico
USA
2014
sabato, 3 gennaio 2026
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Starry Eyes

di Kevin Kölsch, Dennis Widmyer

Hollywood è sempre stata generosa nel produrre storie su se stessa, raccontandosi ora come fabbrica dei sogni, ora come spietata divoratrice di anime. Starry Eyes, opera prima di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer, appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Girato in soli diciotto giorni con un budget ridotto all’osso (il progetto nacque da una campagna di crowdfunding su Kickstarter), il film si inserisce in quella fortunata stagione del cinema horror indipendente americano capace di terrorizzare senza bisogno di effetti speciali o produzioni faraoniche.

Sarah Walker (Alex Essoe) è un’aspirante attrice che affronta la quotidiana frustrazione della Los Angeles cinematografica tra audizioni umilianti, un lavoro da cameriera in un locale di dubbio gusto e un gruppo di "amici" che lei considera presuntuosi e falliti. La svolta arriva con un’audizione per la misteriosa casa di produzione Astraeus Pictures. Non è un provino come gli altri. Non le viene chiesto solo di recitare, ma di esporre la sua parte più nuda, fragile e, infine, mostruosa. Colpiti dalla sua furia autodistruttiva - Sarah, nei momenti di maggiore stress, si lascia andare a gesti autolesionistici strappandosi ciocche di capelli - i selezionatori le offrono l’occasione della vita, il ruolo da protagonista in un film che potrebbe finalmente lanciarla. Il prezzo, naturalmente, è altissimo e non si misura in denaro.

La storia dell’attrice disposta a vendere l’anima per il successo non è certo originale e il percorso di Sarah risulta prevedibile per chi conosce il genere. Starry Eyes non gioca sulla sorpresa, ma sulla costruzione di un clima sempre più soffocante, accompagnando lo spettatore in una discesa lenta e inesorabile. Kölsch e Widmyer rielaborano un immaginario già noto, richiamando il Lynch di Mulholland Drive e il Refn di The Neon Demon nel ritratto di una Hollywood astratta e divoratrice, filtrata attraverso una sensibilità horror. La messa in scena fredda e asettica riflette la progressiva perdita di identità della protagonista, prendendo una deriva polanskiana in cui paranoia e isolamento diventano sempre più palpabili.
Alex Essoe regge sulle spalle l’intera pellicola con una prova intensa e radicale. La sua interpretazione è un omaggio viscerale e quasi fisico alla Isabelle Adjani di Possession. La somiglianza non è solo estetica, ma risiede in una recitazione "di nervi", fatta di urla strozzate, contorsioni e un’intensità corporea che culmina in esplosioni di follia pura. Quando il film decide di premere il pedale sull’acceleratore, ci ritroviamo catapultati in pieno territorio Cronenberg. La metamorfosi di Sarah non è solo metaforica, ma una vera e propria decomposizione fisica, un body horror splatteroso che non risparmia nulla allo spettatore. Il finale diventa una catarsi violenta, una celebrazione del gore che ricorda come nascere "stella" richieda spesso la morte dell’essere umano.

Per gli appassionati del genere, Starry Eyes è un film che merita di essere recuperato. Non tutto funziona alla perfezione, ma la forza visiva e la performance della Essoe lo elevano sopra la media, trasformandolo in un racconto crudele sulla fame di successo, capace di distruggere persone e rapporti fino a cancellare ogni traccia di identità.

Film
Horror
USA
2014
martedì, 12 agosto 2025
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It Follows

di David Robert Mitchell

Senza ombra di dubbio uno dei migliori film horror degli ultimi decenni. 
It Follows, opera seconda di David Robert Mitchell, è un film indipendente americano presentato al Torino Film Festival 2014.

In un suburbio americano sospeso tra gli anni ottanta e un presente indefinito, It Follows racconta la storia di Jay (Maika Monroe), una teenager che, dopo la prima notte d’amore con il nuovo fidanzato, viene narcotizzata e legata. Il ragazzo le rivela di avergli trasferito una sorta di maledizione e che da ora in avanti, sarà perseguitata da un’entità misteriosa che può assumere le sembianze di chiunque, persino di persone a lei care. La creatura avanza lentamente, ma non si ferma mai finché non raggiunge la sua vittima e la uccide. Se Jay dovesse morire, la maledizione tornerebbe alla persona che gliel’ha passata, risalendo a ritroso la catena di chi ne è stato colpito. Solo chi ne è affetto può vedere l’entità, e l’unico modo per liberarsene è avere un rapporto sessuale con qualcun altro, trasferendo così la maledizione come se fosse una malattia invisibile. Aiutata dai suoi amici, Jay dovrà trovare un modo per fermare l’incubo prima che sia troppo tardi.

David Robert Mitchell costruisce un horror elegante e accattivante, che mescola il linguaggio visivo del cinema indipendente con le atmosfere sospese dei grandi classici del genere (Carpenter su tutti). La fotografia di Mike Gioulakis (influenzata dal fotografo contemporaneo Gregory Crewdson) cattura un’america suburbana surreale, desolata e senza tempo, dove ogni strada sembra troppo vuota e ogni casa troppo silenziosa. La regia privilegia campi larghi, movimenti di macchina lenti e carrellate circolari che amplificano l’ansia dello spettatore, costretto a scrutare ogni angolo in cerca di una figura che avanza.
La colonna sonora elettronica di Disasterpeace, fredda e ossessiva, imprime al film un ritmo ipnotico e amplifica la percezione di disagio. Bellisimo l'incipit inziale con la ragazza in deshabille che fugge dalla minaccia invisibile ritrovandosi poco dopo sulla spiaggia, cadavere, con una gambe spezzata, piegata in modo innaturale.
Mitchell trasforma la minaccia indefinita e incombente in una metafora del disagio giovanile, con ragazzi disorientati che vivono in una periferia spettrale, senza adulti e abbandonati a se stessi, costretti a convivere con l’angoscia di qualcosa che li insegue e che non possono fermare.

It Follows non è un horror fatto di jump scare o spiegazioni rassicuranti. È un incubo lento e inevitabile, che si insinua nella mente e non ti lascia andare.

Film
Horror
USA
2014
Retrospettiva
lunedì, 28 luglio 2025
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Goodnight Mommy

di Veronika Franz, Severin Fiala

Goodnight Mommy è un thriller psicologico a tinte horror diretto da Veronika Franz e Severin Fiala nel 2014 — da non confondere con il remake americano del 2022. Di produzione austriaca, il film costruisce un’atmosfera inquieta fatta di ambiguità e silenzi, dove la tensione si insinua lentamente fino a sfociare in un incubo domestico freddo e disturbante.

Due gemelli, Elias e Lukas, vivono isolati in una villa in campagna. La madre torna a casa dopo un’operazione che le ha completamente coperto il volto con bende. Ma qualcosa è cambiato. La donna è fredda, distante, a tratti crudele. I bambini iniziano a dubitare che quella non sia la loro vera madre. Così, nel silenzio ovattato di un’estate immobile, cominciano ad osservarla, a metterla alla prova, a sfidarla. Il gioco diventa sempre più crudele, fino a trasformarsi in qualcosa di irreparabile.

Goodnight Mommy si muove sul filo teso tra sospetto e allucinazione, giocando con una messa in scena glaciale e rigorosa. È un film che lavora per sottrazione, costruito su silenzi, sguardi e attese, dove la verità si confonde lentamente con la percezione fino a diventare indistinguibile. La villa moderna e luminosa, con i suoi interni minimalisti, diventa una prigione invisibile. Ogni dettaglio — insetti, il gatto, rumori — sembra carico di un significato che non viene mai spiegato del tutto. La tensione si accumula come polvere sulle superfici lucide, fino a esplodere in un crescendo finale che vira verso un horror fisico e disturbante, carico di sadismo e inquietudine. Il colpo di scena è intuibile anche allo spettatore meno smaliziato, ma questa prevedibilità non smorza la tensione, anzi si trasforma in qualcosa di più viscerale, che continua a stringere anche dopo che tutto sembra ormai svelato. La cosa più inquietante è che, anche dopo la fine, si resta con la sensazione di non aver davvero compreso tutto. La spiegazione appare chiara, evidente, eppure certi dettagli continuano a disturbare: il comportamento ambiguo della madre all'inizio, i teschi nella grotta, gli scarafaggi, la fotografia che insinua l’idea di una gemella, il volto bendato per un intervento estetico o forse per coprire le ferite di un incidente? Nulla è davvero certo, come se il film, anche dopo i titoli di coda, continuasse a rifiutare una lettura definitiva.

Goodnight Mommy lascia addosso una sensazione di incertezza che non si dissolve. Più cerchi di dare un senso a tutto, più il film ti sfugge. E forse è proprio quel dubbio, sottile ma persistente, a rendere il film interessante.

Film
Thriller
Psicologico
Horror
Austria
2014
lunedì, 22 aprile 2024
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Joy Division. Tutta la storia

Peter Hook

Ho letto in un paio di giorni la biografia di Peter Hook, bassista dei Joy Division e poi fondatore, insieme ai componenti superstiti, dei New Order.

I Joy Division sono stati il gruppo più iconico e influente della scena post-punk e insieme ai Cure, Depeche Mode e pochi altri, sono quelli che durante la mia adolescenza hanno plasmato la mia formazione musicale aprendo le porte a un genere che ancora oggi amo ascoltare.

Il libro scritto da Peter Hook, pubblicato in Italia da Tsunami Edzioni nel 2014, rispetto ad altri libri sui Joy Division non si concentra esclusivamente sulla figura di Ian Curtis, il carismatico e tormentato leader morto suicida nel 1980, ma racconta in maniera intima, appassionata e approfondita la storia personale di Hook, l'incontro con Bernard Sumner, Ian Curtis e Stephen Morris, il fatidico concerto dei Sex Pistols che li ha spinti a formare un gruppo, e tutte le sfide e le gioie di essere parte di una band emergente di Manchester in pieno fermento punk alla fine degli anni settanta. Il punto di vista del racconto è quello di Hooky, quindi interno alla band, così oltre alle amicizie, i litigi, i concerti e le registrazioni, veniamo a conoscenza del loro lato goliardico e dei tanti anedotti e retroscena che ricostruiscono la storia della band dagli esordi fino allo scioglimento. Io l'ho trovato interessante e coinvolgente in particolar modo quando viene descritto il processo compositivo di "Unknown Pleasures" - il primo dei due album dei Joy Division -  la decisione di affidarsi a una piccola etichetta indipendente come la Factory invece di essere fagocitati da una major, e il ruolo avuto da Martin Hannet in fase di produzione nel plasmare il suono distintivo ed epocale della band.

Poi c'è la tragedia che tutti conosciamo. Nel libro Hook condivide i ricordi toccanti che riguardano l'amico Ian Curtis, raccontando delle crisi epilettiche di cui soffriva, la sua complessa e imperscrutabile personalità ma anche del suo lato umano, accomodante e "cazzone", rammaricandosi, proprio nel momento in cui i Joy Division stavano sfondando, di non essersi fermati in tempo nel fare concerti nonostante avesse intuito i segnali di quello che sarebbe successo da lì a poco.

In conclusione, il libro di Peter Hook, tra la vasta quantità di libri, film e biografie non ufficiali disponibili, è un libro che consiglio perchè è adatto sia agli appassionati che già conoscono bene la storia dei Joy Division, sia a coloro che si avvicinano per la prima volta a una delle band più influenti della storia musicale.

Libri
biografia
Post-Punk
2014
commenti (2)
venerdì, 12 aprile 2024
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Godzilla (2014)

di Gareth Edwards

Tra il primo film del 1954 all'ultimo rifacimento del 2014 sono stati realizzati numerosi film su Godzilla, il gigantesco lucertolone preistorico giapponese.
Il film di Gareth Edwards (regista americano specializzato in blockbuster di azione) sebbene sia nato inizialmente come un semplice reboot del celebre mostro giapponese di Honda Ishiro è il primo film del franchise chiamato MonsterVerse (un universo condiviso che oltre a Godzilla comprende King Kong e gli altri kaiju, i mostri della fantascienza giapponese).

La trama in breve. Un ingegnere nucleare americano di nome Joe Brody (Bryan Cranston) non si da pace finchè non scopre la verità sulle ragioni del disastro della centrale nucleare giapponese che quindici anni prima ha provocato la morte di sua moglie. Nonostante le autorità cerchino di nascondere la verità, Joe, insieme a suo figlio Ford (Aaron Taylor-Johnson) scopre che a causare il disastro è stato il risveglio di creature insettoidi di origine preistorica note come M.U.T.O. (Massive Unidentified Terrestrial Organisms) che insieme a Godzilla, un enorme creatura leggendaria che si pensava fosse solo un mito, sono emersi dal sottosuolo e dalle profondità del mare e ora minacciano l'umanità. Quando Godzilla nel 1954 venne avvistato per la prima volta, il mondo cercò di eliminarlo, mascherando gli attacchi come test nucleari. Impossibilitati a distruggerlo, i vertici delle nazioni mondiali istituirono il M.O.N.A.R.C.H, un organizzazione il cui compito è quello di monitorare la creatura e tenere segreta la sua esistenza alla popolazione. Ora che Godzilla e le altre due creature si sono rivelate, l'umanità cerca di sopravvivere assistendo alla lotta di questi giganteschi mostri. Inaspettatamente Godzilla emerge come una forza protettrice.

Il film di Gareth Edwards ci mette davvero tanto tempo a carburare e gioca molto sulle attese. Molte sequenze sono al buio e quando i mostri alla fine appaiono (Godzilla si fa attendere parecchio) le creature vengono quasi sempre inquadrate dal basso come se il regista ci tenesse a fornirci il punto di vista delle persone che assistono impotenti all'epico scontro. E' una scelta stilistica che ci può stare e che ho apprezzato. Buoni gli effetti speciali e le scene di azione molto meno gli attori protagonisti (tolto Cranston) che risultano inutili spettatori e privi di carisma. La sceneggiatura seppur scontata mantiene il fascino del film originale offrendo riflessioni sul rapporto dell'umanità con la natura e il potere distruttivo delle forze che non possiamo controllare.
Un monster movie godibile ma senza troppe pretese.

Film
Fantascienza
monster-movie
2014
venerdì, 14 aprile 2017
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Babadook

di Jennifer Kent

Da amante del genere, Babadook, film del 2014 scritto e diretto dall'esordiente regista australiana Jennifer Kent, si rivela uno dei film horror più interessanti degli ultimi anni.

Il film vede come protagonisti una madre vedova, Amelia (interpretata dalla bravissima Essie Davis) e da suo figlio (Noah Wiseman) un bambino estremamente vivace e problematico. La storia ha inizio sei anni dopo il tragico incidente d'auto in cui perse la vita il marito, incidente avvenuto proprio mentre la coppia si stava recando in ospedale per dare alla luce il loro primo figlio. A distanza di anni Amelia non è ancora riuscita a elaborare il lutto, è una donna stanca e vulnerabile che non trova nessun conforto nei familiari o nelle istituzioni e che deve gestire da sola un bambino iperattivo e a tratti violento, convinto dell'imminente arrivo di un mostro che ucciderà entrambi. Un giorno in casa appare un inquietante libro a pop-up, che Amelia non ricordava di aver comprato, nel quale si racconta l'arrivo del Babadook, l'uomo nero. E' l'inizio di una vertiginosa discesa nella follia e nella disperazione in cui il mostro prende vita spingendo Amelia nel collasso psicologico.

Babadook più che un film di paura - lo è perchè contiene in parte tutti clichè del genere - è un horror psicologico e angosciante in cui la protagonista precipita in un delirio claustrofobico scaturito da tutto il malessere e l'oscurità che si è portata dietro dalla morte dell'amato marito. Babadook è la metafora evidente del dolore e della depressione. Un dolore che per quanto si voglia nascondere, rinnegare, non può essere eliminato. E non potendo liberarsi dei propri demoni, il mostro dell'anima va quindi affrontato, combattuto e infine accettato. Siamo costretti a conviverci e magari alla fine a chiuderlo in cantina per andarlo a trovare di tanto in tanto.

Una menzione particolare alla regia della Kent in cui, più che a mostrare Babadook (una sorte di Conte Orlok animato daTim Burton) o di servirsi di prevedibili jumpscare ed effetti visivi, interessa ricreare con tecnica sopraffina il disagio e la tensione claustrofobica dietro le pareti domestiche. Notevole le numerose citazioni e gli omaggi ai maestri dell'horror del passato tra cui Mario Bava.

Quanto mi piacerebbe possedereThe Babadook Pop-Up Book, la riproduzione fedele del libro presente nel film. Purtroppo è uscito in copie limitate e ora su ebay viene venduto a cifre spropositate.

Film
Horror
2014

© , the is my oyster