Solo Dio perdona
di Nicolas Winding Refn
Nicolas Winding Refn è sempre stato un regista molto divisivo. Chi lo considera un autore visionario, capace di trasformare la violenza in pura esperienza estetica, e chi invece lo accusa di essere un abilissimo fabbricante di immagini vuote, più interessato alla superficie che alla sostanza.
Solo Dio perdona, arrivato nel 2013 dopo il successo quasi inatteso di Drive, da questo punto di vista, è probabilmente il suo film perfetto. Non perché metta tutti d’accordo, anzi. Perché sembra costruito apposta per dividere, irritare, affascinare e respingere nello stesso momento.
A Bangkok, Julian (Ryan Gosling) gestisce insieme al fratello Billy una palestra di Muay Thai che in realtà serve da copertura per un traffico di droga. Una notte Billy uccide una prostituta minorenne. La polizia locale lo rintraccia, ma invece di arrestarlo Chang (Vithaya Pansringarm), il detective che coordina le indagini, decide di consegnarlo al padre della ragazza, che lo uccide brutalmente. A complicare la situazione arriva Crystal (Kristin Scott Thomas), la madre di Julian, donna spietata e volgare nel suo cinismo, giunta dagli Stati Uniti per reclamare vendetta per la morte del primogenito. Julian però non è il classico eroe vendicatore. È un uomo bloccato, schiacciato tra una madre castrante che gli ha sempre preferito il fratello e ora è costretto ad affrontare un poliziotto armato di spada, che amministra la giustizia quasi fosse una divinità punitiva.
A Cannes il pubblico lo fischiò. La critica si divise. In molti lo liquidarono come esercizio di stile fine a sé stesso, lamentando la sceneggiatura ridotta all'osso, i dialoghi imbarazzanti, il ritmo catatonico. Tutte osservazioni legittime, a patto di non dimenticare che Refn queste cose le sa. Potrà piacere o meno ma il suo linguaggio cinematografico è questo. Per realizzare questo film ha chiesto un budget ridottissimo proprio per avere una maggiore libertà creativa e deludere le aspettative del grande pubblico che voleva il nuovo Drive.
Refn realizza un revenge movie in salsa orientale, intriso di sangue e cadaveri, e lo svuota di ogni appiglio emotivo. Il protagonista interpretato da Gosling, al secondo film consecutivo con il regista danese, è praticamente assente, monocorde, inespressivo. Non è un eroe d’azione, non è un vendicatore romantico, non è nemmeno davvero un antieroe. Schiacciato da una madre tossica e aggressiva, incapace di agire se non sotto la sua pressione, ossessionato da una prostituta che guarda senza toccare, è un uomo impotente che alla fine si consegna al suo nemico venendo umiliato da un punitore implacabile che canta canzonette tra un omicidio e l'altro.
Dal punto di vista estetico il film è visivamente potentissimo, con fotografia, luci e composizioni molto riconoscibili. La Bangkok di Refn non è realistica. È una città reinventata interamente attraverso la luce artificiale, dove i neon non illuminano ma colorano, dove il rosso e il blu si scontrano come pulsioni di vita e di morte.
Supportato dalle musiche sintetiche e ossessive di Cliff Martinez, il film funziona meglio se non lo si guarda come un seguito ideale di Drive, né come un revenge movie classico. È più vicino a un oggetto estetico violento e narcotico, dove la trama è solo lo scheletro su cui Refn appende ossessioni, madri castranti e divinità vendicative. Il vero "problema" di questo cinema così controllato e rarefatto è che finisce per risultare affascinante o irritante quasi per gli stessi, identici motivi. Sta allo spettatore decidere da che parte stare.
Enemy
di Denis Villeneuve
Si dice che ognuno di noi abbia un sosia sparso da qualche parte nel mondo. Io il mio l’ho incontrato la notte di Capodanno del 1997, all’ex Air Terminal Ostiense di Roma, la struttura che oggi ospita Eataly. Era più basso di me, ma l’effetto è stato comunque straniante. E anche piuttosto imbarazzante.
Quella sensazione di essere fuori posto, come se qualcosa non tornasse del tutto, è la stessa che attraversa Enemy, il film diretto da Denis Villeneuve nel 2013, liberamente tratto da L'uomo duplicato di José Saramago.
Adam Bell (Jake Gyllenhaal) è un professore universitario di storia che conduce una vita piatta e ripetitiva. Ha una relazione con Mary (Mélanie Laurent) che sembra più una distrazione che un vero legame sentimentale. La sua routine si incrina quando, seguendo il consiglio di un collega, guarda un film e nota tra le comparse un uomo identico a lui. L’ossessione prende il sopravvento. Dopo aver identificato l’attore come Daniel St. Claire, nome d’arte di Anthony Claire, Adam riesce a rintracciarlo e a incontrarlo, scoprendo che è sposato con Helen (Sarah Gadon), incinta. Da quel momento si innesca una spirale di tensione fatta di scambi d’identità e conseguenze sempre più imprevedibili, fino a un punto di non ritorno che manda in frantumi ogni logica lineare.
Autore di film che raramente lasciano indifferenti, Denis Villeneuve realizza con Enemy probabilmente la sua opera più criptica. Una storia che affronta il tema del doppio attraverso una narrazione densa di sottotesti e metafore, sostenuta da una scelta stilistica indubbiamente affascinante.
Partiamo dall'aspetto visivo. La fotografia, immersa in un giallo-ocra sporco e persistente, contribuisce a creare un’atmosfera malsana, che rende la città di Toronto opprimente e minacciosa. La regia lavora su inquadrature statiche, geometriche, spesso claustrofobiche, con un ritmo lento e ipnotico che, pur nella sua rarefazione, riesce a mantenere costante la tensione fino a una chiusura spiazzante, aperta a molteplici interpretazioni.
Villeneuve, insieme allo sceneggiatore Javier Gullón, prende la struttura del romanzo e la trasforma in qualcos'altro, in una metafora del doppio come rappresentazione del conflitto interiore, legato alla paura dell’impegno, al desiderio e al senso di colpa.
È un film che non chiede di essere compreso fino in fondo, ma di essere accettato. Di entrarci dentro e lasciarsi trascinare dal suo linguaggio. I parallelismi con il cinema di David Lynch sono evidenti, soprattutto con opere come Strade perdute e Mulholland Drive, dove il tema del doppio e della frattura identitaria viene trattato in modo altrettanto ambiguo e perturbante.
Nel provare a dare una spiegazione al film - quella che è una mia interpretazione - è inevitabile entrare nel territorio degli spoiler. Avvertiti.
Adam e Anthony non sono due sosia. Sono due facce della stessa persona. Qualcosa di molto vicino a quanto visto in Fight Club, per intenderci.
Adam Bell è un uomo che vive in uno stato di dissociazione. La mente, sotto il peso insostenibile di una doppia vita - la moglie, l’amante, un figlio in arrivo, i sensi di colpa - e forse a seguito di un trauma, un incidente, genera un alter ego: Anthony, l’attore, la versione di sé che incarna l’impulso, l’arroganza, il desiderio e la trasgressione. Due identità che convivono nello stesso individuo, incapace di conciliare le proprie pulsioni con la vita che si è costruito.
In questa lettura, ciò che vediamo non segue una linearità narrativa tradizionale, ma è il risultato di una mente frammentata, in cui ricordi, fantasie e sensi di colpa si sovrappongono. La stessa Toronto giallastra, nebbiosa e labirintica riflette questa condizione, trasformandosi in uno spazio mentale chiuso, quasi senza via d’uscita.
Il ragno - simbolo ricorrente che attraversa tutto il film, dalla scena del nightclub alla figura femminile con volto aracnide, fino al gigantesco ragno che sovrasta la città e al celebre fotogramma finale - rappresenta il controllo soffocante del femminile percepito come minaccia: la madre, la moglie, la responsabilità. In chiave freudiana, diventa la materializzazione del senso di colpa e della castrazione del desiderio. Una ragnatela da cui il protagonista non riesce a liberarsi. Non è un caso che la rete dei filobus di Toronto venga inquadrata come una tela che avvolge l’intera città.
Quel fotogramma finale, che tanto ha fatto discutere, non è un semplice colpo di scena, ma una rivelazione brutale. Nulla cambia davvero. Tutto è destinato a ripetersi.
Il tema del ciclo è infatti centrale. Non è casuale che la lezione del professore - i grandi eventi accadono due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa - venga ribadita quasi ossessivamente. La realtà diventa così una replica deformata di qualcosa già accaduto. Le scelte, gli errori, le fughe. Tutto si ripete.
Ottima la prova di Jake Gyllenhaal, che regge sulle spalle l’intero film, differenziando le due identità attraverso dettagli minimi: la postura diversa, le smorfie, il tono di voce. Due presenze identiche solo in apparenza, ma profondamente diverse nella loro energia.
Fondamentale anche il lavoro sulla colonna sonora, potente, invadente, a tratti quasi disturbante. Non si limita ad accompagnare le immagini, ma le amplifica, trasformando anche le scene più tranquille in qualcosa di potenzialmente minaccioso.
Enemy non è un capolavoro, ma è un film dal fascino indiscutibile. Un thriller psicologico che utilizza l'onirico e il surreale per indagare l'angoscia esistenziale e la necessità - spesso disattesa - di confrontarsi con il proprio lato oscuro. Non è cinema per chi cerca una narrazione lineare o rassicurante, ma per chi è disposto ad accettare l’ambiguità, il non detto, il perturbante. Il weird.
D’altronde, un film che si apre con la scritta "Il caos è un ordine non ancora decifrato" dichiara fin da subito le proprie intenzioni.
Film
Miss Violence
di Alexandros Avranas
Da appassionato di horror, ho imparato presto che il vero orrore molto spesso si nasconde dentro spazi che dovrebbero essere rassicuranti. Un appartamento ordinato, una famiglia riunita attorno al tavolo, un compleanno festeggiato con sorrisi e candeline. È questo l’incipit di Miss Violence, l’opera del regista greco Alexandros Avranas che nel 2013 ha letteralmente gelato il Festival di Venezia, portandosi a casa il Leone d’Argento per la regia e una Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile assegnata a Themis Panou.
A rendere il tutto ancora più pesante è il fatto che Miss Violence è ispirato a una vera storia di abusi familiari avvenuta in Germania, una vicenda che, stando alle parole dello stesso Avranas, era persino più cruda e brutale di quanto il film riesca, o voglia, mostrare.
Durante i festeggiamenti per il suo undicesimo compleanno, Angeliki si alza da tavola, scavalca il parapetto del balcone e si getta nel vuoto. Lo fa con un mezzo sorriso sul volto. Con un’inquietante compostezza, la famiglia guidata da un nonno/padre pulisce il sangue, riordina la casa e continua a vivere come se nulla fosse accaduto, come se qualcosa sotto quella superficie di normalità fosse già profondamente rotto. La polizia apre un’indagine. I servizi sociali bussano alla porta. Il nucleo familiare - composto dai nonni (noti solo come Padre e Madre), dalla figlia trentenne Eleni, dall'adolescente Myrto e dai piccoli Filippos e Alkmini - non si scompone, impermeabile alle domande. Ma fin dalle prime sequenze, tra silenzi pesanti e frasi lasciate a metà, intuiamo che dietro quella facciata borghese si nasconde un mostro. Il patriarca non è soltanto un "padre padrone", ma un orco che abusa sessualmente delle figlie e gestisce figlie e nipoti come merce di scambio. Un sistema di potere tenuto in piedi dalla violenza, dalla paura e da una rassegnazione che nei più deboli ha ormai assunto le sembianze dell’abitudine.
Miss Violence è un pugno allo stomaco. Avranas evita qualsiasi forma di spettacolarizzazione e costruisce la narrazione con freddezza e distacco. Tra prostituzione minorile, pedofilia e incesto, la cosa più raccapricciante è il quadro di complicità che circonda tutto questo. Le donne della casa appaiono come vittime rassegnate, svuotate di ogni morale, trasformate in complici dal peso di un ruolo che non sanno o non possono più rifiutare. È il ritratto di una violenza patriarcale totalizzante, rinchiusa tra quattro mura e celata sotto la patina di una famiglia rispettabile. Tutto accade alla luce del giorno.
Viene spontaneo paragonare questo film a Dogtooth di Yorgos Lanthimos. Entrambi analizzano la famiglia come un sistema di potere chiuso e perverso. Ma dove Lanthimos cercava rifugio nell’assurdo e nel grottesco, Avranas sceglie la strada di un realismo freddo, squallido e spietato. Qui non c’è ironia, solo una crudeltà che non lascia allo spettatore alcun riparo.
Molti critici hanno letto nel film anche una metafora della Grecia durante la crisi economica. Un sistema che, pur di sopravvivere, finisce per divorare i propri figli. In questo senso il film diventa anche un atto d’accusa contro quell’indifferenza collettiva che permette a certi orrori di prosperare nell’ombra. L’ombra di un appartamento rispettabile in un palazzo come tanti.
La regia di Avranas è fredda, glaciale, implacabile. Le inquadrature sono geometriche, spesso fisse, come se volessero intrappolare i personaggi in una gabbia invisibile. Tutto sembra calcolato per eliminare qualsiasi sfogo emotivo. Solo in due momenti la macchina da presa abbandona la sua immobilità. Quando la sorella è costretta a schiaffeggiare il fratello, con la camera che inizia a girare vorticosamente intorno a loro, e quando gli assistenti sociali varcano la soglia dell’appartamento, con la camera che li segue, come se fosse l’unico momento in cui il mondo esterno prova davvero a scalfire quella bolla di orrore. La fotografia è smorta, spenta, e restituisce una quotidianità svuotata di calore e di senso. L’assenza quasi totale di commento musicale amplifica ulteriormente questa sensazione di oppressione. È un film difficile da tollerare, un terribile pugno allo stomaco che non punta sul mostrare tutto, ma sul lasciarti immaginare l’indicibile che accade fuori campo.
Miss Violence non è un film per tutti. Ti lascia addosso un senso di sporco e di impotenza, perché l'orrore che racconta vive nella normalità, nascosto dietro porte chiuse e sorrisi di circostanza. E quando il film finisce, la sensazione più inquietante è che quella porta potrebbe essere ovunque.
Film
North American Lake Monsters
Nathan Ballingrud
Incuriosito da una recensione entusiastica di un noto youtuber che lo ha definito "uno dei libri più sconvolgenti che abbia mai letto" mi sono recuperato North American Lake Monsters, una antologia di storie perturbanti e dell'orrore, di Nathan Ballingrud, scrittore americano qui al suo esordio. Pubblicato nel 2013 negli Stati Uniti ma uscito in Italia una decina di anni più tardi per le Edizioni Hypnos, il libro ha ricevuto numerosi premi e un buon riscontro dalla critica. Nel 2020, Hulu ne ha tratto la serie Monsterland, adattando quattro storie della raccolta e aggiungendone altre quattro originali.
La raccolta comprende nove racconti dove i mostri - quando ci sono - sono quasi pretesti, ombre proiettate dalle vite spezzate dei suoi personaggi.
Di seguito un breve cenno alla storia dei nove episodi.
Il libro si apre con 'Va' dove la strada ti porta', e vede come protagonista una giovane madre single e cameriera in un diner, che stanca della sua vita incontra un uomo misterioso che porta con sé una collezione di "pelli" umane che permettono di diventare qualcun altro, letteralmente. Un racconto sulla fuga e sul prezzo altissimo della trasformazione. Segue Wild Acre', che ha come protagonista un uomo che sta lavorando a un cantiere per costruire un villaggio residenziale nei boschi della North Carolina. Quando una creatura notturna uccide due dei suoi operai, il senso di colpa e la mascolinità ferita lo consumano. S.S.' vede un ragazzo adolescente, figlio di una famiglia distrutta, che sviluppa un'ossessione per una giovane donna skinhead neonazista. Qui il soprannaturale è assente, l'orrore nasce dall'attrazione verso ideologie di odio, dalla vulnerabilità di chi cerca disperatamente un'identità, e dalla facilità con cui la violenza può diventare seducente. 'Il crepaccio' ci porta in Antartide, nel 1931. Una spedizione scientifica scopre qualcosa di antico e innominabile sepolto sotto i ghiacci. Una storia decisamente Lovecraftiana. In 'I mostri del cielo' due genitori distrutti dalla scomparsa del figlio si ritrovano in un mondo dove "angeli" morenti cadono dal cielo. Un racconto devastante sulla gestione del lutto. 'Bianco come il sole' si svolge in una Louisiana devastata dall'uragano Katrina dove un ragazzino stringe un patto con un vampiro ferito che si nasconde nel sottoscala di casa. 'North American Lake Monsters' è il racconto che dà il titolo alla raccolta. Un ex detenuto raggiunge la sua famiglia in una baita sul lago, Qui scoprono il cadavere di una strana creatura sulla riva. Mentre esplorano il mistero, emerge che il mostro è solo lo specchio della tossicità dell'uomo. In 'La stazione di transito' un senzatetto si aggira per New Orleans alla ricerca della finglia che non vede anni. Chiude la raccolta 'Il buon marito' in cui un uomo si prende cura della moglie che si è appena suicidata. Lei è ancora lì, ma sta marcendo, letteralmente e metaforicamente.
Più che i mostri - che ci sono, come il mostro della laguna, il vampiro, il licantropo e così via - North American Lake Monsters parla di noi, o meglio, di quella parte di noi che preferiremmo non guardare allo specchio. Ballingrud usa il soprannaturale non come fine, ma come catalizzatore per raccontare storie profondamente umane con protagonisti dei perdenti, persone deluse ai margini dell'America contemporanea, che compiono scelte moralmente discutibili ma umanamente comprensibili, costringendo a provare empatia per loro.
La scrittura di Ballingrud è molto raffinata, molto poetica. Una sorta di Raymond Carver con l'inclinazione cupa e cinica di Thomas Ligotti.
Se dovessi scegliere il racconto che ho preferito, direi senz'altro 'Il buon marito', che chiude il libro con una forza emotiva devastante. Subito dopo metterei 'Va' dove ti porta la strada', per la sua capacità di condensare in poche pagine una scelta impossibile e per il finale che ti lascia senza fiato.
North American Lake Monsters è una raccolta che ti chiede di guardare negli angoli più bui dell'animo umano, e ci dice che i mostri esistono, sì, ma spesso hanno il nostro stesso nome o dormono nel nostro letto. È un libro che non ti lascia andare via pulito, e che riesce a scuoterti in profondità.
Libri
Under the Skin
di Jonathan Glazer
Diciamolo chiaramente: la prima volta che ho visto Under the Skin mi aspettavo un film di fantascienza come tanti di quel periodo, con protagonista la bella Scarlett Johansson. Ovviamente sono rimasto spiazzato, come credo sia capitato a molti. Ma mentre altri ne sono usciti confusi o infastiditi, io sono rimasto affascinato da quell'estetica ipnotica, seducente e inquietante al tempo stesso, che per certi aspetti mi ha ricordato molto Lynch.
Ispirato al romanzo Sotto la pelle di Michel Faber, Under the Skin è un film inglese del 2013 diretto da Jonathan Glazer - prima del suo acclamato La zona d’interesse - che ha diviso pubblico e critica. Accolto inizialmente con perplessità, ha col tempo conquistato un seguito di culto e numerosi riconoscimenti, entrando di diritto tra i film più discussi e significativi della fantascienza contemporanea.
Un'entità aliena assume le sembianze di una donna misteriosa (interpretata da Scarlett Johansson) che vaga per le strade e le campagne della Scozia. Vestita da donna umana ma aliena nel corpo e nell’anima, la protagonista si aggira alla guida di un furgone bianco di notte, attirando uomini isolati e vulnerabili. Questi vengono sedotti, invitati a seguirla in un luogo remoto e poi condotti in una sorta di camera oscura, un ambiente straniante, dove la luce e il suono si deformano, e dove le sue vittime sono spellate dalla loro identità, immersi in un liquido nero primordiale, consumate e soppresse.
Under the Skin è un film di fantascienza dal ritmo lento, quasi privo di dialoghi, che potrebbe risultare noioso o schiacciato dalla pretenziosità di "autorialità". È un’opera che mette a dura prova la pazienza dello spettatore, che può sembrare criptica, ma che in realtà è abbastanza lineare, quasi ripetitiva. Al posto di David Bowie a cadere sulla Terra, qui abbiamo un alieno che assume le fattezze di una donna bellissima — per me Scarlett Johansson con i capelli neri raggiunge in questo film l’apice della sua bellezza — che, come una vedova nera — ehm, scusate il riferimento alla sua interpretazione "vendicativa" — vaga per attirare giovani uomini, poi fatti scomparire in un lago di pece amniotica.
In sostanza, la storia è questa: l’osservazione della vita reale degli esseri umani dal punto di vista di un alieno freddo e privo di emozioni. Tra i giovanotti incontrati dalla nostra bella aliena, oltre agli ignari scozzesi, ripresi da una telecamera nascosta mentre la Johansson si aggira per le strade, troviamo un ragazzo dal viso completamente deforme, interpretato da Adam Pearson, affetto realmente da neurofibromatosi.
L’estetica del film è così perturbante e pervasiva da costituire, di fatto, l’intera pellicola. Under the Skin gioca sul confine tra desiderio e pericolo, bellezza e disgusto. Anche la colonna sonora di Mica Levi fa la sua parte, creando un’atmosfera di straniamento e incastrandosi con gli scenari urbani e naturali, dalle strade deserte alle spiagge nebbiose, dalle foreste silenziose ai locali notturni.
Conosciuto anche per il nudo integrale di Scarlett Johansson, Under the Skin è più di un film di fantascienza, è un’esperienza visiva, quasi corporea. Un’opera ermetica, fredda e silenziosa, priva di spiegazioni chiare e con una struttura ellittica che vive di tensioni, fragilità e domande che restano aperte.
La vita di Adele
di Abdellatif Kechiche
La vita di Adele è un film che ho sempre visto in maniera distratta, mai per intero, quando passava in televisione o su qualche piattaforma. Deciso a scrollarmi di dosso un po’ del malessere lasciato dall’ultimo film che ho visto, ho scelto di cambiare genere gettandomi a capofitto in una storia sentimentale di tre ore. Vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 2013, il film, diretto dal regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche, è tratto dalla graphic novel Il blu è un colore caldo di Jul’ Maroh e racconta il percorso di formazione emotiva e affettiva della sua protagonista.
La storia ruota intorno ad Adele (Adèle Exarchopoulos), una liceale che vive la propria quotidianità tra scuola, amicizie e primi amori. Un incontro casuale con Emma (Léa Seydoux), giovane artista dai capelli blu, le apre un mondo nuovo fatto di desiderio, scoperta e libertà. Tra le due nasce una relazione intensa, totalizzante, che accompagna Adèle nella ricerca della sua identità e nel confronto con i pregiudizi sociali. Il film segue il loro legame dalla nascita della passione fino alle inevitabili fratture, raccontando il passaggio dall’adolescenza all’età adulta e il prezzo che a volte l’amore chiede di pagare.
La vera forza di La vita di Adele è la protagonista, Adele Exarchopoulos, e l’empatia quasi voyeuristica che si crea tra lei e il regista. Kechiche rimane letteralmente "incollato" ad Adele, seguendola con primi piani prolungati senza arretrare davanti all’esibizione di carne, lacrime, carezze, cibo masticato, umori e secrezioni. È la vita di Adele raccontata nei dettagli, dall’imbarazzo dei primi approcci con i ragazzi, alla fulminante comparsa di Emma, fino alla confusione iniziale rispetto alla propria sessualità, all’attesa del primo bacio, all’estasi del sesso, alla convivenza, alla gelosia e infine alla sofferenza della separazione. Emozioni comuni e ordinarie, forse, ma che diventano universali grazie all’espressività della Exarchopoulos e dei suoi occhi che raccontano la fragilità e la passionalità di una giovane donna. Una performance di straordinaria naturalezza. Davvero brava.
Il film è un vero e proprio percorso di formazione. La regia di Kechiche è ineccepibile, con una narrazione impregnata di realismo che lascia spazio ai dettagli quotidiani e alle dinamiche sociali: memorabili, ad esempio, le cene dai rispettivi genitori, che raccontano attraverso il cibo – molto presente nella pellicola – l’estrazione culturale e sociale delle protagoniste. Anche le tanto criticate, prolungate ed esplicite scene di sesso, io le ho trovate sensuali e appassionate senza mai scadere nel volgare. Dal mio punto di vista, quindi filtrato da una lente maschile ed etero, sono tra le più intense mai viste sul grande schermo. Ammetto che probabilmente la mia percezione cambierebbe se si considerassero altre prospettive, ma ciò non toglie la loro forza emotiva.
Il film esplora con autenticità la scoperta dell’amore e del sesso, la convivenza, il logoramento dei sentimenti e le inevitabili fratture nelle relazioni. Tre ore che volano, leggere nonostante la durata, con una prima parte più scorrevole e una seconda che a tratti tende a dilungarsi – le scene di feste, ad esempio, risultano più ordinarie e ridondanti – ma sempre coerente con il ritmo della vita reale, fatta di dubbi, attese, aspirazioni, gioie e abbandoni.
In definitiva, La vita di Adele è un film intenso, emozionante e profondamente realistico, che racconta con sincerità e passione la complessità dei sentimenti e il percorso di crescita di una giovane donna.
Film
Oculus - Il riflesso del male
di Mike Flanagan
Ho conosciuto e apprezzato Mike Flanagan soprattutto grazie alle serie prodotte per Netflix, in particolare The Haunting of Hill House, che considero una delle serie horror più riuscite degli ultimi anni. Fino a oggi, però, non avevo mai visto i suoi primi lungometraggi. Ho quindi deciso di colmare questa lacuna partendo da Oculus - Il riflesso del male, film uscito nel 2013 tratto da un cortometraggio che lo stesso Flanagan aveva realizzato nel 2006.
La storia ha come protagonisti Tim (Brenton Thwaites) e Kaylie Russell (Karen Gillan), fratello e sorella segnati da un passato traumatico. Dieci anni prima i loro genitori sono stati uccisi e Tim, ancora bambino, è stato ritenuto il responsabile. Dopo un lungo periodo trascorso in un istituto psichiatrico, il ragazzo cerca di lasciarsi tutto alle spalle, ma la sorella non ha mai smesso di indagare. Kaylie è infatti convinta che la tragedia sia legata a un antico specchio maledetto che si trovava nella loro casa d’infanzia. Anni di ricerche l’hanno portata a scoprire una lunga scia di omicidi e sciagure legata all’oggetto, che ora è riuscita a recuperare. Determinata a dimostrarne il suo malvagio potere, convince Tim ad aiutarla in una serie di esperimenti, con l’obiettivo di smascherare la verità.
Oculus è un omaggio al cinema gotico di un tempo, con lo specchio maledetto – oggetto che fin dai miti e dalle fiabe, da Biancaneve alle leggende popolari, ha alimentato l’immaginario come simbolo di verità distorta e presagio di sventura – che diventa il fulcro per raccontare la tragedia di una famiglia precipitata nella follia, in un vortice dove la realtà si confonde con allucinazioni e incubi.
Uno degli elementi più riusciti è la struttura temporale, che intreccia passato e presente fino a sovrapporli, trasformando la casa in uno spazio mentale abitato da memorie e presenze. Il ritmo è ben calibrato, con tensione crescente e poche concessioni a jumpscare o splatter, sostituiti da un’atmosfera costante di disagio.
Meno incisivo il cast, con le interpretazioni dei due giovani protagonisti che non restano impresse e il padre che scimiotta un po' troppo il Jack Torrence di Shining. Sicuramente meglio la madre "animalesca".
Il finale, amaro ma in parte prevedibile, suggella la sovrapposizione tra presente e passato, coerente con il percorso del film. Oculus non è destinato a entrare nel novero dei classici dell’horror contemporaneo come Sinister o The Conjuring, ma resta un’opera solida che, pur con qualche ingenuità legata all’esordio e al budget limitato, riesce a distinguersi e a centrare i suoi obiettivi.
Nymphomaniac
di Lars von Trier
Nymphomaniac, il film scritto e diretto da Lars von Trier nel 2013, che insieme ad Antichrist e Melancholia conclude la cosidetta "trilogia della depressione", è un film decisamente impegnativo. Sia per la durata, il tema e la messa in scena.
Presentato al Festival di Berlino 2014 e poi alla Mostra di Venezia, il film, a causa della sua lunghezza (all'incirca quattro ore) è stato diviso in due pellicole distinte e proiettato nelle sale con diversi tagli. Successivamente è stato distribuito, in DVD e BlueRay, la director's cut, la versione definitiva voluta dal regista danese, sempre divisa in due film, ma della durata complessiva di circa cinque ore e mezza.
Io, ovviamente, mi sono visto la versione definitiva. La versione dove, oltre ai dialoghi nella loro interezza, ci sono le scene di sesso, che tanto hanno fatto scalpore e scandalo, mostrate in modo esplicito.
Diviso in otto capitoli più un epilogo, Nymphomaniac è la storia di Joe (interpretata da Charlotte Gainsbourg), una donna che si definisce "ninfomane". Ritrovata in un vicolo, sanguinante e piena di contusioni dal vecchio Seligman (Stellan Skarsgård), accetta di essere portata a casa dell'uomo per farsi curare. Tra una tazza di tè e un letto in cui riposare, Joe decide di confidargli la sua vita, iniziando dal periodo giovanile (interpretata da Stacy Martin). Nel lungo racconto emergono le prime esperienze sessuali, i rapporti compulsivi e le relazioni emotivamente distaccate, in un percorso che ripercorre la sua evoluzione erotica fin dall’infanzia.
Dopo l’horror di Antichrist e la fantascienza apocalittica di Melancholia, con Nymphomaniac Lars von Trier affronta il tema della pornografia. Ma attenzione, non si tratta di un film pensato per suscitare eccitazione. Le scene di sesso, pur esplicite e con i genitali in primo piano, non hanno nulla di seducente o invitante. Sono atti compulsivi, freddi, quasi meccanici, più vicini a una fame bulemica che a un piacere condiviso. Von Trier utilizza il sesso come strumento narrativo e provocatorio, un’esca per attirare lo spettatore, così come il pescatore fa con i pesci. E lo fa con una consapevolezza calcolata, basti pensare alla campagna promozionale del film, con i poster degli attori ritratti nel momento dell’orgasmo, che generò scandalo e curiosità in parti uguali.
Le scene più spinte – amplessi con doppia penetrazione, fellatio, sadomasochismo – non sono state girate dagli attori principali. Come ha spiegato al tempo la produttrice Louise Vesth, questi simulavano i rapporti, mentre le controfigure (probabilmente degli attori porno) li eseguivano realmente. In fase di montaggio, grazie alla post-produzione digitale, i due materiali venivano fusi in un’unica immagine.
Tolte le scene di sesso, che rientrano nella narrazione e che dopo un pò passano in secondo piano, la scena che mette davvero alla prova lo spettatore è probabilmente quella dell’aborto autoindotto da Joe, girata senza filtri né anestesia. Una sequenza cruda e disturbante, reso ancora più insostenibile dagli inserti radiografici. È uno dei tanti esempi di come Von Trier porti il corpo femminile al limite, privandolo di qualsiasi grazia per mostrarne la sofferenza e la disperazione.
Al di là delle provocazioni, il film è un’esplorazione cupa e spietata della sessualità femminile, decisamente al negativo. Joe si racconta senza filtri, svelando un percorso segnato da alienazione, dolore e incomprensioni. È anaffettiva, egoista, crudele. Rifiuta l’amore considerandolo una debolezza, un ostacolo al desiderio. Non a caso, con Jerome – l’uomo più importante della sua vita, da cui avrà una gravidanza indesiderata – non riesce a provare orgasmo. Ciò che sperava fosse una cura alla depressione si rivela invece la malattia stessa: il sesso come dipendenza, come voragine che alimenta frustrazione e insoddisfazione. Da qui la deriva verso esperienze sempre più estreme, fino al coinvolgimento nella criminalità.
Seligman, il suo interlocutore, rappresenta l’altra faccia, quella più razionale e logica. Ascolta con calma, interviene con divagazioni filosofiche, religiose, matematiche. Paragona la vita di Joe a Bach, ai numeri di Fibonacci, al fly fishing, cercando sempre un appiglio razionale che gli permetta di assolverla, di ricondurre il caos a un ordine che in realtà non esiste.
Sul piano tecnico, Von Trier alterna cinepresa a mano, split screen, bianco e nero, sovrimpressioni, costruendo un linguaggio visivo frammentato ma coerente. A risaltare è soprattutto la direzione degli attori. Charlotte Gainsbourg offre una prova intensa, mentre Stacy Martin porta sullo schermo la fase giovanile di Joe con sorprendente naturalezza. Tra i comprimari spiccano Uma Thurman in una scena memorabile, otto minuti di pura disperazione nei panni di una moglie tradita, e Christian Slater nel ruolo del padre di Joe. Accanto a loro Shia LaBeouf che interpreta Jerome, Jamie Bell, Connie Nielsen, una giovanissima Mia Goth alla sua prima esperienza cinematografica, e l’immancabile Willem Dafoe. Un cast internazionale, eterogeneo e sorprendentemente compatto.
Arrivati alla fine di questa maratona, resta la sensazione di aver assistito a un film ambizioso, imperfetto, sfrontato. Nymphomaniac è politicamente scorretto, la protagonista viene descritta come una donna moralmente riprovevole, e il sesso non è mai liberazione ma malattia. Non stupisce che Von Trier sia stato accusato di misoginia, ma al tempo stesso bisogna riconoscergli il coraggio di spingersi oltre i confini del cinema, sfidando lo spettatore. In fondo, più che sul sesso, Nymphomaniac è un film sull’isolamento e la solitudine. Il finale, che capovolge il ruolo di Seligman, non offre alcuna redenzione. Un pugno nello stomaco che ti lascia senza fiato.
È un’opera che non lascia indifferenti. Disturbante, spietato, a tratti respingente, ma capace di imprimersi con forza. Nel bene e nel male.
The Conjuring - L'Evocazione
di James Wan
James Wan non è mai stato un regista che mi appassiona più di tanto. Il suo nome è legato principalmente a Saw (di cui ha diretto il primo capitolo), e diversi horror di facile consumo fatti di jumpscare ben realizzati, un estetica da manuale e un’estrema pulizia visiva. Un regista che conosce il mestiere, ha capito cosa vuole il pubblico e sa come offrirglielo, ma il cui cinema sembra più attento al confezionamento che alla sostanza.
The Conjuring del 2013 rappresenta la sintesi perfetta delle sue abilità e dei suoi limiti, un film che prende il gotico classico, lo aggiorna con una regia moderna e lo arricchisce di jumpscare perfettamente calcolati. Il risultato è un film elegante nella messa in scena, efficace nell’intrattenimento, ma che difficilmente lascia il segno.
Il film (distribuito in Italia con il sottotitolo L'Evocazione) si basa su una delle tante indagini condotte da Ed e Lorraine Warren, celebri demonologi e studiosi del paranormale, il cui archivio di presunti casi reali ha ispirato numerosi film, tra cui il più famoso Amityville Horror.
La vicenda segue la famiglia Perron, che nel 1971 si trasferisce in una casa di campagna nel Rhode Island, ignara del male che vi si annida. Quando eventi inspiegabili iniziano a tormentare i due coniugi e le loro cinque figlie, Carolyn Perron (Lili Taylor) si rivolge agli investigatori del paranormale Ed e Lorraine Warren (Patrick Wilson e Vera Farmiga). La coppia di demonologi scopre che la casa è infestata dallo spirito di una strega, Bathsheba, e che l’entità sta prendendo il controllo di Carolyn. Mentre la possessione si intensifica, i Warren devono affrontare il male in una lotta contro il tempo per salvare la famiglia.
The Conjuring è un film che fa esattamente quello che promette. Spaventa, intrattiene e confeziona un’esperienza horror accessibile a un pubblico ampio. Wan costruisce la tensione con un ritmo perfettamente studiato, giocando con movimenti di macchina fluidi, suoni diegetici e un uso calibrato del silenzio per amplificare l’effetto degli spaventi. Ogni jumpscare è progettato con precisione matematica, e il risultato è un horror che funziona come una giostra dell'orrore. Nonostante il film sia pieno zeppo di cliché – dai battiti insistenti sulle pareti al gioco del battimani, dal carillon inquietante alla bambola posseduta – la regia attenta e il montaggio chirurgico riescono comunque a far sobbalzare lo spettatore meno smaliziato. Sul piano visivo, il film richiama il cinema gotico con le sue case scricchiolanti, le ombre minacciose e una fotografia dalle tonalità desaturate.
Rivedendolo oggi, The Conjuring si conferma un horror costruito con grande mestiere, curato nella regia e impeccabile sul piano tecnico. Funziona nell’immediato, con una tensione ben calibrata e momenti di puro spavento, ma, almeno per me, manca di quel senso di inquietudine duraturo che distingue gli horror più incisivi. Ovviamente il film ha incassato milioni, conquistato il pubblico e dato il via a un’intera saga fatta di sequel e spin-off, segno che Wan ha saputo intercettare esattamente ciò che gli spettatori volevano.
Film
Coherence
di James Ward Byrkit
Di recente mi è capitato di vedere un video che elencava i 75 migliori film di fantascienza. Più che la classifica in sé, ciò che davvero mi interessava era scoprire titoli sconosciuti. Tra questi, mi sono imbattuto in Coherence, un film del 2013 diretto da James Ward Byrkit.
Girato con un budget ridottissimo – letteralmente nella casa del regista, al suo esordio dietro la macchina da presa – Coherence è arrivato in Italia direttamente sul mercato home video, accompagnato dal sottotitolo Oltre lo spazio tempo. Nonostante i mezzi limitati, il film riesce a creare un’atmosfera e una tensione intrigante, dimostrando come l'ingegno possa supplire alla mancanza di risorse.
La trama si sviluppa quasi interamente all’interno di una casa, dove otto amici si riuniscono per una cena proprio la sera in cui una cometa transita pericolosamente vicino alla Terra. Quella che inizia come una normale serata tra brindisi e conversazioni, prende presto una piega inquietante: i cellulari si rompono senza motivo, internet e le linee telefoniche cessano di funzionare, e un blackout avvolge l’intero quartiere. In cerca di aiuto i protagonisti si avventurano verso l’unica casa con la luce rimasta accesa ma quando sbirciano dalle finestre trovano al suo interno loro stessi.
Coherence attinge a piene mani dalle teorie del multiverso e della meccanica quantistica, tirando inevitabilmente in ballo il gatto di Schrödinger – quello che, poveretto, non si sa mai se è vivo o morto. Il film si sviluppa come un puzzle mentale denso e volutamente caotico, dove i personaggi si perdono nelle loro stesse versioni alternative, trascinati in un vortice di paranoia e confusione crescente. L’idea di base è senza dubbio affascinante, e l’intreccio narrativo stimola la riflessione sulle infinite possibilità offerte da un universo frammentato in realtà parallele.
Eppure, qualche nodo non torna del tutto. La scelta di utilizzare la camera a mano – un po’ alla Lars von Trier dei tempi Dogma – si rivela più fastidiosa che immersiva, mentre la recitazione improvvisata tende spesso a scivolare nel caos, con toni urlati che non aiutano a mantenere il filo (e il doppiaggio italiano non aiuta di certo). Inoltre, il legame tra il passaggio della cometa e gli eventi straordinari che ne scaturiscono appare un po' forzato, riuscendo a essere poco credibile.
Detto questo, Coherence resta un film che merita una visione, se non altro per l’audacia dell’idea e il coraggio di sperimentare con risorse minime. Scherzando, potremmo definirlo una versione sci-fi di Perfetti Sconosciuti che si è persa in un episodio surreale di Ai confini della realtà. Un’esperienza intrigante, imperfetta, ma assolutamente da provare.
Film
Jodorowsky's Dune
di Frank Pavich
Il Dune di Jodorowsky è una delle leggende più affascinanti della storia del cinema.
Il documentario realizzato da Frank Pravich nel 2013 racconta la storia del più grande film non realizzato, la mancata trasposizione per il grande schermo del romanzo fantascientifico Dune di Frank Herbert da parte del visionario artista cileno Alejandro Jodorowsky, raccogliendo le interviste dello stesso Jodorowsky e dei vari protagonisti coinvolte all'epoca nel progetto.
Nel 1973, Alejandro Jodorowsky, scrittore, poeta e artista a tutto tondo noto per il suo stile surrealista e provocatorio, si trovava all’apice della popolarità come regista, dopo la realizzazione di due cult movie come El Topo e La montagna sacra. Il suo sogno era quello di realizzare il film più importante della storia del cinema, così, con la complicità del produttore francese Michel Seydoux che era riuscito a prendere i diritti dal libro di Herbert, decise di realizzare un film traendo spunto dalla saga fantascientifica di Dune. Jodorowsky però non voleva adattare Dune in una semplice trasposizione cinematografica, il suo film doveva essere un'odissea visiva che avrebbe sconvolto il mondo e rivoluzionato il cinema. Nel documentario Jodorowsky dice: "Volevo fare un film che avrebbe dato alla gente, che all'epoca faceva uso di LSD, le allucinazioni che si hanno con quella droga, ma senza allucinogeni. Questo film avrebbe dovuto cambiare le percezioni del pubblico ". Spinto da un incontenibile entusiasmo e grazie alla credibilità acquisita con i film precedenti, Jodorowsky inizia a reclutare una squadra di talenti e artisti di primo piano. Il primo tra questi è il fumettista francese Jean Giraud noto con il nome d’arte Moebius - probabilmente il più grande disegnatore di fantascienza di tutti i tempi - al quale Jodorowsky affida il compito di realizzare gli storyboard, ovvero le vignette delle inquadrature scena per scena. A occuparsi di disegnare le astronavi sceglie l'illustratore inglese Chris Foss , all'epoca autore di numerose copertine di libri di fantascienza. Per realizzare il mondo degli Harkonnen (i "cattivi" di Dune) viene arruolato l'artista svizzero H. R. Giger noto per le sue opere cupe e sinistre. Per la musica e la colonna sonora vengono contattati i Pink Floyd, mentre per gli effetti speciali l'incarico viene affidato a Dan O’Bannon (che aveva lavorato agli effetti speciali di Dark Star, un film di John Carpenter) dopo che Douglas Trumbull , colui che realizzò gli effetti di 2001: odissea nello spazio di Kubrik, venne scartato perchè Jodorowsky lo ritenne inadatto "spiritualmente".
Veniamo ora agli attori. Il figlio di Jodorowsky viene scelto per fare Paul, il protagonista. Gli altri attori coinvolti sono David Carradine nel ruolo del duca Leto, Gloria Swanson, Alain Delon e Mick Jagger. Ma le stelle che più di ogni altro Jodorowsky voleva nel suo film erano Orson Wells e Salvatore Dalì. Il primo avrebbe dovuto interpretare il Barone Vladimir Harkonnen (il capo degli Harkonnen, che nel romanzo è descritto come un uomo laido e obeso) mentre Dalì, che non aveva mai recitato in vita sua, doveva essere l'imperatore galattico Shaddam IV. Nel documentario c'è l'intervista di Amanda Lear, al tempo amante e musa di Dalì, la quale racconta che Jodorowsky, per convincerlo, gli propose di essere l’attore con la paga più alta "al minuto", 100.000 dollari al minuto. Jodorowsky avrebbe girato due, tre minuti mentre il resto della scena sarebbe stata affidata a un robot a lui somigliante. Dalì accetta a patto di potersi poi tenere il robot.
Composto la squadra di artisti, realizzato lo storyboard e trovati gli attori, Jodorowsky si mette alla ricerca dei fondi per girarlo, dato che quelli che aveva a disposizione non bastavano. La colossale e ambiziosa opera, della durata di oltre dieci ore e dai costi di produzione diventati altissimi, viene proposto alle maggiori case di produzione di Hollywood. I produttori, sfogliando il grande libro con la sceneggiatura illustrata da Moebius, rimangono affascinati, ma alla fine nessuno di loro se la sente di investire in un progetto così oneroso affidandolo peraltro a un regista di nicchia poco incline ai compromessi e completamente estraneo allo showbiz di Hollywood.
Alla fine il film non si fece.
Alcuni anni più tardi, come ben sappiamo, Dune venne realizzato da De Laurentis per la regia di David Lynch. Nel documentario Jodorowsky afferma di aver provato tanta frustrazione sapendo che il suo "sogno" lo stava realizzando qualcun'altro ma dopo averlo visto ammette di essere stato felice perchè il film era davvero brutto.
Alla fine del Dune di Jodorowsky rimangono le bozze di produzione di Moebius, le illustrazioni affascinanti di Giger e Foss e tutte le storie dietro le quinte che questo film mai realizzato si porta dietro. Il fermento artistico, l'energia creativa incanalata in questo folle progetto, oltre a lasciare nelle persone che ci lavorarono un segno profondissimo, negli anni successivi si è riversato in altre direzioni prendendo forme diverse. Jodorowsky insieme a Moebius è l'autore de L'Incal, una delle più interessanti e innovative space opera a fumetti, H.R. Giger ha realizzato le scenografie e le fattezze dello xenomorfo di Alien, mentre molte delle idee e delle scene presenti nello storyboard del Dune di Jodorowsky si possono ritrovare nel primo Star Wars del 1977.

Rimane la "bibbia", la sceneggiatura disegnata da Moebius del Dune di Jodorowsky. Un paio di anni fa una delle poche copie al mondo è stata comprato a una asta per 2,6 milioni di euro da un collettivo di internet (SpiceDao) con l'intento di realizzare una serie televisiva. Peccato che acquistare una copia di un libro non conferisce al compratore di avere i diritti sull'opera. In tutti i modi grazie a questa "comunità" ora, facendo le dovute ricerche nei canali dedicati, è possibile 'sfogliare' questa opera incompiuta immergendosi in una delle leggende più affascinanti e avvincenti dell'universo cinematografico.
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