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mercoledì, 10 giugno 2026
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La materia del cosmo

Cixin Liu

A distanza di un paio d'anni dal primo volume, l'avvincente Il problema dei tre corpi, mi sono letto il secondo capitolo della trilogia Memoria del passato della Terra dello scrittore cinese Liu Cixin. Pubblicato in Italia con il titolo La materia del cosmo, il libro, un bel mattone di oltre cinquecento pagine, è ambizioso, enorme, pieno di idee, ma anche una lettura che, almeno per quanto mi riguarda, ha richiesto una certa dose di pazienza.
Il titolo originale del romanzo è The Dark Forest, La foresta oscura, e francamente faccio fatica a capire perché l’editore italiano abbia deciso di cambiarlo. Non solo La materia del cosmo è un titolo poco significativo e generico, ma cancella completamente la metafora scientifico-filosofica su cui si regge l’intero romanzo, ovvero la risposta cupissima che Liu Cixin offre al paradosso di Fermi. Misteri dell'editoria.

La storia riprende il filo laddove l'avevamo lasciato, ma dilata la linea temporale in modo vertiginoso. L'umanità sa che la flotta aliena dei Trisolariani è in viaggio e arriverà tra quattro secoli. Il vero problema attuale, però, non sono gli anni di viaggio, ma i "Sofoni", particelle subatomiche senzienti, che oltre a bloccare il progresso scientifico terrestre, sono in grado di monitorare qualsiasi comunicazione umana rendendo ogni piano di difesa leggibile al nemico. In questo scenario di paranoia globale, l'ONU partorisce il progetto degli "Impenetrabili". Vengono selezionate quattro menti a cui sono concessi poteri e risorse immensi per orchestrare strategie di difesa planetaria nell'assoluto segreto. Perché? Perché i Sofoni possono vedere e sentire tutto, ma non possono ancora leggere il pensiero umano. L'unico luogo sicuro in tutto l'universo è la mente dei quattro prescelti. Tra scienziati illustri e leader politici, spicca Luo Ji, un astronomo e sociologo cinese pigro, cinico e senza alcuna ambizione, catapultato in questo gioco divino suo malgrado. Mentre l'umanità scivola in secoli di crisi politica, ibernazioni e rinascite tecnologiche, la scacchiera per la sopravvivenza viene mossa nel silenzio più assoluto, in attesa di un impatto inevitabile.

Non è stata una lettura particolarmente agevole, e non perché La materia del cosmo sia un romanzo complicato in senso tecnico, almeno non più del primo volume. Il problema è che ho trovato per lunghi tratti il romanzo prevalentemente noioso. Tutta la parte dedicata agli Impenetrabili, che occupa circa i due terzi del romanzo, è interessante sul piano concettuale, ma eccessivamente dilatata. Si parla di strategie militari, psicologia collettiva, crisi politica globale, piani segreti, destino della civiltà umana. Tutto importante, tutto coerente con l’ambizione del romanzo, ma per centinaia di pagine la sensazione è che, al netto delle teorie, dei piani e delle manovre, accada davvero poco.
Poi, nel terzo atto, il romanzo cambia passo. La sezione intitolata La foresta oscura è senza dubbio la parte più riuscita, quella in cui tutto ciò che prima sembrava dispersivo comincia finalmente a trovare una forma.
Attenzione, da qui in avanti entro inevitabilmente nel territorio degli spoiler.
La sequenza della sonda aliena, la cosiddetta "goccia", è uno dei momenti più impressionanti del libro. Fredda, perfetta, devastante. Una dimostrazione di superiorità tecnologica così assoluta da rendere ridicola ogni illusione umana di poter competere ad armi pari. Ma il vero colpo di genio del romanzo arriva quando Liu Cixin risponde al paradosso di Fermi - se l'universo è pieno di civiltà avanzate, perché non ne vediamo alcuna traccia? - formalizzando l'ipotesi della foresta oscura.  L'universo, nella visione di Liu Cixin, non è silenzioso perché vuoto. È silenzioso perché ogni civiltà intelligente ha capito che la regola fondamentale della sopravvivenza cosmica è nascondersi. Rivelarsi significa diventare bersaglio. In una foresta buia piena di predatori silenziosi, rivelare la propria posizione significa esporsi al rischio di essere distrutti. Nascondersi significa sopravvivere. Secondo questa teoria, viene quasi da pensare che lanciare nello spazio la Voyager 1 con una bella mappa cosmica della nostra posizione non sia stata una grande idea.
Nel romanzo, l'intuizione della foresta oscura diventa l’arma decisiva di Luo Ji. A differenza degli altri Impenetrabili, che progettano gigantesche strategie militari, flotte spaziali e manovre difensive, Luo Ji capisce che la vera arma contro i Trisolariani non è la tecnologia. È l’informazione. Ovvero la possibilità di trasmettere nello spazio la posizione esatta del sistema di Trisolaris. Se altre civiltà avanzate ricevessero quel segnale, potrebbero considerare Trisolaris una minaccia e distruggerlo.
È una forma estrema di deterrenza cosmica. Non posso batterti, ma posso indicarti ai predatori più grandi.

Il punto di forza del romanzo sta proprio qui, nella sua capacità di lavorare sulla scala. La materia del cosmo riesce a trasmettere il senso di sproporzione tra l’individuo e l’universo, quella vertigine davanti a tempi millenari, distanze cosmiche, forze impossibili da controllare. L’essere umano appare minuscolo, quasi irrilevante, eppure costretto a pensare in grande, a ragionare non più come individuo, ma come specie. Non è un caso che il romanzo inizi e finisca con una formica. Una creatura minuscola, apparentemente insignificante, ma parte di un sistema più vasto che continua a muoversi, sopravvivere, adattarsi.
Il problema, almeno per me, è che questa grandezza concettuale non trova sempre un equivalente sul piano umano. I personaggi del libro sono tanti, i nomi cinesi non aiutano, e spesso ho fatto fatica a distinguerli davvero l'uno dall’altro. A parte Luo Ji, che resta il personaggio più riconoscibile, molti sembrano più funzioni narrative che esseri umani. Incarnano idee, strategie, posizioni politiche, reazioni collettive, ma raramente riescono a diventare figure emotivamente memorabili.
È forse il limite principale del romanzo. La mancanza di emotività individuale. Liu Cixin è bravissimo a farci percepire la fragilità dell’umanità di fronte all’universo, ma molto meno a farci sentire la fragilità dei singoli esseri umani. Paradossalmente, funziona meglio quando racconta la specie che quando racconta le persone.
Nonostante questo, La materia del cosmo (che chiamerei senza esitazione con il suo vero nome, La foresta oscura) resta un’opera notevole. Un libro che parla della natura della nostra società, della paura, della sopravvivenza, dell’intelligenza come benedizione e condanna, e soprattutto della fragilità dell’uomo davanti all’universo. Forse meno affascinante del primo volume, almeno per me, soprattutto nella sua lunga fase preparatoria, ma capace di contenere una delle idee più forti della fantascienza contemporanea. Insieme a Il problema dei tre corpi forma già un progetto narrativo visionario, potente e ambizioso, avvicinabile, per portata e immaginazione, alla Fondazione di Asimov. Non tanto per lo stile o per la struttura, quanto per la volontà di raccontare il destino dell’umanità su una scala talmente ampia da superare l’individuo, la politica, la storia e persino il tempo di una singola civiltà.
Un'opera che, a meno di cocenti delusioni nell’ultimo volume, Nella quarta dimensione, che leggerò in un prossimo futuro, ma non ora,  potrebbe tranquillamente essere ricordata come la fantascienza più significativa di questo secolo.

Libri
Fantascienza
Cina
2008
martedì, 26 maggio 2026
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Resurrection

di Bi Gan

Il cinema che preferisco è quello dei sognatori. Quello che smette di essere un semplice specchio della realtà e diventa un varco aperto verso la memoria, la mente, le immagini che ci abitano anche quando non sappiamo da dove arrivano. Un cinema che non si limita a raccontare il mondo, ma prova a ricrearlo come fosse un sogno, con le sue regole misteriose, le sue deviazioni e le sue apparizioni.
Resurrection è il terzo lungometraggio del regista cinese Bi Gan, arrivato recentemente nelle sale italiane dopo aver fatto parlare di sé al Festival di Cannes 2025. Pur non conoscendo i suoi lavori precedenti, quando ho visto il trailer e letto qualche commento entusiasta in giro, ho avuto la sensazione che il film mi avesse chiamato. Anzi, che mi avesse scelto.
Il risultato è un’esperienza totalizzante, un’opera complessa e impegnativa che non cerca la complicità immediata dello spettatore, ma pretende il suo abbandono emotivo.

In un futuro distopico, l’umanità ha rinunciato alla capacità di sognare in cambio dell’immortalità. In questo mondo di esistenze eterne ma piatte, una donna, il Grande Altro (Shu Qi), incontra un uomo ancora capace di sognare. Un Delirante (Jackson Yee), una creatura anomala, quasi un relitto di un’umanità scomparsa, attraversata da immagini, ricordi e visioni che sembrano appartenere a epoche diverse. Attraverso di lui, il film si apre in un viaggio dentro la memoria, il desiderio e la storia stessa del cinema, passando da un’immagine all’altra come se ogni sogno fosse una possibile reincarnazione.

Resurrection non segue una trama tradizionale, ma costruisce un percorso frammentato e visionario in cui il sogno diventa l’ultima forma di resistenza in un mondo che, pur avendo sconfitto la morte, ha dimenticato cosa significhi vivere.
Il film si compone di sei episodi, ognuno legato a uno dei sei sensi riconosciuti dalla tradizione buddhista Chan: vista, udito, olfatto, gusto, tatto e mente. Sullo sfondo scorre la storia della Cina del secolo scorso, con le sue rivoluzioni, le sue cicatrici e le sue trasformazioni. Ogni capitolo adotta uno stile cinematografico preciso, diventando un omaggio al cinema del novecento.
Il primo episodio, che fa da cornice narrativa all'intero film, è muto ed è dedicato alla vista. Rappresenta il cinema delle origini ed è, senza ombra di dubbio, la parte che visivamente mi ha colpito di più. Il personaggio interpretato da Shu Qi attraversa scenografie e trucchi visivi che rimandano a Méliès, ma anche corridoi obliqui, ombre marcate e deformazioni prospettiche vicine all’espressionismo tedesco. È lì che trova il Delirante, una creatura a metà tra il Nosferatu di Murnau e il gobbo di Notre-Dame, consumata dai sogni e dall’oppio. Nel suo corpo scopre un proiettore e lo carica con una pellicola, permettendogli di rivivere le sue vite precedenti prima della morte.
Da qui in avanti, ogni episodio diventa un sogno, una memoria, un modo diverso di intendere il cinema.
Il secondo segmento è un noir anni quaranta legato all’udito. Il Delirante assume i tratti di un musicista spia che pugnala le sue vittime alle orecchie e che porta con sé una valigetta con dentro un theremin che nasconde un codice segreto. È l’episodio più criptico e, almeno per me, quello di più difficile comprensione.
Il terzo episodio, dedicato al gusto, ha la forma di una favola buddhista. Il Delirante è un ex monaco intrappolato in un monastero innevato e fatiscente. Liberandosi di un dente dolorante, evoca lo Spirito dell'Amarezza, che assume le sembianze di suo padre. Lo stile sembra richiamare certi film shaolin popolari in Cina negli anni settanta, ma privati dell’azione più spettacolare e spostati verso una dimensione più introspettiva e spirituale.
Il quarto episodio, associato all'olfatto, è probabilmente il più accessibile e narrativamente emotivo. Qui il Delirante è un truffatore che addestra una bambina a fingere poteri paranormali, sfruttando deduzione, memoria e piccoli trucchi da prestigiatore. La fotografia ha i colori caldi e lo stile è quello di una commedia drammatica alla Paper Moon, dove dietro l’inganno e il gioco di prestigio affiora il bisogno disperato di credere ancora a una traccia del passato.
L’ultimo sogno principale è legato al tatto ed è ambientato in una città portuale la notte di Capodanno del 1999. Il Delirante è un giovane sbandato che incontra una ragazza libera e misteriosa, vagando con lei tra vicoli, edifici abbandonati e locali notturni. È un romance vampiresco di fine millennio, tutto costruito attraverso un lungo piano sequenza e con una fotografia, virata in rosso e poi in blu, alla Nicolas Winding Refn. Qui il film ritrova finalmente la fisicità della pelle, il sangue, e il desiderio.
Infine, nell’ultimo episodio, quello della mente, la donna depone il Delirante in una sorta di camera o sepolcro pieno di liquido, comprendendo che il sogno non è una fuga superflua, ma l’unica forma possibile di sopravvivenza dell’immaginazione. Il film si chiude in un cinema, o forse in un teatro di cera, dove sagome luminose occupano le poltrone per poi sparire mentre lo spazio si scioglie. Puro meta-cinema. Un’elegia sulla morte e sulla resurrezione delle immagini.

Una menzione particolare anche per la musica degli M83, rarefatta e avvolgente, capace di amplificare quella sensazione di sogno continuo che attraversa tutta la pellicola.

Resurrection non è un film per tutti. Non lo dico con l'aria di chi vuole ostentare un gusto cinematografico superiore, ma perché è semplicemente vero, e farlo passare per altro sarebbe un torto al film stesso prima ancora che allo spettatore. È un’opera che richiede disponibilità, tempo e una certa familiarità con la storia e la cultura cinese. Non avendo questa conoscenza, è molto probabile che mi siano sfuggiti alcuni rimandi, alcune risonanze, forse anche interi livelli di lettura.
Una cosa però è certa, Resurrection è un atto d’amore puro e assoluto nei confronti del cinema. Un'opera in cui il cinema non è solo metafora del sogno. È il sogno stesso. Un film complesso, monumentale, a tratti enigmatico, disorientante, ma capace di ricordarci una cosa semplice e bellissima: finché ci sarà qualcuno pronto a proiettare i propri sogni su uno schermo, l'umanità sarà salva.

Film
Fantastico
Cina
2025
martedì, 29 luglio 2025
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In the Mood for Love

di Wong Kar-wai

L’amore più intenso, almeno al cinema, è spesso quello che non si consuma. Quello fatto di sguardi, silenzi, gesti trattenuti. Pensiamo a L’età dell’innocenza, Lost in Translation, al recente Past Lives e, naturalmente, a In the Mood for Love — un film che ha riscritto le regole del romanticismo sullo schermo e che ancora oggi è considerato uno dei capolavori del genere.
Diretto dal regista hongkonghese Wong Kar-wai, In the Mood for Love racconta la storia d’amore trattenuta tra un uomo e una donna vittime dell’infedeltà dei rispettivi coniugi.

Hong Kong, 1962. Il signor Chow (Tony Leung) e la signora Chan (Maggie Cheung) si trasferiscono lo stesso giorno in due appartamenti adiacenti. I rispettivi coniugi sono spesso assenti per lavoro e i due si ritrovano sempre più spesso a condividere piccoli momenti quotidiani. Quando scoprono che i loro partner li stanno tradendo l’uno con l’altro, nasce tra loro un legame silenzioso, profondo, fatto di empatia e dolore condiviso. Ma entrambi decidono di non ripetere lo stesso errore, di non cedere alla tentazione, trattenendo i sentimenti e lasciando che l’amore resti sospeso.

Malinconico, struggente, elegantissimo, il film esplora il confine tra sensualità e castità, tra ciò che si dice e ciò che resta inespresso. La tensione tra i protagonisti vive nei gesti mancati, negli sguardi rubati, nei dialoghi interrotti. Un desiderio impalpabile, reso ancora più seducente da un’estetica impeccabile e da una regia che cattura due corpi che si sfiorano senza mai toccarsi.
La narrazione si affida a movimenti di macchina lenti, primi piani intimi, inquadrature che spiano i personaggi da angoli nascosti o spazi angusti. Maggie Cheung attraversa il film con grazia magnetica, avvolta nei suoi cheongsam impeccabili, troppo eleganti per una semplice passeggiata. Ogni suo gesto è incorniciato dalla fotografia sognante di Christopher Doyle, fatta di luci soffuse, cromie calde e contorni sfumati. Spesso la vediamo di spalle, o riflessa in uno specchio, come se la macchina da presa cercasse invano di trattenerla.
Accanto a lei, Tony Leung — premiato a Cannes nel 2000 — è misurato, trattenuto, sempre con i capelli perfettamente impomatati. La sua interpretazione si nutre di silenzi e dettagli minimi, una tristezza sommessa che si insinua scena dopo scena.
I due protagonisti, che abitano in un appartamento condiviso, si muovono sotto lo sguardo opprimente dei locatori, in una città che sembra sempre pronta a giudicare. È come se dovessero essere loro a espiare le colpe dei rispettivi coniugi, che non vediamo mai in volto e restano fuori campo, ridotti a voci e oggetti dimenticati.
La colonna sonora ha un ruolo centrale, spesso protagonista. Il tema ricorrente di "Yumeji’s Theme" accompagna i loro movimenti rallentati, trasformando ogni scena in un rituale dolente. I brani di Nat King Cole aggiungono sensualità e struggimento, rendendo la tensione emotiva quasi tangibile.

Il film è una riflessione sottile sul desiderio, sull’amore impossibile e sulla fragilità dei legami umani. Non tutte le storie devono compiersi per essere autentiche. A volte è proprio nell’incompiutezza che l’amore diventa eterno.

Film
Drammatico
Romantico
sentimentale
Cina
2000
Retrospettiva
venerdì, 19 luglio 2024
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Membrana

Chi Ta-wei

Pubblicato a Taiwan nel 1995, "Membrana" è un romanzo di fantascienza cyberpunk che tratta temi queer e transgender scritto da Chi Ta-wei, uno scrittore taiwanese abbastanza popolare in patria. Il libro è stato pubblicato in Italia solo nel 2022 dalla Add editore nella sua collana Asia che si distingue per le originali copertine di Lucrezia Viperina.

Anno 2100. A causa dei cambiamenti climatici provocati dall'inquinamento e dal riscaldamento globale, l'umanità è stata costretta a ritirarsi nelle profondità dell'oceano per ripararsi dai raggi ultravioletti del sole diventati ormai letali. L'incredibile sviluppo tecnologico ha permesso di costruire delle metropoli sottomarine e tutte le nazioni della Terra (compreso le multinazionali che controllano sempre di più l'economia mondiale) hanno ricevuto una parte di fondale in base alla loro forza economica. In superficie sono rimasti solo i grandi monumenti del passato, i condannati a morte, e gli androidi che svolgono quei lavori necessari ma diventati impossibili da eseguire dagli umani.
In questo contesto, nella città di "T", troviamo Momo, giovane e rinomata estetista specializzata nella cura della pelle. L'estetismo è una professione importante in questa società, in quanto la pelle umana, sott'acqua, ha maggiore bisogno di cure e protezione e coloro che lavorano in questo campo vengono considerate delle vere e proprie star. Nonostante la notorietà, Momo è una ragazza introversa che non ama le relazioni e vive isolata nel suo appartamento/studio con un cane regalatogli da una sua affezionata cliente. Nel suo lavoro di estetista, Momo impiega la M-Skin, una membrana che viene applicata sulla pelle e che, una volta staccata e collegata a uno speciale scanner, gli permette di vivere le emozioni e gli stimoli sensoriali vissuti dai suoi clienti. Un giorno Momo viene a sapere che sua madre, una dirigente di una grande multinazionale editoriale, la vuole incontrare. Momo non la vede da vent'anni, ovvero da quando all'età di dieci anni, per salvarsi da una grave malattia, affrontò una operazione invasiva in cui cambiò il sesso. Ora è arrivato il momento di sapere perchè la madre si è inspiegabilmente allontanata da lei, rifacendosi viva proprio alla vigilia del suo trentesimo compleanno.

Il romanzo pur essendo breve (siamo sulle centocinquanta pagine) risulta abbastanza complesso. Non tanto per la sua scrittura, il libro in finale è molto scorrevole, quanto per i numerosi argomenti trattati che si sovrappongono l'uno sull'altro. Nel mondo post apocalttico immaginato da Chi Ta-wei la tecnologia ha permesso di fabbricare degli androidi che vengono usati, oltre per i lavori più duri, anche come pezzi di ricambio per sostituire gli organi compromessi degli umani. Nel romanzo, il punto di vista è quello di Momo la quale ci descrive il periodo in cui venne ricoverata in una asettica clinica a causa di una grave malattia. Durante questa lunga degenza, la nostra protagonista è stata privata di ogni contatto fisico. La sua unica compagna era un androide simile a lei chiamata Andy con cui entró in simbiosi diventando la sua migliore amica. Il giorno dopo l'operazione Momo diventa una bambina ma al suo risveglio non c'è più Andy dando la colpa alla madre che da quel momento in poi si allontana da lei. Il doppio trauma dell'abbandono svilupperà in lei l'odio verso la persona che l'ha messa al mondo e la diffidenza nei confronti del prossimo. 

"Membrana" è un libro a strati, in cui la realtà, almeno quella della protagonista, non è quella che sembra. È un romanzo esistenziale, molto intimo, con un finale estremamente malinconico e coinvolgente. Sono tanti i temi trattati, come la difficoltà relazionale, il concetto di identità, il controllo audiovisivo, e come i nostri sensi possano essere ingannati dalla tecnologia. Sono temi così attuali che sorprende siano presenti in un romanzo di fantascienza scritto quasi trent'anni fa. L'unico elemento che appare invecchiato sono le tecnologie usate nel libro (email, scanner, discolibri, ecc.), che oggi ci sembrano datate. Tuttavia, questo non infastidisce particolarmente, poiché è un aspetto comune nei libri di fantascienza del passato.

Il romanzo di Chi Ta-wei contiene numerosi riferimenti letterari e citazioni cinematografiche. A un certo punto viene menzionato anche Pier Paolo Pasolini, l'ultimo nome che mi sarei aspettato di trovare in un romanzo di fantascienza taiwanese. Il libro è definito "queer", ma a mio avviso non è il tema predominante, o quantomeno le sue implicazioni vengono date per scontate e non sono particolarmente evidenziate. Di certo, la presenza maschile in questo libro è quasi del tutto assente e la stessa protagonista, che nasce maschio dopo essere stata concepita in vitreo da due donne, accetta senza problemi la sostituzione dei genitali quando viene operata per motivi di salute, come se fosse sempre stata femmina.

In conclusione, "Membrana" di Chi Ta-wei è un romanzo di fantascienza che può essere apprezzato anche da chi non ama il genere. È un libro da leggere tutto d'un fiato, con un inaspettato colpo di scena nel finale.

Libri
Fantascienza
Distopia
Cina
1995
2022

© , the is my oyster